Sesta Festa metropolitana di convivialità romsintogagiana

LA LIBERA COMUNE UNIVERSITÀ PLURIVERSITÀ BOLOGNINA IN COOPERAZIONE TRANS-CULTURALE CON
MIRS -MEDIATORƏ INTERCULTURALƏ ROM E SINTƏ
COMMISSIONE DELLE CULTURE DELLA ZONA ORTIVA

auto-organizzano Sesta Festa metropolitana di convivialità romsintogagiana ormai pluriennale.

Una giovane donna Jezebel che la sera ama perdere lo sguardo nel fuoco. Lì trova la sua forza, a volte le sue risposte. È semplice immedesimarsi in una ragazza che vuole essere libera: desidera soprattutto proteggere il suo popolo’ .

[Commento di Betta Delia del libro ‘Prima che chiudiate gli occhi’ di Morena Pedriali Errani-ed.G.Perrone- in universo.it ]

[testo grafico prodotto dall’art-attivista Raffaele Petrone]

SABATO 01 Giugno 2024
ZONA ORTIVA – VIA ERBOSA 17
BOLOGNINA – BO Per noi già Via Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina 17,in memorie di due persone Sinte assassinate dalla A1 Bianca il 23 dicembre 1990.

DALLE ORE 18 ALLE 24
Attorno al fuoco nella convivialità converseremo, ceneremo danzeremo e balleremo insieme (Kethanè,romanes) – tra gente e culture minori solidali Rom, Sinte e Gagè (Locali e migranti) dal tramonto a notte fonda tra le lucciole e sotto la luna e le stelle.
Pino de March,accordatore e ricerc-attivista
L‘evento avrà luogo accanto alla vecchia ‘area sosta’ di via Erbosa 13/4 destinata dal 1991 per iniziativa del Sindaco Imbeni (Giunta di sinistra) del Comune di Bologna, a spazio di ‘protezione ed accoglienza umana e civile’ di quelle persone e famiglie allargate Sinte fatte oggetto di terrorismo e violenza criminale da parte dell’e banda dell’A1 Bianca,ed ospitati là in attesa di una nuova destinazione o collocazione in micro-aree o case popolari.
Questa esperienza d’abitare seppur provvisoria e ghettizzata di Via Erbosa è da considerare a tutti gli effetti tra le prima emergenti forme di comunità urbana sinta della nostra città;

costituitasi in seguito al tragico evento del 23 dicembre 1990, con le ennesime morti ed assassini mirati questa volta di due SintƏ Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina ed il ferimento di altri due durante l’assalto al ‘campo nomadi’ di via Gobetti- Bolognina, eseguiti da una banda nazi-fascista-criminale-poliziesca dell’A1Bianca, che ha provocato in quelli anni nella nostra città metropolitana una scia di sangue e delitti (24 morti e 103 feriti);
oggi queste stragi s”ipotizzano essere la continuazione della stagione neo-fasciste delle ‘stragi di stato’, espressione che indica la complicità dei Servizi Segreti di Stato ‘occulti’ interni (italiani) ed internazionali (statunitensi) con la Mafia e la Massoneria (Loggia P2) eseguita da gruppi armati criminali e neo-fascisti (Ordine Nuovo,Avanguardia Nazionale ed altri) , anni di stragi e di terrore che hanno insanguinato la nostra città e l’Italia, quelli sì a tutti gli effetti ‘anni di piombo’.
La Comunità urbana Sinta di via Erbosa 13/4 che pur sussistendo in uno stato di provvisorietà e ghettizzazione per i suoi abitanti ha potuto godere di minime infrastrutture di servizi urbani e civili – luce,acqua e gas- e di un facilitato collegamento ai servizi scolastici per la maggioranza dei bambini/e e ragazzi/e così pure per gli adulti di collegamenti alle linee urbane d’autobus (linea 11 B,C- Arcoveggio) per esplicitare loro attività lavorative autonome e dipendenti.
Desidereremo ora a 34 anni da quella tragica vicenda di sangue e razzismo che questa pezzo di strada,intendiamo via erbosa’ dal tunnel ferroviario fino alla fine di essa’, che conduce alla ‘nostra’ Zona Ortiva fosse dedicata alle due persone Sinte assassinate, cioè ‘Via Rodolfo Bellinati Patrizia della Santina’, assassinate dalla fredda ferocia criminale dei componenti dell’A1 Bianca.

TRAMA DEGLI EVENTI DELLA FESTA
TRA LE 18 e le 20
QUEST’ANNO SCEGLIEREMO COME PRIMA TEMATICA DELLA SESTA FESTA METROPOLITANA DI CONVIVIALITÀ’ ROMSINTAGAGIANA:
LE MICRO-AREE E LA PETIZIONE POPOLARE REGIONALE IN EMILIANA-ROMAGNA CON LA RACCOLTA DELLE FIRME PER MODIFICARE LA RELATIVA LEGGE REGIONALE
IN VIGORE.
Relaziona Donatella Ascari referente Regionale Emilia Romagna del Movimento ‘kethane’.
Francesca V. esporà alcuni analisi e riflessioni della tesi di laurea magistrale in S.P.S- sviluppo locale e globale – anno accademico 2022-23 – di Paola Giordano: ‘La comunità Sinta e l’abitare:micro-aree, antiziganismo e istituzioni’
Le micro-aree e la relativa petizione popolare regionale al fine di rendere vincolante per sindac3 l’ approvazione in base all’effettivo bisogno delle persone delle comunità romanì (Rom e Sinte) per avviare la progettazione e la costruzione di micro-aree a cui possano trovare una propria ‘degna abitabilità a misura umana e di comunità’ le popolazioni ancora disperse Rom e Sinte, non come ora in base al consenso (o pancia) – di un’opinione pubblica spesso assoggetta al razzismo e all’antiziganismo- per le relative concessioni o licenze urbanistiche.

Estratto tesi sulle micro-aree della dott-ssa Paola Giordano per introdurre informazioni -base per introduzione alla specifica questione culturale e abitativa ‘micro-aree’ delle comunità urbane sinto-rom o dei desiderati ed auspicati eco-villaggi sinto-rom.

( Se qualcuno desidera visionare tesi completa micro-aree di Paola Giordano scriva a comunimappe@gmail.com )

Prospettiva di ricerca di Paola Giordano

Per microarea si intende un’area residenziale costruita su un terreno agricolo attraverso la disposizione di case e servizi essenziali a destinazione abitativa della famiglia allargata.

È la soluzione abitativa ideata dalle famiglie sinte dello spettacolo viaggiante, come risposta privata alle politiche discriminanti di apposizione dei cartelli di divieto di sosta ai nomadi e di costruzione dei campi nomadi.

Tra gli anni Ottanta e Novanta la pratica si diffonde nel Centro-Nord Italia: le famiglie acquistano terreni agricoli o di margine, gli unici accessibili economicamente, vi appongono lì le proprie case mobili e vi abitano con la propria famiglia allargata.

Il problema relativo alle microaree sorge nel 2001, quando il nuovo testo unico sull’edilizia qualifica come interventi di nuova costruzione l’installazione di strutture come roulottes, campers e case mobili che siano usati come abitazioni e non diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee.

Questo rende illegali tutti gli insediamenti esistenti, essendo costruiti su terreni agricoli e quindi non edificabili.

Contemporaneamente tra il 2001 e il 2005 l’attivismo sinto inizia a dialogare con alcune amministrazioni comunali, al fine di promuovere la costruzione di microaree pubbliche, come alternativa ai campi nomadi. Vengono realizzati dei progetti, a volte con successo, a volte no.

Negli ultimi anni i richiami della comunità internazionale all’Italia per la presenza di campi nomadi in funzione ghettizzante e discriminante hanno portato il Paese ad adoperarsi per il loro smantellamento. Sono state redatte due strategie:

  • Nella prima Strategia nazionale viene inclusa la soluzione della microarea, pubblica e privata, quale forma abitativa adatta allo specifico culturale di una parte della comunità.
  • Nella seconda Strategia nazionale, invece, le microaree scompaiono dall’elenco delle soluzioni abitative proposte e vengono indicate quale soluzione possibile, ma di difficile realizzazione e di incerto successo.

L’unica regione che ha dato attuazione alla prima Strategia nazionale è stata l’Emilia-Romagna, che ha emanato nel 2015 una nuova legge regionale, che contempla le microaree quale soluzione abitativa perseguibile.

Affianco alla legge, però, viene emanata la delibera di Giunta regionale sui requisiti tecnici delle microaree, che attribuisce alla politica abitativa delle microaree carattere facoltativo (cioè è l’amministrazione comunale a decidere quali politiche abitative adottare) e carattere temporaneo (quindi esse devono assolvere la propria funzione fintanto che sussistano delle “esigenze straordinarie” che rendono necessario il ricorso alla microarea, favorendo l’accesso a soluzioni abitative simili a quelle della società maggioritaria, ossia l’appartamento).

Gli ostacoli apposti all’istanza delle microaree possono essere interpretati come una forma di razzismo istituzionale perpetrato da parte delle istituzioni italiane.

In generale, il rapporto tra comunità sintarom e istituzioni fin dalle origini è stato un incontro-scontro: al momento della formazione degli Stati-nazione i sinti e rom risultavano quale elemento di disturbo alla retorica nazionalista su cui si è legittimato il potere degli Stati e questo ha generato trattamenti discriminatori nei loro confronti. Sinti e rom sono vittime di antiziganismo, quel razzismo che attribuisce pregiudizi e stereotipi negativi a chi individua come “zingaro”. E una delle espressioni dell’antiziganismo è il razzismo istituzionale.

La letteratura precedente ha dimostrato il razzismo istituzionale dello Stato italiano in dispositivi politici come i pacchetti sicurezza, le classi scolastiche separate, le schedature etniche, fino alla segregazione razziale nei campi nomadi. Il razzismo istituzionale è dimostrabile anche rispetto agli ostacoli apposti alle microaree.

Quello che è importante della microarea non è tanto il suo aspetto materiale, quanto la possibilità che essa dà di vivere con la famiglia allargata. Queste relazioni si perderebbero con il trasferimento in appartamento.

La volontà di vivere in famiglia allargata deriva da:

  • Ragioni culturali, permette di vivere le proprie usanze e parlare la propria lingua
  • Senso di protezione dalla società esterna, che minaccia la comunità con il proprio odio razzista.

Se il razzismo motiva la vita in microarea, per la comunità è lo stesso razzismo la ragione degli ostacoli apposti alla pratica delle microaree.

Impedire di vivere in microarea, con la prospettiva di essere “buttati in appartamento”, viene interpretato come un attacco alla propria cultura.

Il problema non è il mero appartamento, dato che questo stile di vita viene accettato pacificamente se frutto della volontà di persone sinte, il problema è la coazione. Da una parte c’è il bisogno culturale espresso dalla comunità; dall’altra le istituzioni intendono le microaree solo come uno strumento assimilazionista di transizione verso la casa convenzionale, una dimostrazione di ciò è il carattere temporaneo che la legge dell’Emilia-Romagna prevede.

Tutto ciò all’interno di un contesto che ancora non ha riconosciuto alle persone rom e sinte lo status di minoranza linguistica e che continuamente gli nega soggettività politica, non considerandole soggetti attivi capaci di decidere politicamente per sé.


Seguirà la presentazione del romanzo
storico e culturale ‘Prima che chiudiate gli occhi’, narrazione di comunità e di resistenza, della scrittrice sinta Morena Pedriali Errani uscito lo scorso Ottobre 2023 per Giulio Perrone editore.
È stato scritto da Morena Pedriali Errani, autrice e circense 27enne nata e cresciuta a Ferrara. La scrittrice è già nota al pubblico per essere arrivata in semifinale al Premio Campiello Giovani 2017 e al Premio Chiara Giovani 2018, oltre ad avere presentato alcuni scritti al parlamento europeo di Bruxelles nel 2022 assieme all’associazione rom ‘Phiren Amenca’.
Infatti, l’autrice è un’attivista per le minoranze romanì (Rom e Sinte) e parte del team Comunicazione di ‘Movimento Kethane’.

ORE 19: CENA ANTICIPATA PER BAMBIN3 E GENITOR3
ORE 20 PER TUTTI -TUTTE
CENA CONVIVIALE ONIVORA, VEGETARINA E VEGANA

MenùOnnivoro:

1

 Fusilloni alla romani’

Fusilli conditi con olio bio- extravergine, pomodoro freschi bio, olive taggiasche nere e verdi, basilico o prezzemolo (capperi a richiesta)
2

Salsiccia ai ferri ( produzione artigianale)

3

Insalata mista di stagione ( cipolla di tropea a parte)
4

Macedonia di frutta fresca

5

Tiramisù casalingo alla sinta

6

Un calice di vino o una birra

7

Liquore extra a richiesta

Altri calici vino o lattina birra extra a richiesta

Menù vegetariano o vegano:

1

 Fusilloni alla romani’

Fusilli conditi con olio bio- extravergine, pomodoro freschi bio, olive taggiasche nere e verdi, basilico o prezzemolo(capperi a richiesta)

2

Funghi crema ripieni;

3

Verdure in gratin

4

Zuppetta di ceci;

5

Macedonia di frutta fresca

6

Tiramisù casalingo alla sinta

7

1 calice di vino o 1 birra

Liquore extra a richiesta

Altri calici vino o lattine birra extra a richiesta


(Su prenotazione attraverso e-mail:comunimappe@gmail.com )
prenotiamo per ….. indicando se onivori, vegetariani o vegani seguito da vs numero cell o tel)


TRA LE 21 E LE 22
SCEGLIEREMO COME SECONDA TEMATICA DELLA SESTA FESTA DI CONVIVIALITÀ’ ROMSINTAGAGIANA:
LA RESISTENZA EUROPEA ROM E SINTA ED INNUMEREVOLI EPISODI DI SOLIDARIETÀ NELLE PERSECUZIONI E DEPORTAZIONI
TRA COMUNITà ROMANì ED EBREE.

LETTURE DI PROSA E POESIA

A
Lettura del poema familiare di resistenza di Simonetta Malinverno
B
Lettura di esperienze e vissuti di solidarietà tra genti rom, sinte ed ebree oppresse, perseguitate, deportate ed uccise dell’artista,regista ed attrice di teatro Carlotta Grillini
La Resistenza delle comunità stanziali o nomadi Rom Sinte in Europa è stata prevalentemente esistenziale e comunitaria e non ideologica (comunista, socialista,cristiana, liberale, anarchica ecc) come le altre formazioni partigiane contro la ‘legione nera’ nazi-fascista.
Lettura intrecciate alla prosa di poesie di poeti e poete sulla condizione di vita e sociale delle comunità e delle individualità Rom e Sinte durante gli anni della tirannide nazi-fascista in Europa.
Il testo ‘ROM E SINTI NELLA RESISTENZA EUROPEA DI A. Arlati, ha la caratteristica di documentare nella sua completezza fin’ora frammentaria ed incerta la Resistenza e la solidarietà delle comunità Rom e Sinte, ‘non di rubare i bambini’ come recita il pregiudizio ma piuttosto di saper accogliere nelle proprie comunità assumendosi un grande rischio, bambini e bambine ebree, figli o figlie di perseguitati, deportati, abbandonati o uccisi nei pogrom, rastrellamenti e deportazioni perpetuati dagli eserciti d’occupazione, dalle formazioni speciali delle SS o dalle bande irregolari nazi-fascisti.
I testi che leggeremo sono tratti dal saggio sulla ‘ Rom e Sinti Nella Resistenza Europea’ del glottologo e sinto-romanologo Angelo Arlati, Edizione UPRE-ROMA-Milano 2022.
I testi di poesia tratti dall’atlante poetico romanes di Pino de March – edizione Versitudine 2022.
Musiche del violinista musicista Vladimiro Cantaluppi.

DALLE 22 ALLE 24
S-CONCERTO MUSICALE ROM-SINTO-GAGIANO
MUSICA, BALLO E DANZA ROM-SINTO-GAGIANA
INTERMEZZI DI DANZE ROMANì: ROM E SINTE CON FIGURE GENERATE DALL’ARTISTA ANJA E DAL MAESTRO AGHIRAN DI DANZA E BALLO ROMANì

Musiche del violinista Vladimiro Cantaluppi ed altri musicisti amici-che dei romanì (Rom e Sinti).
L’EUROPA CHE VORREMMO
Nei giorni successivi alla nostra FESTA METROPOLITANA DI COMUNITÀ ROMSINTAGAGIANA l’8 e 9 giugno si voterà per l’Europa che vorremmo inclusiva di culture minori siano esse native, derivate o migranti, desiderate o immaginate,
ed ecologica e sociale con nuove desiderate e proporzionali forme di vivere ed abitare in relazione con gli altri esseri viventi o nature: in forma di eco-socio-villaggi romanì (micro-aree rom o sinte) e città eco-sociali futuriane.

Perché?
Perché non vogliamo nè desideriamo continuare a vivere o sopravvivere nella separatézza e nell’auto-distruzione quotidian
a, in città a ‘misura di portafoglio e speculazione’, assistere ad una decadente metamorfosi delle nostre città: sempre più desertificate,deprivate di vecchi alberi per ‘costituzione art. 9’ e per noi nuovi cittadin@, e nemeno a cementificazione, gentrificazione, con piani e progetti urbanistici ancora tardo-modernisti o ispirati a culture ‘tardo-industriali’ e ‘fossilizzate’, ove la forma del vivere individualista ed antrocentrica prevale su quella comune ed eco-socio a-centrica.
Forme di vita urbane avviate all’estinzione con le altre specie viventi che co-evolvono con noi.
Intendiamo attivare una disobbedienza popolare e civile per raggiungere una pace duratura ed una giustizia umana, sociale e climatica che non può che passare per il disarmo nucleare, la fin di quel perverso e complesso sistema finanziario,industriale, militare e politico genocida ed ecocida e dell’interconnesso e colossale commercio delle armi, delle missioni ‘umanitarie’ nel mondo a tutti gli effetti avamposti militari e neo-coloniali.

APPROFONDIMENTI:
STORIA E MEMORIA DI UNA LUNGA VICINANZA, AMICIZIA, CONVIVIALITÀ E RELAZIONALITÀ TRANS-CULTURALE TRA SINGOLARITÀ E COMUNITÀ ROM, SINTE E GAGE’ IN VIA ERBOSA 17-BOLOGNINA (BO)
La vicinanza tra ‘l’area sosta”e la ‘Zona Ortiva’ ha permesso di tessere buoni rapporti vicinali e solidali espressi con l’assegnazione di orti urbani ad alcuni abitanti Sinti ,fin dall’insediamento di quella comunità terrorizzata e dispersa.

Tra le altre cose è da menzionare le attività di cura,igiene e pulizia dei servizi comuni degli orti per diversi decenni da parte di una abitante (Silvia) del ‘campo sosta’: quali bagni, cucina, sala di gioco, socialità e cultura per i soci ed anche la sala d’amministrazione.
Infine proprio a patire dalla prima decade dl XXI sec. con l’istituzione della ‘commissione delle culture’ degli orti (culture in senso naturali,umane e sociali) attivatasi con il trasferimento in Zona Ortiva della ‘Libera comune università pluriversità bolognina’, ed il sostegno solidale degli esecutivi e delle presidenze di Antonio Varano e Marinella Africano,
è stato possibile proprio in quelli anni intensificare e consolidare non solo i già esistenti rapporti sociali di vicinato ma soprattutto nuovi ed insoliti rapporti inter-culturali.
Relazioni che hanno portato alla creazione di una ‘zona di contatto ed interazione’ cittadina tra le comunità Rom (Aghiran, Livio),le comunità Sinte(T.Fulli) e quelle Gagè (P. de March,M. Cremaschi) la costituzione dell’Associazione MIRS -MEDIATORƏ INTERCULTURALƏ ROM E SINTƏ;

dato che tra i soci fondatori vi erano docent3, attivist3 culturali e sociali di diversa provenienza etnolinguistica Rom, Sinta e Gagè, si sono poste le basi per una riflessione critica sulle modalità ‘tradizionali di indifferenza e di assimilazione culturale’ nelle trasmissioni di culture e saperi sia nella forme della scolarizzazione come nelle altre forme istituzionali e culturali della società del dopo guerra;
vale a dire che i programmi e le didattiche scolastiche non riconoscevano e non riconoscono ancora oggi (2024) sia le culture disperse romanes o la minoranza etno-linguista Rom e Sinte dispersa e tantomeno quella della diaspora ebraica Yddish o sefarfita (non siionista o non israeliana), a differenza invece delle altre minoranze territoriali italiane che proprio per la loro presenza addensata, stabile e territoriale possono godere, non solo di diritti civili e politici ma anche di diritti culturali, con l’istituzione di proprie scuole di ogni ordine e grado, e mi riferisco alle comunità slovena, tedesca, francese, albanese, grecale ecc.);
questo avviene per una interpretazione restrittiva dell’art. 6 della Costituzione Italiana, contestata negli anni ’90 da una Direttiva della Comunità Europea che chiedeva agli Stati membri di rimediare a queste interpretazioni restrittive e limitative delle libertà culturali, e di andare a riconoscere nelle istituzioni scolastiche e culturali pubbliche sia le lingue che le culture delle minoranze disperse e de-territorializzate (senza territorio) romanes ‘zingare’ ed ebree ‘Yddish”.
Questo disconoscimento delle lingue (dialetti romanes: Rom e Sinte) e delle loro culture praticate (romanes: Rom e Sinte) parlate in famiglia e nelle loro comunità è all’origine spesso di ‘rifiuti e passività’ scolastica e si è giunti a formulare per questo disagio culturale diagnosi psicologiche assurde di ‘fobia scolastica’ verso queste marginalizzate e disciriminate nuove generazioni di Rom e Sinte, oppure per gli ‘ebrei della diaspora’ a ricorrere ad iscrizioni in scuole private legalmente riconosciute dallo Stato Italiano e promosse da Fondazioni delle comunità ebree Yddish o sefardite in Italia.
A partire da questi primi nuclei riflessivi trans-culturali abbiamo promosso come ‘Comunimappe- Libera Comune Università pluriversità Bolognina’ in una costante cooperazione culturale con il Cesp-Centro Studi per la Scuola Pubblica – del Sindacato di base -Cobas Scuola, un corso d’aggiornamento (referente del corso Pino de March e coordinatrice Lucia Argentati) per Docenti, ATA(Ausiliar3,Tecnic3 ed Amministrativ3) e student3, a cui hanno fatto seguito la produzione di didattiche alternative e suppletive ove si faccia memoria attiva di quelle culture molecolari e disperse romanes all’interno dei vari corsi di studio primario e secondario;
materiali di ricerca trasformatisi in nuove unità didattiche alternative all’interno delle istituzioni cittadine scolastiche primarie e secondarie da parte dei docenti che abbiamo in-formato, aggiornato ed incontrato sulle culture ed arti romanes.
A partire da queste prime riflessioni abbiamo avviato l’esperimentazione di nuove relazioni attive,educative ed istruttive trans-culturali nelle scuole e nel territorio metropolitano bolognese al fine di valorizzare le storie e le memorie comuni Rom,Sinte e Gagè (non Rom o non Sinte).
Siamo partiti elaborando e producendo una Mostra fotografica itinerante nelle scuole e nelle Università sul Porrajmos o sullo sterminio nazi-fascista dei Rom e Sinti e sulla Resistenza esistenziale dei Rom e Sinti in Europa (Raffaele Petrone,Matteo Vescovi, Rocheggiani)
, e col prendere in considerazione le loro culture orali e le molteplici lingue e dialetti romanes parlanti nelle loro comunità disperse, – prevalenti tra loro: nota è la tesi di laurea del linguista, glottologo e rom-sintologo) A. Arlati sui dialetti Rom e Sinti in Italia, e la sua standardizzazione della lingua romanes;
inoltre nei nostri laboratori ‘transculturali’ nelle scuole bolognesi e nelle nostre attività territoriali sulla ‘memoria attiva del Porrajmos e la Resistenza dei Rom e Sinti’, non abbiamo mancato di sottolineare il ruolo creativo degli artisti e dei musicisti romanì (Rom e Sinti) oltre che la presenza di molte altre loro figure significative in altre arti e mestieri dei romanì in Italia come in Europa;
per ovviare a questa plurisecolare assimilazione e dimenticanza abbiamo prodotto una serie di tavole fotografiche che riprendono le figure dell’intellettualità romanì (Rom,Sinte) del mondo dell’arte,della musica,dello spettacolo, dello sport, della scienza e della tecnica (Francesca V.)
Io – Pino de March – docente di scienze sociali ed umane e co-fondator3 con Marinella Africano e Paolo Bosco ed in seguito M. Cremaschi, Francesca V. ed altri ed altre della ‘Libera Comune Università Pluriversità Bolognina ho curato la ricerca e l’auto-produzione di un’atlante poetico romanes sui poeti e le poete romanì (Rom e Sinte) e l’auto-produzione di una ricerca sulla ‘Trans-letteratura romanes’ o sulla dimenticata letteratura trans-nazionale romanes prodotta da parte di scrittor3 romanì (Rom,Kalè,Manouche ecc), e da cui si sono realizzati materiali o dispense storico-culturale prodotti da P.de March, curate da M. Cremaschi ed editi da Versitudine 2023.
Ne sono seguiti dei simposi transculturali con relativi dialoghi sulla condizione umana e sociale delle comunità Rom e Sinte e in uno di essi, che avvenivano tutti nella vecchia casetta o sotto il tendone della Zona Ortiva, abbiamo realizzato la presentazione del libro ‘Razza di zingaro’ illustrato con tavole pittoriche del premio Nobel Dario Fo, con docent3, ATA (Ausiliar3,Tecnic3 ed Amministrativ3, ortolan3, cittadin3, student3.
Si tratta di un storia dimenticata di un pugile sinto-tedesco Johann Trollmann (detto Rukeli) che in seguito all’affiorare di un’onda razziale nella società tedesca, la Federazione del pugilato filo-nazista decisero con un incontro truccato di scippare il titolo di campione nazionale di pugilato di categoria pesi ‘medi’ (75 kg),sostenendo che uno ‘zingaro’ non poteva rappresentare la Germania nazista alle IX Olimpiade di Amsterdam del 1928; nella sfida asimmetrica finale per il titolo di pesi ‘medi’ (75 kg)con un pugile ariano-nazista di pesi massimi (91 kg), Rukeli sapendo di perdere non per la sue scarse abilità ma per una sproporzione di forza, si presentò sul ring con la faccia dipinta di bianco ‘clown’ ed esordì dicendo: ‘stasera non perderà un bruno-sinto ma un bianco-ariano.
Pochi anni dopo a questo rifiuto razziale e alla sua marginalizzazione ‘Rukeli’ fu deportato ed assassinato in un campo di concentramento, e là sottoposto ad umiliazione e a lavori forzati.

Dall’aprile del 2017 abbiamo dato vita con sapori, balli, musica, pensieri, poesia,danze e balli
all’annuale FESTA METROPOLITANA DI CONVIVIALITÀ ROMSINTAGAGIANA , sotto il tendone verde della Zona Ortiva, ad esclusione del 2020 (per covid 19) e poi del 2022, anno di memoria significativa’ per i Rom e Sinti italiani e non solo, in quanto il 18 luglio del 2022 ricorreva il ‘seicentesimo’ anniversario (1422-2022)
della presenza documentata in città dalle cronache bolognesi ‘La Varignana e la Rampona’ di una nutrita comunità errante ‘egiziana’, che trovò ospitalità delle autorità comunali – a quel tempo del Legato Pontificio,visto che il Senato cittadino era stato sospeso a seguito di un’ennesima rivolta popolare contro l’ingerenza e la supposta supremazia sul popolo del potere temporale ecclesiastico-, conclusosi con l’abbattimento della Rocca Pontificia);

ospitati’ seppur nelle note condizioni di marginalità da sempre loro riservate, nell’area adiacente a Porta Galliera , tra le rovine della Rocca Pontificia;
le cronache narrano anche della nascita in quei giorni di permanenza in città di un/a bambino/a ‘egiziana’ in Campo Grande ora denominata Piazza 8 Agosto.
In quel tardo medioevo europeo e bolognese ‘I Rom e i Sinti’ erano ancora considerati un popolo di erranti (Errones) o di egiziani pellegrini, in quanto le tradizionali fonti religiose li consideravano una tribù dispersa e maledetta d’Israele, e ritenuti erroneamente figli di Cush, della tribù di Cam uno dei figli di Noa, figlio accusato dal padre di averlo deriso nella sua nudità ed ubriachezza, e proprio per questa mancanza di rispetto cacciato di casa e maledetto, lui e tutta la sua stirpe.
Tutto questo secondo interpretazioni mitiche delle genti antiche tratte dalle mappe antropologiche bibliche tenute in grande considerazione in quel tempo, considerati anche per il loro colore bruno genti ‘egiziane’, però riconosciuti solo tardivamente da un linguista e ziganologo (o romanologo) slovacco Samuel Agustini ab Hortis (1729-1792) come popolazioni romanì (Rom e Sinta) provenienti non dall’Egitto ma dall’India del Nord parlanti volgari dialetti ‘pracriti’ di derivazione ‘sanscrita’.
La nascita di quel bambino o bambina romanì (Rom o sinta) a Bologna rappresenta la prima documentata nascita in Europa di queste nuove minoranze europee di ascendenza indiana, seppur ibridati nelle loro lunghe migrazioni.
E proprio in quella mattina del 18.7.2022 con la Vicesindaca del Comune di Bologna Emily Clancy (Coalizione Civica) in presenza dei rappresentanti delle Comunità Rom e Sinte dell’Emilia-Romagna,del Movimento politico e culturale -Rom e Sinto Kethanè (insieme) del Mirs-Mediatori interculturali Rom e Sinti (area metropolitana bolognese) e della Libera Comune Università pluriversità bolognina è stata posta sotto l’arco di Porta Galliera (Porta principale della città ove furono accolti dal legato pontificio in quel lontano tempo) un targa in memoria che evidenzia questa presenza plurisecolare dei romanì (Rom e Sinti) ed anche si segnala in quella targa che quella nascita in Campo Grande rappresenta la primogenitura di una componente ormai plurisecolare, non di nativi, ma italiani ed europei di ascendenza indiana.
Vogliamo ricordare l’impegno dedicato e la generosa cooperazione tecnica e culturale dell’architetta Federica Legnani responsabile del Patrimonio urbanistico del Comune di Bologna, nel seguire e darci tutte le informazioni necessarie per approdare all’autorizzazione della Sovrintendenza alle Belle Arti e del Comune di Bologna per la collocazione della targa-memoria di presenza plurisecolare in città di queste nuove e derivate ‘comunità europee di ascendenza indiana’, Rom e Sinte.

