Sesta Festa metropolitana di convivialità romsintogagiana

LA LIBERA COMUNE UNIVERSITÀ PLURIVERSITÀ BOLOGNINA IN COOPERAZIONE TRANS-CULTURALE CON
MIRS -MEDIATORƏ INTERCULTURALƏ ROM E SINTƏ
COMMISSIONE DELLE CULTURE DELLA ZONA ORTIVA

auto-organizzano Sesta Festa metropolitana di convivialità romsintogagiana ormai pluriennale.

Una giovane donna Jezebel che la sera ama perdere lo sguardo nel fuoco. Lì trova la sua forza, a volte le sue risposte. È semplice immedesimarsi in una ragazza che vuole essere libera: desidera soprattutto proteggere il suo popolo’ .

[Commento di Betta Delia del libro ‘Prima che chiudiate gli occhi’ di Morena Pedriali Errani-ed.G.Perrone- in universo.it ]

[testo grafico prodotto dall’art-attivista Raffaele Petrone]

SABATO 01 Giugno 2024
ZONA ORTIVA – VIA ERBOSA 17
BOLOGNINA – BO Per noi già Via Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina 17,in memorie di due persone Sinte assassinate dalla A1 Bianca il 23 dicembre 1990.

DALLE ORE 18 ALLE 24
Attorno al fuoco nella convivialità converseremo, ceneremo danzeremo e balleremo insieme (Kethanè,romanes) – tra gente e culture minori solidali Rom, Sinte e Gagè (Locali e migranti) dal tramonto a notte fonda tra le lucciole e sotto la luna e le stelle.
Pino de March,accordatore e ricerc-attivista
L‘evento avrà luogo accanto alla vecchia ‘area sosta’ di via Erbosa 13/4 destinata dal 1991 per iniziativa del Sindaco Imbeni (Giunta di sinistra) del Comune di Bologna, a spazio di ‘protezione ed accoglienza umana e civile’ di quelle persone e famiglie allargate Sinte fatte oggetto di terrorismo e violenza criminale da parte dell’e banda dell’A1 Bianca,ed ospitati là in attesa di una nuova destinazione o collocazione in micro-aree o case popolari.
Questa esperienza d’abitare seppur provvisoria e ghettizzata di Via Erbosa è da considerare a tutti gli effetti tra le prima emergenti forme di comunità urbana sinta della nostra città;

costituitasi in seguito al tragico evento del 23 dicembre 1990, con le ennesime morti ed assassini mirati questa volta di due SintƏ Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina ed il ferimento di altri due durante l’assalto al ‘campo nomadi’ di via Gobetti- Bolognina, eseguiti da una banda nazi-fascista-criminale-poliziesca dell’A1Bianca, che ha provocato in quelli anni nella nostra città metropolitana una scia di sangue e delitti (24 morti e 103 feriti);
oggi queste stragi s”ipotizzano essere la continuazione della stagione neo-fasciste delle ‘stragi di stato’, espressione che indica la complicità dei Servizi Segreti di Stato ‘occulti’ interni (italiani) ed internazionali (statunitensi) con la Mafia e la Massoneria (Loggia P2) eseguita da gruppi armati criminali e neo-fascisti (Ordine Nuovo,Avanguardia Nazionale ed altri) , anni di stragi e di terrore che hanno insanguinato la nostra città e l’Italia, quelli sì a tutti gli effetti ‘anni di piombo’.
La Comunità urbana Sinta di via Erbosa 13/4 che pur sussistendo in uno stato di provvisorietà e ghettizzazione per i suoi abitanti ha potuto godere di minime infrastrutture di servizi urbani e civili – luce,acqua e gas- e di un facilitato collegamento ai servizi scolastici per la maggioranza dei bambini/e e ragazzi/e così pure per gli adulti di collegamenti alle linee urbane d’autobus (linea 11 B,C- Arcoveggio) per esplicitare loro attività lavorative autonome e dipendenti.
Desidereremo ora a 34 anni da quella tragica vicenda di sangue e razzismo che questa pezzo di strada,intendiamo via erbosa’ dal tunnel ferroviario fino alla fine di essa’, che conduce alla ‘nostra’ Zona Ortiva fosse dedicata alle due persone Sinte assassinate, cioè ‘Via Rodolfo Bellinati Patrizia della Santina’, assassinate dalla fredda ferocia criminale dei componenti dell’A1 Bianca.

TRAMA DEGLI EVENTI DELLA FESTA
TRA LE 18 e le 20
QUEST’ANNO SCEGLIEREMO COME PRIMA TEMATICA DELLA SESTA FESTA METROPOLITANA DI CONVIVIALITÀ’ ROMSINTAGAGIANA:
LE MICRO-AREE E LA PETIZIONE POPOLARE REGIONALE IN EMILIANA-ROMAGNA CON LA RACCOLTA DELLE FIRME PER MODIFICARE LA RELATIVA LEGGE REGIONALE
IN VIGORE.
Relaziona Donatella Ascari referente Regionale Emilia Romagna del Movimento ‘kethane’.
Francesca V. esporà alcuni analisi e riflessioni della tesi di laurea magistrale in S.P.S- sviluppo locale e globale – anno accademico 2022-23 – di Paola Giordano: ‘La comunità Sinta e l’abitare:micro-aree, antiziganismo e istituzioni’
Le micro-aree e la relativa petizione popolare regionale al fine di rendere vincolante per sindac3 l’ approvazione in base all’effettivo bisogno delle persone delle comunità romanì (Rom e Sinte) per avviare la progettazione e la costruzione di micro-aree a cui possano trovare una propria ‘degna abitabilità a misura umana e di comunità’ le popolazioni ancora disperse Rom e Sinte, non come ora in base al consenso (o pancia) – di un’opinione pubblica spesso assoggetta al razzismo e all’antiziganismo- per le relative concessioni o licenze urbanistiche.

Estratto tesi sulle micro-aree della dott-ssa Paola Giordano per introdurre informazioni -base per introduzione alla specifica questione culturale e abitativa ‘micro-aree’ delle comunità urbane sinto-rom o dei desiderati ed auspicati eco-villaggi sinto-rom.