ROMANZO STORICO-CULTURALE DI COMUNITÀ E DI RESISTENZA
‘PRIMA DI APRIRE GLI OCCHI’ DI MORENA PEDRIANI ERRANI

A Presentazione dell’Editore indipendente Giulio Perrone
“Nelle notti di vedetta, illuminate dalla brace di una cicca, Jezebel sa che le risposte possono arrivare solo dal vento. La forza, l’intensità del soffio, sono messaggi degli antenati, indicazioni per comprendere come muoversi tra ingiustizie, violenza, soprusi ma anche gioie quotidiane, sogni, ambizioni. Nel pieno del ventennio fasci sta la ragazza scopre fin da giovane quanto sia difficile sopravvivere: anche se in quei luoghi è nata, anche se lì sono cresciuti i suoi antenati, non mancano abusi e vessazioni; su tutti, quello di chiamare alle armi, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, gli uomini sinti per farne carne da battaglia. In questo contesto Jezebel decide di unirsi alla lotta partigiana, per difendere la sua gente, nella speranza di far parte di un gruppo che possa mettere fine all’orrore della guerra. La storia di Jezebel è il canto di un popolo inascoltato, tenuto ai margini, su cui mai si volge lo sguardo. Una sola richiesta ci viene fatta dalla ragazza nelle prime pagine, da subito, e per l’ennesima volta, di non voltarci dall’altra parte, di non chiudere nuovamente gli occhi. ”
B
Intervista a Morena Pedriali Errani con l’editor o il curatore Antonio Esposito in Giudittalegge.it

‘Prima che chiudiate gli occhi ‘segna l’esordio, pieno e maturo, di Morena Pedriali Errani nella narrativa. Racconta la storia, ancora troppo misconosciuta, del contributo alla Resistenza italiana e alla lotta per la libertà del popolo sinti. Nello stesso tempo assolve a un compito importante: dare voce al popolo sinti italiano perché possa raccontare direttamente la storia di cui è protagonista.
Quando il testo è arrivato in casa editrice, – chiedo ad Antonio Esposito, editor o curatore per Giulio Perrone Editore, cosa è successo?
A: In realtà il manoscritto di Pedriali Errani era atteso in redazione. Pochi mesi prima mi era capitato di leggere sulla rivista letteraria ‘Narrandom’ un suo racconto dal titolo Alla cenere, in quel testo breve c’erano temi legati alla leggenda, la memoria, il tempo, il rapporto con la famiglia che mi avevano incuriosito e spinto a mettermi in contatto con l’autrice. Quando mi sono presentato e le ho parlato del nostro progetto narrativo Morena mi ha raccontato la storia che stava scrivendo, mi ha inviato delle pagine ed è andata avanti con la stesura. Poi per qualche mese non ci siamo sentiti, fino a quando non si è rifatta viva con il manoscritto definitivo. L’ho letto, insieme abbiamo discusso le possibili modifiche, e poi ho presentato la storia a Giulio, l’editore, che subito si è mostrato entusiasta.
E quando Morena Pedriali Errani è arrivata in casa editrice cosa ha provato e cosa si aspettava?
M: Ho provato subito un senso di accoglienza: è raro, per i temi che il romanzo tratta, che dall’altra parte ci sia disponibilità di ascolto, prima ancora che di confronto. Per me, è stato, quindi, estremamente prezioso trovare questa disponibilità prima nell’editor e poi in tutta la casa editrice. In realtà, non so cosa mi aspettavo, ma so cosa desideravo con tutto il cuore, ossia che la storia di mia nonna e dei partigiani rom e sinti italiani venisse, finalmente, ascoltata. La gridiamo da quasi cent’anni, ma ancora non è riconosciuta (prima ancora che conosciuta). Per me era fondamentale il messaggio, il valore familiare e collettivo, che il romanzo voleva portare e ho, quindi, accettato volentieri le modifiche proposte da Antonio, perché questo messaggio avesse una forma più potente e chiara.
La narrazione è in prima persona, affidata alla protagonista del romanzo, e si muove come un’altalena spinta dal vento avanti e indietro nel tempo, dal ventennio fascista alla Resistenza scattata all’indomani dell’8 settembre 1943. Una voce lirica, poetica e potente. Una dichiarazione d’amore incondizionata da parte di Morena Pedriali Errani alla propria gente, ai loro sacrifici, alle loro tradizioni e valori. Perché se la prima immagine della protagonista che ci accoglie è nel freddo di un nascondiglio partigiano nel 1944, poi si torna indietro al 1936, quando era fanciulla in un campo in fibrillazione nel momento in cui le carovane si preparano a partire sulla scia del destino e di nuove scoperte.
Dove e come nasce, Morena, una prima persona così matura e consapevole, di magistrale tenuta fino alla conclusione del romanzo?
M: La prima bozza del romanzo nasce dalla necessità di attraversare un lutto, la perdita di nonna Fiamma, che è stata per me fonte di ispirazione e figura fondamentale di formazione e crescita. Attraverso il suo esempio ho potuto vedere il mondo con i miei primi occhi, respirarlo così come faceva lei, senza filtri e a testa alta, nonostante tutto. C’è stata la necessità di camminare dentro questo dolore, di elaborarlo, di parlarci. Così sono nate le prime pagine, scrivevo spesso tenendo una sua foto di fianco al quaderno e quando mi fermavo e la guardavo era come se fosse lei a suggerirmi le parole. C’è stato anche il luogo da dove vengo, il circo e le mie origini etniche. La storia delle persecuzioni imbevute nell’oro delle nostre lacrime, nelle risposte che abbiamo dato all’antiziganismo nei secoli. Una cosa che amo e rispetto profondamente del popolo al quale appartengo è l’umanità che è riuscito a conservare nonostante tutto, la cura dell’altro, il ritrovarsi continuo. Il sapere, anche senza parlare, come si vede il mondo comune, la vita. Non credo che sia la mia personale voce ad essere matura, ma tutte le voci che mi hanno portato dove sono ora e quelle degli antenati che mi stanno sulle spalle, le donne e gli uomini sinti che ancora oggi resistono, nonostante tutto. 
Come si comporta l’editor, di fronte a una voce così intima, introspettiva e accorata? Qual è il ruolo di supporto che il suo sguardo esterno può offrire alla scrittura?
A: In casi come questo, compito dell’editor è predisporsi all’ascolto, cercare di comprendere la voce e le intenzioni della storia. Più volte, durante il lavoro sul testo, mi è capitato di dover chiedere supporto a Morena per evitare fraintendimenti o di innescare con i miei interventi qualche sorta di fraintendimento. Ad esempio, tutta la riflessione sulla sezione “Canta vento gelido” è stata accompagnata dallo studio di alcuni testi del filologo Heinrich von Wlislocki, utili a comprendere il senso di certi simboli e aspetti della tradizione orale romanì. In due parole: ascolto e studio hanno permesso che l’editing avvenisse nel pieno rispetto dei temi, della voce e degli obiettivi che Morena si era data.
Canta vento gelido è un racconto che scorre parallelo e intrecciato al racconto principale, e segna un momento poetico e lirico più intenso rispetto al resto della narrazione, che pure fa dell’equilibrio sapiente tra narrazione e liricità una caratteristica del proprio tratto. A quelle pagine, in corsivo nel libro a sottolinearne maggiormente l’intimità, è affidato lo svelamento delle origini di Jezebel. Ma come indicava Antonio sono anche i momenti in cui i simboli, le tradizioni, i racconti e i miti del popolo romanì risaltano con maggiore incisione.
Prima che chiudiate gli occhi, Morena, è anche una dichiarazione d’amore alla tua gente? E se Antonio, come ci raccontava, si è affidato al filologo Heinrich von Wlislocki, tu, Morena, di quale guida hai avuto bisogno per raccontare non solo la vicenda della partigiana Jezebel insieme ai suoi compagni, ma anche a tracciare la storia e le tradizioni del popolo romanì?
M: Non è soltanto un canto d’amore per il mio popolo (sentimento certamente presente in ogni riga che scrivo), è un canto di rabbia e dolore collettivo a cui cerco di dare voce. Ci tengo molto che passino anche questi due sentimenti, non certamente facili, perché vanno validati e percorsi insieme a noi.
Per quanto riguarda le fonti, la principale è stata la mia famiglia. In secondo luogo, le voci dei sinti sopravvissuti all’Olocausto, ho studiato a lungo le loro interviste, mi sono confrontata con i nipoti o i discendenti, volevo che la storia fosse anche loro. A livello storico, mi ha aiutato molto Luca Bravi, storico pratese che da anni lavora insieme a noi al riconoscimento della Memoria rom e sinti e Michele Andreola, guida di Auschwitz.
Quali sono i motivi dell’editor, invece, che hanno spinto a pubblicare questa storia e a essere parte integrante della diffusione di queste voci così incisive e importanti da conoscere per capire che il popolo italiano non è un’identità unica e omogenea, ma per fortuna molto più sfaccettata e molteplice?
A: I motivi della scelta sono tutti nel testo. La narrativa degli ultimi anni tende sempre più al racconto delle storie vere, mette l’accento sul suo valore testimoniale e spesso mette al centro della vicenda romanzesca il singolo, l’io. Il tipo di testimonianza proposta da Pedriali Errani, invece, si sviluppa intorno al noi, attraverso le figure di Jezebel e del vento; dove il vento è metafora del noi, di una comunità che agisce nella Storia facendo leva sul proprio bagaglio culturale e esperienzale. Questo è forse ciò che più ci ha colpito della scrittura di Morena, insieme alla sua capacità di portare in prosa aspetti e simboli che solitamente era abituata a utilizzare per le composizioni poetiche.
All’interno del rapporto tra Jezebel e la comunità romanì, ricco e fecondo di implicazioni, rimandi e suggestioni, che tu, Morena, descrivi con grande ricchezza di dettagli e particolari, creando figure incisive e memorabili, consistente e tenace, ricco di pathos e di emotività è anche il rapporto che lega Jezabel al padre, a ricalcare un concetto importante di eredità, che non è quello patrimoniale ma valoriale ed etico.
Cosa lega e cosa separa Jezebel e il padre?
M: Nel rapporto tra Jezebel e il padre volevo trasporre quello reale tra me e mio padre. È così profondo proprio perché formato dalle difficoltà affrontate insieme. Quando la ferocia dell’antiziganismo copre ogni aspetto della tua vita, tramandare la cultura ai tuoi figli non è solo un atto di resistenza, ma, io penso anche di profondo amore. Mio padre è riuscito a rimanere umano, nonostante tutto e volevo rendergli omaggio a modo mio. 
Se c’è tanto che lega Jezebel e il padre, come la necessità di difendere e tramandare la cultura e la resistenza sinti, a dividerli c’è l’età e con questa un approccio diverso a traumi comuni. Se Nehat si rifugia in una calma follia, che però alla fine si scopre saggezza, e trasforma la rabbia in arte, Jezebel invece ha bisogno di agire e trasforma la rabbia in lotta armata. Allo stesso tempo credo che siano due personaggi che non potrebbero esistere l’uno senza l’altro, non ho pensato a Nehat come a una figura di sfondo o, comunque, solo funzionale a Jezebel, li ho pensati come entrambi protagonisti, in modo diverso. È davvero toccante per me vedere come tante persone che hanno letto il libro, abbiano colto l’intensità di questo legame.
Qual è stato per l’editor il personaggio più facile e quale quello più difficile da gestire in fase di editing?
A: È una storia che non ha personaggi facili, questa. Ce ne sono alcuni che in fase di editing non sono stati toccati: fedeli alle azioni, i gesti e le parole della prima versione. Altri hanno nel tempo trovato un equilibrio e una definizione maggiore di revisione in revisione. Eppure ognuno doveva sottostare alle logiche di una storia che, per temi, si pone al di sopra delle scelte stilistiche e formali dell’autrice. 
Giunti all’ultima domanda, con profonda gratitudine per la generosità e ricchezza delle risposte, torno all’inizio: al bellissimo titolo, tanto quanto la copertina.
Prima che chiudiate gli occhi: a chi la scrittrice si rivolge con il titolo, e a chi l’editor?
A: Potrebbe sembrare retorico ma: l’editor rivolge il titolo a sé stesso e a chi come lui – per pregiudizio o ignoranza – non conosce o non ha mai provato ad approfondire le istanze di un mondo così vicino e ignorato.
M: Con il titolo mi rivolgo proprio ai lettori. È una richiesta e insieme un monito. Ricorda come gli occhi siano stati chiusi fino ad ora ma chiede di non chiuderli più, di tenerli aperti su ogni ingiustizia del presente per evitare che il passato bussi ancora alla porta (e, nel caso di rom e sinti, per scrivere da capo un presente più inclusivo perché questo passato per noi vive ancora oggi). 
Dedica: a te, Marilena, che sei specchio della mia anima e riflesso brillante del mio sentire, perché insieme tenendoci per mano stiamo cercando di dare voce a chi crede di non averla.
C
Presentazione di Bettina Delia del testo ‘Prima che chiudiate gli occhi’ di Morena Pedriali Errani in universoletterario.it

“ll grido silenzioso di una giovane donna
Jezebel è una giovane donna che la sera ama perdere lo sguardo nel fuoco. Lì trova la sua forza, a volte le sue risposte. È semplice immedesimarsi in una ragazza che vuole essere libera: desidera soprattutto proteggere il suo popolo.
Il periodo storico lo conosciamo bene: il ventennio fascista e lo scoppio della seconda Guerra mondiale. Le barbarie dettate dalla sete di conquista cancellano la serenità di chi vorrebbe solo crescere. Il punto di vista è del tutto innovativo: una fetta di società ai margini.
Chiedo aiuto al vento.
Non basta morire: devo raccontare, prima che la morte venga a prendersi tutto,
prima che il plotone esegua l’ordine, prima che voi chiudiate gli occhi.
E li chiuderete, vi prometto che li chiuderete.
Ogni parola è carica di rabbia, di paura, di veleno. Ecco che il lettore è immerso nel mondo colorato e spigoloso dei sinti, un popolo mai ascoltato e tenuto in disparte, spesso disprezzato.
Uno stile potente.
Il romanzo si fa leggere con il fiato sospeso, quasi un singhiozzo dentro la storia. Uomini e donne saltellano da una fune all’altra, guardandosi negli occhi e cercandosi nella paura. La scrittura è raffinata, ricercata e spesso poetica: porta con sé la potenza della rivolta.
1 Il fascismo
In questo periodo difficile i luoghi sicuri come la propria casa vengono messi in discussione. I sinti continuano a raccogliersi intorno al fuoco e a tenerlo vivo con la speranza, la grinta, la rabbia. Respirano insieme all’eterna illusione che quella sia casa, iniziano ad avere paura e nasce in tutti una frattura. “Canta il canto dei suoi antenati” Jezebel, e a volte è senza voce.
Mentre gli uomini sinti sono chiamati a combattere per diventare carne da macello, lei decide di unirsi alla lotta partigiana per dare un contributo. Vuole proteggere se stessa e soprattutto dare nuova forza al grido straziato del suo popolo. È un’eroina senza schemi, in bilico tra il mondo in battaglia e il suo popolo incompreso. Lo sguardo dell’autrice è sincero, lei stessa oggi è attivista e in prima linea per i problemi del suo popolo.
Così è la storia dei piccoli e dei grandi diavoli, molti dei quali non sono diavoli ma umani e camminano tra noi, sulle spalle della nostra diaspora e di questi lunghi secoli.
Così è la storia di come noi sinti alziamo la testa e insieme, tutti, pur nelle fiamme, cantiamo.
2 Spazio alla tenerezza: ripararsi allo scoppiettare del fuoco
È quasi una coccola: trovare il personaggio che porta gioia e disegna con chiarezza un cerchio all’interno del quale seminare e proteggere la tenerezza. Questo cerchio è quasi visibile al lettore.
È l’idea di ragazzini e bambini seduti intorno al fuoco con gli occhi pieni di sogni e voglia di sapere. La curiosità li fa piccoli, hanno tanta voglia di crescere, così tanta che non trova posto in un cerchio fatto di manine che si cercano e aspettano una storia. Il papà di Jezebel è la voce di queste storie e ha coraggio: un personaggio forte che fa innamorare.
Fuori la Guerra ribolle, pronta a scoppiare, e lui scende in campo, la Tenerezza è la sua arma più forte. Ecco, oggi come durante il fascismo, la tenerezza può salvare dalla tristezza del mondo: è bello quando un libro ce lo ricorda.
Questo libro la fa provare sulla pelle: non esiste regalo più bello.
Sono terrorizzata.
So che mio padre vede oltre le cose, ma non voglio entrare in quello che vede. Prometto e basta, sperando sia soltanto una premura inutile, una manciata di parole pronte a sfumare nella notte. “Nulla muore quando è amato”.
3 Conclusioni
La storia di Jezebel, una ragazza che si affida al vento per avere risposte, è anche la storia di tutto il popolo sinti. Il tempo è un’illusione, il contorno è celebre: il punto di vista dell’autrice è unico. Pesca in fondo al pozzo delle sue emozioni, di ciò che per lei è giusto.
Testo elaborato da Pino de March come co-fondatore, ricer-attivista ed accordatore di Comunimappe o della Libera Comune Università pluriversità Bolognina
PER INFO: COMUNIMAPPE.ORG
PER CONTATTI: COMUNIMAPPE@GMAIL.COM
Nella email indicate le vostre desiderate: onivore,vegetariane o vegane o per altre informazioni sulla festa o su altro.

SIMPOSIO DI PRIMAVERA 2024

IL MANICOMIO NON E’ UNA STRUTTURA, IL MANICOMIO E’ UN CRITERIO (Giorgio Antonucci)

SOFFOCARE!

23 -24 MARZO PRESSO IL CENTRO SOCIALE DELLA PACE -VIA DEL PRATELLO 53-BOLOGNA

Il Simposio è auto-organizzato da Comunimappe – Libera Comune Università Pluriversità Bolognina in cooperazione culturale e sociale con Centro di Relazione Umane(Bo), il Circolo anarchico ‘Camillo Berneri’ (Bo) ed il Centro Sociale della Pace (Bo).

Simposio che dedichiamo all’instancabile attività di Giorgio Antonucci che si è battuto per ridare dignità, libertà, autonomia e diritti a coloro ai quali tali facoltà erano state soppresse.

Giorgio Antonucci attivo e sensibile medico, psicoanalista, poeta e filosofo della critica radicale alla psichiatria.

Giorgio Antonucci iniziò ad occuparsi della questione psichiatrica con l’evitare i ricoveri coatti già nei primi anni ’60; successivamente con Franco Basaglia e altri-e, si è battuto al manicomio di Gorizia contro l’uso dell’elettroshock sulle donne, terapia già superata per gli uomini.

Negli anni ‘70 a seguito dell’esteso dibattito sulla psichiatria che coinvolgeva la gran parte della società civile, movimenti e media tradizionali ed alternativi, G. Antonucci organizzava a Imola in Reparti psichiatrici ancora chiusi mostre d’arte e concerti di musica classica aperti alla cittadinanza.

Divenuto primario, la sua battaglia si amplia anche sull’inopportunità scientifica della diagnosi da sempre da lui rifiutata, completando così le sua rivoluzione scientifica, culturale e sociale con l’autogestione dei reparti da lui diretti.

Però non posso dimenticare (io pino de march) e citare in quest’occasione di fare ‘memoria attiva anti-segregativa, anti-medicalizzante ed anti-psichiatrica’ il dott. Edelweiss Cotti per la personale conoscenza ed esperienza sul campo ‘concentrazionario’ imolese come studente universitario ricerc-attivo (estate-autunno 1974) sulle ‘istituzioni totali’, in quelli anni di radicale mutazione antropologica e sociale, ma soprattutto per l’esperienza di messa in discussione da lui operata delle strutture manicomiali e l’attivazione di pratiche relazionali e comunitarie; nel gennaio 1968, fu chiamato da Franco Basaglia ad un incarico importante, in un reparto psichiatrico presso l’Ospedale di Cividale del Friuli, ove operò con altri colleghi quali: il dott. Giorgio Antonucci ed il dott. Lepoldo Tesi (proveniente dall’Ospedale di Gorizia). I tre rimasero a Cividale del Friuli per otto mesi, riuscendo a portare avanti il proprio operato secondo pratiche trasformative già sperimentate all’ospedale psichiatrico di Gorizia, che portarono allo scontro con le locali autorità politiche ed amministrative, e all’allontanamento forzato del dott. Cotti.

L’amministrazione locale di Cividale del Friuli non si mostrò per nulla favorevole all’apertura del reparto alla città, e dispose persino l’uso della forza pubblica (chiedendo l’intervento della celere di Padova) per riportare i pazienti in reparto e per interrompere l’esperimento da loro intrapreso, nonostante il favore della popolazione, che partecipava numerosa ed interessata alle riunioni assembleari di pazienti, medici, infermieri e familiari aperte al pubblico, in cui Cotti illustrava i metodi proposti di de-istituzioanalizzazione e di fare di quel reparto un Centro di Relazioni Umane e sociali come proponeva il dott.Antonucci.

Il dott. Cotti rientrato a Bologna ricevette l’incarico di organizzare i servizii neuropsichiatrici di Igene Mentale facenti capo ad ambulatori istituiti nel territorio provinciale di Bologna sotto la competenza dell’Ospedale Roncati: Bazzano, Vergato e Loiano; e come responsabile di un équipe medico-psico-pedagogico si occupò delle scuole elementari della Valle del Reno e del Bazzanese, contribuendo alla chiusura delle scuole speciale e all’eliminazione delle classi differenziate e all’introduzione nelle classi ricreate e ricomposte come comunità educanti ed includenti di obiettori di volontari/e come figure educative di sostegno.

Inoltre va menzionato del dott. Cotti l’apporto significativo da lui dato alla de-istituzionalizzazione, all’autogestione e alle pratiche di liberazione realizzate all’Ospedale psichiatrico ‘Lolli’ di Imola, a cui seguirono rilevanti dismissione e ritorni ai territori di provenienza delle persone ivi segregate, da lui promossi in qualità di primario di quella sopracitata secolare ed alienante struttura manicomiale.

Rinnoviamo la stima ai relatori e alle relatrici per le loro riflessioni critiche e relative pratiche sociali e ai convenuti e alle convenute, per il contributo che aporteranno al dibattito nel Simposio.

RELAZIONI, CONVIVIALITA’ E DIALOGHI

SABATO 23.03.2024

Ore 18.00 APERTURA DEL SIMPOSIO

Proiezione del video: “Gli occhi non li vedono”

Ore 18.30 NON TOGLIETE IL DISTURBO

Sergio dalla Val – Psicoanalista – Associazione culturale ‘La Clinica della Parola’.

Ore 18.50 IL REPARTO AUTOGESTITO: “La chiave comune”

Giovanni Angioli – Infermiere ex Manicomio Luigi Lolli di Imola

Ore 19.10 Pausa lavori

Ore 19.25 DALL’ARTE DI VIVERE ALLE ARTI NELLA GLOBALITÀ DEI LINGUAGGI

Stefania Guerra Lisi – Ideatrice della Disciplina ‘MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi con Scuola e Master Universitario Roma Tor Vergata

Ore 19.45 ‘ESTERNI IN INTERNO’

Fotografie di Massimo GolfierI ‘Abbiate Cura’ – Opere e installazioni di Katjuscia Fantini

Ore 20.05 Dibattito

Ore 20.30 Cena: Pillole in Salmì

Ore 21.30 Gran Gala della Non Psichiatria

Carmen Ferrante (voce, fisarmonica, tamburello)

Alessandro Basile (chitarra, mandolino)

Gabriele Ferrara (tamburello)

Domenica 24 Marzo 2024

Ore 10.00 PROSECUZIONE DEI LAVORI

Ore 10.30 DIFFERENZE DI GENERE NELL’INTERNAMENTO

LE DONNE FINISCONO PIÙ FREQUENTEMENTE DEGLI UOMINI NEL CIRCUITO PSICHIATRICO ? Elvira Reale – Psicologa Psicoterapeuta – Associazione Salute Donna

Ore 10.50 IL CENTRO DI RELAZIONI UMANE: IL LAVORO DI GIORGIO ANTONUCCI

Maria D’Oronzo – Psicologa – Fondatrice del Centro di Relazioni Umane

Ore 11.10 QUANDO DI PSICHIATRIA SI MUORE

LA TESTIMONIANZA DEI FAMILIARI DELLE VITTIME

Maria Cristina Soldi, Ilaria Esposito, Grazia Serra, Marcella Collaci

Ore 12.10 T.S.O: PROFILI GIURIDICI DI ANTICOSTITUZIONALITÀ’

A.S.O: UN MONSTRUM GIURIDICO

Michele Capano Avvocato – Associazione ‘Diritti alla Follia’

Ore 12.30 Pausa lavori

Letture polifone di Cinzia Russo e Germana Mazzeo

Ore 12.45 RECOVERY CITIZENSHIP: PIU’ EMANCIPAZIONE E MENO CONTROLLO

Luigi Gariglio – Sociologo

Ore 13.00 ESPERIENZA TRANS E PATOLOGIZZAZIONE DELLA VARIANZA DI GENERE

Elia Arfini – Sociologo

Ore 13.15 COLLETTIVO ANTONIN ARTAUD PISA

Ore 13.30 SOFFRO, GIOISCO E QUINDI SIAMO

SINTESI E SALUTI

Pino de March – Psicologo relazionale e docente di scienze umane e sociali

Cofondatore, ricercatore ed accordatore della ‘Libera Comune Università Pluriversità Bolognina’

Ore 13.45 Dibattito

Ore 14.30 PRANZO DI CHIUSURA

LUOGO DELL’EVENTO: CENTRO SOCIALE DELLA PACE

Via del Pratello 53 – BOLOGNA

(Autobus 21 dalla Stazione Centrale

ANTICIPO UNA TESTIMONIANZA SOFFERTA IN FORMA POETICA

Stitico … il dottore, io dentro

(TSO anno 2015)

Voci strane/pensieri strampalati/nudità scalze/borbottii./

Ventate di isolamento/in un ospedale psichiatrico./

Portano via/portano dentro/brandelli/

di vita scoperchiati/da mille e mille passi/

lenti, compresi, incompresi, sedati/io bipolare/ sconnessa sulle alpi./

Mute le siepi, contornano/mentre il sole e la terra/

si tengono a distanza/per non bruciarsi/

non bruciare gli ultimi/rintocchi, sedati, dal tempo/viaggiano proni/al cospetto dell’insipienza/

voluta, temuta, addolorata./

E la scrittrice alla ricerca dell’editore/vivo, non virtuale/mangia solo grissini/l’editore l’ha mandata in psichiatria./

La porta si apre,/si chiude,/sbarrata, nessuno può entrare/ne uscire./

La porta è blu, colore della calma,/sbammm,/ sbarra lucida, graffiata, di ferro/non si passa./

Chiusi dentro,/un carrello dei pasti/entra ed esce/

la sera urla, silenzio,/sono muta, chiusa fra me, non piango,/ma due, solo due lacrime sono scese./

Non mi sento, chiamo ore e ore al telefono,/non sono qua./

Voglio un cuore vicino al mio./Sono chiusa in favole,/ecco la fata, i fagetti, gnomi, le lucciole al cellulare/principi in cristalli di carta./

Solitaria osservo,/la mia penna vicina/

il taccuino troppo piccolo ma c’è, lo vedo, lo sento, lo voglio, mi vuole./

E’ quasi al termine/questo lasso di tempo/

dentro tutti i giorni urla sterili/fuori bianche lenzuola/ancora cibi insapori./

Questo tempo senza tempo/eppure ingordo di finire./

Gli amici li penserò vicinissimi,/Grazia, Matteo, Cinzia./E’ quasi al termine questo lasso di tempo

da matta./Ormai sdentata mi ridicolizzo/

oramai rugosa e tonda/e senza via, senza vento/

eppur lo penso il via col vento./

Favella il riccio bello e mi amo./

Qualcuno andrà ai Colli,/qualcun’altra a Villa Baruzziana, lì son peggio,/isolamento campagnolo lunare/in barella, io spero con le mie gambe di tornare a casa./

Rotolano pastiglie con le implorazioni/piccole, grandi scatole/piccoli bicchierini/qualcuno cade dal letto, femore rotto,/qualcuno ciabattando va, due minuti in tv,/la signora cerca la sua stanza, non la trova, non la trova … /

Un infermiere urla al paziente pazzo,/

il paziente pazzo urla all’infermiere/poi tutto tace/

la macchina del caffè scalpita, solo deca, solo deca,/ spiccioli, vuole spiccioli,/avete spiccioli ?/Venti, dieci, sessanta centesimi, scalpita la vigliacca … /

Fumo, fumiamo tutti, anche qualche infermiere/

a giorni le cicche tutte per terra/lo straniero pulisce./

Anni fa non pulivano neanche i bagni/e c’è stato un morto,/ mi racconta Matteo./

La porta sbatte :/sbammm/

ora di visite, un po d’umanità/il ragazza vede la mamma ed a tavolino con lei si calma./

Dov’è la mia mamma, oh amica mia almeno tu ci sei !/I parenti sono neri, gli amici no./

Quanti errori con tanti, tante anime !/

Arriva anche una tossicodipendente/

il paradosso è avere anche una paziente medico/e ciccio bello rock ? Provate a immaginarlo./

Una signora guarda in basso, la lingua a penzoloni/sporca assente una larva./

Dopo qualche giorno ha la forza di guardarti negli occhi./ Azzurri !/Ha l’aria ancora buona, sì/

si percepisce il mare/perché, fondamentalmente qui eravamo tutti buoni./

Poi Carolina, Anna Rosa, Angela solo storie nere di uomini neri, più neri./Medici scaltri, sfuggono./

Il peso della diversità./Gli errori della natura./

Mi ripete il medico,/- Sono stitico ma se le ho detto che mercoledì andrà a casa sicuramente sarà così,/ le ripeto sono stitico ma … /

A me pare il ghigno di un luminare… /

B ò ! Mercoledì sono uscita.

Marcella Colaci

ll Simposio è auto-organizzato da Comunimappe – Libera Comune Università Pluriversità Bolognina in cooperazione culturale e sociale con Centro di Relazione Umane(Bo), il Circolo anarchico ‘Camillo Berneri’ (Bo) ed il Centro Sociale della Pace (Bo).

Il collettivo Comunimappe adotta la ricer-azione come modo di concepire la ricerca, rivolta ad analizzare pratiche relative a campi d’esperienza, nel nostro caso pratiche trasformative delle esistenze assoggettate ed oppresse, da cui ne derivano approfondimenti e determinate conoscenze teoriche; rifiuta nelle sue prassi sociali atteggiamenti vittimistici che oscurano l’oppresso, l’oppressore e l’oppressione vissuta; utilizza approcci critici, intersezionali, relazionali, ecologici ed antropologici sociali, contro istituzioni e legami autoritari ed opprimenti le libertà e le autonomie delle individualità,dei gruppi-soggetto, delle comunanze e dei mondi di vita comune.

Il Centro di relazioni umane fondato dalla dott.ssa Maria D’Oronzo, già collaboratrice del dott. Giorgio Antonuci, si prefigge di dare seguito alle pratiche di liberazione del dott. Antonucci e di fornire a parenti ed amici di tutti e tutte coloro che sono sottoposti a pratiche psichiatriche, informazioni legali e sull’uso e abuso degli psicofarmaci.

Il Circolo anarchico ‘Camillo Berneri’ è uno spazio storico d’aggregazione politica, sociale e culturale cittadina, che ha ospitato per molti anni il ”Telefono Viola’, linea di SOS psichiatrico contro gli abusi e violenze psichiatriche. Ha diffuso nel tempo materiali ed informazioni riguardanti il manicomio ed il pregiudizio psichiatrico e sociale da esso derivante. Crea situazioni collettive per de-costruire stereotipi e stigmi sociali, culturali e di genere, inoltre nelle assemblee settimanali non si affrontano solo questioni sociali, ecologiche, d’autoritarismo: si praticano forme di mutualismo, ma è innanzitutto lo spazio dove si riconoscono e si analizzano crisi esistenziali e sociali in forma di di auto-socio-analisi. L’Assemblea del Circolo Anarchico ‘Camillo Berneri’

Il Centro Sociale la Pace è un luogo d’incontro intergenerazionale, autogestito ed aperto allacittadinanza. Promuove attività culturali e ricreative per favorire l’integrazione e l’attività sociale. Da Statuto del ‘Centro Sociale della Pace

per informazioni sul simposio: comunimappe.org per comunicazione con accordatori(Pino) ed accordatrici (Francesca) :comunippe@gmail.com

La Shoah e le altre pluriversità sterminate dalle legioni nere naziste e fasciste europee e dimenticate dalla legge che istituisce il giorno della memoria (27.01.)

La Shoah e le altre pluriversità sterminate dalle legioni nere: naziste e fasciste europee , e in seguito dimenticate anche dalla legge del 24 gennaio 2000, che istituiva il 27-1 come ‘giorno della memoria’, tra loro: sessual-affettive-verisità(Lgbtqi+), psico-neuro-versità (pazient*,psichiatric*),religiose (testmoni di Geova), linguistiche- culturali: in primis divieto dell’uso dei dialetti,poi perseguitate nei diritti e nelle vite, le persone della comunità germanica dell’Alto Adige, e lo stesso hanno fatto delle persone della comunità slovena delle provincie di TS,GO,UD, che le leggi fasciste e razziali, attrubuivano un’ inferiorità culturale, e per questo interdicevano e punivano nelle scuole e nei luoghi pubblici parlare la lingua slovena, e alle comunità romanì (Rom,Sinte) veniva impedita la stanzialità con rerspingimenti alle frontiere, oppure deportate, segregate, ed usate come cavie negli espeimenti medico-chirurgico-genetico, a cui a tutt’oggi è negato loro il riconoscimento d’entità linguistica e culturale nelle scuole e nelle università italiane.

Festa romsintagagiana:individualità comuni rom,sinta e gagè insieme

Comuni attraversamenti di vite, culture e lingue Rom, Sinte e Gagè

“C’entri nell’anima che siamo fratelli e sorelle Rom Sinte e Gagè” (Rasim Sejedic il vecchio)

Nel suo frammento di poesia, Rasim cerca d’esprimere questa sua vita aperta all’altro e alla condivisa verità.

SABATO 27 MAGGIO 2023

AL MATTINO INVECE:

CAMMINI DI MEMORIA

Dalle ORE 11

Incontro a Porta Galliera – Bologna per riaffermare la plurisecolare presenza delle comunità Rom e Sinte a Bologna (1422-2022).

L’anno scorso il 18 luglio 2022, il Comune di Bologna e le comunità Rom e Sinte, hanno collocato una targa sotto l’arco di Porta Galliera per ricordare il passaggio, nel lontano 18 luglio 1422, di una nutrita comunità egiziana-pellegrina, riconosciuta poi come Romanì (Rom e Sinti), dunque non comunità camite provenienti dall’Egitto ma dall’India del Nord. A Bologna, nei giorni successivi, a Campo Grande, oggi Piazza 8 agosto, si ebbe la prima nascita di un neonato-a romanì documentata in Europa nelle cronache bolognesi:Rampona e Varignana del tempo.

ORE 12, passeggiata verso via Gobetti (nuovo Polo tecnologico-scientifico universitario della Bolognina), per non dimenticare il tentativo di strage del 23 dicembre 1990, in cui sono stati assassinati i Sinti Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina e ferite altre persone, dalla banda della “Uno bianca” dei fratelli Savi, che hanno aperto il fuoco contro le roulotte in sosta.

SERANOTTE ROMSINTAGAGIANA

Alla ZONA ORTIVA -Via Erbosa 17 -Bolognina (Bo)

Dalle ore 19,30 alle 21

CENA:

con lasagne a base di verdure, dalle “cucine popolari”, per i vegetariani,

ma anche salsicce e pancetta per gli ultimi “onivori”, ed altro ancora di sfizioso,

il tutto accompagnato da vini rossi e bianchi friulani ed emiliano-romagnoli

Ore 21:

ASSEMBLEA COMUNE SULLA DRAMMATICA CONDIZIONE ABITATIVA DELLE COMUNITA’ ROM E SINTE

E SULLE AZIONI SOLIDALI IN CORSO IN TERRITORI ED AREE SOMMERSE ED ALLUVIONATE DELL’EMILIA ROMAGNA DA PARTE DELLA COLONNA SOLIDALE”.

A: PLURALITA’ DI SOLUZIONI ABITATIVE PER COMUNITA’ ROM E SINTE

– Analisi sulle pluralità abitative e degli stili di vita familiari e comunitari esistenti.

– Riflessione sulle tradizioni abitative e le trasformazioni dei modi d’abitare.

– Possibilità di scelta abitativa: case di edilizia popolare, micro-aree purché non imposte, nuove forme d’abitare in auto-costruzione sostenibile ecologicamente e socialmente.

– Necessità di garantire per qualunque scelta abitativa un livello di interconnessione al tessuto urbanistico e ai servizi ai cittadini/e (scuola, case della salute, servizi sociali, mezzi pubblici, realtà associative culturali, lavoro ecc.)

Non bisogna mai dimenticare che:

ROM E SINTI NON DESIDERANO ABITARE CON ALTRI ROM E SINTI SOLO PERCHÉ DELLA STESSA ETNIA, MA PERCHÉ UNITI DA LEGAMI FAMILIARI O PERCHE’ SONO NUCLEI ALLARGATI E UNITI DA RAPPORTI AMICALI, VALORIALI ED ESPERIENZIALI COMUNI.

Da sempre ma oggi in modo più acuto, la condizione abitativa è diventata un grosso problema per rom, sinti e gagè, come dimostrano gli studenti e studentesse attendati in queste giorni e notte davanti alle Università di ogni parte d’Italia.

B: PRESENTAZIONI AZIONI SOLIDALI IN CORSO IN TERRITORI ED AREE SOMMERSE ED ALLUVIONATE DELL’EMILIA ROMAGNA DA PARTE DELLA COLONNA SOLIDALE”.

Ore 22:

Musica: JAM Sessioni Gypsy Jazz e altri/e che si possono aggregare.

Pino de March e Dada: presentazione e lettura di testi poetici e letterari rom e sinti, intervento aperto ad altri contributi

Danze e balli romanì con il maestro di danza Aghiran

Questa seranotte romsintagagiana la dedichiamo a Rasim Sejedic che era un libero poeta della comunità bosniaca Rom- Korakanè che sentiva dentro di sé l’essere contemporaneamente “un Gagè ed un Rom, ed ancora un Gagè e poi ancora un Rom”.

“Una diversità la sua, che si fonda nel rispetto reciproco e nella passione di arricchirsi dei valori e dei significati trasmessi dall’uno all’altro.

Era un poeta, un uomo che viveva in una dimensione tra cielo e terra, partecipe di entrambi. Non sappiamo dire altro. Era un buon amico e ci aveva aperto le porte del suo mondo, aiutandoci a capire i romanì:Rom, Sinti ed altre comunità affini.”

Considerazioni etiche, transculturali e amicali di Giulio Soravia, studioso e ricercatore italiano di culture romanès

Testo e programma condiviso tra le realtà associative Rom, Sinte e Gagè dell’Emilia-Romagna

SERANOTTE ROMSINTAGAGIANAè promossa da:

Mirs – Mediatori interculturali Rom e Sinti

Kethané- Emilia- Romagna

Amici di Django

Thém romanò

Comunimappe- Libera Comune Università Bolognina

Cesp- Centro studi sulla scuola pubblica e Cobas -scuola

Commissione delle culture della Zona Ortiva -Erbosa

Soggettività Cooperanti nell’auto-organizzazione della seranotte romsintagagiania:

Aghiran

Donatella Ascari

Simonetta Malinverno

Lucia Argentati

Marina Cremaschi

Dada

Francesca Vacanti

Raffaele Petrone

Pino de March

Testo grafico elaborato e donato da: Raffaele Petrone

Testo di presentazione e programmazione: Pino de March condiviso con Donatella Ascari

Per contatti e prenotazione cena: comunimappe@gmail.com

Per approfondimenti trans-culturali: www.comunimappe.org

Dietro il paesaggio (1951)con A. Zanotto:Progresso scorsoio, luoghi dei traumi e psyché ferite tra guerre eco-ansie ed eco-cidi

Domenica 12 febbraio 2023

dalle ore 10 alle ore 12

ZONA ORTIVA: Via Erbosa 17 – bolognina

Simposio semestrale 2022-23 Ecologie poetiche e della mente:Paesaggi e territà, nuovi sguardi, nuove narrazioni e nuove soggettività terrestri

Seconda conversazione Dietro il paesaggio (1951) con il poeta Andrea Zanzotto: Progresso scorsoio, luoghi dei traumi e psyché ferite tra guerre eco-ansie ed eco-cidi

Relazionano e conversano: Pino de March -docente-ricercatore ed accordatore di Comunimappe -libera comune università-pluriversità bolognina e Giuseppe Raddi – storico dell’arte e co-ricercatore

“….bisogna fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come area da edificare. Una volta esistevano i campi di sterminio, oggi siamo allo sterminio dei campi”. Così si pronunciava il poeta A.Zanzotto,in un’intervista apparsa nel 2007, pochi anni prima della sua scomparsa.

immagine Terra desolata e Cielo atono: isolati,disseccati, mutili, alberi ed edifici di William Rothenstein:Francia de Nord,Fronte occidentale 1917-18

Per me il paesaggio è prima di tutto trovarmi davanti a una grande offerta e un immenso donativo che corrisponde proprio all’ampiezza dell’orizzonte, nonostante venga continuamente ferito, ci raccoglie sempre allora bisogna sempre amarlo. Ricostruire le ragioni (e le passione) di un eros che è rivolto proprio alla terra come tale. “(A.Zanzotto)

Per contatti: comunimappe@gmail.com

per informazioni – blog- Comunia: www.comunimappe.org o www.versitudine.net

Memorie attive:lunghi silenzi sugli stermini dei rom e sinti e dei “non conformi e della vita non degna di essere vissuta” (glossario nazista) , ed analisi sullo sdoppiamento del Sè dei carnefici in tutti i campi di concentramento e sterminio nazi-fascisti in Europa(da Natzwiller-fr a Jasenovac-cz), e sulle mancate inclusione dei sopravvissuti nel dopo-Auschwitz.

Premessa

Ci sono due parole nella lingua romanes per indicare lo sterminio nazi-fascista delle genti romanì, intendo le numerose, disperse e marginali comunità linguistiche e culturali europee:Rom e Sinte.

Porrajmos: parola che può suonare ambivalente per gli impropri significati sessuali, di stupro e sevizie”ma pure “divoramento”;

L‘Altra parola è Samudaripen: Grande Morte e genocidio, parola appropriata ma che non approfondisce il dramma e la tragedia vissuta.

Però, nelle lingue si sa che il significante spesso è accompagnato da una molteplicità di significati tra loro contraddittori, e fortemente influenzati da situazioni ed esperienze di vita.

Per le esperienze tragiche che i Romanì hanno subito nello sterminio nazi-fascista (atroci esperimenti scientifici e medico chirurgici: sterilizzazioni, vivisezioni, smembramenti e sevizie sui/dei corpi, senza che mai i carnefici si preoccupassero del dolore arrecato e della dignità cancellata), mi sembra che Porrajmos sia la parola più qualificata.

Perché romanì e non zingari?

Perché ‘zingari’ è un eteronimo cioè un nome arbitrariamente attribuito dai gagè (o non romanì) che sottolinea più i caratteri negativi che positivi,

non è tra l’altro l’unico, ce ne sono molti altri gipsy, gitani ecc;

per secoli i Romanì sono stati considerati egiziani-pellegrini, appartenenti ad una tribù dispersa d’Israele, dei figli di Cush, della stirpe di Cam, uno dei figli di pelle nera di Noa, che per aver deriso il padre ubriaco, venne scacciato di casa e e costretto ad una perenne vita raminga.

Per affermare questo si sono avvalsi per secoli delle mappe antropologiche o delle bibliche tavole delle nazioni che dividevano l’umanità in Semiti, Camiti e i Giapetiti figli di Jafet.

Romanì o Rom e Sinti invece è un etnonimo o un nome proprio di un popolo

Secondo una cronaca viennese del 1776 (la Anzeigen aus sämmtlich-kaiserlich-königlichen Erbländern), fu l’illuminista slovacco Samuel Augustin ab Hortis il primo ad accostare le parlate dei romanì alle lingue indiane.

“Lingua da ritenere a tutti gli effetti neo-indiana, parlata in seguito non solo dagli errones o erranti egiziani, ma anche da tutte le genti rom. Dopo questo primo riconoscimento linguistico e culturale, altri ne seguirono, fino ad essere liberati di quella infamante accusa, che pesava come un macigno sulle loro vite, quello di essere figli maledetti ed erranti di Cush, uno dei figli generati da Cam”. (Materiali tratti dalla stirpe di Cus di Leonardo Piasere ed. CISU- 2016)

Stranieri interni e cittadinanza E’ importante ricordare i rari momenti di riconoscimento di una piena cittadinanza italiana ed europea e riconoscere apertamente che per secoli,i romanì e gli ebrei sono stati marginalizzati e considerati stranieri interni in Italia come in Europa.

Infatti, l’estate scorsa la Città di Bologna (con la sua Vice Sindaca Emily Clancy), le comunità urbane di Rom e Sinte della nostra Regione:Mirs- mediatori interculturali Rom-Sinti,Amici di Django, Thèm Romanò e l’associazione-movimento romanì: Ketane e Comunimappe- la libera comune università pluriversità Bolognina,

la mattina del 18 luglio 2022, hanno voluto ricordare, con una targa sotto l’arco di Porta Galliera, la presenza plurisecolare dei romanì in Italia e a Bologna e la nascita di un bambino-a a Campo Grande, oggi Piazza 8 Agosto, considerata la prima nascita romanì documentata in Europa; tutto questo rigorosamente documentato, nel lontano 18 luglio 1422, dalle cronache bolognesi: la Rampona e la Varignana, ben conservate come codici nella Biblioteca Universitaria di Bologna.(www.comunimappe.org)

La storia umana non ha mai conosciuto una storia così difficile raccontare (H.Arendt,1984,p.51), che non va enfatizzata e neppure relativizzata ((Richard Rechtman, le vite ordinarie dei carnefici,Einaudi ed.)

Oggi vorrei ricordare con voi: Il Porrajmos, lo sterminio delle comunità romanì(Rom e Sinti), quello dei bambini disabili, dei pazienti psichiatrici, degli asociali, degli Lgbtq e di molti/e ‘non conformi’ e ‘la vita indegna di essere vissuta’ (lebensunwertes Leben,dal glossario nazista), ed insieme impegnarsi per contrastare l’auto-distruttiva coazione a ripetere e a generare carnefici e capri espiatori, sdoppiamenti del sé personale e collettivo umanista ed ippocratico, e nel nostro caso specifico nel Sé di Auschwitz impersonale, irriflessivo, massificato, persecutorio’ che si è avvalso e si avvale di volta in volta di giustificazioni ideologiche, scientifiche, medico-antropologiche e di politiche morali, religiose e nazionaliste,

ma anche per analizzare insieme la vittimofilia o la pietà e la rabbia per le ingiuste morti, che rischiano però in molti casi d’oscurare nelle stanche ricorrenze e nei vuoti cerimoniali, il perpetuarsi nel presente di esclusioni sociali e culturali, le stesse che hanno provocato quelli stermini. Infine per contrastare questo”eterno ritorno ed eterno fascismo” si richiederebbe di accompagnare alla nostra giusta indignazione, azioni comuni d’inclusione sociale e culturale dei sopravvissuti, al fine di disattivare stigmi, pregiudizi, risentimenti e reattività rancorose che continuano ad affiorare nella storia.

Lo sterminio dei ‘non conformi’ e ‘della vita indegna di essere vissuta’ (glossario nazista)

“Lo sguardo medico-scientifico e quello sociale e politico-culturale diffuso avevano disumanizzato le vittime dello sterminio e del genocidio, con gli strumenti e la razionalità tecnica-scientifica e tecnico-burocratica di quello che chiamiamo oggi modernità.”(come sostiene Alain Goussot, docente di pedagogia speciale)

“Alla fine dell’Ottocento nasce la scienza eugenetica come studio del miglioramento della specie umana attraverso la selezione artificiale;
l’eugenismo diventa una vera e propria ideologia politica, nella misura in cui si diffonde la convinzione che si possa intervenire sul piano politico e socio-economico con misure eugenetiche di “miglioramento della razza”.

In fondo l’eugenetica è frutto (direi avvelenato) della cosiddetta modernità e della razionalità tecnica, che il regime nazista (non di meno quelli fascisti) per “bonificare” la società tedesca (ed europea) da possibili contaminazioni degenerative;

l’eliminazione dei soggetti disabili, in particolare mentali ed intellettivi (pazienti psichiatrici), delle minoranze etniche gli “zingari”(o romanì) e sessuali ” prostitute, omo-lesbo-trans-sessuali” ( lgbtqi), ma anche la sperimentazione su forme “anomale” della natura umana come ad esempio, i gemelli; tutto sarà la traduzione (continuazione) tecnico-culturale di un impianto scientifico che si era sviluppato 50 anni prima.

E furono la scienza medica ufficiale e quella psichiatrica (direi bio-medica ed organicista)in particolare a sostenere questa visione per dare base “scientifica” alla costruzione del capro espiatorio e a provocare quella dissociazione personale e collettiva dal Sé umanista ed ippocratico verso un Sè disumanizzato, impersonale e massificato di Auschwitz, come ipotizza lo psicologo Robert Jay Lifton.

Si trattava di una visione basata su principi di salute e purezza:tutto quello che sembrava inspiegabile, o che non rientrava nelle categorie nosografiche della scienza medica-psichiatrica, veniva visto con sospetto ed identificato come fonte di pericolo per la salute pubblica.

Da questo punto di vista si può affermare con Zyngmunt Bauman (1992), che il nazismo non fu solo un fenomeno abnorme ma sopratutto un’espressione di quello che oggi chiamiamo modernità (o razionalità tecnica-strumentale, direi funzionale all’esistente ma per nulla esistenziale).

Tuttavia occorre precisare che questa tesi non ha avuto buona fortuna poichè era più semplice pensare che l’orrore nazista fosse stato il risultato di un regime di individui psicopatici e perversi, anche se sappiamo degli studi compiuti sulla storia dei protagonisti di quella tragedia, che le cose furono estremamente diverse e che molti medici ed eminenti psichiatri tedeschi, brillanti accademici e ricercatori rigorosi, erano in realtà persone ‘normalissime’.

Si può anche affermare che la ‘normale disumanità’ del regime nazista, fu supportata dalla complicità e dall’indifferenza colpevole di tanta gente ‘perbene’, non faceva che riprodurre in modo amplificato ed esasperato lo sguardo sociale, culturale e scientifico dell’insieme della società sui soggetti stigmatizzati: disabili, sugli individui affetti da disturbi psichici e sulle minoranze etnico culturali e sessuali (come romanì ed Lgbtq).

Per rendersi conto della normalità della loro vita, basta leggere la biografia dei medici e degli scienziati che effettuarono uccisioni e sperimentazioni di vario genere su bambini e bambine disabili, (sui pazienti psichiatrici), rom e sinti, ebrei, sui bambini- ed adolescenti tedeschi considerati “devianti” ed “ineducabili” (senza scordarsi dei soggetti lgbtq e delle prostitute)

Molti conducevano vite assolutamente regolari, erano amorevolmente dediti alle loro famiglie, eppure fecero qualcosa di inconcepibile: torturare migliaia di bambini -e, disabili, e soggetti di minoranze etniche, culturali, sessuali col pretesto di far progredire la scienza tedesca.

Essi idearono i programmi di eliminazione Aktion T4 e T14 che posero fine all’esistenza di migliaia di individui disabili e pazienti psichiatrici.

Per riprendere il sociologo Z. Bauman si può dire che la razionalità tecnica e burocratica possono portare a questo tipo di ‘possibilità occulte’ in tutte le società moderne… Frammenti tratti dalla monografia “Nazismo, eugenetica er disabilità di Alain Goussot – docente di Psicologia speciale – Università degli studi di Bologna.

E dove non era presente questo tipo di razionalità tecnica-scientifica e la serialità industriale nazista si procedette allo sterminio come metodi artigianali crudeli, disumani e violenti di migliaia di persone romanì e di altre minoranze culturali, religiose e politiche come a Jasenovac in Croazia o alla Risiera di San Sabba a Trieste da parte di regimi complici clerico-fascista .) [….] Porrajmos o sterminio dei romanì : Rom e sinti “Nel corso degli anni Trenta, la popolazione internata nei lager nazisti subì notevoli mutamenti. A poco a poco, i politici divennero una minoranza, mentre il numero prevalente di prigionieri apparteneva alla categoria dei cosiddetti elementi antisociali, termine generico che comprendeva i delinquenti abituali, le prostitute, gli alcolizzati, i vagabondi senza fissa dimora e i renitenti al lavoro. Nel novero degli asociali vennero inseriti, ben presto, anche gli zingari ( o romanì), che già la legge bavarese del 16 luglio 1926 associava ai “senza lavoro” e ai “vagabondi”: considerati in blocco come un’unica vasta categoria di devianti, questi tre gruppi dovevano essere rigidamente controllati dalle forze dell’ordine e, al limite, potevano “essere internati dalle competenti autorità di polizia in campi di lavoro, per un periodo fino a due anni, per ragioni di pubblica sicurezza”.
Tuttavia, nel caso degli zingari(romanì), la persecuzione assunse subito anche spiccati caratteri razzisti, anche se, dal punto di vista linguistico, i Sinti e i Rom (cioè coloro che noi chiamiamo zingari o gitani) possono essere considerati indoeuropei.
L’origine indiana non venne negata dagliesperti razzialinazisti che si occuparono degli zingari (fra i quali va ricordato almeno Robert Ritter, principale responsabile delGruppo di ricerca d’igiene razziale e di biologia demograficadel Ministerio della Sanità, con sede a Berlino Dahlem)” Tratto dalla voce “asociali” dell’assemblea-cittadinanza – amministrazione regionale Emilia-Romagna.

L’ostacolo fu aggirato con pretese che non esistevano più romanì puri (o rarissimi tra loro, i lalleri)perché durante le numerose e continue migrazioni si erano contaminati con altre razze (c’era stata come si ripropone oggi una sostituzione etnica e razziale)

La persecuzione degli zingari (o romanì) ebbe inizio in modo sistematico nel 1936. Il 16 luglio, cogliendo come pretesto l’imminente inizio delle Olimpiadi, tutti i Sinti e i Rom che vivevano a Berlino e dintorni furono arrestati e condotti nell’improvvisato campo di Marzahn, che nel 1938 ospitava circa 850 persone.

Venne presa la decisione di concentrare tutti i Sinti e Rom nomadi in campi appositi allestiti nelle periferie delle città, per assicurare un miglior controllo della polizia.

Così stabiliva il decreto per la lotta contro la piaga zingara il 6/6/1936 di Heirich Himmler che ordinava che tutti/e i romanì fossero schedati e registrati.

Le donne e le bambine romanì furono oggetto fin dai primi anni di regime di sterilizzazione di massa con raggi x ed iniezioni intrauterine sia a Natzwiller (Fr) che a Ravensbruech.

I detenuti di Dachau(A) furono sottoposti ad esperimenti sulla potabilità dell’acqua marina; erano obbligati a bere acqua di mare o veniva iniettata loro una soluzione salina.

A Sachsenhausen(Francoforte sul Meno)ci furono esperimenti con i iprite, un gas tossico che veniva usato in guerra.

Gli internati di Buchenwald (D) furono infettati dal tifo o sottoposti ad esperimenti di congelamento rapido per studiare la resistenza al freddo.

Ad Auschwitz il famigerato medico Joseph Mengele compì atroci esperimenti su bambini e bambine romanì, su parti gemellari, sul nanismo ed il gigantismo, sulle sincronie oculari, sui tumori alla pelle, sulle malattie più disparate.

Tutte queste vite non degne di essere vissute si concludevano nelle camere a gas.

Lungo silenzio sullo sterminio dei romanì (di Luca Bravi,ricercatore su storia, formazione ed inter -cultura dell’Università di Firenze) intervista sul Porrajmos tratto dalla rivista della Regione Toscana.

Porrajmos: perché finora se n’è parlato troppo poco?

(Per Luca Bravi, docente di formazione ed interculture) “La causa del silenzio sul Porrajmos è da individuare soprattutto negli stereotipi di stampo razziale che si sono conservati dall’immediato dopoguerra e fino ad oggi in riferimento a quelli che continuiamo a chiamare “gli zingari” (e oggi romanì). Quest’ultimo un termine offensivo coniato per indicare un gruppo che consideriamo in toto composto da soggetti ladri, asociali e nomadi, perciò “geneticamente” (ma oggi si dice “culturalmente”) pericolosi. Gli stereotipi attivi determinano la tenuta a distanza di queste persone e la distanza provoca l’assenza di spazio e di disponibilità per la ricostruzione storica e soprattutto per la testimonianza. Non ci potrà essere testimonianza storica finché non si attiverà una reale inclusione a livello (culturale) e sociale. Ecco perché il Porrajmos parla di memoria storica, ma ha bisogno di costruire spazi d’inclusione nel presente; ed ecco perché il Porrajmos uno dei temi caldi rispetto alla costruzione di un tempo “post-Auschwitz”.

Qualcosa cambiato negli ultimi tempi, sia dal punto di vista della ricerca storia che della consapevolezza diffusa?

“A livello internazionale cambiato molto: oggi il Porrajmos è riconosciuto come persecuzione e sterminio avvenuto per motivazioni razziali, esattamente come la Shoah ebraica. Questo riconoscimento avvenuto è dovuto soprattutto a importanti testimonianze di ebrei ed oppositori politici che hanno raccontato la persecuzione subita da rom e sinti anche e non solo nel campo di Auschwitz-Birkenau. Queste testimonianze, insieme ai documenti rintracciati e studiati, hanno permesso di far sorgere a Berlino un Memoriale dedicato alle vittime del Porrajmos di fronte al Reichstag tedesco, a poca distanza dal memoriale ebraico. Credo che questa prossimità sia il simbolo più importante della direzione inclusiva che deve prendere la politica della memoria in ogni nazione. La consapevolezza diffusa invece ancora latita, soprattutto in Italia, dove non si pone ancora la necessaria attenzione. Il Porrajmos non è tuttora neppure menzionato all’interno della legge che ha istituito il “Giorno della Memoria”. Tuttavia anche da noi la ricerca storica ripartita. Oggi abbiamo due strumenti multimediali all’avanguardia rispetto al resto d’Europa: un museo virtuale (www.porrajmos.it) che ripercorre il Porrajmos in Italia tramite i documenti e la voce dei testimoni diretti ed il portale www.romsintimemory.it che narra le vicende dello sterminio nazista.

Ci sono responsabilità specifiche italiane, così come per la Shoah?

L’Italia fascista è stata un ingranaggio del sistema di persecuzione e deportazione di rom e sinti e quindi del Porrajmos. Questo attraverso almeno quattro fasi specifiche con un intervento sempre più radicalizzato: l’allontanamento ed il rimpatrio dei cosiddetti “zingari” (anche quelli di cittadinanza italiana), la pulizia etnica nelle zone di frontiera rispetto alla presenza di soggetti rom e sinti (con il confino obbligatorio in Sardegna), l’arresto e l’invio in “campi di concentramento riservati a zingari” sorti sul territorio italiano ad esempio ad Agnone (Molise) (www.porrajmos.it ripercorre le vicende a riguardo), la deportazione verso i lager oltre confine.