( Se qualcuno desidera visionare tesi completa micro-aree di Paola Giordano scriva a comunimappe@gmail.com )

Prospettiva di ricerca di Paola Giordano

Per microarea si intende un’area residenziale costruita su un terreno agricolo attraverso la disposizione di case e servizi essenziali a destinazione abitativa della famiglia allargata.

È la soluzione abitativa ideata dalle famiglie sinte dello spettacolo viaggiante, come risposta privata alle politiche discriminanti di apposizione dei cartelli di divieto di sosta ai nomadi e di costruzione dei campi nomadi.

Tra gli anni Ottanta e Novanta la pratica si diffonde nel Centro-Nord Italia: le famiglie acquistano terreni agricoli o di margine, gli unici accessibili economicamente, vi appongono lì le proprie case mobili e vi abitano con la propria famiglia allargata.

Il problema relativo alle microaree sorge nel 2001, quando il nuovo testo unico sull’edilizia qualifica come interventi di nuova costruzione l’installazione di strutture come roulottes, campers e case mobili che siano usati come abitazioni e non diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee.

Questo rende illegali tutti gli insediamenti esistenti, essendo costruiti su terreni agricoli e quindi non edificabili.

Contemporaneamente tra il 2001 e il 2005 l’attivismo sinto inizia a dialogare con alcune amministrazioni comunali, al fine di promuovere la costruzione di microaree pubbliche, come alternativa ai campi nomadi. Vengono realizzati dei progetti, a volte con successo, a volte no.

Negli ultimi anni i richiami della comunità internazionale all’Italia per la presenza di campi nomadi in funzione ghettizzante e discriminante hanno portato il Paese ad adoperarsi per il loro smantellamento. Sono state redatte due strategie:

  • Nella prima Strategia nazionale viene inclusa la soluzione della microarea, pubblica e privata, quale forma abitativa adatta allo specifico culturale di una parte della comunità.
  • Nella seconda Strategia nazionale, invece, le microaree scompaiono dall’elenco delle soluzioni abitative proposte e vengono indicate quale soluzione possibile, ma di difficile realizzazione e di incerto successo.

L’unica regione che ha dato attuazione alla prima Strategia nazionale è stata l’Emilia-Romagna, che ha emanato nel 2015 una nuova legge regionale, che contempla le microaree quale soluzione abitativa perseguibile.

Affianco alla legge, però, viene emanata la delibera di Giunta regionale sui requisiti tecnici delle microaree, che attribuisce alla politica abitativa delle microaree carattere facoltativo (cioè è l’amministrazione comunale a decidere quali politiche abitative adottare) e carattere temporaneo (quindi esse devono assolvere la propria funzione fintanto che sussistano delle “esigenze straordinarie” che rendono necessario il ricorso alla microarea, favorendo l’accesso a soluzioni abitative simili a quelle della società maggioritaria, ossia l’appartamento).

Gli ostacoli apposti all’istanza delle microaree possono essere interpretati come una forma di razzismo istituzionale perpetrato da parte delle istituzioni italiane.

In generale, il rapporto tra comunità sintarom e istituzioni fin dalle origini è stato un incontro-scontro: al momento della formazione degli Stati-nazione i sinti e rom risultavano quale elemento di disturbo alla retorica nazionalista su cui si è legittimato il potere degli Stati e questo ha generato trattamenti discriminatori nei loro confronti. Sinti e rom sono vittime di antiziganismo, quel razzismo che attribuisce pregiudizi e stereotipi negativi a chi individua come “zingaro”. E una delle espressioni dell’antiziganismo è il razzismo istituzionale.

La letteratura precedente ha dimostrato il razzismo istituzionale dello Stato italiano in dispositivi politici come i pacchetti sicurezza, le classi scolastiche separate, le schedature etniche, fino alla segregazione razziale nei campi nomadi. Il razzismo istituzionale è dimostrabile anche rispetto agli ostacoli apposti alle microaree.

Quello che è importante della microarea non è tanto il suo aspetto materiale, quanto la possibilità che essa dà di vivere con la famiglia allargata. Queste relazioni si perderebbero con il trasferimento in appartamento.

La volontà di vivere in famiglia allargata deriva da:

  • Ragioni culturali, permette di vivere le proprie usanze e parlare la propria lingua
  • Senso di protezione dalla società esterna, che minaccia la comunità con il proprio odio razzista.

Se il razzismo motiva la vita in microarea, per la comunità è lo stesso razzismo la ragione degli ostacoli apposti alla pratica delle microaree.

Impedire di vivere in microarea, con la prospettiva di essere “buttati in appartamento”, viene interpretato come un attacco alla propria cultura.

Il problema non è il mero appartamento, dato che questo stile di vita viene accettato pacificamente se frutto della volontà di persone sinte, il problema è la coazione. Da una parte c’è il bisogno culturale espresso dalla comunità; dall’altra le istituzioni intendono le microaree solo come uno strumento assimilazionista di transizione verso la casa convenzionale, una dimostrazione di ciò è il carattere temporaneo che la legge dell’Emilia-Romagna prevede.

Tutto ciò all’interno di un contesto che ancora non ha riconosciuto alle persone rom e sinte lo status di minoranza linguistica e che continuamente gli nega soggettività politica, non considerandole soggetti attivi capaci di decidere politicamente per sé.


Seguirà la presentazione del romanzo
storico e culturale ‘Prima che chiudiate gli occhi’, narrazione di comunità e di resistenza, della scrittrice sinta Morena Pedriali Errani uscito lo scorso Ottobre 2023 per Giulio Perrone editore.
È stato scritto da Morena Pedriali Errani, autrice e circense 27enne nata e cresciuta a Ferrara. La scrittrice è già nota al pubblico per essere arrivata in semifinale al Premio Campiello Giovani 2017 e al Premio Chiara Giovani 2018, oltre ad avere presentato alcuni scritti al parlamento europeo di Bruxelles nel 2022 assieme all’associazione rom ‘Phiren Amenca’.
Infatti, l’autrice è un’attivista per le minoranze romanì (Rom e Sinte) e parte del team Comunicazione di ‘Movimento Kethane’.