La memoria del Porrajmos serve se diventa la scintilla per avvicinarsi oggi ai rom ed ai sinti presenti nelle nostre città e scoprire che non sono quei “mostri” che la maggior parte delle persone immagina. Per scoprire, per esempio, che più della metà di rom e sinti nella nostra nazione sono di cittadinanza italiana e di antico insediamento. Sul Treno della Memoria della Regione Toscana gli studenti ed i professori avranno anche quest’opportunità: scoprire che le vicende di deportazione studiate hanno toccato anche le famiglie di rom e sinti che sono loro concittadini da tempo, ma che, a causa del pregiudizio diffuso, non è stato costruito uno spazio che permetta il racconto della storia e la costruzione di una memoria sociale. Basta un solo dato a chiarire definitivamente la linearità dell’esclusione e dell’odio tra passato e presente: durante il nazismo e il fascismo, i cosiddetti “zingari” furono perseguitati e sterminati perché indicati come portatori della “tara ereditaria” (dunque razziale) del “istinto al nomadismo”. Oggi la maggior parte degli Italiani crede ancora che rom e sinti siano “nomadi”; non è vero, non lo sono mai stati(O nella grande maggioranza tra loro non lo sono, cioè lo sono solo coloro che hanno ragioni di attività (circensi e spettacoli viaggianti che richiedono di spostarsi continuamente), o sono senza casa, anche per persecuzioni politiche e razziali, per cause di guerra anche di recente v. Rom dall’ex Jugoslavia e dall’est europeo).  Approfondire questo dato di fatto, magari a scuola, magari entrando in contatto con i rappresentanti rom e sinti delle associazioni presenti in Italia, apre un mondo e fa crollare il castello di carta del pregiudizio. Conoscere il Porrajmos può rappresentare quel soffio di vento in grado di scompigliare le carte e farci tornare a riflettere sul significato presente del fare storia e memoria”.

(Istinto al nomadismo ribadito pochi anni fa dall’attuale Presidente del Consiglio G. Meloni:’sono nomadi, allora devono nomadare’, quando si parlava di possibilità d’inclusione sociale ed abitativa nelle micro-aree o nelle case d’edilizia popolare)

Quanto serve recuperare questa memoria per combattere il pregiudizio oggi?

Sdoppiamento o dissociazione del sé di Auschwitz dal sé ippocratico ed umanista da Natzwiller (Fr) ad Auschwitz

Robert Jay Lifton psichiatra e saggista, è stato docente all’Harward IUniversity e al John Jay College of Criminal Justice di City University di New Jork. Autore di numerosi studi su Hiroshima, sul nazismo e sulla guerra del Vietnam, e le sue ricerche hanno riguardato soprattutto i rapporti tra la psicologia individuale e la storia.

“La mia ricerca su medici nazisti cominciò e finì con Josef Mengele. Era iniziata con lo studio su documenti legali su di lui e si compì nell’estate del 1985, proprio quando un gruppo di scienziati dichiarò che le ossa scoperte in una tomba brasiliana erano le sue.

Benché in origine avessi considerato la possibilità di costruire il mio studio attorno a Mengele, mi resi conto ben presto che, concentrando l’attenzione su di lui, avrei rischiato d’accentuare il culto della personalità demoniaca che già lo circondava, trascurando in tal modo il fenomeno nazista più generale dell’eccidio sotto l’egida della medicina. Non è che io intenda ridimensionare questo esemplare del male nazista:benché egli sia oscurato dalla sua mitologia diabolica, va detto che sotto molti aspetti essa è più che meritata. Piuttosto, il mio compito è quello di tentare di capire in che modo i suoi tratti psicologi individuali abbiano alimentato la visione bio-medica nazista, e se ne siano alimentati, e di apprendere che cosa egli abbia da dirci sull’eccidio compiuto sotto la copertura della medicina e sulla scienza medica corrotta . Il fatto che Mengele abbia trovato ad Auschwitz l’ambiente a lui favorevole ci dice molto non solo sull’uomo, ma ancor di più sulla psicologia dell’istituzione. Mengele non divenne (subito) una figura pubblica famosa – tristemente famosa – subito dopo la guerra. Egli era ovviamente ben noto ai sopravvissuti di Auschwitz, fu oggetto di testimonianze fornite nel 1945, e fu menzionato occasionalmente durante le indagini per il processo di Norimberga, ma non fu tra gli imputati in quel processo nè successivi processi a medici negli anni Quaranta.

Solo nel 1958, cominciò ad essere oggetto di pubblica infamia, grazie anche agli sforzi dello scrittore tedesco Ernest Schnabel, che venne a conoscenza delle attività di Mengele ad Auschwitz mentre compiva ricerche per un libro su Anna Franck. Superstiti di Auschwitz rifugiatisi in tutto il mondo cominciarono allora a far sentire la loro voce a fornire testimonianze per le indagini legali tedesche. E mentre Mengele si spostava da un luogo all’altro del Sudamerica er evitare la cattura e l’estradizione, le testimonianze dei sopravvissuti s’accumularono senza soste, anche se a volte con relazioni e affermazioni più dubbie da parte di persone meno qualificate a parlare. [….] Mengele si riflette nella dichiarazione di un uomo che sostenne di averlo visto regolarmente in Paraguay e che lodò gli sforzi da lui fatti ad Auschwitz “per liberarci degli storpi della società”, anche se in un modo che “non fece nulla di più che scalfire la superficie”: Senza dubbio nessun criminale di guerra nazista ha suscitato tante fantasticherie, e tanta letteratura. In un romanzo del 1976 trasformato in un film di grande successo, “i ragazzi venuti dal Brasile”, Mengele è ritratto come uno scienziato brillante, demoniaco (diabolico), impegnato nella produzione di numerosi cloni di Adolf Hitler. Un pò di un più di un decennio prima, in una esplorazione teatrale più seria del genocidio nazista, “Il vicario”, Rolf Hochhuth creò un personaggio simile a Mengele, noto come “il Dottore” che è “un’incarnazione della malvagità pura, molto più compiuta in questo senso di Hitler”. Robert Jay Lifton, i medici nazisti pp. 459-461

I medici e gli scienziati nazisti ebbero un ruolo centrale nella selezione e nell’annientamento dei deportati nei vari campi di concentramento e soprattutto di sterminio, ma anche le maggioranze rumorose nelle piazze come quelle silenziose nelle case.Il giuramento ippocratico, pur essendo per il medico un impegno a praticare l’arte della guarigione ed evitare in ogni modo di uccidere o danneggiare le persone da lui/lei curati/e, fu quasi del tutto abbandonato da Natzwiller ad Auschwitz, come in tutti gli altri luoghi di concentramento, selezione, manipolazione genetica, atroci sperimentazioni mediche-scientifiche ed infine sterminio.”

Il dottor Auschwitz: Josef Mengele . L’ss uscito da Mein Kampf:molto retto e puritano. Un medico prigioniero di Auschwitz

“Era capace di essere gentile con i bambini(disabili,ebrei e zingari) da renderli molto affezionati a lui,da portare loro zucchero, da pensare a piccoli particolari della loro vita quotidiana e da far cose che noi ammiravamo genuinamente…E poi, subito dopo….il fumo dei crematori, e questi bambini, domani o dopo mezz’ora, li avrebbe mandati là. Ecco dov’era l’anomalia. ” Un medico prigioniero di Auschwitz

L’uomo doppio (l’homme double) Il doppio (le double) (e qui ci si riferisce al dott. Mengele, ma non solo a lui/lei a tutto il personale di servizio e non, che aveva partecipato allo sterminio.

La parola doppio fu effettivamente usata, infatti l’antropologa Magda V. (in qualità di prigioniera-collaboratrice) parlò di Mengele come di una “personalità scissa”. Essa conosceva le relazioni di altri sulla sua brutalità e non aveva “alcun dubbio” sul fatto che potesse essere capace ma, aggiunse, ciò non avvenne “mai in mia presenza”. Quando continuò chiedendosi se la sua presenza non potesse aver esercitato un “effetto umanizzante” su Mengele e su altri altri medici/mediche ss per il fatto che “io trattavo tutti [i prigionieri e medici ss] come esseri umani”, stava esprimendo un altro principio dello sdoppiamento: l’importanza per ciascuno di vedere il proprio sé confermato dagli altri. La parola “doppio” fu effettivamente usata dal dottor Alexander O. (medico prigioniero e collaboratore) nei suoi sforzi angosciosi per trovare un terreno d’intesa con Mengele: L’uomo doppio (l’homme double). Il doppio (le double): egli aveva tutti i moti affettivi, tutti i sentimenti umani, la pietà e via dicendo. Ma nella sua psiche c’era un cella chiusa ermeticamente, una cella impenetrabile, indistruttibile: l’obbedienza all’ordine ricevuto. Egli può gettarsi in acqua per salvare uno “zingaro”, tentare di guarirlo…e poi appena usciti dall’acqua, dirgli di salire su un autocarro per portarlo in gran fretta alla camera a gas.

Eva C (un’altra prigioniera collaboratrice) disse con considerevole sensibilità, che la propria esperienza psicologica di prigioniera l’aveva aiutata a capire Mengele. Essa sottolineò che anche i prigionieri cominciarono “a comportarsi così…come se fossimo dentro una sorta di corazza” e come lei stessa, vedendo nei blocchi delle malate donne grottescamente deboli che tendevano le braccia e supplicavano “Aiutatemi! Aiutatemi!, si sentisse “un pò imbarazzata”, poichè pensava:”Noi siamo qui per morire. Che cosa intendi dicendo: “Aiutatemi”?:

Poi poté aggiungere:”Il fatto che queste persone avessero in realtà conservato la loro salute mentale [chiedendo aiuto] e che fossi io a dare i numeri…non mi passò per la mente. Sa ero già toccata da quell’intera mentalità di [Auschwitz]”.

Eva C. continuò a spiegare che sia i medici ss sia i prigionieri erano presi in quell’ingranaggio: “Perciò potei capire Mengele”.

Auschwitz era “un pianeta diverso” le cui regole capovolgevano totalmente quelle della società comune: secondo le regole di Auschwitz, alcuni erano eravamo lì per morire e non per vivere e, per poter accettare ciò, dovevano passare ad un tipo di mentalità diversa, ad un diverto tipo d’atteggiamento”.

Anche i medici SS dovevano compiere una transizione simile, nel loro caso con l’aiuto della precedente immersione nell’ideologia nazista. “Essi erano ben preparati”. Essa (ella) riusci a capire qualcosa dello sdoppiamento omicida nei medici nazisti riconoscendo forme benigne di un processo affine in atto in sé stessa ed in altri prigionieri.

Benché tutti i medici nazisti abbiano subito uno sdoppiamento ad Auschwitz, Mengele fu speciale per l’incompatibilità apparentemente estrema delle due componenti del suo doppio sé… Il suo sdoppiamento fu accentuato da certi tratti psicologi: le sue tendenze schizoidi, la sua capacità straordinaria di di mettere a tacere la sua coscienza ed il suo impulso verso il sadismo e (il senso) d’onnipotenza (che risultano essere estremamente connessi tra loro).” Tratto da Robert Jay Lifton, i medici nazisti pp. 510-512

Il paradosso dell’uccisione come terapia “L’immersione dei medici nazisti nel paradosso dell’uccisione come terapia fu cruciale nel dare il la allo sdoppiamento, poiché il Sé di Auschwitz doveva vivere in quel paradosso. Nella misura in cui si abbraccia la portata estrema della visione nazista di uccidere gli ebrei (e la totalità delle vite indegne di essere vissute) per guarire la razza nordica, il paradosso scompare. Il Sé di Auschwitz può vedere se stesso come fondato su un principio lodevole di “igiene razziale” e come operante verso una nobile visione di rinnovamento organico: la creazione di una vasta “comunità biotica tedesca” in cui si possono tracciare paralleli fra la missione tedesca di conquista del mondo e il più piccolo sistema fisiologico intracellulare.[….] Anche la guarigione conseguita per mezzo dello sterminio poteva diventare parte della visione mirante all’immortalità, del “diritto e ….obbligo umano più sacro”, che quello di “far sì “che il sangue venga preservato puro e, conservando l’umanità migliore, di creare le possibilità di sviluppo più nobile di questi esseri”(Himmler) tratto da Robert Jay Lifton, i medici nazisti pp. 584-585

“Ai medici nazisti di Auschwitz si chiedeva di sdoppiarsi a beneficio della rivitalizzazione, che era un bene comune (con i medici nella funzione di mediatori razziali fra il capo-eroe e la comunità ariana più vasta) e sacro (rivendicando la sua funzione ultima dai morti della prima guerra mondiale). Hitler fu molto preciso su questo punto, dichiarando con “chiarezza cristallina” la sua dottrina della nullità …del singolo essere umano e della sua esistenza continuata nella visibile immortalità della nazione. Ed altrettanto chiaro fu Alfred Rosenberg nell’insistere con fermezza sulla tesi che la personalità umana viene conseguita solo quando si è integrati, spirito ed anima, in un successione organica di migliaia [di individui]della propria razza.

Si trova qui la possente lusinga della sostanza razziale-culturale che conferisce l’immortalità.

Nella risposta dei giovani medici a quella lusinga, l’entusiasmo per le conquiste pratiche del nazismo si fondeva con un senso comune di potere comune mitico.

L’ethos comunitario era così forte che, persino quando si era profondamente turbati dalla politica nazista, si esitava ad opporsi ad essa perché ciò avrebbe significato: “tu diventi un traditore e pugnali alle spalle il tuo popolo.”

O aderisci alla comunità sacra o si è visti (e si vede se stessi come traditori, assassini e codardi).

Le ss erano “la comunità [di élite] nella comunità; i loro appartenenti erano “legati da un giuramento”, colmi di “spirito di corpo, costanti nel loro misto di crudeltà e di coraggio. I medici nazisti che entravano nelle ss si impregnavano di una parte di questo ethos. Ognuno di loro pronunciava il giuramento delle ss: “Giuro a te, Adolf Hitler – come Fuehrer e Cancelliere del Reich- lealtà e valore. Prometto a te e ai miei superiori, da te designati, obbedienza sino alla morte, con l’aiuto di Dio”, e diventava in tal modo quello che un osservatore chiamò un “combattente ideologico”, portasse o no sulla fibra della propria cintura (come i comuni appartenenti alla ss) il motto delle ss: “il mio onore significa lealtà”. […] “Il giuramento ippocratico fu percepito come poco più di un rituale lontano e desueto praticato ai tempi dell’università e veniva prontamente rovesciato dal rituale di una bruciante immediatezza, delle selezioni, oltre che della serie delle pressioni e remunerazioni dirette verso il Sé di Auschwitz liberato dai residui ippocratici. In effetti con il giuramento a Hitler il medico escludeva essenzialmente gli ebrei ( i prigionieri e i deportati, e tutti/e i non conformi, le vite indegne di essere vissute) dalle proprie responsabilità ippocratiche”. Robert Jay Lifton, i medici nazisti pp. 589-590

Il paradigma vittimario del Novecento e l’incoscienza del carnefice (Richard Rechtman, le vite ordinarie dei carnefici,Einaudi ed.)

“Gli elementi d’interesse sono costituiti dall’attenzione che si è andata manifestando verso quei gruppi sociali, e quindi quelle persone che, travolti da eventi soverchianti, ne sono risultati annientati. Un indagine sui traumi che da ciò derivano, a partire dai sopravvissuti, così come dal vuoto che l’assenza delle vittime ingenera nella collettività di cui erano parte, non può essere esclusa dall’orizzonte analitico dello studioso. Non di meno, ciò rivendica la necessità di dotarsi di una strumentazione appropriata, per non lasciarsi indurre nella duplice tentazione di relativizzare o enfatizzare, dove la vittimofilia, ossia la passione e la pietà per le morti “ingiuste”, sembra sommergere, come una perenne onda in piena, la pluralità dei percorsi, processi e fenomeni che portarono alla distruzione delle vite così come anche al rifiuto politico (ed etico), laddove esso si manifestò,che ciò continuasse a succedere. Il rischio che la figura totalizzante della vittima oscuri quella dell’oppresso – e con essa la carica oppositiva di chi, invece,a tali derive ha opposto non solo la sua personale resistenza ma una più generale volontà di liberazione, attraverso un percorso alternativo di tutela dei diritti umani- è un paradosso che si innesca nella lettura dei processi storici quale essa viene schiacciata sull’esclusiva narrazione del passato come una sorta di Pantheon del terrore. In altre parole ancora, l’ipertrofia dell’immagine della vittima può produrre una sorta di eterogenesi dei risultati, incentivando un determinismo storico basata sull’ineluttabilità delle tragedie. L’indignazione che ne deriva non è in sé un antidoto, se a ciò non si accompagna un investimento nell’azione politica. Poiché se il panorama esclusivo è quello di una successione di rovine, l’immagine che ne viene trasmessa è quella dell’impotenza associata al dolore insensato. L’agire politico richiede invece dei significati condivisi,che superino la soglia della mera valutazione morale, in sé paralizzante, per trasformarsi semmai in motore d’opposizione. Si tratta di un effetto perverso della comunicazione sociale: partendo dalla premessa che la conoscenza di una tragedia costituisca di per sé un tassello fondamentale della pedagogia pubblica, la lettura della storia come un succedersi di catastrofi ne comprime quello che invece è anche soprattutto un tempo dove l’idea d’emancipazione prende corpo e assume sostanza, creando quindi coesione collettiva. [….] Richard Rechtman, nel suo testo ad indirizzo critico “le vite ordinarie dei carnefici”,benché non intenda fornire al lettore un testo onnipresente sul Novecento delle carneficine….., tuttavia indaga sulle modalità con le quali è necessario porsi dinanzi all’eredità degli omicidi di massa motivati fa una qualche ragione di stato (o ideologia politica o religiosa). L’autore antropologo e psichiatra, direttore di ricerca presso l’école des hautes études en sciences sociales di Parigi, su una vicenda poco o nulla studiata in Italia, con eccezione di Matilde Gallari Galli (con il suo volume su Pedagogia del totalitarismo, di oramai venticinque anni fa,ossia sul genocidio cambogiano. [….] Più che un libro sulla specificità di quell’evento, e sulla sua storia, si ha tuttavia a che fare con un testo che, partendo dalla contemporaneità di quei fatti, si muove verso la definizione di categorie interpretative che possono fungere anche nella comprensione di altre tragedie collettive. Tra di esse ad esempio, quelle che hanno attraversato il Kurdistan iracheno nell’ultimo decennio, con la presenza criminale dell’Isis. L’articolazione in cinque capitoli (cronache di carnefice, godimento e crudeltà del mostro, l’uomo ordinario e le sue patologie, amministrare al morte e l’ordinarietà del genocida) risponde quindi all’esigenza di fornire al lettore alcune chiavi di interpretazione applicabili anche in contesti tra loro differenti. […..] Non si tratta di disegnare delle maschere o dei costumi facilmente intercambiabili, nè di definire degli idealtipi negativi. Piuttosto, attenuando il convincimento ancora diffuso per cui sarebbe solo ed esclusivamente una qualche ideologia a fare la differenza tra i crimini e il suo rifiuto, per Rechtman fondamentale è invece l’insieme delle relazioni sociali che inducono più individui a commettere gesti estremi, creando una sorta di solidarietà e di reciprocità tra carnefici. Il vero fuoco d’indagine, quindi, non sono i costrutti morali e neanche le trame politiche bensì il tessuto socio-culturale che genera l’accettabilità delle catastrofi, in quanto esito plausibile dei grandi rivolgimenti, nel passato così nel presente. Lo scavo è quello antropologico (od etno-antropologico)cercando di sondare il rapporto tra le soggettività criminali, il substrato mentale che renda accettabile l’agire omicida, dispositivi culturali diffusi e condivisi nonché le condizioni oggettive, ovvero quei contesti storici nei quali qualsiasi idea di palingenesi, o di riforma della collettività, passa attraverso la pratica dell’eliminazione fisica, biologica, civile di una parte di esse. L’autore non offre letture ed interpretazioni del tutto inedite. Il solco che segue è, semmai, quello affermatosi da una ventina d’anni, dell’etno-antropologia adottando questo ampio spettro disciplinare come strumento per guardare ed indagare all’interno dell’incoscienza del carnefice.”

Frammenti analitici e critici tratti dall’articolo: “La Soah e il paradigma vittimario del Novecento”, di Claudio Vercelli, il Manifesto, culture, il 20.1.23)

Poetiche romanes

Gelem Gelem

Inno internazionale adottato al 1 Congresso mondiale dei Rom, anno 1971. Prima strofa dell’inno internazionale dei Romanì, composto dal musicista romanì Zarko Javanovic (1925-1985), musicista che subì una lunga carcerazione durante il Porrajmos (divoramento) o Samudaripen (grande morte o genocidio) (2)

Gelem, Gelem Inno internazionale nella lingua standard romanes

Ho camminato e camminato

Ho camminato, e camminato per lunghe strade,

ho incontrato rom fortunati (felici)

Ehilà, gente rom?

Da dove venite con le vostre tende e i vostri bambini affamati?

Oh, gente rom!

Oh, fratelli!

Anch’io avevo una grande famiglia, l’ha sterminata la Legione Nera.

Uomini e donne rom furono squartati, e tra di loro anche bimbi ancora piccini.

Oh, gente rom!)

(Oh,sorelle!)

Dio, apri le nere porte, affinché io possa vedere dov’è andato il mio popolo.

E tornerò a camminare per le strade,

e le percorrerò con fratelli e sorelle rom gioiosi.

Oh, gente rom!

Oh, fratelli!

Oh sorelle!

In piedi, rom!

Ora è il momento, venite con me,

rom di tutto il mondo con i vostri volti bruni e vostri occhi scuri tanto desiderabili come l’uva nera. Oh gente rom!

Oh, fratelli!

Oh, sorelle!

Piccoli cuori morivano

Erano gli anni della persecuzione, dei rastrellamenti quotidiani e del porrajmos. Allora, per sottrarsi a tutto questo orrore, le genti Romanì si nascondevano nei boschi; però là in quei nascondigli, sopravvivere non era così facile, di conseguenza questa povera gente per non farsi avvistare o catturare dalle continue perlustrazioni nazi-fascisti, non doveva accendere fuochi né di giorno né di notte, ed in queste condizioni estreme dettate da inverni rigidi e freddi, accadeva che bambini e anziani Rom morissero in gran numero per freddo e per fame.

Ratvalè jasvà (lacrime di sangue)

Nel bosco senz’acqua, senza fuoco – grande fame.

Dove dormiranno i bambini?

Non c’è una tenda.

Non si può accendere il fuoco durante la notte, di giorno il fumo dà l’allarme ai tedeschi (ai nazi). Come vivere con i bambini nel duro inverno?

I fiocchi di neve cadevano sulla terra, sulle mani come piccole perle.

Occhi neri gelavano

Piccoli cuori morivano.

Testo della poeta partigiana rom polacca Papusza

Jasenovac fu campo di lavori forzati e di sterminio in Croazia tra 1941-45, considerata assieme a Buchenwald , la terza Auschwitz, quella dei Balcani.

Qui sono stati sterminati 750.000 slavi del sud , 60.000 ebrei e 26.000 Rom dei Balcani, sono state esercitate e documentate atrocità inenarrabili, come uccidere 8.000 bambini, molti tra loro straziati sbattendo le loro teste contro le pietre o sgozzandoli con un coltello, regime clerico-fascista ideato da Ante Pavelic, il capo della Repubblica degli Ustasha.

Jasenovac fu un campo gestito dagli Ustasha, i fascisti croati , che agivano in stretta collaborazione con i francescani croati, che davano copertura ideologica a tale macchina artigianale della morte, ispirati dal cardinale Alojz Stepinac ex cappellano militare (beatificato da Wojtyla negli anni ‘90), che salutò l’esercito degli Ustasha “come i rappresentanti legittimi della Chiesa Divina’ e partecipò attivamente a propagare con loro l’odio razziale e religioso contro le minoranze locali e non cattoliche, incitando apertamente al loro sterminio”.

Nel 1942 il responsabile di Jasenovac riferiva direttamente a Pavelic: In un anno, soltanto a Jasenovac, abbiamo ammazzato più gente di quanta ne sia riuscita ad ammazzare l’impero turco-ottomano in tutta la permanenza dei turchi nell’Europa balcanica.”

Anche se Stepinac fu costretto in seguito alle informazioni che circolavano sulla ferocia perpetuata ad Jasenovac a fare tenue critiche a quel campo di sterminio che definì in alcune limitate prediche “una vergogna per il popolo croato”, ma non fece mai dichiarazioni pubbliche contro tale campo e i suoi efferati crimini.

E’ stato dimostrato in seguito che le gerarchie ecclesiastiche cattoliche e lo Stato del Vaticano erano a conoscenza di tale aperta complicità dei religiosi cattolici. Un silenzio assordante.

Hanno calpestato il violino zingaro

Cenere zingara è rimasta

fuoco e fumo salgono al cielo.

Hanno portato via gli zingari

I bambini divisi dalle madri le donne dagli uomini

hanno portato via gli zingari.

Jasenovac è piena di Zingari legati ai pilastri di cemento

pesanti catene ai piedi e alle mani

nel fango in ginocchio.

Sono rimaste a Jasenovac le loro ossa denuncia di disumanità.

Altre albe schiariscono il cielo e il sole continua a scaldare gli zingari.

Erano tre fratelli

Cresciuti insieme s’abbracciavano,

s’amavano ma non presentivano che cosa sarebbe avvenuto loro.

Un fratello di notte hanno portato nel campo di concentramento (Konzentrationsbereich)

Sono rimasti due fratelli

Speravano che tornasse.

Ed essi cantano la canzone della sua lontananza.

Tre fratelli uno dietro l’altro fusi in un essere solo divisi per sempre lontano l’uno dall’altro.

Sono rimasto in bilico ad Auschwitz

Sono rimasto in bilico

Sulla lama di un coltello

Sono rimasto gelato come la pietra.

Il mio cuore tremò sono caduto sul filo del coltello.

M’è rimasto la mano destra e l’occhio sinistro

ho versato lacrime ad Auschwitz dove sono rimasti gli zingari.

La lacrima è scesa

la mano ha preso la penna per scrivere parole qualunque

Testi poetici di Rasim Sejedic e di Papusza tradotti dal romanes dal glottologo Angelo Arlati

Non è accaduto ma può accadere ancora con quegli ossessivi e rancorosi messaggi che si rincorrono sui social e non solo, che risvegliano antichi fantasmi di purezza delle razze e delle nazioni (non più genetiche ma culturali)con quelle quelle ambigue espressioni sovraniste “prima gli italiani” o quelle altre che additano il pericolo che le nuove migrazioni possono provocare una “sostituzione etnica” , ma scordandosi che noi moderni europei siamo delle ibridazioni umane, culturali, linguistiche mediterranee, romano-barbariche e fatte e rifatte di molti altri geni e memi terrestri(Sapiens e non Demens). Infine per contrastare questo”eterno ritorno ed eterno fascismo” si richiederebbe di accompagnare alla nostra giusta indignazione, azioni comuni d’inclusione sociale e culturale dei sopravvissuti e delle affini nuove generazioni, al fine di disattivare stigmi, pregiudizi, risentimenti e reattività rancorose che continuano ad affiorare nella storia.

Testi poetici romanì tratti dall’antologia meglio atlante poetico per la presenza transnazionale dei romanì,auto-prodotta da Pino de March, cofondatore ed ricerc-attivista di Comunimappe, ed. Versitudine 2022

Testo: stermini dimenticati e lunghi silenzi su mancate inclusioni elaborato da Pino de March Pino de March: ricerc-attivista e docente di Comunimappe -libera comune università -pluriversità bolognina e membro onorario dal 01.01.2023 del Mirs -Mediatori culturali rom e sinti (dopo esserne stato vice-presidente fino al 31.01.2022)

Festa conviviale con presentazioni corsi di danza zingana e disert-azione sulla guerra: sabato 17/12 (dalle 12 alle 16) e avvio di corso su paesaggi, territà e nuove soggettività:domenica 18/12 (dalle 10 alle 12)

Paessaggi antropomorfi mostruosi

La Commissione Culturale della “zona ortiva erbosa aps” in cooperazione

trans-culturale con Comunimappe- Libera Comune Università Pluriversità Bolognina

e con il Mirs -Mediatori-trici culturali Rom e Sinti

ORGANIZZA UNA FESTA CONVIVIALE

SABATO 17 DICEMBRE 2022

Dalle 12 alle 16 in via Erbosa 13/4

PIZZA CASTAGNE VINO E MUSICA

ACCOMPAGNERANNO L’EVENTO I MUSICISTI:

SIMONE DEL GIPSY MUSIC GROUP ALLA CHITARRA

GIORGIO SIMBOLA AL VIOLINO

FESTA E PRESENTAZIONE DEI CORSI CHE SI TERRANNO NELLA ZONA ORTIVA VIA ERBOSA 17 (Bolognina)

CORSI DELL’ANNO SOLARE 2022-23 (Relazionano: Pino de March e Marina Cremaschi)

A

CORSO DI DANZA ZIGANA CON IL MAESTRO AGHIRAN

Relaziona Aghiran maestro di danza e vicepresidente del Mirs

(laboratori ogni venerdì -dalle 18 alle 19,30 – per sei settimane a partire dal 13 gennaio 2023). Attività transculturali al fine di conoscere le culture minori Rom e Sinte presenti nella nostra città.

B

CORSO DI DISERT-AZIONE SUL PERCHÉ DELLA GUERRA?

Laboratori da realizzare con Patrizia Tough e Marina Cremaschi dell’Associazione”donne in nero” (Laboratori da definire insieme di volta in volta secondo le disponibilità delle relatrici).

Possiamo un giorno sognare un mondo pacifico senza la guerra e fare di essa un tabù per l’umanità come abbiamo realizzato per il cannibalismo, l’incesto, l’omicidio, il femminicidio, il genocidio per citarne alcuni?

E speriamo un giorno accada anche per l’Ecocidio e lo Specismo intesi come forme di distruzione di altre specie viventi non umane sul pianeta.

C

CORSO SUL PAESAGGIO, TERRITA’ E NUOVE SOGGETTIVITA’

Relazionano di Pino De March e Myrian Cruciano ed altri/e Tratteremo insieme il pensiero e l’azione sul Paesaggio di poeti, filosofi-e e scienziati-e: A. Zanzotto, P.P.Pasolini, G. Celati, E.Montale, F.Guattari, Proust, M.Meschiari, G. Bachelard, G. Leopardi,S.Iovino, Bruno Latour, M.Bookchin, A. Cerrea, T.Pievani ed altri/e

(laboratori da definire insieme di volta in volta secondo le disponibilità dei relatori e delle relatrici)

AVVIO CORSO SUL PAESAGGIO, TERRITA’ E NUOVE SOGGETTIVITA’

Domenica 18 dicembre 2022

dalle ore 10 alle 12 (spazio interno zona ortiva via erbosa 17)

1 – Laboratorio eco-poetico ed eco-sociale:

Paesaggi poetici, civili e costituzionali con Myrian Cruciano e Pino de

March

Tracce sul Simposio: Paesaggio, territà e nuove soggettività

In questo Simposio che abbiamo tematizzato come “paesaggio, territà e nuove soggettività” che condurremo in più tappe, esploreremo nuove soggettività eco-antropologiche e eco-filosofiche pre-individuali che abitano la soglia: sradicate e terrestri, nella loro marginalità d’umani, precari e migranti,

e paesaggi intesi come luoghi o spazi da risanare dai loro traumi,dalle loro crisi eco-sistemiche e dalle loro ferite, ma anche paesaggi e soggettività da reinventare nell’identità e nelle relazioni.

Soggettività antropologiche deterritorializzate che non si costituscono più come realtà geopolitiche contrapposte o territorializzate a partire dal sangue, dal suolo, dal territorio o dalla geografia (come i belligeranti imperi passati, dominati ed emergenti) ma come realtà geo-filosofiche pacifiche, dialoganti e cooperanti con la Terra e sulla Terra con altri de-territorializzati(come le soggettività e movimenti intersezionali conflittuali-pacifici: di classe, genere, culture ed ecologici e sociali)

“Per il filosofo Simondon l’identità è il campo dove meglio si manifesta la carica di preindividuale presente in ogni essere vivente ma questo non toglie che essa sia strettamente connessa al preindividuale.

Nel definire l’identità, Simondon afferma che «l’individuo non è che se stesso, ma esiste come superiore a se stesso, perché porta con sé una realtà più completa, che l’individuazione non ha esaurito, una realtà ancora nuova e potenziale, animata da potenziali».

Questa realtà potenziale non è altro che il preindividuale, ossia quell’archetipico luogo genetico che caratterizza ogni essere vivente come esistente e fatto della stessa natura, quella carica di “natura” a cui ogni individuo appartiene in quanto essere vivente. “

Testo tratto da Andrea Nicolini: Abitare la soglia:Simondon e l’individuazione del vivente, riflessioni su L’individuazione psichica e collettiva diu Simondon, tr. it. DeriveApprodi, Roma 2006.)

Soggettività forgiate in quella moltitudine planetaria ed in quei movimenti geo-filosofici in cammino fin dall’inizio del secolo XXI, che partendo dalle contestazioni di Seattle(1999) per arrivare a Genova (2001) hanno messo in discussione una geo-politica planetaria devastante: fatta di guerre, cambiamenti climatici, miseria, migrazioni e precarietà, e da tempo avviato pratiche quotidiane individuali e sociali nel loro quotidiano: come il prendersi cura del pianeta,dei suoi paesaggi, delle sue genti e del vivente tutto.

Cercheremo attraverso la nostra ricer-azione di contrastare forme di comunicazione e di manipolazioni all’immaginario che definiamo”green washing” o lavato di verde, come tentativo di indurre i propri clienti ed elettori a credere che un marchio o un gruppo politico sia impegnato nella tutela dell’ambiente più di quanto non lo sia in realtà,

e ciò si accompagna ormai da tempo a processi di gentrificazione urbana, che con riqualificazioni e rinnovamenti di zone e quartieri cittadini, determinano aumenti di prezzo degli affitti e degli immobili e migrazione degli abitati originari o residenti verso altre zone meno qualificate e depresse, deformando paesaggi, mutando percezione e vissuti di spazi che divengono ai loro occhi non più da abitare ma “eco-mostri”da temere;

questi disagi ecologici e sociali provocano nell’immaginario sociale un sensodi sparizioni da fine mondo, con spazi urbani che aumentano il senso di spaesamento in una mutata ecologia che definirei mostruosa;

è importante insieme attraverso una silenziosa rivoluzione molecolare re- immaginare paesaggi inconsueti ed accoglienti. in un’ecologica non semplicemente sostenibile per le classi sociali medio-alte ma “vivibili ed accessibili a tutti/e in un ritrovato equilibrio eco-sociale ed sintonia col vivente tutto, attraverso nuovi approcci mentali “indisciplinati”:

eco-antropologica, geo-poetici e geo-filosofici, ed in particolare eco-sociali che ci restituiscano un’autonomia di progettazione dei paesaggi civili,urbani e rurali da parte delle comunità dei viventi in esse disambientati, e favorire una diffusa accessibilità alle case popolari oltre che portare le foreste dentro le nostre città.

Ci accompagneranno in questa attraversata le voci ed i pensieri di poeti, filosofi-e e scienziati-e: A. Zanzotto, P.P.Pasolini, G. Celati, E.Montale, F.Guattari, Proust, M.Meschiari, G. Bachelard, G. Leopardi,S.Iovino, Bruno Latour, M.Bookchin, A. Cerrea, T.Pievani ed altri/e

PAESAGGIRE SARA’ LA PAROLA VALIGIA CHE CI PORTEREM0 CON NOI E NEL CORSO DEL VIAGGIO CI AVVALLEREMO DEL SUO CONTENUTO

“Paesaggire è uno sguardo che entra nel paesaggio, nelle sue cronache nelle sue storie”,

e di sé: “Io paesaggisco, cioè il mio – paesaggire – è profondamente immerso ed inquieto nel paesaggio e nello stesso tempo un tutt’uno con esso “. (A.Zanzotto)

e nel paesaggire si può intravvedere un presagire eventi di segni contrastanti ed opposti:negativi o affermativi d’esistenza.

Il paesaggire è un “processo individuante (o di individuazione di soggettività sradicate e terrestre) e di cura delle ferite ed educazione al pre-individuale alla territà e alla complessità ed accentuando la curiosità esplorativa e lo sguardo.

“L’esperienza in natura specie nel suo tracciarla poeticamente conosce anche l’abbandono panico in essa, come anche la perdita e la confusione con gli elementi atmosferici ed il succedersi delle stagioni e dei ritmi circardiani, diventa inverno, diventa notte…noi siamo la montagna e la nostra eco viene da te”…

da paesaggire di M.Gagliazzo -filosofo ed eco-psicologo

Anche per R.Rilke il paesaggire è un abbandonarsi ad un albero di noci e sentirsi un tutt’uno con esso sulla collina che scende verso la costiera duinese.

Testo di presentazione redatto da Pino de March, della Libera Comune Università pluriversità Bolognina .

Sotto: immagine di paesaggio antropomorfizzato e mostruoso-

Le pizze saranno ordinate in anticipo, quindi chi vorrà partecipare al Convivio dovrà

contattare :

comunimappe@gmail.com (Pino 3334343882) (per festa ed altri corsi)

mirs2022intercultureromsinte@gmail.com (per danza zigana)

PER INFORMAZIONI: WWW.COMUNIMAPPE.ORG

600 anni di documentata presenza in città e di acquisito ‘ius soli’ -o diritto del suolo- plurisecolare delle genti ‘romanì ‘ o Rom e Sinte – per aver una tra loro partorito un-a bambino-a nel Campo Magno (ora piazza 8 agosto), il tutto raccontato nelle cronache bolognesi del tempo (Rampona e Varignana).

PRESENTAZIONE DELL’EVENTO

1422-2022

Stampa di quattro anni prima (1418) raffigurante l’arrivo a Basilea dei pellegrini egiziani.

600 anni di documentata  presenza in città e di ‘ius soli'(o diritto del suolo) plurisecolare delle genti ‘romanì ‘ o rom e sinte per aver partorito una tra loro nel campo magno (ex piazza 8 agosto) un/a bambino/a ( ed in quel lontano tempo si presentarono alle autorità della città come pellegrini egiziani)

“e quisti funo li primi ‘cingani’ che mai venissero in Italia, lovvero

Egiptii”.” dalle cronache bolognesi del 1496 di Fileno della Tuata.

Stampa di quattro anni prima (1418) raffigurante l’arrivo a Basilea dei pellegrini egiziani.

Domenica 18 luglio 1422

L’arrivo dei Pellegrini-egiziani è ben documentato in modo univoco dalle cronache bolognesi del 1422, l’una la Varignana e l’altra la Rampona,e più di mezzo secolo dopo, nel 1496 , da un noto cronista Fileno dalla Tuata, che ne ripropone i contenuti trascurando l’episodio del contro-furto o della contropartita, ma aggiungendovi: “e quisti funo li primi cingani che mai venissero in Italia, ovvero Egiptii”.

Domenica 18 luglio 1422

“Anno Christi Mcccc22. Adì 18 de luglio venne in Bologna uno ducha d’Ezitto lo quale havea nome el ducha Andrea, et venne cum donne, putti et homini de suo paese; et si possevano essere ben da cento persone [….] (da Cronaca Rampona – XV sec)” el duca Andrea d’Egipto a Bologna nel1422.

Uno ducha d’Ezyto venne a Bologna adì xviii del mese de lulio, el quale avea nome el duca Andrea, e venne con donne e puti e huomeni de suo paexe, et possevano essere circha C huomeni […]” (da Cronaca della Varignana – XV sec.)

Si presentarono alla città come pellegrini, recando con sè un decreto – salvacondotto del re d’Ungheria,che assommava altre autorità quale l’investitura imperiale del Sacro Romano Impero.

Si trattava di un tal Sigismondo di Lussemburgo, re di Boemia e d’Ungheria,a quel tempo ritenuto un reale potere sovranazionale in Europa. 

Tale disposto imperiale autorizzava quei pellegrini-egiziani, in quei sette anni, a viaggiare in sicurezza verso Roma, far visita al Pontefice, e farvi ritorno:

[….]per tutcti sette anni, in ogni parte che igli andasseno, che ‘l non ne posesse essere facto zustizia[…](da Cronaca Rampona – XV sec).

Con tale disposizione imperiale s’intende vincolare tutte le città e gli stati attraversati affinché si garantisca loro: la libera circolazione, l’ospitalità, l’esenzione da ogni tassa doganale, l’immunità per qualsiasi reato relativo alla sottrazione di beni necessari alla sopravvivenza dell’intera comunità. Inoltre,

per conv(i)(e)nzioni religiose, si deve provvedere all’ospitalità dei pellegrini e a fornire loro doni e beni, affinchè possano proseguire il pellegrinaggio verso Roma, e fare ritorno in quel Regno di Boemia e d’Ungheria da dove si supponeva provenissero.

Le ragioni di questo viaggio  verso Roma non furono dettate da desiderio d’esplorazione, ma, come il salvacondotto e i loro racconti esplicitano,

[…]El quale ducha avea renegato la fede cristiana e ‘l re de Ungheria presa la sua terra e lui; el quale ducha dise al dito re de volere retornare a la fede cristiana, e così se batezò con alquanti de quello popolo, ziò furon cyrcha cccc huomeni et’ quili che non se volsero batezare fono morti. E da poi che ‘l re igli avè presi e rebatezati volse che igli andassero per il mondo vii anni et che igli dovessero andare a Roma dal papa e posa retornassero in suo paexe […..] (Cronaca Varignana – XV sec.), fu un pellegrinaggio di espiazione o penitenza  che doveva durare sette anni, viaggio che l’Imperatore Sigismondo pretendeva da loro per sanare quel grave reato e colpa d’apostasia, che nell’età bizantina corrispondeva ad alto tradimento contro l’impero, e forse era considerato così anche nel ‘sacro romano impero’, e che consisteva nell’apostatare o rinnegare la fede cristiana. 

La fede cristiana fu infatti rinnegata a seguito della loro conversione all’islam, avvenuta sotto la pressione e l’occupazione turca-ottomana di quelle terre balcaniche e greche-bizantine, in cui per secoli risiedettero e da cui ora erano costretti a fuggire.

Da pochi anni erano arrivati nelle terre imperiali di Sigismondo, l’Ungheria e la Boemia, ed era l’inizio del XV secolo, e a Bologna essi raccontarono che le prime richieste fatte loro dalle autorità imperiali per riottenere il ‘diritto alla terra’ , cioè a risiedere e viaggiare in quelle terre sottoposte all’imperium, erano molto precise: ribattezzarsi, pena la morte, tanto che, come dissero, alcuni fra loro morirono per non averlo fatto.

Ma questo all’imperatore non bastava: dovevano anche andare dal Papa a Roma, per ottenere perdono e riconoscimento ed un  nuovo salvacondotto o bolla papale se volevano risiedere o  viaggiare in quelle terre sia di  diretto dominio pontificio, che in quei regni o città che riconoscevano l’autorità papale, come faranno nei tempi successivi, viaggiando in  ogni direzione per l’Europa (Lucca,Fermo,Francia,Spagna ecc).

Salvacondotti papali che alcune fonti storiche dicono essere stati ottenuti, mentre altre invece lo negano.

(R) Et quando gli arivono a Bologna se erano già andati cinque anni (Cronaca Rampona)

(V) Et quando igli arivono a Bologna se erano andati anni v per lo mondo (Cronaca Varignana)

E dissero anche che quando arrivarono a Bologna,dopo tanto  che erano per il mondo, di loro, nel viaggio, ne erano morti più della metà.

Bologna offrì loro accoglienza in una delle porte principali della città, quella di Galliera, concedendo che  dimorassero, dentro e fuori le mura e sotto i portici  delle medesime, che a quel tempo si collegavano alle rovine della rocca papale.

[“Sì che, quando arivono a Bologna, si demorono a la porta de Galiera, dentro et de fuora e si dormiano sotto li porteghi, salvo che el ducha, che steva in albergo da re; et steno in Bologna 15 dì, et in quello che steno in Bologna, gli andava di molta zente a vedere, perché gli era la mogliera del ducha, la quale diseva che sapeva indivinare e dire quelo che la persona dovea havere in so a vita et ancho quello che avea al presente, e quanti figlioli havenvano [….] (Cronaca Rampona – XV sec)

La scelta del luogo, cioè Porta Galliera, era motivata sicuramente  dal fatto che nelle adiacenze si trovava l’antica piazza del mercato o Campo Magno della città, mercato del bestiame e di ogni altro genere di animali domestici ed oggetti d’uso quotidiano, vocazione mercantile che conserva ancora oggi, però più ristretta agli oggetti d’abbigliamento e vestiario, piazza che prende il nome da più moderne vicende storiche: l’ 8 agosto 1848 (cioè la cacciata degli austriaci da Bologna, per l’occupazione militare della città e per il ruolo di sostegno che gli  Asburgo avevano concesso fin dal 1287 ad un invadente ed ormai decadente Stato Pontificio).

[…]et le femine si andavano in camisa et poi portavano una schia’vina a armacollo et le anelle a le orecchie et pur assai velame in testa, et una de loro fè un putto in suso el marchato sotto el portegno, e de cho’ tre dì ella s’andò intorno cum le altre.[….] (Cronaca Rampona – XV sec)

Ed è proprio sotto quelli antichi portici della piazza del mercato (o Campo Magno), che una donna-egiziana partoriva, con lo stupore di tutti/e, ma lo stupore più grande era che dopo tre giorni se ne andava in giro con le altre ed il/la bambino/a entro una fascia ad armacollo.

Un bambino o bambina, chi lo sa, si potrebbe immaginare attraverso la nota canzone ‘Futura’ di Dalla, che quella ‘Futura’ che il poeta-musicista ci canta, non fosse nient’altro che l’inizio di una ‘Futura’ e prima generazione di romanì, partorita a Bologna in quel primo esodo nell’Europa occidentale, a cui nei secoli successivi se ne aggiungeranno degli altri/e dalle terre greche e balcaniche, e dal sud dell’Italia, genti suddivise e nominate su base ergonimica (o dalle attività svolte): artisti, musicisti, lautari o suonatori di liuto, danzatori, saltimbanchi, circensi, giostrai,violisti, lovari o allevatori di cavalli, ursari ammaestratori di orsi, maniscalchi, lavoratori dei metalli (argintari, aurari o slatari, costarari, ramai) salahori o costruttori di carri, calderari, fabbri, e keramidari o fabbricanti di mattoni, setari oproduttori cesti di vimini,curari o affilatori di coltelli,arrotini, machavaja o cantastorie o chiromanti, rudari o intagliatori ecc.

E per tornare a Bologna del XV secolo, è in quella che viene chiamata oggi la Montagnola, che i pellegrini-egiziani ricaveranno delle nicchie per tenervi oggetti di valore e cavalli, il cui commercio rappresenterà per quella comunità pellegrina e fuggiasca la principale  fonte di ricchezza e prestigio.

( Nel suo saggio ” Il popolo delle discariche” l’antropologo Leonardo Piasere, ribadirà che da sempre i luoghi a loro destinati come rifugio di fortuna erano rovine o luoghi dismessi) .

Ricordiamo in proposito che la Montagnola era chiamata così per uno strano apparente rilievo di terra, ora boscoso, sotto il quale si celano i resti delle gallerie dell’antica Rocca pontificia, rocca che si estendeva fino alla medesima piazza del mercato o al Campo Magno, demolita dal popolo bolognese, per la terza volta, proprio alcuni anni prima, nell’ aprile del 1416, dopo l’insurrezione popolare del 5 gennaio 1416. L’insurrezione portò alle dimissioni del legato pontificio Cardinal Casini, alla cacciata dalla città di tutti i funzionari pontifici e al ripristino degli ordinamenti comunali.

Oltre al commercio dei cavalli, praticato dagli uomini,  le donne s’ingegnavano girovagando per le strade, entrando in case e botteghe, nelle antiche arti divinatorie, leggevano la mano, per predire futuri, ma anche individuare nel presente, il tipo di carattere della persona amata, dei figli o del/la consorte: uniche attività svolte da quei pellegrini-egiziani per procurarsi il necessario alla sopravvivenza della comunità, anche se queste attività si dimostreranno con il tempo insufficienti.

In quei giorni che dimorarono a Bologna, molta gente andava a vederli incuriositi a Porta Galliera, ma soprattutto dove le cronache indicavano che il duca e la moglie ‘alloggiassero da re’ (con ogni probabilità nel ‘Palazzo Nuovo’ costruito tra il 1245 -46 per imprigionarvi Re Enzo, accanto a quello più vecchio del Podestà),

Accorrevano in particolare dalla moglie del duca,dopo che si era sparsa velocemente voce in città che sapesse indovinare e predire ‘ciò che accadrà nella vita, nel presente, quanti figli s’avrà, e per scoprire i fatti  della vita, e molti dicevano che raccontasse il vero’.

E le donne, come descritto nelle cronache bolognesi,  andavano con lunghe camicie, una fascia di stoffa ad armacollo, che si annodava ad una spalla, anelle alle orecchie, e molte stoffe arrotolate in testa a mò di turbante.

E siccome a molti di quelli che andavano da lei o che s’intrattenevano in quei giorni con le donne per scoprirvi il destino, poteva accadere che gli venissero sottratti  oggetti e valori (come contro-partita delle attività divinatorie), le autorità, allarmate, dai cittadini diffusero delle grida od ordinanze in città, in cui stabilivano che : “chiunque andasse da loro, veniva sanzionato con  50 ducati, e perdipiù andava incontro alla scomunica”.

[…] Onde li feno uno gran robare in Bologna,tanto che l’andò la grida che nessuno non adasse da loro, a la pena di 50 duchati et sotto pena di scomunicatione[…] (Cronaca Rampona – 1422)

E fu data licenza a chiunque avesse subito un furto di recarsi a riprendersi quanto sottratto. Una forma di contropartita (o contro-furto), una vera e propria contro-mossa diplomatica che le autorità cittadine, il legato ed il podestà escogitarono,per salvaguardarsi dal violare da un lato i disposti del decreto imperiale, e dall’altro i dettami etici e religiosi, o “le opere di misericordia” che richiedevano ai fedeli di accogliere i pellegrini nei viaggi di devozione o espiazione”, (o verso coloro che etimologicamente andavo per-ager, o per i campi aperti verso i luoghi di culto).

[…] e fue dato licenzia a coloro, ch’erano robadi che igli posesseno robare loro infino a la quantitate del suo danno[…]

(Cronaca Varignana – 1422)

Ed  allora alcuni uomini insieme, una notte,  andarono là dove i pellegrini tenevano i cavalli, e si presero il cavallo più bello che questi possedevano, ed i pellegrini sorpresi ed volendolo restituito, convennero nel ridare tutto quello che le donne avevano preso, e vedendo che erano venute meno le condizioni di sopravvivenza ripartirono per Roma.

A conclusione di quanto sopra descritto, che narra quel ‘primo contatto’ tra pellegrini egiziani, poi riconosciuti come ‘cingari’ ed infine romanì

e cittadini bolognesi, possiamo con ragione affermare che Bologna nel corso dei secoli, pur nelle sue drammatiche vicende interne, si è dimostrata una città cosmopolita, aperta ed accogliente, l’unica città comunale ed europea in cui sia menzionata dalle cronache antiche la nascita di un bambino/a egiziano/a –o romanì.

Mai prima nè dopo di queste cronache, si rammenta a tutt’oggi un evento simile in qualsiasi altra città-comunale italiana o europea.

E nella sua storica Biblioteca universitaria, Bologna,conserva ancor oggi nei ‘codici antichi’ la testimonianza di tutto questo.

Fonti e note storiche

E’ importante analizzare il contesto storico per comprendere meglio l’evento, questo irripetibile ‘first contact’, non solo con le popolazioni ed amministrazioni cittadine italiane bolognesi, ma con dei nativi italiani, così come lo definisce l’antropologo Leonardo Piasere, ed altri/e autori ed autrici: Antonio Campigotto, Massimo Aresu, Patrizia Bianchetti in “Questo genere di uomini” ed.Cisu (Centro informazione e stampa universitaria di Roma).

In questo tempo, noteranno gli storici, non abbiamo i Rom – fabbri – che giungeranno un secolo dopo dall’Europa balcanica e dal sud d’Italia, ma egiziani/e pellegrini/e provenienti dal Nord che barattano cavalli e predicono futuri e presenti.

Fonti

Qui di seguito si riporta il testo della Cronaca Rampona tradotta in un romanes ‘standard ‘ affinché tutti i romanì possono finalmente avere una loro madre lingua comune in un patria transnazionale, dato che per loro da sempre la ‘loro patria è il mondo intero’, ma devono anche poter godere della cittadinanza (o di un ius soli) là dove desideranovivere ed abitare.

Nell’anno 1422 dell’era cristiana, il giorno 18 luglio (quel giorno era domenica) venne in Bologna

Ando bersh 1422 _ po 18 lulja (kava dive sas kurko) aviló andeBologna

un duca d’Egitto, il quale aveva nome ‘Duca Andrea’ e venne con donne,

jekh baro raj katar o Egitto, so biciavélas “Baro Raj Andrea” haj aviló le giuvljantsa,

bambini e uomini del suo paese: ed erano circa cento persone.

le ciavorentsa haj le manushentsa katar o peskero them: haj sas pashcí shel žené.

Quando essi arrivarono a Bologna, dimorarono a Porta Galliera, dentro e fuori le mura

Kana jon avilé ande Bologna, beshlé ande Porta Galliera, andré haj avrí katar le zidurja

e dormivano sotto i portici, salvo il duca stava in albergo da re.

haj sovenas telál le pragurja, samo o baro raj beshelas ando kralieskero stano.

E stettero in Bologna una quindicina di giorni. E per tutto il tempo che dimorarono a Bologna,

Haj acilé ande Bologna pashcí deshupanč dive. Haj pe sori vrjama ka acilé ande Bologna,

molta gente li andava a verdere. Le donne andavano in giro con lunghe camicie,

but žené gianas te dikhenles. Le giuvljá gianas trujál lungone gadentsa,

e portavano una fascia di traverso annodata a una spalla,

haj anenas jekh paramenka pe regate phandli po dumo,

le anella alle orecchie e molti veli arrotolati in testa a mo’ di turbante,

le cinjá kanenghe haj but diklé amboldiné po shero sar jekh shtadí,

e una di loro partorì un bambino al mercato sotto il portico

haj jekh mashkar lende bijandiló jek ciavo po pjatso telál o prago

e dopo tre giorni andò in giro con le altre.

haj pala trin divegeló trujál le vavrenca.

Ando bersh 1422 po 18 lulja (kava dive sas kurko) aviló andeBologna jekh baro raj katar o Egitto, so biciavélas “Baro Raj Andrea” haj aviló le giuvljantsa, le ciavorentsa haj le manushentsa katar o peskero them: haj sas pashcí shel žené.

Kana jon avilé ande Bologna, beshlé ande Porta Galliera, andré haj avrí katar le zidurja, haj sovenas telál le pragurja, samo o baro raj beshelas ando kralieskero stano.

Haj acilé ande o Bologna pashcí deshupanč dive. Haj pe sori vrjama ka acilé ande Bologna, but žené gianas te dikhen les. Le giuvljá gianas trujál lungone gadentsa, haj anenas jekh paramenka pe regate phandli po dumo, le cinjá kanenghe haj but dikle amboldiné po shero sar jekh shtadí, haj jekh mashkar lende bijandiló jek ciavo po pjatso telál o prago, haj pala trin divegeló trujál le vavrenca.

Testo tradotto per l’occasione in uno standardizzato romanes da Angelo Arlati – glottologo e linguista che si può ritenere appartenente a quella multipla e comune identità ‘romsintogagina’.

A proposito del “first contact” si riportano le osservazioni di Leonardo Piasere, che ritengo sia uno dei più importanti e attendibili storici-antropologi di riferimento che per l’evento oggetto di questo testo.

“ Cerchiamo quindi di interpretare questo first contact. Lo farò riportando direttamente dei passi dalle due cronache (citando nell’ordine dalla Rampona (R) e poi della Varignana (V), e di seguito analizzandoli.

Partiamo con l’incipit con cui i cronisti iniziano questa sorprendente narrazione:

(R) Anno Christi Mcccc22. Adì 18 de luglio venne a Bologna uno ducha d’Ezitto lo quale havea nome el ducha d’Ezitto lo quale havea nome el ducha Andrea.

(V) 1422. Uno ducha d’Ezyto venne a Bologna adì xviii del mese de luio, el quale avea nome el ducha Andrea.

[…]

Andrea, in qualità di duca del “piccolo Egitto”, era già comparso nelle cronache a Saint Laurent, in Savoia, nel 1419 e a Bruxelles e Deventer (nel Brarbante) nel 1420. Da notare però, che a Bologna non si parla di “Egitto minore” o di “piccolo Egitto”, come in tante altre cronache europee, ma semplicemente d’Egitto. Il cronista bolognese non mette mai in dubbio la provenienza, che evidentemente era affermata oralmente dal ducha e confermata e scritta nel salvacondotto dell’Imperatore che portava con sé.

Ma già alla fine del Quattrocento si dava per certo che si trattasse di una ‘menzogna’ e nel settecento Ludovico Muratori (storico,scrittore e bibliotecario che odiava gli ‘zingari’) era al riguardo caustico nei loro confronti (vedi Muratori 1741); dopo la scoperta dell’origine indiana del romanes, si rafforzò e fu sancita l’idea della menzogna.

Diversi autori alla fine dell’ottocento hanno cercato di dimostrare che quel “piccolo Egitto” andava ricercato ovunque eccetto che in Egitto: nel Peloponneso (Hopf,1870,p.11), nell’Epiro (Bataillard,1888-89 p.286), in una regione dell’Anatolia (Hermann,1899), in varie località d’Europa (McRitchie, 1988-89, io (Piasere) invece, sono convinto che quei Rom (perché sono pure convinto che a quel tempo la distinzione tra rom e sinti ancora non esistesse)fossero convinti d’essere egiziani. La convinzione di essere egiziani è attestata per quelli presenti in Grecia già nel Trecento; ancora oggi in Macedonia e Kosovo esistono Rom che vantano la loro “egizianità” in contrapposizione ad altri rom;l’etnografia del ventesimo secolo ci dice che qualche gruppo è ancora chiamato “gli egiziani” da altri gruppi rom (Uhlik, 1955-56).

Ad esempio i ròma sloveno-croati chiamano gìftaria o giìftarsko ròma quelli che oggi si definiscono sinti; etimologicamente gìftaria significa “egiziani”, “rom egiziani”, appunto (Piasere,1985a).

Ossia nel Quattrocento eravamo di fronte ad una costruzione identitaria ben nota all’odierna antropologia dei rom, che ha appurato che le distinzione interne si costruiscono spesso a partire dal legame che un dato gruppo può aver avuto con una data regione (od un arte ed un mestiere, annotazione aggiunta di redazione).

Tale legame può essere reale o fittizio, non è questo l’importante: può essere capitato un qualsiasi avvenimento, importante, futile o ridicolo, nella storia pre-europea dei Rom che abbia messo in contatto, direttamente o indirettamente, un gruppo di famiglie con l’Egitto.

L’importante è che tale relazione con una data regione serve a distinguere un gruppo dagli altri. Gli esempi etnografici potrebbero essere decine.

Quei Rom erano sinceramente “egiziani”, questa è la mia supposizione – sinceramente perché si contrapponevano ad altri rom che non si consideravano tali.

E’ questa esigenza interna d’identificazione creò gli egiziani quali li conobbero gli europei di allora. Come in altri tipici malintesi di first contact, per le parti che si trovano di fronte, ognuno intende il termine a modo suo.

(R) Lo quale ducha si avea renegandola fede christiana, et lo re d’Ungheria prese la soa terra et lui, et si li disse lo dicto ducha ch’ello voleva retornare a la fede christiana, et si battezzò cum tucto quello puovolo. (Cronaca Rampona, 1422)

(V) El quale ducha avea renegato la fede christiana e ‘l re d’Ungaria prese la sua terra e lui, el quale ducha disse dise al dito re de voler retornare a la fede christiana, e così se batezò con alquanti de quello popolo. (Cronaca Varignana, 1422)

Anche qui, il peccato d’apostasia che essi stanno scontando può non essere un’invenzione, come la secolare incrostazione storiografica porta a pensare.