ORE 19: CENA ANTICIPATA PER BAMBIN3 E GENITOR3
ORE 20 PER TUTTI -TUTTE
CENA CONVIVIALE ONIVORA, VEGETARINA E VEGANA

MenùOnnivoro:

1

 Fusilloni alla romani’

Fusilli conditi con olio bio- extravergine, pomodoro freschi bio, olive taggiasche nere e verdi, basilico o prezzemolo (capperi a richiesta)
2

Salsiccia ai ferri ( produzione artigianale)

3

Insalata mista di stagione ( cipolla di tropea a parte)
4

Macedonia di frutta fresca

5

Tiramisù casalingo alla sinta

6

Un calice di vino o una birra

7

Liquore extra a richiesta

Altri calici vino o lattina birra extra a richiesta

Menù vegetariano o vegano:

1

 Fusilloni alla romani’

Fusilli conditi con olio bio- extravergine, pomodoro freschi bio, olive taggiasche nere e verdi, basilico o prezzemolo(capperi a richiesta)

2

Funghi crema ripieni;

3

Verdure in gratin

4

Zuppetta di ceci;

5

Macedonia di frutta fresca

6

Tiramisù casalingo alla sinta

7

1 calice di vino o 1 birra

Liquore extra a richiesta

Altri calici vino o lattine birra extra a richiesta


(Su prenotazione attraverso e-mail:comunimappe@gmail.com )
prenotiamo per ….. indicando se onivori, vegetariani o vegani seguito da vs numero cell o tel)


TRA LE 21 E LE 22
SCEGLIEREMO COME SECONDA TEMATICA DELLA SESTA FESTA DI CONVIVIALITÀ’ ROMSINTAGAGIANA:
LA RESISTENZA EUROPEA ROM E SINTA ED INNUMEREVOLI EPISODI DI SOLIDARIETÀ NELLE PERSECUZIONI E DEPORTAZIONI
TRA COMUNITà ROMANì ED EBREE.

LETTURE DI PROSA E POESIA

A
Lettura del poema familiare di resistenza di Simonetta Malinverno
B
Lettura di esperienze e vissuti di solidarietà tra genti rom, sinte ed ebree oppresse, perseguitate, deportate ed uccise dell’artista,regista ed attrice di teatro Carlotta Grillini
La Resistenza delle comunità stanziali o nomadi Rom Sinte in Europa è stata prevalentemente esistenziale e comunitaria e non ideologica (comunista, socialista,cristiana, liberale, anarchica ecc) come le altre formazioni partigiane contro la ‘legione nera’ nazi-fascista.
Lettura intrecciate alla prosa di poesie di poeti e poete sulla condizione di vita e sociale delle comunità e delle individualità Rom e Sinte durante gli anni della tirannide nazi-fascista in Europa.
Il testo ‘ROM E SINTI NELLA RESISTENZA EUROPEA DI A. Arlati, ha la caratteristica di documentare nella sua completezza fin’ora frammentaria ed incerta la Resistenza e la solidarietà delle comunità Rom e Sinte, ‘non di rubare i bambini’ come recita il pregiudizio ma piuttosto di saper accogliere nelle proprie comunità assumendosi un grande rischio, bambini e bambine ebree, figli o figlie di perseguitati, deportati, abbandonati o uccisi nei pogrom, rastrellamenti e deportazioni perpetuati dagli eserciti d’occupazione, dalle formazioni speciali delle SS o dalle bande irregolari nazi-fascisti.
I testi che leggeremo sono tratti dal saggio sulla ‘ Rom e Sinti Nella Resistenza Europea’ del glottologo e sinto-romanologo Angelo Arlati, Edizione UPRE-ROMA-Milano 2022.
I testi di poesia tratti dall’atlante poetico romanes di Pino de March – edizione Versitudine 2022.
Musiche del violinista musicista Vladimiro Cantaluppi.

DALLE 22 ALLE 24
S-CONCERTO MUSICALE ROM-SINTO-GAGIANO
MUSICA, BALLO E DANZA ROM-SINTO-GAGIANA
INTERMEZZI DI DANZE ROMANì: ROM E SINTE CON FIGURE GENERATE DALL’ARTISTA ANJA E DAL MAESTRO AGHIRAN DI DANZA E BALLO ROMANì

Musiche del violinista Vladimiro Cantaluppi ed altri musicisti amici-che dei romanì (Rom e Sinti).
L’EUROPA CHE VORREMMO
Nei giorni successivi alla nostra FESTA METROPOLITANA DI COMUNITÀ ROMSINTAGAGIANA l’8 e 9 giugno si voterà per l’Europa che vorremmo inclusiva di culture minori siano esse native, derivate o migranti, desiderate o immaginate,
ed ecologica e sociale con nuove desiderate e proporzionali forme di vivere ed abitare in relazione con gli altri esseri viventi o nature: in forma di eco-socio-villaggi romanì (micro-aree rom o sinte) e città eco-sociali futuriane.

Perché?
Perché non vogliamo nè desideriamo continuare a vivere o sopravvivere nella separatézza e nell’auto-distruzione quotidian
a, in città a ‘misura di portafoglio e speculazione’, assistere ad una decadente metamorfosi delle nostre città: sempre più desertificate,deprivate di vecchi alberi per ‘costituzione art. 9’ e per noi nuovi cittadin@, e nemeno a cementificazione, gentrificazione, con piani e progetti urbanistici ancora tardo-modernisti o ispirati a culture ‘tardo-industriali’ e ‘fossilizzate’, ove la forma del vivere individualista ed antrocentrica prevale su quella comune ed eco-socio a-centrica.
Forme di vita urbane avviate all’estinzione con le altre specie viventi che co-evolvono con noi.
Intendiamo attivare una disobbedienza popolare e civile per raggiungere una pace duratura ed una giustizia umana, sociale e climatica che non può che passare per il disarmo nucleare, la fin di quel perverso e complesso sistema finanziario,industriale, militare e politico genocida ed ecocida e dell’interconnesso e colossale commercio delle armi, delle missioni ‘umanitarie’ nel mondo a tutti gli effetti avamposti militari e neo-coloniali.