Noi sappiamo bene che i Rom in Grecia nel Trecento erano cristiani e seguivano il rito greco, come attesta un un francescano irlandese in viaggio da quelle parti (Piasere, 2006).

E’ possibilissimo che gruppi rom trovatisi inglobati in territori bulgari o rumelici occupati dai turchi ,una o due generazioni prima del duca Andrea, fossero passati ufficialmente all’islamismo (che cade in mano ottomano giusto nel 1417), per poi ridiventare cristiani una volta entrati nel regno d’Ungheria o in Valacchia.

A differenza di altri casi di “primi contatti”, come quelli famosi analizzati da Todorov (1984) da Sahlins (1986), da Connolly e Anderson (1987), qui non abbiamo gli europei che girando alla conquista alla conquista del mondo scoprono via via nuovi indigeni (o nativi), ma abbiamo gli indigeni(o nativi) dell’Europa occidentale che vengono scoperti dai Rom. E quei Rom che si spingono fuori dai confini dell’Ungheria con un intento parimenti preciso: conquistare la ricca Europa occidentale.

E’ notevole come gli egiziani con il loro racconto mettono in contatto i bolognesi con le lontane vicende che stavano succedendo nei Balcani. Il riferimento alla ‘soa terra’, cioè del duca, poteva pure essere un malinteso, intendendolo gli egiziani in un modo (un territorio di tipo “r”, come dirò subito), e i bolognesi come un “regno” quale poteva essere passato allora, cioè un normale territorio di tipo “K”.

Strategia “K”

Cioè imponendo il proprio dominio su un territorio, scalzando dei concorrenti e sviluppando localmente in modo più o meno intensivo lo sfruttamento delle risorse disponibili ….e trasformando i concorrenti perdenti in subalterni.

Strategia “r”

In un senso inverso:acquisendo risorse ovunque e in qualsiasi modo possibile, senza al contempo imporre alcun dominio o subalternità.

Da Hermann Corner sappiamo che nel 1417 contro i furti, e nonostante le lettere dell’Imperatore, la risposta delle autorità locali tedeschi fu “normale”: ‘per alcuni in diversi luoghi essere presi presi ed ammazzati’ (“et plures de eis in diversis locis sunt deprehnsi ed interfecti”)

Ma il cardinale di Sant’Eustachio (o legato pontificio Carrillo Albornoz), allora unico signore di Bologna, come sappiamo, o il podestà Antonio Alexandri per lui, non agisce in questo modo, ma agisce in due direzioni diverse: contro i bolognesi e non tanto contro gli egiziani, ma i loro beni.

La prima direzione tende a isolare gli egiziani dal resto della città, cioè a togliere loro clienti: la minaccia spirituale della scomunica è senz’altro tesa ad impedire ai cittadini di sottomettersi all’arte diabolica della divinazione (a Parigi si seguirà la stessa modalità), mentre la minaccia dell’ammenda serve da rinforzo o a dimostrazione della serietà temporale con cui è presa la cosa. L’ammenda è molto altra, sia che si segua la Varignana che parla di “libre L”(pari al 140 lire di bolognini): 50 lire di bolognini corrispondevano in quelli anni grosso modo alla paga di duecento giornate di lavoro di uno zappatore, oppure alla metà delle tasse annuali di un banchiere giudeo (cfr. Bocchi, 1971, p.28; Muzzarelli, 1994,p.108), ma anche al permesso del contro-furto.

(R) Et se fu dato licentia a coloro, ch’erano stà rubati che li possevano rubare loro per infino alla quantitade del suo danno.

La minaccia di scomunica o di multa può bloccare i bolognesi dall’andare dagli egiziani, ma non viceversa, dal momento che, abbiamo visto, questi hanno ampia libertà di movimento e, come coglie bene il politologo Geremek(1982), per leggere la mano o “dare ciance”(tener a bada qualcuno con qualche promessa) le donne non sembra che abbiano alcun problema per farsi capire, e quindi, aggiungiamo, non possono essere zittite. Perché semplicemente , il Cardinale di Sant’Eustachio non li bandisce (in un momento in cui il bando era cosa comune), non li fa impiccare (come aveva fatto impiccare in piazza due bolognesi giusto l’anno prima), non li elimina in qualsiasi altro modo senza chiedere conto a nessuno visto che è il signore assoluto?

Perché egli si trovò a risolvere una delicata questione giuridica e diplomatica.

Gli egiziani si presentavano a tutti gli effetti, come dirà a Forlì Girolamo de Fiocchi, come “quedam gentes misse ab imperatore, cupientes recipere fidem nostra”, gente mandata dall’Imperatore al Papa, desiderosi di ricevere la nostra fede.

Un conto è presentarsi come tali nel Meklemburgo o nel Brabante, un conto è nello stato del Papa.

Come poteva il legato spagnolo Alonso Carrillo de Albornoz, fatto cardinale da un antipapa(Giovanni XXIII), confermato nella carica per volere del nuovo e legittimo pontefice (Martino V), andare contro un volere dell’Imperatore?

Si trattava di quell’Imperatore cui si doveva l’elezione di quel Papa ora diventato suo protettore, ed egli non poteva permettersi di coinvolgerlo in una grana diplomatica, a causa del duca egiziano.

Tanti autori hanno evidenziato che i conti tornano perfettamente,rispetto alla prima comparsa in Germania nel 1417.

Questa è la lettura che i bolognesi danno del fatto che alla compagnia del duca è garantita l’autonomia giuridica di cui si è parlato. Vero o falsa che fosse la lettera di Sigismondo – e i bolognesi non ne dubitano un istante della sua autenticità – gli egiziani (o quelli che saranno i cingari e poi i rom) si presentano come un ‘ imperium in imperio’ ; (uno stato nello stato) una modalità che ha delle basi giuridiche ampiamente accettata in un’epoca in cui, con le parole di Ascheri (1988, p.12), ogni categoria di persona ha un proprio status, e “si assiste ad una frantumazione soggettiva (….) della categoria dello straniero, per cui(….) per il giurista coevo diviene soprattutto una categoria residuale”. Tanto che in quel periodo si dibatteva “fino a che punto potesse applicarsi al non cives lo statuto di una città (ib., p.14).

Oltre che a presentarsi come giuridicamente autonomi, quelli egiziani si presentano anche come pellegrini, e sappiamo bene che i ‘peregrini’ avevano di per sé uno statuto particolare. Si potrebbe dire che la somma delle due condizioni li rende giuridicamente intoccabili.

….

A Bologna, invece, succede (a differenza delle altre cronache che segnalano il passaggio degli egiziani in altre parti d’Europa) una cosa strana: “mentre il duca e la moglie alloggiano in albergo (da re)”, gli altri “dormono alla Porta de Galliera, “dentro et de fuora” Cronaca Rampona) / “alozono a al porta de Galiera, e de fuora”(Cronaca Varignana).

Occupano lo spazio a cavallo di una porta delle mura costruite de fresco (s’era finito di costruirle nel 1374), proprio sul confine tra il dentro e fuori, o meglio tra il dentro e il quasi fuori, visto che Bologna era circondata dalla cosiddetta Guardia Civitatis, una fascia di territorio che correva intorno alla città, profonda circa tre miglia dalle mura e distinta amministrativamente sia dalla città stessa che dal contado. E a cavallo di questa frontiera che sfumava il dentro e fuori che gli egiziani s’accampano ….

Se guardiamo una delle prime mappe leggibili della città, la pianta prospettica affrescata nei Palazzi Vaticani nel 1575, ci accorgiamo, inoltre, che la zona di Porta Galliera interna alle mura era una zona verde, ampiamente non costruita con ampi tratti di “campagna in città”(Ricci, 1980,p.90-92); apparentemente questi campi non vengono usati dagli egiziani in quel periodo di canicola per

piantarvi le tende, perché sottolinea il cronista, essi dormono sotto quei portici delle vie che ancora oggi caratterizzano Bologna. Si può dire che sfruttano totalmente la contaminazione tra città e campagna presente a porta Galliera. Bisogna dire che parte di quella zona incostruita era costruita dalle macerie della rocca di Galliera, simbolo del potere pontificio, che era stata abbattuta di fresco nel 1416, come si ricorderà e non ancora ricostruita (sarà in seguito ricostruita ed abbattuta altre due volte, l’ultima nel 1511, a cui si riferiscono il “guasto o macerie” della pianta vaticana del 1575.

E’ in questa zona incostruita e/o demolita, “guastata”, chiamata il Campo Magno, che si trova il mercato grande, il mercato del bestiame, ed qui, anzi in un portico nei suoi pressi, che nascerà (per ius soli, il primo ‘egiziano-bolognese-italiano’.

E quando torneranno da Roma, scoprendo che il loro territorio (collocato fuori dal Regno d’Ungheria) resterà occupato dai turchi, e non potendovi più farvi ritorno diverranno in Europa per sempre ‘stranieri interni”.

Commento

Il testo della cronaca bolognese è oggi molto noto nella storiografia sui ‘cingari’.

E’ da segnalare, però, che vicende riguardanti il duca Andrea entrano nella storiografia internazionale sui rom solo dopo la pubblicazione di Muratori (1741) e grazie ad autori stranieri del secondo Settecento.

Come vedremo qui di seguito, il testo in forma manoscritta sarà solo sporadicamente citato dai cronisti locali e non diventerà mai parte dei discorsi italiani sui ‘cingari” che andiamo a riportare in luce.

Solo a partire dal 1841 Francesco Predari, comincerà a parlare del duca Andrea, sulla scia di autori stranieri come Grellmann e Augustini ab Hortis (allora citato come anonimo).

Il duca Andrea arriva a Bologna in un momento di lotta tra le due famiglie più potenti, i Bentivoglio e i Canetoli, ed in tempo di sospensione delle magistrature popolari della città, quando al governo della città vi era il Cardinale Alonso Carrillo de Albornoz, legato pontificio,nominato dal papa Martino V, e il Podestà il fiorentino Antonio di Alexandri de Alexandria, nominato dal legato pontificio.

Per il resto, eccetto il contro-furto del cavallo da parte dei bolognesi, i fatti riportati nelle cronache vi corrispondono a quelle coeve descritte in tante cronache riguardante l’arrivo degli egiziani in altre parti d’Europa. L’unico studio di ampio respiro che cerchi di utilizzare in modo estensivo quei materiali resta Paul Bataillard. Più recentemente Angus Fraser (autore ‘the Gypsies’ )ha ripreso i materiali con nuove considerazioni.

Ma tuttora manca un’analisi completa ed integrata di queste fonti.

La cronaca di Bologna resta il primo documento che attesti la presenza degli egiziani in Italia.

Bisogna anche segnalare una potente differenza esistente tra le cronache Rampona e Varignana da un lato e la Miscellanea che descrive Muratori nel 1731 dall’altro; mentre le prime due parlano di cento egiziani riconvertitisi al cristianesimo, la terza parla di quattromila. Si tratta forse di discrasie (cattive mescolanze) esistenti tra i due manoscritti della Biblioteca Estense di Modena utilizzati dal Muratori (scrittore, diplomatista e bibliotecario presso la Biblioteca di Modena) , e gli altri due codici conservati nella Biblioteca Universitaria di Bologna che riportano la Rampona e la Varignana(Rampona n.431, Varignana n.432 del secolo XV). Ricerche mirate saranno benvenute. Ricordo solo che cifre basate sul “quattro ” ricorrono nelle cronache svizzere del Cinquecento riguardo ai “pagani egiziani” che si sarebbero presentati in svizzera nel 1418: a seconda degli autori, sarebbero stati quattromila o quattordicimila o quaranta mila: l’arrivo di gruppi sparpagliati e composti di qualche decina di effettivi viene trasformata in un’invasione

(si vedano, fra gli altri, i passi delle cronache Stumpf e di Tschudi riportati in R. Gronemeyer, “Zigeuner in Spiegel frueer Chroniken und Abbandlungen”, Giessen,Focus,1987,p.32 e 37).

BIBLIOGRAFIA

(cfr. F. Predari. Origine vicende dei ‘zingari’, Milano, Lampato, 1841)

Per analisi mirate rimandiamo ai saggi di Bronislaw Geremek e Leonardo Piasere.

B.Germek, “L’arrivèe des Tsiganes en Italie: de assistance à la rèpression”, in G. Politi, M. Rosa, F. Della Peruta (a cura di), Timore e carità. I poveri nell’Italia moderna, Atti del Convegno “Pauperismo e assistenza negli antichi stati italiani”, Cremona, Annali della Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona, 1982, p.27-44; versione italiana in B. Geremek, Uomini senza padrone,Torino, Einaudi,p.151-172). “

L. Piasere, “First Contact, analisi della grana internazionale che si trovano di fronte i bolognesi nei giorni della canicola del 1422, e come lo risolsero”,

M. Aresu, L. Piasere (a cura di ), Italia Romanì, vol. V: i Cingari nell’Italia di antico regime, CISU, 2011, p.41 -46, “contatto”-

GRANDE STORIA

Da Costanza a Bologna

“Gli egiziani entrano nella piccola storia di Bologna presentandosi come il frutto della -Grande Storia di quelli anni.

Sono queste due storie che dobbiamo brevissimamente ricordare.

Sigismondo di Lussemburgo è il re che combatté e perse la battaglia di Nicopoli, sul Danubio nel 1396, per tentare di arrestare l’avanzata ottomana nei Balcani.”

(da First contact di L. Piasere,in Italia Romanì,Vol 5, p.14)

[…]
“Il 25 settembre 1396, nelle pianure a sud della centrale città bulgara di Nicopoli fu combattuta una storica battaglia. Da un lato Bayezid I, sultano dei turchi ottomani, e da tutti i suoi paesi conquistati e vassalli:serbi, bulgari, bosniaci, e albanesi, e un un corpo di giovani cristiani convertiti all’islam, e dall’altra parte un’alleanza di truppe provenienti da tutta L’Europa occidentale ed orientale, definiti come ‘crociati”:ungheresi, valacchi, transilvani,tedeschi, borgognoni,francesi ed inglesi. Nicopoli è stata la prima battaglia dove gli Ottomani incontrarono un esercito europeo. Le forze alleate europee raggiunsero Buda, in Ungheria, per soccorrere il paese retto dal re Sigismondo I. E dopo aver marciato fino a Nicopoli,in un solo giorno le truppe alleate europee furono sbaragliate e subirono una schiacciante sconfitta inflitta dai turchi-ottomani[…] (tratto dalla storia militare medievale)

[….]

Al suo ritorno Sigismondo di Lussemburgo, fu proclamato dai principi elettori, Imperatore del Sacro Romano Impero, per la prima volta senza l’incoronazione papale;

sarà lo stesso Imperatore dei Romani a chiedere la convocazione del Concilio di Costanza (1414-18) “per cercare di porre fine allo scisma d’occidente che attraversava da secoli ormai la Chiesa cattolica.

Durante il Concilio, seguito strettamente e a volte presieduto dall’Imperatore stesso, che papa Gregorio XII (Angelo Correr) dà le dimissioni, ed al contempo vengono deposti nel 1415 i due antipapi, l’uno eletto a Bologna Giovanni XXIII (Baldassare Cossa) e l’altro Benedetto XIII (Pedro Martinez de Luna)eletto ad Avignone.

Nello stesso anno, sempre a Costanza, l’eretico Jan Hus venne portato al rogo (Jan Hus, teologo e riformatore religioso boemo, e rettore dell’Università Carolina di Praga, promotore di un movimento religioso ispirato alle idee del filosofo inglese John Wycliffe, che con Marsilio da Padova, era un convinto sostenitore della superiorità dello Stato sulla Chiesa, che doveva conservarsi povera ed apostolica, senza possedimenti e coinvolgimenti politici).

Nel 1417 viene finalmente eletto (in modo ecumenico) papa Martino V (Oddone Colonna), e con questa elezione si concluse di fatto il lungo scisma.”

(in parte tratto da First contact di L.Piasere,in Italia Romanì,Vol 5, p.15)

[…]

PICCOLA STORIA

“Da quando l’imperatore Rodolfo degli Asburgo aveva donato Bologna al papa nel 1278, la storia della città è stata ovviamente molto legata alle vicende pontificie.

E’ stata come si dice, una storia di lotta per l’autonomia da Roma (o dal potere temporale pontificio).

Proprio uno dei tre co-papi, Baldassare Cossa, fu legato e di fatto signore di Bologna, direttamente o indirettamente, dal 1402 al 1414, però il 17 maggio 1410 si fa eleggere papa come ‘Giovanni XXIII’ da un conclave raccogliticcio

[….]

e nello stesso giorno pose la prima pietra per ricostruire per la seconda volta il castello papale.

La Rocca fu fatta edificare come Palazzo pontificio nel 1330 dal Cardinale Poggetto, per conto del papa Giovanni XXII, che risiedeva in Francia, il quale riteneva Bologna la città più vicina ad Avignone ma anche Roma, e per questo prescelta dal medesimo come possibile nuova sede pontificia, al fine anche di controllare le città  italiane precedentemente guelfe,o fedeli al Pontefice, che in sua assenza erano passate ai guelfi bianchi, alleati di quei regnanti, quali i Visconti di Milano, l’aristocratica Repubblica di Venezia ed altri in Italia, ostili al potere temporale della Chiesa.

Il 17 marzo del 1334 fu l’anno della prima insorgenza contro il legato pontificio, che causò la distruzione della Rocca e la cacciata dalla città del cardinal Poggetto; ed in questo abbattimento andarono perduti per sempre degli affreschi di Giotto che ornavano la ‘Cappella Magna’ all’interno della Rocca, destinata e dedicata al pontefice.

L’anno successivo, ed era Il 28 aprile del 1411, fu ridistrutta a furor di popolo per la seconda volta, quando Giovanni XXIII, era partito per Roma.

il medesimo antipapa che l’08 marzo del 1413 la fa ricostruire per la terza volta;

Rocca,osteggiata negli anni dal popolo bolognese, e diventata nel tempo simbolo del potere pontificio a/su Bologna, situata nei pressi dell’ omonima porta Galliera.

Il 5 gennaio 1416 i bolognesi venuti a conoscenza dell’avvenuta destituzione al Concilio di Costanza dell’antipapa Giovanni XIII,costringono alle dimissione il Cardinale Casini (deposto dal quel 5 gennaio 1416) , legato pontificio, che era stato nominato legato (dal 20 dicembre 1413) dall’antipapa Giovanni XXIII, e con lui cacciano dalla città tutti i funzionari pontifici,ottenendo il ripristino degli antichi ordinamenti comunali, e l’elezione delle magistrature – a guida della città: i 9 anziani e i 16 riformatori dello stato della “libertas”.[…..]

(ricerche storiche di pino de March)

[….]

La sommossa riesce bene poichè sono riunite le due fazioni tradizionalmente nemiche, “i caneschi”, riuniti attorno alla famiglia Canetoli, ed i “bentevoleschi” che fanno capo al Bentivoglio.
Nell’aprile del 1416, il comandante della rocca di Galliera, zio di Baldassare Cossa, si fa corrompere per diecimila ducati e la consegna ai bolognesi, i quali ne cominciano seduta stante l’ennesima demolizione.

Martino V , finito il Concilio, inizia un lento viaggio di ritorno a Roma.

Si ferma a Milano, Brescia, Mantova.

Di lì chiede di entrare a Bologna, ma i bolognesi gli negano l’accesso.

Si sposta quindi a Ferrara e poi a Firenze, da dove dal 1419 guida la riconquista della città.

Nel frattempo, nel gennaio 1420, Anton Galeazzo Bentivoglio, con un colpo di mano, caccia i caneschi e s’impossessa della città facendo eleggere persone a lui vicine fra i 16 Riformatori prima e fra i 10 Ufficiali di Balìa poi (una magistratura per i periodi di crisi).

Il papa lancia l’interdetto sulla città.

Falliti gli incontri con gli ambasciatori bolognesi, che erano pur riusciti strappargli un concordato molto favorevole nel 1419 (concordato che concedeva il vicariato al Comune, il che rendeva la città de facto, se non de jure, indirecte subjecta, cioè di fatto autonoma),

Martino V assolda il perugino Braccio da Montone che nell’estate comincia ad occupare il contado bolognese.

Anton Galeazzo cede: si ritira nella nuova proprietà di Castel Bolognese che Martino V gli concede, e Bologna si ridà al papa dopo aver dovuto subire un nuovo concordato.

“La città di Bologna subì in quell’estate una dura sconfitta sul piano militare e politico che si concluse con la pace di Borgo Panigale del 16 luglio 1420, pace stipulata tra Forte Braccio (Braccio da Montone), il cardinale Condulmer e Anton Galeazzo Bentivoglio.

Il potere pontificio viene restaurato ufficialmente il 21 luglio del 1420 proprio da Gabriele Coldulmer, che cede il governo ad un altro cardinale il 21 agosto dello stesso anno.[…..]”

(ricerche storiche di Pino de March)

[….]

Costui indicato nelle cronache coeve come il cardinale ‘hyspanus’ (Griffoni), o come ‘messere Alfonso Cardinale di Santo Eustachio” (cronaca Rampona) o come “Alfonso Casiglia” (Gualandi,1960-61), è al secolo Alonso Carrillo de Albornoz, un nobile spagnolo, allora vescovo di Osma, poi di Siguenza-Guadalajara, diacono di Sant’Eustachio (a Roma), il cui padre era stato precettore del re di Spagna Giovanni II.

Alonso Carrillo era stato fatto cardinale dall’antipapa Benedetto XIII, e riconfermato da Martino V.

Il testo del concordato del 1420 è andato perduto (Fink,1931-32), ma si capisce dagli avvenimenti che doveva essere più restrittivo di quello del 1419 o, se simile, non rispettato, visto che riportò Bologna ad essere pienamente directe subjecta, cioè completamente dipendente dal papa.

Il Legato fa rientrare i Canetoli dall’esilio e, fino a che questi non si ribellano a sua volta, nel 1428, s’appoggia a loro contro i bentevoleschi per governare al città.

Dal 1420 al 1428 non vengono eletti nè Consigli degli Anziani nè Riformatori.

Su questo le cronache sono molto avare, e solo in quella di Fileno dalla Tuata si dice chiaramente che “e Legato non volse se feseno più signori nè confalonieri” (2005, Vol. I p.229).

Nella lista dei governanti stilata da Gualandi (1960-61), per il 1421 viene indicato semplicemente il ‘cardinale Alfonso Casiglia spagnolo’, mentre il periodo 1422-1428 resta semplicemente in bianco

(anno dell’arrivo degli pellegrini -egiziani)

Eppure i podestà continuano ad essere eletti annualmente, ma apparentemente designati direttamente da Roma (Partner,1979,p.240).

Il 1 settembre del 1420 viene nominato un perugino Matteo di Pietro, in evidente continuità con la riconquista di Braccio di Montone;

il 1 maggio 1421 è la volta di Antonio di Alexandri de Alexandria di Firenze,

ed il 1 agosto 1422 di Simoncino Buondelmonti, sempre di Firenze, in un periodo i cui l’ufficio di tesoriere della città era pure tenuto da un fiorentino (Petro Bartolomeo de Borromeis).

Peter Partner,(1979,p.240), uno dei pochi storici che ho trovato che si sia interessato con precisione e a questo periodo storico della storia bolognese,“ponendo meno ai prestiti che i fiorentini avevano fatto al Papa per sostenere l’apparato amministrativo pontificio a Bologna”.

In quelli anni di quella momentanea restaurazione papalina, è da segnalare che i bolognesi restarono anche senza il loro vescovo, Nicolò Albergati (che sarà in seguito fatto beato), nominato nell’anno della ribellione del 1416,ed inviato nell’aprile del 1422 come Legato pontificio in Francia ed in Inghilterra in una delle tante fasi della guerra dei Cento anni (ritornerà nell’agosto del 1423)

Bologna una delle città più grandi della Valpadana e forse la più popolosa dello Stato della Chiesa, con i suoi 35-38mila abitanti (la stima tradizionale per il 1371 è di 32mila abitanti e per il 1495 di 45mila; cfr. Montanari,1966; Dondarini 1990; Ginatempo e Sandri,1990). Era al contempo, la città più ricca dello Stato pontificio, essendo le sue entrate superiori a quelle di Roma stessa (Partner,1979,p.243)

Era, infatti una città abbastanza cosmopolita, sia per il giro di commerci, sia per la popolazione dei suoi monasteri,sia per il suo Studium che attraeva studenti (i famosi ultramontani”) da buona parte dei paesi europei.

“Ed essere stata la sede di due antipapi:l’uno Alessandro V, nominato in un raccogliticcio concilio di Pisa(sepolto nella Basilica di S. Francesco) , e l’altro Giovanni XXIII in un altrettanto raccogliticcio concilio di Bologna” (ricerche storiche di pino de March)

Alcune curiosità

La passione dei bolognesi per le cronache

La cosa da sottolineare è che tra le passioni dei bolognesi tra la fine del Medioevo ed il Rinascimento vi era anche quella di scrivere cronache della propria città.

Leonardo Quaquarelli nel 1993 ne ha censito centodue, molte delle quali spesso in più varianti a seconda delle mani che nei secoli vi hanno fatto aggiunte o tagli.

Delle centodue cronache, cinquantadue sono adespote (anonimo, senza nome d’autore), ma anche la paternità delle altre cinquanta in molti casi è solo ipotizzata; queste ultime, inoltre sono a volte delle vere e proprie opere collettive diacroniche con parti della paternità conosciuta e parti anonime. Quasi tutte sono rimaste manoscritte, pur tuttavia hanno nei secoli conosciuto una discreta divulgazione e sono state spesso usate come fonte le une per le altre, tanto che l’antropologo, meno abituato forse a scontrarsi con problemi d’autoriale rispetto ad uno storico, viene tanta voglia di dire di trovarsi di fronte ad una sorta di grande Cronaca Unica in analogia al famoso Mito Unico di Lèvi Strauss, raccontata nei secoli, pur nelle tante varianti, con ossessione di rendere immortale Bologna.

[..]

Non avendo competenza di cronachistica, di codicologia e paleografia bolognese, mi limito a dire che, per quanto mi risulta al momento, l’arrivo del duca Andrea è raccontato in una posta riportata uguale se non per dei dettagli in due delle cronache coeve, o in parte coeve, ai fatti che descrivono, quella conosciuta come cronaca Rampona e quell’altra come cronaca Varignana, entrambe pubblicate da Albano Sorbelli nel 1938, e tutt’e due usate dal Muratori (1731) per compilare l’Historia Miscellanea Bononiensis, pubblicata nel Rerum Italicarum Scriptores, la quale ultima è la versione usualmente citata e qui non sarà utilizzata.

Secondo il parere tradizionale, la cronaca Rampona si basa sulle ‘Antichità di Bologna’ del francescano Bartolomeo della Pugliola, che non è pervenuta autonomamente, e a sua volta si fonda su cronache precedenti fino al 1394, e poi continua autonomamente fino alla morte del del frate avvenuta tra il 1422 e il 1425(Zabbia, 1999,p.104)

In base a questa interpretazioni, quindi, la posta sul duca d’Egitto, potrebbe essere scritto da Bartolomeo della Pugliola.

Secondo altri, invece, Bartolomeo si sarebbe interrotto nel 1394, dopo di che la sua cronaca sarebbe stata continuata da Pietro Ramponi negli anni Trenta, e poi da Ludovico Ramponi alla fine del Quattrocento (Antonelli e Pedrini, 2000).

Dai raffronti da me fatti, solo quest’ultimo avrebbe potuto scrivere il passo sul duca d’Egitto,ma allora pretendendolo da qualcuno altro. E il passo originario potrebbe essere, invertendo l’ordine con cui le aveva pubblicate Sorbelli, quello della Varignana nella quale “numerosissimi i passi che attestano la contemporaneità dello scrivente rispetto ai fatti narrati tra la metà del Trecento e la metà del Quattrocento” (Quaquarelli,1993,p.219)

A meno che entrambi i passi non siano presi da una terza fonte, per ora sconosciuta.

A supporto della prima ipotesi, ricordo che le altre cronache scritte alla fine del Quattrocento riportano il fatto degli egiziani del duca Andrea (ad esempio, Albertucci de Borselli e della Tuata), ma allora già li individuano come “cingani” e già descrivono quell’arrivo come la prima notizia della presenza ‘cingani’ in Italia.

Dalla Tuata, nel 1496, dopo aver riassunto il nostro passo, ma già tagliando la vicenda del contro-furto (!), scrive chiaramente: “e quisti funo li primi cingani che mai venissero in Italia, lovvero Egiptii”.[….]

(da First contact di L. Piasere,in Italia Romanì,Vol 5, p.16-17-18).

Egiziani perché?

“Sono stati considerati per lungo tempo alla stregua di altre comunità diasporiche, stranieri al superlativo,’stranierissimi’, anche se vivono all’interno delle mura della città, nel ghetto ebraico come in quello turco, e hanno rappresentato una concentrazione di ‘ossimorità’, il cosiddetto straniero-interno.

Mappa del viaggio millennario tra India ed Europa

Storie maledette o malintese che hanno accompagnato i pellegrini-egiziani e i ‘cingari’ tra basso medioevo ed prima modernità

L’associare nella medesima locuzione ‘straniero-interno’, parole che esprimono concetti diversi 8per il sociologo G.Simmel ).

Gli ‘egiziani’ prima ed i ‘cingari’ poi sono stati considerati per lungo tempo in modo ‘simmeliano’  anche loro come stranieri-interni.

Bologna è la prima città italiana che stabilisce dei contatti o ‘first contact ‘come sostiene l’antropologo  L. Piasere con questi stranieri-egiziani in quanto per lungo tempo essi si ‘considerano e vengono considerati tali, non si sa se erroneamente o per qualche trascorso d’origini egizie’.

Per lungo tempo nell’attribuzione dell’identità etnica o socio-culturale delle persone o delle comunità, s’usavano griglie o filtri d’interpretazione, derivati dalla tripartizione delle stirpi fatte dalla Bibbia, testo sacro  tenuto ancora in grande considerazione con le relative letterature rabbiniche ed ebraico-cristiane, che facevano delle genti conosciute in spazi delimitati da  mappe del mondo immaginate nel tempo antico.