APPROFONDIMENTI:
STORIA E MEMORIA DI UNA LUNGA VICINANZA, AMICIZIA, CONVIVIALITÀ E RELAZIONALITÀ TRANS-CULTURALE TRA SINGOLARITÀ E COMUNITÀ ROM, SINTE E GAGE’ IN VIA ERBOSA 17-BOLOGNINA (BO)
La vicinanza tra ‘l’area sosta”e la ‘Zona Ortiva’ ha permesso di tessere buoni rapporti vicinali e solidali espressi con l’assegnazione di orti urbani ad alcuni abitanti Sinti ,fin dall’insediamento di quella comunità terrorizzata e dispersa.

Tra le altre cose è da menzionare le attività di cura,igiene e pulizia dei servizi comuni degli orti per diversi decenni da parte di una abitante (Silvia) del ‘campo sosta’: quali bagni, cucina, sala di gioco, socialità e cultura per i soci ed anche la sala d’amministrazione.
Infine proprio a patire dalla prima decade dl XXI sec. con l’istituzione della ‘commissione delle culture’ degli orti (culture in senso naturali,umane e sociali) attivatasi con il trasferimento in Zona Ortiva della ‘Libera comune università pluriversità bolognina’, ed il sostegno solidale degli esecutivi e delle presidenze di Antonio Varano e Marinella Africano,
è stato possibile proprio in quelli anni intensificare e consolidare non solo i già esistenti rapporti sociali di vicinato ma soprattutto nuovi ed insoliti rapporti inter-culturali.
Relazioni che hanno portato alla creazione di una ‘zona di contatto ed interazione’ cittadina tra le comunità Rom (Aghiran, Livio),le comunità Sinte(T.Fulli) e quelle Gagè (P. de March,M. Cremaschi) la costituzione dell’Associazione MIRS -MEDIATORƏ INTERCULTURALƏ ROM E SINTƏ;

dato che tra i soci fondatori vi erano docent3, attivist3 culturali e sociali di diversa provenienza etnolinguistica Rom, Sinta e Gagè, si sono poste le basi per una riflessione critica sulle modalità ‘tradizionali di indifferenza e di assimilazione culturale’ nelle trasmissioni di culture e saperi sia nella forme della scolarizzazione come nelle altre forme istituzionali e culturali della società del dopo guerra;
vale a dire che i programmi e le didattiche scolastiche non riconoscevano e non riconoscono ancora oggi (2024) sia le culture disperse romanes o la minoranza etno-linguista Rom e Sinte dispersa e tantomeno quella della diaspora ebraica Yddish o sefarfita (non siionista o non israeliana), a differenza invece delle altre minoranze territoriali italiane che proprio per la loro presenza addensata, stabile e territoriale possono godere, non solo di diritti civili e politici ma anche di diritti culturali, con l’istituzione di proprie scuole di ogni ordine e grado, e mi riferisco alle comunità slovena, tedesca, francese, albanese, grecale ecc.);
questo avviene per una interpretazione restrittiva dell’art. 6 della Costituzione Italiana, contestata negli anni ’90 da una Direttiva della Comunità Europea che chiedeva agli Stati membri di rimediare a queste interpretazioni restrittive e limitative delle libertà culturali, e di andare a riconoscere nelle istituzioni scolastiche e culturali pubbliche sia le lingue che le culture delle minoranze disperse e de-territorializzate (senza territorio) romanes ‘zingare’ ed ebree ‘Yddish”.
Questo disconoscimento delle lingue (dialetti romanes: Rom e Sinte) e delle loro culture praticate (romanes: Rom e Sinte) parlate in famiglia e nelle loro comunità è all’origine spesso di ‘rifiuti e passività’ scolastica e si è giunti a formulare per questo disagio culturale diagnosi psicologiche assurde di ‘fobia scolastica’ verso queste marginalizzate e disciriminate nuove generazioni di Rom e Sinte, oppure per gli ‘ebrei della diaspora’ a ricorrere ad iscrizioni in scuole private legalmente riconosciute dallo Stato Italiano e promosse da Fondazioni delle comunità ebree Yddish o sefardite in Italia.
A partire da questi primi nuclei riflessivi trans-culturali abbiamo promosso come ‘Comunimappe- Libera Comune Università pluriversità Bolognina’ in una costante cooperazione culturale con il Cesp-Centro Studi per la Scuola Pubblica – del Sindacato di base -Cobas Scuola, un corso d’aggiornamento (referente del corso Pino de March e coordinatrice Lucia Argentati) per Docenti, ATA(Ausiliar3,Tecnic3 ed Amministrativ3) e student3, a cui hanno fatto seguito la produzione di didattiche alternative e suppletive ove si faccia memoria attiva di quelle culture molecolari e disperse romanes all’interno dei vari corsi di studio primario e secondario;
materiali di ricerca trasformatisi in nuove unità didattiche alternative all’interno delle istituzioni cittadine scolastiche primarie e secondarie da parte dei docenti che abbiamo in-formato, aggiornato ed incontrato sulle culture ed arti romanes.
A partire da queste prime riflessioni abbiamo avviato l’esperimentazione di nuove relazioni attive,educative ed istruttive trans-culturali nelle scuole e nel territorio metropolitano bolognese al fine di valorizzare le storie e le memorie comuni Rom,Sinte e Gagè (non Rom o non Sinte).
Siamo partiti elaborando e producendo una Mostra fotografica itinerante nelle scuole e nelle Università sul Porrajmos o sullo sterminio nazi-fascista dei Rom e Sinti e sulla Resistenza esistenziale dei Rom e Sinti in Europa (Raffaele Petrone,Matteo Vescovi, Rocheggiani)
, e col prendere in considerazione le loro culture orali e le molteplici lingue e dialetti romanes parlanti nelle loro comunità disperse, – prevalenti tra loro: nota è la tesi di laurea del linguista, glottologo e rom-sintologo) A. Arlati sui dialetti Rom e Sinti in Italia, e la sua standardizzazione della lingua romanes;
inoltre nei nostri laboratori ‘transculturali’ nelle scuole bolognesi e nelle nostre attività territoriali sulla ‘memoria attiva del Porrajmos e la Resistenza dei Rom e Sinti’, non abbiamo mancato di sottolineare il ruolo creativo degli artisti e dei musicisti romanì (Rom e Sinti) oltre che la presenza di molte altre loro figure significative in altre arti e mestieri dei romanì in Italia come in Europa;
per ovviare a questa plurisecolare assimilazione e dimenticanza abbiamo prodotto una serie di tavole fotografiche che riprendono le figure dell’intellettualità romanì (Rom,Sinte) del mondo dell’arte,della musica,dello spettacolo, dello sport, della scienza e della tecnica (Francesca V.)
Io – Pino de March – docente di scienze sociali ed umane e co-fondator3 con Marinella Africano e Paolo Bosco ed in seguito M. Cremaschi, Francesca V. ed altri ed altre della ‘Libera Comune Università Pluriversità Bolognina ho curato la ricerca e l’auto-produzione di un’atlante poetico romanes sui poeti e le poete romanì (Rom e Sinte) e l’auto-produzione di una ricerca sulla ‘Trans-letteratura romanes’ o sulla dimenticata letteratura trans-nazionale romanes prodotta da parte di scrittor3 romanì (Rom,Kalè,Manouche ecc), e da cui si sono realizzati materiali o dispense storico-culturale prodotti da P.de March, curate da M. Cremaschi ed editi da Versitudine 2023.
Ne sono seguiti dei simposi transculturali con relativi dialoghi sulla condizione umana e sociale delle comunità Rom e Sinte e in uno di essi, che avvenivano tutti nella vecchia casetta o sotto il tendone della Zona Ortiva, abbiamo realizzato la presentazione del libro ‘Razza di zingaro’ illustrato con tavole pittoriche del premio Nobel Dario Fo, con docent3, ATA (Ausiliar3,Tecnic3 ed Amministrativ3, ortolan3, cittadin3, student3.
Si tratta di un storia dimenticata di un pugile sinto-tedesco Johann Trollmann (detto Rukeli) che in seguito all’affiorare di un’onda razziale nella società tedesca, la Federazione del pugilato filo-nazista decisero con un incontro truccato di scippare il titolo di campione nazionale di pugilato di categoria pesi ‘medi’ (75 kg),sostenendo che uno ‘zingaro’ non poteva rappresentare la Germania nazista alle IX Olimpiade di Amsterdam del 1928; nella sfida asimmetrica finale per il titolo di pesi ‘medi’ (75 kg)con un pugile ariano-nazista di pesi massimi (91 kg), Rukeli sapendo di perdere non per la sue scarse abilità ma per una sproporzione di forza, si presentò sul ring con la faccia dipinta di bianco ‘clown’ ed esordì dicendo: ‘stasera non perderà un bruno-sinto ma un bianco-ariano.
Pochi anni dopo a questo rifiuto razziale e alla sua marginalizzazione ‘Rukeli’ fu deportato ed assassinato in un campo di concentramento, e là sottoposto ad umiliazione e a lavori forzati.

Dall’aprile del 2017 abbiamo dato vita con sapori, balli, musica, pensieri, poesia,danze e balli
all’annuale FESTA METROPOLITANA DI CONVIVIALITÀ ROMSINTAGAGIANA , sotto il tendone verde della Zona Ortiva, ad esclusione del 2020 (per covid 19) e poi del 2022, anno di memoria significativa’ per i Rom e Sinti italiani e non solo, in quanto il 18 luglio del 2022 ricorreva il ‘seicentesimo’ anniversario (1422-2022)
della presenza documentata in città dalle cronache bolognesi ‘La Varignana e la Rampona’ di una nutrita comunità errante ‘egiziana’, che trovò ospitalità delle autorità comunali – a quel tempo del Legato Pontificio,visto che il Senato cittadino era stato sospeso a seguito di un’ennesima rivolta popolare contro l’ingerenza e la supposta supremazia sul popolo del potere temporale ecclesiastico-, conclusosi con l’abbattimento della Rocca Pontificia);

ospitati’ seppur nelle note condizioni di marginalità da sempre loro riservate, nell’area adiacente a Porta Galliera , tra le rovine della Rocca Pontificia;
le cronache narrano anche della nascita in quei giorni di permanenza in città di un/a bambino/a ‘egiziana’ in Campo Grande ora denominata Piazza 8 Agosto.
In quel tardo medioevo europeo e bolognese ‘I Rom e i Sinti’ erano ancora considerati un popolo di erranti (Errones) o di egiziani pellegrini, in quanto le tradizionali fonti religiose li consideravano una tribù dispersa e maledetta d’Israele, e ritenuti erroneamente figli di Cush, della tribù di Cam uno dei figli di Noa, figlio accusato dal padre di averlo deriso nella sua nudità ed ubriachezza, e proprio per questa mancanza di rispetto cacciato di casa e maledetto, lui e tutta la sua stirpe.
Tutto questo secondo interpretazioni mitiche delle genti antiche tratte dalle mappe antropologiche bibliche tenute in grande considerazione in quel tempo, considerati anche per il loro colore bruno genti ‘egiziane’, però riconosciuti solo tardivamente da un linguista e ziganologo (o romanologo) slovacco Samuel Agustini ab Hortis (1729-1792) come popolazioni romanì (Rom e Sinta) provenienti non dall’Egitto ma dall’India del Nord parlanti volgari dialetti ‘pracriti’ di derivazione ‘sanscrita’.
La nascita di quel bambino o bambina romanì (Rom o sinta) a Bologna rappresenta la prima documentata nascita in Europa di queste nuove minoranze europee di ascendenza indiana, seppur ibridati nelle loro lunghe migrazioni.
E proprio in quella mattina del 18.7.2022 con la Vicesindaca del Comune di Bologna Emily Clancy (Coalizione Civica) in presenza dei rappresentanti delle Comunità Rom e Sinte dell’Emilia-Romagna,del Movimento politico e culturale -Rom e Sinto Kethanè (insieme) del Mirs-Mediatori interculturali Rom e Sinti (area metropolitana bolognese) e della Libera Comune Università pluriversità bolognina è stata posta sotto l’arco di Porta Galliera (Porta principale della città ove furono accolti dal legato pontificio in quel lontano tempo) un targa in memoria che evidenzia questa presenza plurisecolare dei romanì (Rom e Sinti) ed anche si segnala in quella targa che quella nascita in Campo Grande rappresenta la primogenitura di una componente ormai plurisecolare, non di nativi, ma italiani ed europei di ascendenza indiana.
Vogliamo ricordare l’impegno dedicato e la generosa cooperazione tecnica e culturale dell’architetta Federica Legnani responsabile del Patrimonio urbanistico del Comune di Bologna, nel seguire e darci tutte le informazioni necessarie per approdare all’autorizzazione della Sovrintendenza alle Belle Arti e del Comune di Bologna per la collocazione della targa-memoria di presenza plurisecolare in città di queste nuove e derivate ‘comunità europee di ascendenza indiana’, Rom e Sinte.