Tutte le genti fin allora conosciute per una gran parte dei teologi, filosofi e linguisti  del tempo erano ritenute figli di quel Noè o Noah, sopravvissuto al diluvio universale in un arca a più piani, che raccoglieva come la Genesi ci narra tutto il vivente, gli umani, ogni altra specie d’animali,i rettili e la varietà degli uccelli.

In quell’arca Noah portò con sé la moglie Naamah, e le tre moglie dei figli: Iafet, che avrebbe  originato le genti bianche europee ed greche, Sem gli ebrei, gli arabi o gli africani bianchi e Cam, il minore, che avrebbe generato gli africani neri e tutte le persone di colore.

Gli egiziani giunti a Bologna erano anche loro di carnagione scura, e come tutti in Europa anche i bolognesi per questo, ritennero lo fossero.

Si era ipotizzato venissero dalla  Nubia (Makuria), di religione  copto-cristiana, in tempi molto recenti in fuga dalle loro terre, dopo la conquista di un sultanato mussulmano di quella regione collocata a sud dell’Egitto (641-654 dell’era nuova).

Si sottolineava anche che fossero originati da quella antiche stirpi ebraiche dei camiti, figli di Cush, generato da Cam, uno dei tre figli di Noah;

Cam ritenuto dal padre indegno e maledetto, per differenti accuse che vengono riportate dalle letterature rabbiniche e dalle diverse interpretazioni che intorno alla loro erranza e maledizione erano cresciute: alcune fonti, sostenevano che Cam avesse  deriso il padre Noah ubriaco, che si aggirava nudo per casa, mancandole di rispetto, oppure l’aver avuto una relazione incestuosa con la madre Naamah, o altro ancora come l’aver generato Caanan contro l’interdizione a procreare posta da Noah ai viventi nell’arca;

per questi differenti e tra loro contraddittorie accuse, la stirpe di Cam e poi quella del figlio Cush,furono  condannati per sempre non solo ad essere raminghi ma anche alla perpetua schiavitù;

fino a ritenere che quella pelle nera, tale come la terra africana da cui provenivano, ma soprattutto nera per quei lavori da schiavi a cui era stato destinati e sottoposti dalla maledizione paterna.

Studiosi del tempo avevano perfino ipotizzato fossero i figli degeneri di Caino.                                      

Solo nei secoli successivi, il XVIII sec., un linguista slovacco, Augustini ab Hortis, in alcuni testi scritti tra 1775 ed il 1776, aveva fatto cenno ad una  probabili origini indiane del romanes, lingua da ritenere a tutti gli effetti neo-indiana, parlata in seguito non solo dagli errones o erranti egiziani, ma anche da tutte le genti rom.

Dopo questo primo riconoscimento linguistico e culturale, altri ne seguirono, fino ad  essere  liberati di quella infamante accusa, che pesava come un macigno sulle loro vite, quello di essere figli maledetti ed erranti di Cush, uno dei figli generati da Cam.[…..]

(Materiali tratti dalla stirpe di Cus di Leonardo Piasere ed. CISU- 2016)

  1. DALLA TRISTE DIS-IDENTITA’ ALLA COMUNE GIOIOSA MULTIDENTITA’ ROMSINTOGAGIANA ED ALTRE POSSIBILI PLURIVERSITA’

Ci entri nell’anima che siamo fratelli (e sorelle): Rom e Gagè: questo andava dicendo sempre il poeta rom-bosniaco Rasim Sejdić”

“Il tema della dis-identità si fa ogni giorno più attuale , agganciato com’è al fenomeno del dissolvimento di riferimenti sociali, politici, religiosi, culturali che contribuivano a determinare e a sostenere l’identità individuale (e sociale). D’altra parte la tecnica comunicazione multimediale consente, oggi, di manifestare e sostenere identità alternative che sempre meno facilmente sono riconoscibili come diverse di un’unica persona, mentre appaiono sempre più sovente come personaggi che convivono in uno spazio soggettivo, a volte felicemente, a volte meno.”

(da l’Accademia delle tecniche conversazionali dell’Itat- Istituto Torinese Analisi Transazionale,2006)

“Alain Finkielkraut nel suo ‘l’identité malheureuse’ ( la triste identità) o il più pessimista Michel Houellebecq ha parlato di una progressiva dis-identità europea (o perdita della consapevolezza della propria identità europea), un lascito maligno che ha soppiantato valori e speranze consentendo ai populismi nascenti di proliferare sulla delusione collettiva” (Giorgio Ferrari, Avvenire,27 febbraio 2016,p.1, prima pagina).

Il fenomeno della perdita progressiva della propria identità (o dis-identità) riguarda in modo indistinto sia le nuove generazioni Rom che i Gagè (europei, extra-europei o migranti che siano), come l’affermarsi in contro canto di un’ottusa identità aggressiva e contrapposta, populista e razzista, fortemente identitaria sia nelle forme marcatamente localiste (lega nord) che in quelle neo-neo-nazionaliste(nuova Lega-salvini e fratelli d’Italia-Meloni), generando malessere, indifferenza e conflittualità distruttive in un contesto di relazioni tossiche e rancorose che spingono le individualità e le comunità verso un regressivo declino relazionale, culturale e valoriale.

Permane ancora a macchia di leopardo una resistente ricerc-azione di piccoli gruppi in movimento che perseguono una società aperta ed una identità comune neo-umana, interculturale o transculturale, che definirei multipla, nel nostro caso ‘Romsintogagiana’. come tra altre esistenze in ‘divenire se stesse e solidali’ nel genere, nelle culture e tra le specie viventi terrestri;

concatenazioni ecologiche, umane, culturali,di genere e sociali in divenire possono considerarsi una potenzialità concreta di emergenti forme di vita e cultura Romsintogagiana (Mirs-Mediatori interculturali Rom e Sinti in Bologna) come per quelle Romanì (Ketané, Ucri (Unione delle comunità romanès in Italia ecc) , ,al fine di valorizzare singole culture,mondi di vita, esperienze e relazioni comuni vissute, elaborate e prodotte nel corso del tempo (Exticton rebellion, Friday for future, Lgbtqi, organizzazioni sindacali di base, forme associative e politiche di democrazie di base e partecipata).

Questa cooperazione trans-culturale e forme di auto-organizzazioni in un contesto di cura ed accoglienza, può generare relazionali di buona convivenza o convivialità ed interazioni gioiose e pacifiche tra Romanì e Gagè, abbandonando sguardi traversi giudicanti,discriminati,,indifferenti o diffidenti, alimentati dal lato gagè da un plurisecolare ed ingiustificato senso di superiorità etnocentrica,accompagnato da una svalutazione dell’Altro o delle culture o forme di vita considerate minori, e dal lato romanì ad un senso di disistima, fragilità e frustrazione frutto di plurisecolari e subita esclusione, colonizzazione, rifiuti, diffidenze, stereotipi, stigmi,violenze, persecuzioni e stermini, che li spingono a sfide donchisciottesche spavalde,assurde e perdenti ed autodistruttive.

Le reciproche frequentazioni tra gagè e romanì, che il poeta Aladin Sejedic vive ed auspica, hanno messo a nudo questa lunga inimicizia, scoprendosi gli uni non molto diversi dagli altri, come ci canta de André nella guerra di Piero, che non è solo da considerare un testo antimilitarista ma anche antidiscriminatorio: “E mentre marciavi con l’anima in spalla, vedesti un uomo in fondo alla valle, che aveva il tuo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore”.

L’origine di questa stigmatizzazione anti-zigana non è di facile comprensione a nessuno, e si perde nella notte dei tempi, ma tracciare delle ipotesi non è scientificamente errato: se partiamo da quel ‘primo contatto’ o ‘first contact’ come ce lo enuncia e ce lo riferisce l’antropologo Leonardo Piasere attraverso l’analisi delle cronache locali bolognesi di quella lontana domenica 18 luglio 1422 tra genti locali bolognesi e ‘pellegrini-egiziani in viaggi d’espiazione’, scopriamo subito che la loro nomadicità o erranza, non è una caratteristica saliente di quella comunità, ma forzata dalla condizione di fuggiaschi, rifugiati ed esiliati dalle terre balcaniche da poco divenute mussulmane e turco-ottomane, ma anche da esplicite richieste politiche e religiose dell’ospitante imperatore del sacro romano impero, contemporaneamente Re di Lussemburgo, Boemia ed Ungheria.

Questa loro esistenza di pellegrini-egiziani e da lì a poco considerati in Italia come nel resto d’Europa come stranieri-interni, per di più intrappolati dentro l’Europa e lo sarà per molto tempo,messi nell’impossibilità di fare ritorno alle terra o da cui provenivano e fuggivano, cozza da subito contro la sedentarietà, la territorialità e le visioni di mondo delle altre genti italiane ed europee,le quali manifestano immediatamente un sentimento ambivalente nei loro confronti, da un lato d’irresistibile curiosità e dall’altra d’ostilità soprattutto verso quella loro improvvisata e per alcuni versi costretta dalle circostanze, ‘arte d’arrangiarsi ed arrabattarsi”;

non è tanto il commercio dei cavalli svolte dagli uomini, o le attività di predizione chiromantica del presente ed del futuro delle donne egiziane-pellegrine a creare malumore tra le genti bolognesi, ma la sottovalutazione che fanno i pellegrini-egiziani della proprietà privata, fatta di piccole sottrazioni di beni, che probabilmente giustificano come contropartita per le loro attività divinatorie fornite alla popolazione, indotta anche dallo ‘stato di necessità’, dato dalle condizione di estrema indigenza in cui si trova la comunità egiziana-pellegrina che i bolognesi ignorano, e che ritengono e giudicano come ‘furti’;

uno scontro di difficile conciliabilità tra stato di necessità, visioni antropologica -anti-utilitarista e comunitaria della condivisione o del dono,di cui ci ha parlato l’antropologo Marcel Mauss, a proposito delle comunità native, ed una visione utilitarista ed individualista mercantile (o proprietaria) delle società cittadine borghesi e medievali,

conflitto che rappresenta per le autorità comunali bolognesi anche un caso diplomatico, trattandosi di una comunità di pellegrini muniti di salvacondotto imperiale, che garantisce immunità penali, ed autonomia politica, amministrativa e giurisdizionale, un’imperium proprio,per alcuni versi assoluto o sciolto da ogni altro vincolo, ma anche etico-sociale essendo dei pellegrini in viaggio d’espiazione verso la città santa, che impone ai fedeli l’obbligo etico-sociale di fornire ospitalità, doni ed offerte di sussistenza al viaggio.

Le autorità comunali e papali sciolgono il dilemma diplomatico e religioso, proponendo ai deprivati o derubati bolognesi una contropartita, tra cavalli dei pellegrini-egiziani e i beni sottratti loro, che si conclude pacificamente per entrambi, con i pellegrini-egiziani costretti a restituire i beni sottratti e i bolognesi il cavallo preso in ostaggio come contro-scambio;

il comportamento verso ‘le proprietà’ viene documentato diversamente nelle cronache delle città attraversate dai pellegrini-egiziani, per esempio, là dove ricevono piena accoglienza, fatta di ospitalità, doni ed offerte come la città di Lucca non ci sono denunce di furti a loro carico, anzi si tessono lodi nei confronti degli ospitati,a differenza delle cronache di Bologna e di Forlì, ove nella città di Bologna, al duca Andrea e alla moglie, rappresentanti politici ed amministrativi della comunità pellegrina ed egiziana, viene riservata un’accoglienza da re, mentre alle altre centinaia di donne,bambini e uomini, una semplice ospitalità che si limita ad alloggiarli nei porticati, dentro e fuori le mura, di Porta Galliera, nei pressi del Campo Magno (ora Piazza 8 agosto), ove possono commerciare cavalli e altre oggetti di loro possesso.

Da queste cronache si può ben dire che non è nella ‘natura’ nè tanto nella ‘cultura’ dei pellegrini-egiziani ‘rubare’ ma è piuttosto lo stato di necessità che li si impone. Come dice il filosofo Simmel: “non sono ‘criminali’ i poveri, ma lo è piuttosto la povertà”.

Ben presto dopo il loro lungo pellegrinaggio a Roma dal papa (durato più di sette anni, ed iniziato dalle terre ungariche-boeme nel 1415), imposto loro dall’imperatore Sigismondo per espiare la loro colpa d’apostasia,o di essersi convertiti ‘forzatamente’ dai turchi-ottomani’ all’islam, e la fuga lo convalida, si scoprono confinati all’interno di uno spazio chiuso continentale europeo senza la possibilità di fare ritorno in quelle terre d’oriente (Balcani e Bisanzio) da cui provenivano e dove stanziarono per alcuni secoli, occupate ora dai turchi-ottomani, e nello stesso tempo via via percepiti e considerati dai locali -sedentari italiani ed europei come ‘stranieri interni’ alla stregua degli ebrei (più barbari o stranieri, inferiori o privi di cultura latina e cristiana, che hostis, nemici che portano guerra ai cives, o peregrini, o forestiero esotico) a cui viene loro imposto dalle città o dagli stati di transito, di adeguarsi non solo alle loro leggi, ma a partire dal ‘700 da parte di Maria Teresa d’Austria, despota illuminata o che governa in modo illuminista, sui principi dell’illuminismo (tolleranza delle minoranze religiose,sottrazione dell’insegnamento religioso al clero, estensione delle tasse alla nobiltà ed al clero)e nei secoli successivi nei nuovi stati risorgimentali e borghesi (monarchie parlamentari o repubbliche), in cui viene riconosciuto agli stranieri-interni lo status di cives (o cittadino), ma anche obbligati a sottoporsi ad una dura assimilazione o colonizzazione ai costumi,tradizioni, lingue e culture dominanti (in cui s’imponeva a tutti i cittadini ‘maschi’ la leva militare ed ad entrambi i sessi l’obbligo scolastico); la scolarizzazione consisteva nell’alfabetizzazione e nell’apprendimento delle culture nazionali dominanti, con totale indifferenza e sottovalutazione verso le lingue e culture minori, che venivano ‘tagliate’ per usare un’espressione comune diffusa.

Altre minoranze di genere e culturale nell’Europa cristiana e borghese furono marginalizzate e molto spesso processate e bruciate (da parte di tribunali religiosi protestanti e cattolici): in particolare le streghe’, riconosciute dal femminismo contemporaneo come ‘donne sagge’, spesso accusate da quei tribunali d’ insegnare ad altre donne metodi contraccettivi e di controllo della fertilità, al fine di realizzare un’autonoma ‘autodeterminazione’ sui propri corpi (del mio corpo decido io);

prima di allora la gravidanza o la sua interruzione veniva decisa per via maschile o patriarcale, e la gravidanza spesso consisteva nel gravare la donna e obbligarla ad esclusivi ruoli domestici e di educazione dei figli/e, abbandonando per sempre ogni aspirazione alla realizzazione personale,culturale e professionale.

Lo stesso Paracelso,medico, alchimista ed astrologo, iniziatore di una medicina naturalista ippocratica, basata sulla sperimentazione e l’evidenza,osservazioni cliniche e biochimiche, venne in seguito processato e costretto all’esilio per aver criticato la dominate medicina di tipo medico-sacrale o una medicina teologica-scolastica;

diventato a sua volta un errante per l’Europa, dirà ai suoi studenti che se volevano imparare a curare i loro pazienti “devono recarsi presso le ‘streghe’ (o donne sagge) e le ‘zingare’ (le romanì) che conoscono l’uso delle erbe, delle medicine tratte da esse, della lettura delle mani e delle stelle al fine della conoscenza di sé”, a queste s’aggiungevano gli ‘omosessuali'(oggi Lgbtqi) banditi dalla città santa e bruciati per il loro orientamento sessuale non binario (l’esistenza di molteplicità di orientamenti di genere: culturali, affettivi e sessuali), non volti solo alla riproduzione sessuale, ma al godimento e alla scelta, acquisito attraverso la contraccezione che ‘le donne sagge’ insegnavano ad altre donne, al fine di autoregolare le loro gravidanze, e quindi l’autodeterminazione delle donne, veniva severamente punita con il rogo.

A queste minoranze di genere o sessuali s’aggiunse quella religiosa o linguistico culturale ebraica ritenuta pretestuosamente indegna di abitare la città, in quanto i loro sacerdoti ed il popolo ebraico, a giudizio dei cristiani, si resero complici della crocifissione del Cristo, e per questo accusati ingiustamente di essere degli eredi di quei lontani parenti deicidi), ed inoltre perché alcuni dei loro membri praticavano il prestito con interesse per denaro prestato, attività interdette ai cristiani, pena l’accusa d’usura, considerata attività impura che preferirono delegare ad alcuni banchieri ebrei.

Il nostro modo di assumere in controtendenza una forma ‘mentis’ con sguardi inclusivi ed accoglienti, è ispirata all’universalità diritti, che riconosce dignità e rispetto a tutte le soggettività, comprese quelle considerate per secoli ‘minori’ o ‘indegne’, secondo quanto affermato dall’art.3 della nostra Costituzione Repubblicana (1948) e dai altri molteplici articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (3sezione del 10.12.1948 a Parigi con la risoluzione 217A). Costituzione e Dichiarazione dei diritti conquistate da una comune lotta di Resistenza antifascista ed antirazzista delle genti gagè e romanì(rom e sinti) mossi dal desiderio di una ritrovata convivenza pacifica e civile e di restituiti legami di libertà, giustizia ed umanità. https://www.ohchr.org/en/udhr/pages/Language.aspx?LangID=itn

NOTA:

Nel testo quando trovate l’espressione Rom e Sinte s’intendono le varie ripartizione delle genti Romanì, e Romanì invece s’intende l’insieme di quelli genti che un tempo chiamavamo erroneamente e dai gagè attribuita per eteronomia ‘zingari’.

Gagè sono invece i non Rom (o precisamente il resto dell’umanità).

E per concludere uno dei precursore di questa multi-identità romsintogagiana, cioè Charlie Chaplin, e come altro importante momento di incontro tra la città di Bologna e la cultura romanì.

Parliamo dell’ incontro tra Bologna e Charlie Chaplin, uomo, attore, regista amato e apprezzato in tutto il mondo.

Infatti oggi Bologna oggi conserva nella sua cineteca tutte le opere cinematografiche e non solo, anche poetiche e teatrali, del grande artista, donate dalla stessa famiglia Chaplin cioè tutte le opere (opportunamente restaurate) di quel Charlotto Chaplin del quale è stato riconosciuto nel tempo, da lettere private e da conferme dei figli, la provenienza gipsy romanichal, una variante inglese etno-linguista dei romanì.

Dopo la morte di Chaplin, la figlia Victoria che aveva ereditato l’ufficio del padre, trovò tra le tante cose lasciatele anche una vecchia cassetta sigillata, senza chiave. Per aprirla dovette ricorre ad un fabbro, e all’interno scoprì una lettera indirizzata a suo padre da parte di un anziano signore di nome Jack Hill, che informava l’allora anziano Chaplin di essere nato dalla regina madre di una carovana di ‘Gipsy-romanichal ‘sulla Black Patch a Smethwich vicino a Birmigham.

Lo informava anche che il nonno di Chaplin apparteneva ad un circo che si muoveva per l’Inghilterra con la madre di Chaplin, e che finì per stabilirsi a Londra.

Jack Hill lo accusava in quella lettera, tra le altre cose, di aver mentito alle sue origini, poichè nelle sue memorie dichiarava di essere nato  a Londra, ad East Lane, nel sobborgo di Wolworth.

“Se davvero vuoi saperlo, diceva la lettera, tu sei nato in un bel carrozzone nel parco di Black Patch di Smethwick, proprio come me due anni dopo, il 19 aprile 1889 da mia zia, regina ‘Gipsy’, di nome Henty. Il suo titolo di regina le era stato tramandato da Essau Smith il signore dei Gipsy romanichal”.

Il figlio di Chaplin, Michael Chaplin, negli anni successi riconobbe il  profilo ‘gipsy-romanichal” della famiglia, e per questo  donò ed inaugurò un memoriale per la comunità Black Patch di Smethwitch, nei pressi di Birmighan.[….]

(Gnews, 7 ottobre 2019)

Parlando di Charlie Chaplin, per evidenziarne l’opera e il coraggio, dobbiamo senz’altro ricordare che tra il 1950 ed il 1955, fu oggetto di un’ inchiesta condotta dall’autoritario ed  illiberale Mc Charthy, senatore statunitense promotore e membro di una commissione d’inchiesta al Senato, animato da uno spirito cinico e spregiudicato, che mise sotto accusa molte persone di varia estrazione sociale, sospettate  di essere ‘spie sovietiche e fautrici del comunismo’ (i tempi della “caccia alle streghe”) , denigrando così il ruolo democratico e critico di molti intellettuali, scienziati ed artisti. Tra questi ci fu anche Charlie Chaplin, accusato di attività anti-americane, e per questo, nel 1952, mentre era in viaggio verso la Gran Bretagna, gli fu tolto il permesso di rientrare negli Stati Uniti.

Era colpevole, secondo il maccartismo, di sovversione contro gli Stati Uniti per quelle sue celebri frasi :

“ Canta, balla, ridi, intensamente ogni giorno della tua vita prima che finisca senza applausi”.

E peggio ancora: “Credo nel potere del riso e delle lacrime come antidoto all’odio e al terrore”. Erano frasi misteriose e dunque pericolose, pronunciate da un saltimbanco con bombetta e bastone di bambù che detestava la società ‘capitalista’ industriale ed aveva fatto innamorare di sé l’intero pianeta [….]

(La Stampa,21 febbraio 2011)

Considerazioni personali

Stranieri-interni e strani incapsulati nell’area occidentale per secoli dopo quel primo esodo che le cronache del tempo ci menzionano.

[…..]

‘un Altro’ che non si conosce e che bisogna scoprire andandogli incontro. L’altro sempre da riconoscere, sempre da reinventare. Come una mancanza, in noi, della parte di noi che è in tutti gli altri.” (P.Ricour)

I romanì (rom,sinti o ròma) nel corso dei secoli sono stati considerati stranieri-interni e strani soggetti,e al pari degli ebrei subirono persecuzioni, discriminazioni, confinamenti, espulsioni e pogrom, ma anche altri/e soggetti: lgbtqi, i disabili, i folli, minoranze religiose e politiche nel corso della storia più recente condivisero la medesima tragedia: deportazioni, stermini: che ognuno chiama con nomi diversi nella sua lingua: shoah, porrajmos o samuradipen, omocaustied oggi le donne vittime patriarcali di femminicidi

“Ma questo cosa significa?

 Siamo tutti strani, quali che siano i nomi che diamo ad alcune delle nostre stranezze.

‘Nominare’ dice Maurice Blanchot, è una ‘violenza che mette da parte ciò che viene nominato a beneficio della comodità di un nome”.

In ‘Identità e violenza’, Amartya Sen sviluppa una riflessione sul rischio di rinchiudere le persone in una delle loro ‘identità’.

Abbiamo tutti, osserva Sen, identità multiple e cangianti, che assumiamo nel corso della nostra esistenza e in funzione delle nostre relazioni – identità familiare, professionale, culturale, biologica , filosofica, regionale, spirituale….(di genere)

E la tentazione di rinchiudere le persone, o di lasciare che si richiudano, in una di queste identità multiple come se fosse la sola, costituisce, secondo Sen, la principale fonte di discriminazione e violenza nel mondo.

Una persona,dice, è sempre di più, sempre diversa, rispetto a quel che possiamo- o che essa stessa può – comprendere.

Ed è questa parte essenziale, che sfugge a qualsiasi descrizione, che fa di ciascun individuo una persona al tempo stesso uguale a tutte le altre e simile a nessuna.

….

L’etica, dice Paul Ricour, consiste nel pensare ‘se stesso come un altro.‘ Non accontentarsi,quindi, di pensare l’altro come se fosse me, ma avere l’umiltà di immaginare me ‘come un altro’, ‘un Altro’ che non si conosce e che bisogna scoprire andandogli incontro. L’altro sempre da riconoscere, sempre da reinventare.

Come una mancanza, in noi, della parte di noi che è in tutti gli altri.”

Jean Claude Ameisen, medico e ricercatore, membro del comitato consultivo nazionale di etica.

Parafrasando Ameisen quando parla della sua esperienza con l’asperger Joseph Schovanec, io poterei dire altrettanto delle mie relazioni nel corso degli ultimi anni con i romanì(rom e sinti), “mi ha permesso, tramite il loro sguardo, di scoprire una dimensione della realtà che fino ad allora mi era rimasta sconosciuta.

Una lezione di vita. Una lezione d’umanità”.

Io penso diverso di J. Schovanec

[….]

Testo non esauriente ma essenziale per facilitare la comprensione di un evento quale questo che andiamo a ricordare:

non solo come ‘first contact’ (primo contatto) tra egiziani e bolognesi o locali, ma anche come ‘prima natività’ itala-romanì o euro-romanì nella nostra città, che documenta un- ‘ius soli’ plurisecolare italiano ed europeo,un diritto di cittadinanza acquisito per essere nati in un suolo italiano ed europeo.

Un Ius soli lungo ben 600 anni, che pochi possono vantare e documentare, una presenza ancor oggi stigmatizzata con acide ed inumane battute neo-maccartiste alla Meloni: “sei nomade devi nomadare”, una presenza non pienamente riconosciuta nei suoi ‘diritti civili e sociali’,causata da una secolare dispersione che fa venire meno i presupposti della territorialità riconosciuta costituzionalmente ad altre minoranze linguistiche-culturali in Italia, ma soprattutto a pratiche secolari di ‘colonizzazione, repressione ed assimilazione socio-linguistico-culturale’, che altre minoranze con caratteristiche trans-nazionali, quale quella ebraica sono riuscite a preservare, purnella loro multi-identità linguistica e culturale, con ogni probabilità favorita da una memoria letterale, ma agli occhi dei molti ancora oggi anch’essi sono considerati’ stranieri interni’.

Testo elaborato da Pino de March, ricercatore-attivista della Libera comune università pluriversità bolognina e co-fondatore con altre individualità dell’associazione Mirs-Mediatori interculturali Rom e Sinti (Tomas Fulli,Marian Sibian, Marina Cremaschi, Francesca Vacanti, Lucia Argentati, Raffaele Petrone ed altri/e) che ha tra i suoi obiettivi la progettazione-memoria di una comunità dispersa, assimilata e disconosciuta romanì Italia (o delle molteplici comunità urbane Rom e Sinta).

Convivio sulla trans-ecologia

La libera comune università pluriversità della Bolognina auto-organizza convivio in cooperazione con la commissione cultura della zona ortiva e con altre singolarità -comuni: Collettivo e rivista – per l’Europa Futura ed il Gruppo ricerca ed azione: Fumanboli – Saperi del basso.

Installazione di Ernesto Neto (1964, Rio de Janeiro) nella stazione centrale di Zurigo. Dal 2013 l’artista ha scelto di vivere a stretto contatto con gli Huni Kuin, una popolazione nativa della foresta amazzonica brasiliana, ed ispirarsi alla loro cultura, tradizioni, artigianato, l’estetica, valori e, soprattutto, il legame esistenziale di queste persone con la natura (intesa come ‘la foresta vivente ‘, che li comprende tutti, gli esseri che l’abitano.

Sabato 23 ottobre 2021

dalle ore 9,00 alle ore 14 (mattina)

(Piano A)

in Zona Ortiva -via erbosa 17 – Bolognina Se il tempo è bello ci troviamo qua, si consiglia di portarvi un piccolo plaid come quando si va a vedere l’alba. Per arrivarci: Giunti alla fermata dell’autobus 11C -ippodromo – di Via Arcoveggio prendere a sinistra Via Fratelli Cervi, in fondo ad essa, all’Asilo nido Grosso, si svolta a a destra in Via erbosa verso il sottopassaggio ferroviario, passato il quale si costeggia campo comunità urbana Sinta, e subito dopo (ci) troverete alla Zona Ortiva Erbosa.

(Piano B) Al Centro Sociale Montanari – Via di Saliceto 3/21 Se c’è maltempo:freddo e pioggia ci troviamo invece qua, Bolognina (sala teatro)

Hanno dato la loro disponibilità a relazionarsi: Gianluca de Fazio, filosofo della rivista Eco/logiche

Paolo de Toni, del ‘Gruppo per ecologia sociale della bassa friulana’ di S. Giorgio di Nogaro (Ud)

Marco Trotta, della rete ecopacifista

Rachele Lapponi, sociologa urbana

Aldo Zanchetta della rete Ivan Illich

Giusi Lumare, Banca ‘Momo’ del tempo

ed altre singolarità: Vincenzo Talerico di Centro studi Berneri Bologna

Giacomo Mascia del collettivo e rivista ‘per Europa futura’

Fabio Carnevali – Gruppo di ricerc-azione: Funamboli – saperi dal basso

Accorda il Convivio Pino de March – ricercatore di relazioni neo-umane e sociali di comunimappe e responsabile della commissione cultura della Zona Ortiva

Passo dopo passo verso un comune inter-pensare e inter-agire trans-ecologico

‘Non cesseremo di esplorare/

Alla fine dell’esplorazione/

Saremo al punto di partenza.

Conosceremo il luogo per la prima volta. Thomas Eliot

(Frammento poetico di un incipit di una conferenza nel 1979 di G.Bateson, all’Istitute of Contemporany Arts di Londra).

Non era il suo uno spunto letterario dice Sergio Manghi, sociologo della conoscenza in un suo articolo sulla rivista ‘exagerare’,ma il modo di intendere la conoscenza di G. Bateson, ovvero l’epistemologia: da intendersi per Bateson come la possibilità di ogni essere vivente di conoscere,pensare e decidere. Ed ogni corpo vivente lo è, dal micro al macro organismo, e tutto è processualità, relazione e conoscenza, senza però trascurare il ruolo degli umani, come esseri ‘ri-e- voluti’ neo-umani , cioè singolarità che condividono un camminano comune verso una rivoluzione ecologica mentale e sociale, e soprattutto consapevoli di queste interazioni tra il ‘naturale’ e ‘l’artificiale’, tra l’ecologico, il mentale ed il sociale, per non cadere una dimensione d’indifferenziato anti-specismo radicale o peggio di biocentrismo.