ROMANZO STORICO-CULTURALE DI COMUNITÀ E DI RESISTENZA
‘PRIMA DI APRIRE GLI OCCHI’ DI MORENA PEDRIANI ERRANI

A Presentazione dell’Editore indipendente Giulio Perrone
“Nelle notti di vedetta, illuminate dalla brace di una cicca, Jezebel sa che le risposte possono arrivare solo dal vento. La forza, l’intensità del soffio, sono messaggi degli antenati, indicazioni per comprendere come muoversi tra ingiustizie, violenza, soprusi ma anche gioie quotidiane, sogni, ambizioni. Nel pieno del ventennio fasci sta la ragazza scopre fin da giovane quanto sia difficile sopravvivere: anche se in quei luoghi è nata, anche se lì sono cresciuti i suoi antenati, non mancano abusi e vessazioni; su tutti, quello di chiamare alle armi, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, gli uomini sinti per farne carne da battaglia. In questo contesto Jezebel decide di unirsi alla lotta partigiana, per difendere la sua gente, nella speranza di far parte di un gruppo che possa mettere fine all’orrore della guerra. La storia di Jezebel è il canto di un popolo inascoltato, tenuto ai margini, su cui mai si volge lo sguardo. Una sola richiesta ci viene fatta dalla ragazza nelle prime pagine, da subito, e per l’ennesima volta, di non voltarci dall’altra parte, di non chiudere nuovamente gli occhi. ”
B
Intervista a Morena Pedriali Errani con l’editor o il curatore Antonio Esposito in Giudittalegge.it

‘Prima che chiudiate gli occhi ‘segna l’esordio, pieno e maturo, di Morena Pedriali Errani nella narrativa. Racconta la storia, ancora troppo misconosciuta, del contributo alla Resistenza italiana e alla lotta per la libertà del popolo sinti. Nello stesso tempo assolve a un compito importante: dare voce al popolo sinti italiano perché possa raccontare direttamente la storia di cui è protagonista.
Quando il testo è arrivato in casa editrice, – chiedo ad Antonio Esposito, editor o curatore per Giulio Perrone Editore, cosa è successo?
A: In realtà il manoscritto di Pedriali Errani era atteso in redazione. Pochi mesi prima mi era capitato di leggere sulla rivista letteraria ‘Narrandom’ un suo racconto dal titolo Alla cenere, in quel testo breve c’erano temi legati alla leggenda, la memoria, il tempo, il rapporto con la famiglia che mi avevano incuriosito e spinto a mettermi in contatto con l’autrice. Quando mi sono presentato e le ho parlato del nostro progetto narrativo Morena mi ha raccontato la storia che stava scrivendo, mi ha inviato delle pagine ed è andata avanti con la stesura. Poi per qualche mese non ci siamo sentiti, fino a quando non si è rifatta viva con il manoscritto definitivo. L’ho letto, insieme abbiamo discusso le possibili modifiche, e poi ho presentato la storia a Giulio, l’editore, che subito si è mostrato entusiasta.
E quando Morena Pedriali Errani è arrivata in casa editrice cosa ha provato e cosa si aspettava?
M: Ho provato subito un senso di accoglienza: è raro, per i temi che il romanzo tratta, che dall’altra parte ci sia disponibilità di ascolto, prima ancora che di confronto. Per me, è stato, quindi, estremamente prezioso trovare questa disponibilità prima nell’editor e poi in tutta la casa editrice. In realtà, non so cosa mi aspettavo, ma so cosa desideravo con tutto il cuore, ossia che la storia di mia nonna e dei partigiani rom e sinti italiani venisse, finalmente, ascoltata. La gridiamo da quasi cent’anni, ma ancora non è riconosciuta (prima ancora che conosciuta). Per me era fondamentale il messaggio, il valore familiare e collettivo, che il romanzo voleva portare e ho, quindi, accettato volentieri le modifiche proposte da Antonio, perché questo messaggio avesse una forma più potente e chiara.
La narrazione è in prima persona, affidata alla protagonista del romanzo, e si muove come un’altalena spinta dal vento avanti e indietro nel tempo, dal ventennio fascista alla Resistenza scattata all’indomani dell’8 settembre 1943. Una voce lirica, poetica e potente. Una dichiarazione d’amore incondizionata da parte di Morena Pedriali Errani alla propria gente, ai loro sacrifici, alle loro tradizioni e valori. Perché se la prima immagine della protagonista che ci accoglie è nel freddo di un nascondiglio partigiano nel 1944, poi si torna indietro al 1936, quando era fanciulla in un campo in fibrillazione nel momento in cui le carovane si preparano a partire sulla scia del destino e di nuove scoperte.
Dove e come nasce, Morena, una prima persona così matura e consapevole, di magistrale tenuta fino alla conclusione del romanzo?
M: La prima bozza del romanzo nasce dalla necessità di attraversare un lutto, la perdita di nonna Fiamma, che è stata per me fonte di ispirazione e figura fondamentale di formazione e crescita. Attraverso il suo esempio ho potuto vedere il mondo con i miei primi occhi, respirarlo così come faceva lei, senza filtri e a testa alta, nonostante tutto. C’è stata la necessità di camminare dentro questo dolore, di elaborarlo, di parlarci. Così sono nate le prime pagine, scrivevo spesso tenendo una sua foto di fianco al quaderno e quando mi fermavo e la guardavo era come se fosse lei a suggerirmi le parole. C’è stato anche il luogo da dove vengo, il circo e le mie origini etniche. La storia delle persecuzioni imbevute nell’oro delle nostre lacrime, nelle risposte che abbiamo dato all’antiziganismo nei secoli. Una cosa che amo e rispetto profondamente del popolo al quale appartengo è l’umanità che è riuscito a conservare nonostante tutto, la cura dell’altro, il ritrovarsi continuo. Il sapere, anche senza parlare, come si vede il mondo comune, la vita. Non credo che sia la mia personale voce ad essere matura, ma tutte le voci che mi hanno portato dove sono ora e quelle degli antenati che mi stanno sulle spalle, le donne e gli uomini sinti che ancora oggi resistono, nonostante tutto. 
Come si comporta l’editor, di fronte a una voce così intima, introspettiva e accorata? Qual è il ruolo di supporto che il suo sguardo esterno può offrire alla scrittura?
A: In casi come questo, compito dell’editor è predisporsi all’ascolto, cercare di comprendere la voce e le intenzioni della storia. Più volte, durante il lavoro sul testo, mi è capitato di dover chiedere supporto a Morena per evitare fraintendimenti o di innescare con i miei interventi qualche sorta di fraintendimento. Ad esempio, tutta la riflessione sulla sezione “Canta vento gelido” è stata accompagnata dallo studio di alcuni testi del filologo Heinrich von Wlislocki, utili a comprendere il senso di certi simboli e aspetti della tradizione orale romanì. In due parole: ascolto e studio hanno permesso che l’editing avvenisse nel pieno rispetto dei temi, della voce e degli obiettivi che Morena si era data.
Canta vento gelido è un racconto che scorre parallelo e intrecciato al racconto principale, e segna un momento poetico e lirico più intenso rispetto al resto della narrazione, che pure fa dell’equilibrio sapiente tra narrazione e liricità una caratteristica del proprio tratto. A quelle pagine, in corsivo nel libro a sottolinearne maggiormente l’intimità, è affidato lo svelamento delle origini di Jezebel. Ma come indicava Antonio sono anche i momenti in cui i simboli, le tradizioni, i racconti e i miti del popolo romanì risaltano con maggiore incisione.
Prima che chiudiate gli occhi, Morena, è anche una dichiarazione d’amore alla tua gente? E se Antonio, come ci raccontava, si è affidato al filologo Heinrich von Wlislocki, tu, Morena, di quale guida hai avuto bisogno per raccontare non solo la vicenda della partigiana Jezebel insieme ai suoi compagni, ma anche a tracciare la storia e le tradizioni del popolo romanì?
M: Non è soltanto un canto d’amore per il mio popolo (sentimento certamente presente in ogni riga che scrivo), è un canto di rabbia e dolore collettivo a cui cerco di dare voce. Ci tengo molto che passino anche questi due sentimenti, non certamente facili, perché vanno validati e percorsi insieme a noi.
Per quanto riguarda le fonti, la principale è stata la mia famiglia. In secondo luogo, le voci dei sinti sopravvissuti all’Olocausto, ho studiato a lungo le loro interviste, mi sono confrontata con i nipoti o i discendenti, volevo che la storia fosse anche loro. A livello storico, mi ha aiutato molto Luca Bravi, storico pratese che da anni lavora insieme a noi al riconoscimento della Memoria rom e sinti e Michele Andreola, guida di Auschwitz.
Quali sono i motivi dell’editor, invece, che hanno spinto a pubblicare questa storia e a essere parte integrante della diffusione di queste voci così incisive e importanti da conoscere per capire che il popolo italiano non è un’identità unica e omogenea, ma per fortuna molto più sfaccettata e molteplice?
A: I motivi della scelta sono tutti nel testo. La narrativa degli ultimi anni tende sempre più al racconto delle storie vere, mette l’accento sul suo valore testimoniale e spesso mette al centro della vicenda romanzesca il singolo, l’io. Il tipo di testimonianza proposta da Pedriali Errani, invece, si sviluppa intorno al noi, attraverso le figure di Jezebel e del vento; dove il vento è metafora del noi, di una comunità che agisce nella Storia facendo leva sul proprio bagaglio culturale e esperienzale. Questo è forse ciò che più ci ha colpito della scrittura di Morena, insieme alla sua capacità di portare in prosa aspetti e simboli che solitamente era abituata a utilizzare per le composizioni poetiche.
All’interno del rapporto tra Jezebel e la comunità romanì, ricco e fecondo di implicazioni, rimandi e suggestioni, che tu, Morena, descrivi con grande ricchezza di dettagli e particolari, creando figure incisive e memorabili, consistente e tenace, ricco di pathos e di emotività è anche il rapporto che lega Jezabel al padre, a ricalcare un concetto importante di eredità, che non è quello patrimoniale ma valoriale ed etico.
Cosa lega e cosa separa Jezebel e il padre?
M: Nel rapporto tra Jezebel e il padre volevo trasporre quello reale tra me e mio padre. È così profondo proprio perché formato dalle difficoltà affrontate insieme. Quando la ferocia dell’antiziganismo copre ogni aspetto della tua vita, tramandare la cultura ai tuoi figli non è solo un atto di resistenza, ma, io penso anche di profondo amore. Mio padre è riuscito a rimanere umano, nonostante tutto e volevo rendergli omaggio a modo mio. 
Se c’è tanto che lega Jezebel e il padre, come la necessità di difendere e tramandare la cultura e la resistenza sinti, a dividerli c’è l’età e con questa un approccio diverso a traumi comuni. Se Nehat si rifugia in una calma follia, che però alla fine si scopre saggezza, e trasforma la rabbia in arte, Jezebel invece ha bisogno di agire e trasforma la rabbia in lotta armata. Allo stesso tempo credo che siano due personaggi che non potrebbero esistere l’uno senza l’altro, non ho pensato a Nehat come a una figura di sfondo o, comunque, solo funzionale a Jezebel, li ho pensati come entrambi protagonisti, in modo diverso. È davvero toccante per me vedere come tante persone che hanno letto il libro, abbiano colto l’intensità di questo legame.
Qual è stato per l’editor il personaggio più facile e quale quello più difficile da gestire in fase di editing?
A: È una storia che non ha personaggi facili, questa. Ce ne sono alcuni che in fase di editing non sono stati toccati: fedeli alle azioni, i gesti e le parole della prima versione. Altri hanno nel tempo trovato un equilibrio e una definizione maggiore di revisione in revisione. Eppure ognuno doveva sottostare alle logiche di una storia che, per temi, si pone al di sopra delle scelte stilistiche e formali dell’autrice. 
Giunti all’ultima domanda, con profonda gratitudine per la generosità e ricchezza delle risposte, torno all’inizio: al bellissimo titolo, tanto quanto la copertina.
Prima che chiudiate gli occhi: a chi la scrittrice si rivolge con il titolo, e a chi l’editor?
A: Potrebbe sembrare retorico ma: l’editor rivolge il titolo a sé stesso e a chi come lui – per pregiudizio o ignoranza – non conosce o non ha mai provato ad approfondire le istanze di un mondo così vicino e ignorato.
M: Con il titolo mi rivolgo proprio ai lettori. È una richiesta e insieme un monito. Ricorda come gli occhi siano stati chiusi fino ad ora ma chiede di non chiuderli più, di tenerli aperti su ogni ingiustizia del presente per evitare che il passato bussi ancora alla porta (e, nel caso di rom e sinti, per scrivere da capo un presente più inclusivo perché questo passato per noi vive ancora oggi). 
Dedica: a te, Marilena, che sei specchio della mia anima e riflesso brillante del mio sentire, perché insieme tenendoci per mano stiamo cercando di dare voce a chi crede di non averla.
C
Presentazione di Bettina Delia del testo ‘Prima che chiudiate gli occhi’ di Morena Pedriali Errani in universoletterario.it

“ll grido silenzioso di una giovane donna
Jezebel è una giovane donna che la sera ama perdere lo sguardo nel fuoco. Lì trova la sua forza, a volte le sue risposte. È semplice immedesimarsi in una ragazza che vuole essere libera: desidera soprattutto proteggere il suo popolo.
Il periodo storico lo conosciamo bene: il ventennio fascista e lo scoppio della seconda Guerra mondiale. Le barbarie dettate dalla sete di conquista cancellano la serenità di chi vorrebbe solo crescere. Il punto di vista è del tutto innovativo: una fetta di società ai margini.
Chiedo aiuto al vento.
Non basta morire: devo raccontare, prima che la morte venga a prendersi tutto,
prima che il plotone esegua l’ordine, prima che voi chiudiate gli occhi.
E li chiuderete, vi prometto che li chiuderete.
Ogni parola è carica di rabbia, di paura, di veleno. Ecco che il lettore è immerso nel mondo colorato e spigoloso dei sinti, un popolo mai ascoltato e tenuto in disparte, spesso disprezzato.
Uno stile potente.
Il romanzo si fa leggere con il fiato sospeso, quasi un singhiozzo dentro la storia. Uomini e donne saltellano da una fune all’altra, guardandosi negli occhi e cercandosi nella paura. La scrittura è raffinata, ricercata e spesso poetica: porta con sé la potenza della rivolta.
1 Il fascismo
In questo periodo difficile i luoghi sicuri come la propria casa vengono messi in discussione. I sinti continuano a raccogliersi intorno al fuoco e a tenerlo vivo con la speranza, la grinta, la rabbia. Respirano insieme all’eterna illusione che quella sia casa, iniziano ad avere paura e nasce in tutti una frattura. “Canta il canto dei suoi antenati” Jezebel, e a volte è senza voce.
Mentre gli uomini sinti sono chiamati a combattere per diventare carne da macello, lei decide di unirsi alla lotta partigiana per dare un contributo. Vuole proteggere se stessa e soprattutto dare nuova forza al grido straziato del suo popolo. È un’eroina senza schemi, in bilico tra il mondo in battaglia e il suo popolo incompreso. Lo sguardo dell’autrice è sincero, lei stessa oggi è attivista e in prima linea per i problemi del suo popolo.
Così è la storia dei piccoli e dei grandi diavoli, molti dei quali non sono diavoli ma umani e camminano tra noi, sulle spalle della nostra diaspora e di questi lunghi secoli.
Così è la storia di come noi sinti alziamo la testa e insieme, tutti, pur nelle fiamme, cantiamo.
2 Spazio alla tenerezza: ripararsi allo scoppiettare del fuoco
È quasi una coccola: trovare il personaggio che porta gioia e disegna con chiarezza un cerchio all’interno del quale seminare e proteggere la tenerezza. Questo cerchio è quasi visibile al lettore.
È l’idea di ragazzini e bambini seduti intorno al fuoco con gli occhi pieni di sogni e voglia di sapere. La curiosità li fa piccoli, hanno tanta voglia di crescere, così tanta che non trova posto in un cerchio fatto di manine che si cercano e aspettano una storia. Il papà di Jezebel è la voce di queste storie e ha coraggio: un personaggio forte che fa innamorare.
Fuori la Guerra ribolle, pronta a scoppiare, e lui scende in campo, la Tenerezza è la sua arma più forte. Ecco, oggi come durante il fascismo, la tenerezza può salvare dalla tristezza del mondo: è bello quando un libro ce lo ricorda.
Questo libro la fa provare sulla pelle: non esiste regalo più bello.
Sono terrorizzata.
So che mio padre vede oltre le cose, ma non voglio entrare in quello che vede. Prometto e basta, sperando sia soltanto una premura inutile, una manciata di parole pronte a sfumare nella notte. “Nulla muore quando è amato”.
3 Conclusioni
La storia di Jezebel, una ragazza che si affida al vento per avere risposte, è anche la storia di tutto il popolo sinti. Il tempo è un’illusione, il contorno è celebre: il punto di vista dell’autrice è unico. Pesca in fondo al pozzo delle sue emozioni, di ciò che per lei è giusto.
Testo elaborato da Pino de March come co-fondatore, ricer-attivista ed accordatore di Comunimappe o della Libera Comune Università pluriversità Bolognina
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