In uno spazio di convivialità ove il relazionarsi è premessa indispensabile alle nostre relazioni conoscitive e ai nostri metaloghi, ci impegneremo insieme a tessere una trans-ecologia, innanzitutto come sapere delle relazioni e della complessità, non riducibili ad una specificità qualche sia: ambientale o altra, che comunque considereremo indispensabile per tramare questa comune trans-ecologia. opereremo attraversamenti e e sconfinamenti tra territori contigui ed affini, e relative teorie critiche e e pratiche sociali. Ognun@ condividerà proprie cartografie e strumenti di navigazione per ridefinire un nuova cosmologia ecologica sociale e libertaria, Inter-corporea ed Inter-pensante: post-naturalista, post-dualista, post-capitalista, post-coloniale, post-patriarcale ecc;
‘post’ (prefisso) a cui attribuiamo valore temporale e spaziale (un dopo non realizzato ma da realizzare) indicativo di un processo critico micro-politico ed inter-sezionale, agito da soggettività e movimenti di de-codificazione e di de-territorializzazione, in ogni spazio-tempo di vita, sottoposta a logiche di assoggettamento e di dominio, per affermazioni eco-logiche di una ‘molteplicità di forme di vita’, in un mondo di vita comune, o foresta di viventi e di segni.

“Ma al di là di questo, o meglio insieme a questo, mi sembra di cogliere nella forma – metalogo in modo assai efficace per accostare una delle questioni maggiori che stanno nel cuore di questo tragico secolo e che interrogano in profondità le nostre pratiche di scienziati sociali, Bateson le esprime sinteticamente così:

“io credo che questa massiccia congerie di minacce all’Uomo e ai suoi sistemi ecologici sorga da errori nella nostra abitudine di pensiero a livelli profondi ed in parte inconsci (Verso una Ecologia della Mente, pp.507-508)

La frase mette in scena, per così dire, un nesso circolare, di reciproca conferma, tra nostre colpevoli abitudini comportamentali e la distruttività praticata, quasi intenzionalmente, nei rapporti micro e macro-sociali e nei nostri rapporti con gli eco-sistemi in cui viviamo, e le nostre innocenti ‘abitudini’ di pensiero.

Abitudini, queste ultime, che a livelli profondi ed in parte inconsci abitano sia le pratiche sociali distruttive sia quelle socialmente delegate (ed auto-delegate ) ad indagare sulle cause di tale distruttività.

La via dell’inferno, oltre che di buone intenzioni, è lastricato anche di buone spiegazioni.

La condizione in cui veniamo a trovarci intravista questa circolarità, è da vertigine.

Mentre pensiamo a come far fronte a quelle minacce, dovremmo sospettare, auto-riflessiva-mente, dello stesso modo di pensare che stiamo mettendo in atto.

Condizione terribile: per cambiare i nostri modi di pensare, scrive infatti Bateson in un quasi-aforisma quasi nietzschiano, ‘dobbiamo attraversare la minaccia di quel caos dove il pensiero diventa impossibile (V.E.M, p.132)

Dove diventa impossibile, cioè, pensare secondo le nostre abitudini più innocenti: quelle, per esempio, ancorate alla fede (‘anglosassone’) nel chiaro linguaggio della ragione, dualistica mente separata dalle emozioni e dai loro ‘oscuri’ linguaggi interattivi, relazionali sociali.

La forma-metalogo è insomma il modo in cui Bateson si prova a ‘giocare’ il dualismo delle nostre abitudini di pensiero e d’azione, il suo modo di attraversare la minaccia di caos dove il pensiero diventa impossibile.(Sergio Manghi)

Una trans-ecologia consapevole non può non focalizzare la propria critica sul “plurisecolare naturalismo filosofico’ (cartesiano, positivista)imposto e costituito come blocco centrale (verticale, separato e frontale) degli/dagli umani considerati origine di ogni inventività e decisione, ma soprattutto come blocco dissociato dal mondo della natura che ritiene disponibile ed avverso alla nostra sopravvivenza, che ora preferiamo chiamare ambiente “(Descola, antropologo)

Però “Per non cadere in un antispecismo radicale bisogna ridomandarsi che cosa sia la natura?

La natura è un ricchissimo insieme di epistemologie naturali; come si può infatti affermare una sorta di antispecismo radicale, che riconosce nell’intera natura l’esistenza di capacità conoscitive e di auto-organizzazione in equilibrio globale non gerarchico?

Per me si tratta di forme e strategie conoscitive mutevoli e adattive che vivono in nicchie locali, ma sono inserite in un ambiente universale cosmologico; le epistemologie naturali sono necessariamente una sintesi di tutti questi elementi” (Paolo de Toni)

In primis evidenziare e far emergere le sommerse ‘concatenazioni esistenziali di una “lunga catena di relazioni incrociate, tra umani, piante, animali, divinità, paesaggi, antenati ….'(Descola), e non solo,ma anche linguaggi, strumenti e tecnologie come mezzi che hanno come fine la realizzazione di sé, o di sé con gli altri (un farsi naturale e sociale e viceversa o diremmo oggi ecologico e sociale) che hanno accompagnato la vita de@ Sapiens.

Su questo il contributo di Illich ci può aiutare a chiarire questa sovrapposizione tra funzione strumentale e funzione sistemica: “All’altro estremo dello spettro che va dall’inizio a quella che secondo Illich è la fine dell’era tecnologica o strumentale, l’attuale confusione tra mezzi e fini rende difficile una chiara definizione di che cosa è uno strumento. E qui possiamo chiederci: questa confusione non è forse segno di una certa deriva della percezione della tecnologia verso un atteggiamento di cieca sottomissione a ‘strumenti’ che, precisamente nella misura in cui diventano oggetto di venerazione religiosa, cessano di essere quello che erano, ovvero artefatti utili che possono essere rimessi nella loro scatola dopo l’uso? Se gli strumenti smettono di essere strumenti propriamente detti, che cosa diventano? …… Sia la strumentalità (la natura dello strumento occidentale) che l’economia sono espressione della logica dei mezzi e dei fini. In entrambi i casi, questa logica sfocia nel proprio capovolgimento: i mezzi diventano fini in sé, ed una venerazione quasi religiosa circonda sia il pensiero unico, auto-referenziale, dell’economia, sia la super potenza dei mezzi tecnici che non hanno altra finalità (anch’essa autoreferenziale se non la propria potenza). …… ”Liberata da ogni restrizione, innalzata a fine di se stessa, la strumentalità tecnica si trasformò (fin dall’alba della modernità ) in un imperativo quasi religioso e ritorcendosi contro l’umano. Separata, svincolata dall’insieme delle relazioni culturali ed etiche ereditate dal passato, nel mondo moderno la Tecnica minaccia di convertirsi in un sistema autonomo che, obbedendo alla logica implacabile dell’efficienza, tende a colonizzare progressivamente tutti gli ambiti di vita. (E in questo passaggio Illich prende in considerazione il pensiero di Jacques Ellul, espresso nel ‘Système technicien’, e dichiara la aperta filiazione e debito nei suoi confronti.”

[—-]

Dalla fine del Medioevo, ciò che caratterizza gli strumenti erano le intenzioni di chi li utilizzava, generalmente espressa con la parola ‘per’. Agli inizi degli anni ’90, Ivan Illich formulò l’ipotesi che la cultura occidentale e le culture occidentalizzate, abbandonate dagli strumenti che erano loro familiari ed invase da artefatti dalle intenzioni poco chiare, si erano orientate, anche ancora velatamente verso un ‘addio agli strumenti’ che le scuote alle fondamenta. E si reso conto che la nozione di strumento, che aveva guidato i suoi studi storici e le sue analisi della società contemporanea, stava per andare in pezzi. O meglio che la categoria ‘strumentalità’ era arrivata a coincidere con la società stessa, ed era diventata un fine in sé, non avendo più nulla al suo esterno. Cominciavano allora a proliferare artefatti che: – Non possono essere definiti come mezzi che perseguono fini chiaramente determinati; – Non sono più (e non sono più soltanto) al servizio di intenzioni personali; – Non hanno più un rapporto diretto con il corpo che li utilizza. Avendo perduto ogni limite, questi artefatti non sono più strumenti in senso proprio. Illich li definì ‘sistemi’. […] Per Illich lo strumento occidentale rimaneva esterno al corpo di chi lo utilizzava, per usare un suo termine, aveva con esso una relazione di ‘distalità’, nel senso di una distanza che era costitutiva della fra l’utilizzatore e lo strumento, e permetteva al primo di valutare se prendere o lasciare il secondo. […] A Partire dagli anni settanta, questa relazione conobbe un’inversione, preludio della sua scomparsa: cominciarono a proliferare nuovi artefatti, sempre definiti come strumenti ma privi di distalità. La perdita di questa caratteristica è l’avvento di artefatti che inglobano il corpo di chi lo utilizza e se ne impadroniscono, e questo sarebbe la ragione profonda dei crolli (smottamenti) che cominciarono a susseguirsi sempre più velocemente a partire dagli ’70 ed ’80. [….] Alla fine del XX sec., osserva Illich, molto di ciò che ancora chiamavamo ‘strumenti’ non corrispondeva più ad intenzioni semplicemente umane: erano diventate ‘a-umane’, un termine che secondo me, corrisponde al significato di ‘sistemiche’. [….]

Non abbiamo concetti per definire ciò che ‘viene’,visibile nei nuovi artefatti che proliferano da ogni parte. L’unica cosa che possiamo dire è che questi ultimi non corrispondono più all’idea classica di strumento. Possiamo chiamarli ‘sistemi’ e osservare a loro volta coloro che li utilizzano non sono più ‘professionisti’ in senso classico, ma gentili facilitatori che svolgono la funzione di interfacce che trasformano i loro clienti in sotto sistemi e assegnano loro i simulacri di percezione necessari per questa trasformazione. Non è più possibile accorgersi del fatto che l’incorporazione degli utilizzatori nel sistema preclude la possibilità di vedere quest’ultimo come uno strumento che sta di fronte al corpo. Un’altra riflessione deve condurci a meditare sull’uso della parola tecnologia nell’era dei sistemi. Il termine ‘tecnologia’ non ha cessato di evocare gli odori, gli oli ed i ritmi degli strumenti, ed applicarlo ai silenzi punteggiati di ‘clic’ dei sistemi erige le ‘tecnologie’ ad antecedenti dei sistemi stessi, creando una falsa linea di continuità. E’ compito della filosofia della tecnica denunciare questo inganno: presentare i sistemi come una tecnologia è un tranquillante, un velo gettato su un cambiamento storico a partire dal quale, dagli anni ’80, si profila un mondo che ancora non ha nome. [….]

Sotto la luce implacabile dei sistemi nascono nuovi ‘bisogni’, e una volta che si sono imposti, non possiamo più pensare il mondo senza di loro. Di fronte a questi nuovi bisogni senza frontiere, dobbiamo fare un autodafé (atto di fede) delle cosiddette ‘app’? O dobbiamo spostare la luce sotto cui le esaminiamo, con la speranza di illuminare quello che lasciano nell’ombra? Uscire dal virtuale per ripristinare certe distinzione tra effetti materiali ed effetti simbolici? Ristabilire certe distinzioni tra il mio corpo e i sistemi che pretendono di ridurlo ad un sotto-sistema? Non sarebbe il caso di affrontare l’argomento del divario tra l’apparente carattere di strumento del mio computer e le reti illimitate in cui mi coinvolge?

Frammenti tratti da ‘L’età dei sistemi nel pensiero dell’ultimo Illich’ Jean Robert. (Saggio non per dire la ‘parola ‘fine’ su quello che è stato il pensiero di Illich, ma per invitare i lettori al difficile impegno di perseguire il cammino ma concluso, come ha fatto Illich per tutta la vita. Come vivere oggi, qui, nell’età dei sistemi, della tecnologia dominate, dell’intelligenza artificiale o dell’ecologia dei sistemi digitali)

Gli sguardi ecosofici di F. Guattari che ci presenta De Fazio, e poi di seguito gli spunti di Prisca e di Bookchin ci permettono forse di non cadere in un indistinto ambientalismo oppure in un indifferenziato antispecismo radicale di cui ci ammoniva De Toni, ma anche a ridefinire il ruolo neo-umano delle nuove soggettività critiche ed eco-logiche :

“Uno degli apporti più innovativi della riflessione di F. Guattari alla questione ecologica è di averla smarcata da un’impronta strettamente ‘ambientalista’ attraverso un processo di ‘de-naturalizzazione’ delle analisi e degli oggetti di studio ecologici’.

Ad esemplificarlo, basti leggere quel che scrive F. Guattari in apertura del suo saggio le ‘Tre ecologie: ‘L’ecologia ha questo d’eccezionale,è stata dapprima una scienza e successivamente si è trasformata in modo tale da diventare una delle principali scommesse politiche ed etiche della nostra epoca’.

Certo l’ecologia scientifica continua a conoscere un grandissimo successo, del resto la scienza, maggiormente in senso ecologico e trans-disciplinare è uno dei saperi complessi

[……]

ma, al contempo, sembra che soltanto una presa di coscienza globale da parte dell’umanità dei problemi che essa pone possa permettere di giungere a soluzioni su una scala adeguata.

[…..]

Pertanto la crisi ecologica rinvia ad una crisi più generale del sociale e del politico.

A partire dunque dalla convergenza tra ecologia e riflessione etico-politica, la sua proposta teorica nota come Eco-sofia si articola su tre registri ‘ecologici’ complementari che determinano, ciascuno, tanto un ambito d’analisi, quanto un campo di operazioni pratico-teoriche: quello dell’ambiente, quello dei rapporti sociali e dello della soggettività. Molti sono i livelli sul quale si potrebbe (e forse, data la carenza di studi in proposito, si dovrebbe) imbastire un lavoro tanto teorico quanto politico.”

(Gianluca de Fazio,filosofo)

Per quanto riguarda il pensiero ecologico e ‘la soggettività’ di cui si parla nelle relazioni dei vari autori (che U.Fadini a T.Villani presentano) in eco/logiche, saggio critico a più voci e mani, la domanda di Prisca che poi attraversa tutti@ in modo corale è : ‘che farne del soggetto?

Però lei vi aggiunge che ‘la soggettività non va solo riconsiderata ma anche ristrutturata.

Ed in questo riattamento non possiamo trascurare il soggetto che ci ha accompagnato nella nostra civilizzazione occidentale: un soggetto che domina la natura stessa e ne aliena tutte le altre soggettività che non siano maschili e bianche (e proprietarie aggiungerei)”.

(Prisca Amoroso,filosofa)

Per Bookchin invece la principale causa dell’attuale disastro ecologico è quindi da individuarsi nella logica della dominazione, da intendersi nel più ampio senso possibile, come risulta in suo importante ‘contributo a ‘Cara ecologia’ del 1980, pubblicata da Anarcopedia:
Ho sempre pensato che ecologia fosse sinonimo di ecologia sociale e perciò ho sempre nutrito la convinzione che la stessa idea di dominare la natura deriva dalla dominazione dell’uomo (non come genere indistinto, ma di maschio, bianco e proprietario) sull’uomo (come genere umano indistinto), dell’uomo (come maschio e patriarca) sulla donna (e sugli altri generi trans-femministi lgbtqi, aggiungeremo oggi), di un gruppo etnico su altro (o su culture minori), dello stato sulla società, della burocrazia (o tecnocrazia) sull’individuo, così come di una classe economica(borghese o proprietaria) su un’altra (subalterna) e dei colonizzatori sui colonizzati.

[….]

Il punto di partenza dell’ecologia sociale consiste dunque nella constatazione che il ripristino dell’equilibrio tra gli esseri umani e la natura, necessario per la sopravvivenza del genere umano, deve per forza passare attraverso un cambiamento delle relazioni sociali che porti all’eliminazione della gerarchia e del dominio.

Per l’ecologia sociale quindi “i problemi fondamentali che pongono la società contro la natura nascono all’interno dello sviluppo sociale stesso, e non tra la società e la natura. Ponendo l’attenzione sugli aspetti sociali dell’attuale crisi ecologica, l’ecologia sociale si distingue in questo modo sia dall’ecologia “umana” che da quella “profonda”: in particolare il termine sociale”vuole sottolineare che non possiamo più separare la società dalla natura così come non possiamo separare la mente dal corpo.(M. Bookchin)

Infine un altro approccio antropo-ecologico interculturale è quello di Descola che ci accompagna nella foresta vivente dei nativi Sarayaku, e solo da quell’internità possiamo cominciare ad immaginare nuovi rapporti cosmologici tra noi,la strumentalità e gli altri esseri viventi.

“Lo studio interculturale delle modalità di oggettivazione dei non umani pone un problema non secondario: popoli non moderni tendono ad attribuire a piante e animali molte caratteristiche della vita sociale.

Questi popoli a lungo definiti ‘naturali’ non sono per niente ingabbiati nella natura, perché gli oggetti e gli esseri che li circondano si adeguano in realtà a molte regole della società;

ed una natura dotata di molti attributi dell’umanità non è più natura.

Come dimostra l’antropologia, numerose società nel mondo non separano la cultura e la natura come se fossero due realtà incompatibili: questa è una distinzione recente nella storia dell’occidente di cui dovremmo veramente fare a meno, se si riflette sui mezzi che l’umanità ha usato per oggettivarsi nel mondo.

Non bisogna stancarsi di ripetere quindi che la nostra cosmologia è una condizione storica recente e non un riferimento eterno.

Ma quali allora le conseguenze della consapevolezza che possiamo vivere in una cosmologia singolare, non condivisa da tutti?

Una delle conseguenze del naturalismo è che ci induce a considerare i territori che occupiamo prima di tutto come sistemi di risorse e allora questi diventano vere e proprie pattumiere dell’umanità.

In altri modelli d’identificazione ancora molto vivi sulla superficie della terra e che gli etnologi contribuiscono a far conoscere, invece è la terra che possiede gli umani non il contrario.

Ci sono esempi molto diversi a questo proposito in cui l’autonomia ontologica dei territori s’afferma a seguito di conflitti con le forze predatrici del capitalismo.

E’ il caso dei Sarayakiu, comunità dell’Amazzonia equatoriale minacciata di espogliazione dalle compagnie petrolifere.

In un documento presentato ad una passata Cop 21

(Conferenza delle parti della Convenzione sul cambiamento climatico, tenutasi a Parigi nel dicembre 2015, alla quale hanno partecipato 195 Stati e molte organizzazione non governative internazionali),

i delegati Sarayaku domandavano a nome della propria comunità che venisse riconosciuto il territorio che abitavano,(ma sottolineavano) e dichiaravano di condividerlo con un gran numero di altri esseri.

Essi volevano che il riconoscimento venisse identificato con ‘Foresta Vivente’ espressione della lingua Quechua (che include molte lingue emergenti dal vasto impero Inca, e si pronuncia ‘Checiua o Chiciua).

La ‘Foresta vivente’ è composta di tutti gli esseri che la abitano e si relazione in quella macrocosmo condiviso.

Tutti gli esseri dalle piante più piccole fino agli spiriti protettori della foresta, sono esseri che vivono in un mondo di vita comune, e svolgono al loro esistenza con modalità simili a quelli degli umani.

Ciò che è interessante notare di questo documento è che non parla di diritti da riconoscere alla natura in genere, dato che la natura è una pura astrazione.

Il soggetto del diritto politico qui non è rappresentato nè dagli umani, nè dai non umani, ma dalle relazioni assolutamente singolari che essi intessono tra loro.

Niente ci vieta d’immaginare che l’autonomia ontologica (che riferisce all’essere in generale e alle sue strutture reali) dei territori si possa tradurre anche in autonomia giuridica e, che si stabilisca un diritto di questi nuovi soggetti politici.

Non tanto come esseri singolari ma come ecosistemi o ambienti di vita (mondi di vita comune), indipendenti dalle loro nature.

Esseri comuni come bacini idrici, massicci montuosi, città, quartieri, litorali, zone ecologicamente sensibili, mari e stretti ecc.

Tratto da Philippe Descola, antropologo francese, Il Manifesto 6/10/21.

Aggiungerei anche la nuova strumentalità: i molteplici saperi e linguaggi

con le relative intelligenze aumentate connettive, emotive e meccaniche operano per l’affermazione di una co-esistenza neo-umana ed inter-specista, non di sopravvivenza che comporta inimicizia, predazione, sopraffazione verso mondo di vita comune (che si traduce in estinzione) o in auto-distruzione tra umani (in guerre infinite).

Si tratterebbe di una vera ecologia politica, e cosmopolitica che non si limiterebbe a stabilire diritti intrinseci alla natura, ma avrebbe lo scopo di far si che i luoghi di vita (o mondi di vita comune in senso illichiano) con tutto ciò che li costituisce compresi gli umani diventano soggetti politici.

Una cosmologia condivisa da tutti gli esseri terrestri nè bio-centrica nè atropo-centrica, che prefigura una ‘molteplice soggettività in un mondo di vita comune in una nuova immaginata era: il Koinècene.

Concluderemo con un sobrio pranzo comune (che ci faremo portare dal cucina bio a k zero )

ALLE 15: Parteciperemo in città alla manifestazione della rete delle lotte ambientali in vista della Conferenza delle Nazioni Unite -Co 26 del 2021 a Glasgow sui cambiamenti climatici.

Per partecipazione al Convivio – scrivete al seguente indirizzo:comunimappe@gmail.com

Testo elaborato da Pino de March per Comunimappe e per la Commistione cultura della zona erbosa.

Info: www.comunimappe.org

Report ed Approfondimenti Storici – Culturali

alla QUARTA (4) FESTA ZIGANA

Ad una giovane ragazza (romni) e alle donne (o romaja)

Essere in festa

Essere noi

Anche se nulla resta

Giovane romni

ball

Fai nostra la vita

Falla girare come una stella

Falla girare tu che sei 

Calda come il sole e sempre bella”.

Frammento poetico tratto dal testo “la giovane romni” della poeta Marcella Colaci, una delle poesie donateci e dedicate ad una giovane (romni) e alle donne (pl.romaja) romanì.

Organizzata dal Mirs-Mediatori interculturali Rom e Sinti

in cooperazione con il ‘Centro Sociale la pace -Via del Pratello 53 -Bologna e con Comunimappe- la Libera Comune Università Pluriversità Bolognina

Testo artistico e -visivo realizzato dal nostro ricerc-a-t-t-ore Raffaele Petrone

Le giornate che hanno preceduto la festa sono state d’intensissima attività per garantire che tutto vada per il meglio,

per raggiungere più gente possibile riprendendo per mano i nostri congelati contatti pre-covid e soprattutto che tutt@ la gente che ci raggiungerà rimanga soddisfatt@ ,

per il cibo biologico e sostenibile che ci siamo procurati (da Rita -drogheria, al 53 di Via Pietralata-Pratello) per soddisfare non solo i nostri palati ma anche la Terra che ultimamente non se la passa bene e noi e gli altri esseri che la popolano tanto meno,

cibo vario e preparato con cura da Francesca Vacanti la nostra ‘cuoca’ appassionata e ricercatrice creativa di gusti e sapori delle varie tradizioni culinarie mediterranee (e per questa volta a suo dire non proprio zigani),

per la musica jazz popolare, contaminata dalle musiche Manush (dall’indiano mànusa o essere umano) francesi, dalla trazione zigana europea, e dal jazz americano degli anni trenta del secolo scorso portato a sintesi dalla genialità di Django Rehinardt, un romanì’ belga-francese;

musica ricercata, elaborata e coinvolgente dal suono semplice e complesso e allo stesso tempo eseguiti con grande passione da tre ricercatori-amici musicisti: i chitarristi Simone Marcandalli e Bruno Balsamo e dal controbbassista Agostino Ciraci,

ed infine per le nostre ricerche e narrazioni culturali (storiche -sociali) sulla presenza plurisecolare (il prossimo anno sono seicento anni di documentata presenza) delle comunità romanì (Rom e Sinte) disperse e marginalizzate da parte di Pino d March, vice-presidente di Mirs e docente e ricer-a-t-tore di Comunimappe,

come le tre volte precedenti in zona ortiva in via Erbosa 17.

Dopo un lungo confinamento che dura da quasi due anni e con l’attuale presenza endemica seppur attenuta del virus, l’idea di fare festa ci intriga parecchio, pur sapendo che quelle danze e quelli slanci vissuti nelle feste precedenti rimangono un sogno, alla stregua del desiderio di tornare a quella calda e forte convivialità che molti di noi hanno già sperimentato.

Ed è subito sabato sera.

Nella prima mezz’ora d’attesa quando tutto era predisposto, in noi si alternavano stati d’animo diversi, da un lato il desiderio di ritrovare quella convivialità perduta e dall’altra la preoccupazione per lo spettro del fallimento della festa-simposio precedente al Centro Costa, però con l’arrivo dei primi ospiti il nostro umore via via si tramuta di segno.

La gioia si fa doppia con l’arrivo dei primi convenuti tra cui molti bambini,

uno per l’arrivo delle persone e due per il fatto che molti tra loro sono nostr@ conoscent@ o amic@ che non vedevamo da molto tempo.

Il nostro staff è rigorosamente ad identità multipla e comunitaria rom-sinto -gagiana, composto da un numero esiguo di persone ma tutte ben motivate: Lucia Argentati, Marina Cremaschi, Fabien F.B, Francesca Vacanti, Tomas Fulli , Aghiran Sibian, Raffaele Petrone ed infine Pino de March, che contribuiranno all’accoglienza, e alla distribuzione dei cibi e vini, a ravvivare la conversazione e le narrazionedell’esperienza nell’assemblea.

Quando il giardino si riempie di persone e tra loro a sorpresa molti bambin@ (che rappresentano per i romanì il futuro) diamo via all’assemblea che abbiamo disposto in forma circolare :

per ribadire l’orizzontalità, la reciprocità e la democraziadi base e partecipata che caratterizza le nostre relazioni sociali,

ma anche per riconfermare la forma circolare, archetipo della convivialità romanì sia quando si mangia, sia quando si conversa, sia quando si danza, sia quando si devono prendere delle decisioni , di solito per i romanì (Rom, Sinti, come per i Manush o i Kalè), questo avveniva e avviene ancor oggi, quando si creano le condizioni di ritrovarsi attorno ad un fuoco dopo il tramonto, con le fiamme sempre vive ad illuminare i volti e e a riscaldare i partecipanti al convivio ‘zigano’.

Numerosi tra i partecipanti alla festa confluiscono nell’agorà in fondo al giardino all’invito rivolto da Tomas Fulli il Presidente di Mirs-Mediatori interculturali Rom e Sinti e parte della comunità urbana Sinta,

sarà lui ad aprire la seduta illustrando gli obiettivi dell’associazione che sono in primis quelli di ricreare buone relazioni di convivenza e solidarietà nella nostra città-comune metropolitana tra comunità urbane Rom, Sinti e Gagé,

ma anche di riportare nelle aule scolastiche ed in quelle universitarie, come nelle relative didattiche – cioè programmi ed argomenti trattati nei corsi,

attraverso la cooperazione educativa tra i docenti ed educatori delle varie istituzioni scolastiche ed universitarie ed i nostri ‘mediatori nomadi’ dei laboratori transculturali del Mirs,

non solo azioni informative ed educative comuni per contrastare antiche e perduranti discriminazioni: stigmi e pregiudizi ‘antiziganiverso le individualità e le comunità romanì,

ma soprattutto far conoscere la variegata cultura romanes: storico-linguistica-culturale ai giovani rom e sinti ma anche ai gagi,

culture romanes (e la romanipé, o il divenire della cultura e dell’identità romanì) che hanno contribuito in molti campi dalla musica al cinema,passando per la danza, le arti circensi, la poesia e molti altri campi comprese molte delle attività artigianali: la lavorazione dei metalli, l’allevamento dei cavalli, i cestai ed impagliatori, i lavoratori del legno,la produzione di mattoni, tosatori di animali ecc.,, a cui s’accompagna sempre una loro precisa filosofia della vita: ‘lavorare per vivere e non vivere per lavorare’ , arti e mestieri che hanno contribuito ad arricchire la cultura italiana ed europea,

inoltre porre cura alla condizione esistenziale e sociale dei romanì (Rom e Sinti) urbanizzati, in appartamenti o nelle micro-aree alla periferia della nostra città, micro-aree anche quelle di recente costruzione che richiedono ulteriori interventi di estensione degli spazi, sia quello destinati all’abitare che quelli destinati alla comune utilità,

come quelli residenti in campi – sosta provvisori da troppo tempo ormai, privi di dignitosi servizi alle persone e alla comunità, ma anche verso quei campi improvvisati e dispersi nelle periferie, ove si presentano ancora gravi difficoltà per i minori a raggiungere gli istituti scolastici.

A ruota segue l’intervento di Donatella Ascari di ‘Khetane – insieme’, associazione e movimento presente in tutto il territorio nazionale “contro il razzismo e l’antiziganismo e per la giustizia sociale”, ella illustra gli scopi e gli obiettivi politici e culturali del suo movimento,

il quale mira a portare attenzione sulle culture e le lingue di popolazioni spesso ignorate, abusate e strumentalizzate.

Avvicinarsi a un fenomeno umano, sociale e culturale col preciso fine di cambiare prospettiva, al fine di considerare queste minoranze come parte culturale, linguistica, sociale ed economica per nostro comune-Paese.

L’attività degli associati a ‘Khetane -insieme’ è quella di:

aumentare quantitativamente e qualitativamente l’intervento e l’analisi scientifica in chiave divulgativa della conoscenza delle minoranze romanì che non possedendo i requisiti costituzionali dell’addensata territorialità, essendone disperse o presenti a macchia di leopardo in molti altri territori regionali, urbani o metropolitani, non possono ancora godere delle stesse tutele costituzionali delle minoranze territorializzate,

– di supportare le decisioni della Politica istituzionale e delle politiche socio-sanitarie, culturali ed urbanistiche ecc,,

– d’intrecciare relazioni politiche e culturali con gli attori sociali nei territori ove risiedono in forma stabile o provvisorio popolazioni romanì.

La Costituzione Repubblicana pur prevedendo forme di garanzia e tutela verso tutte le minoranze linguistiche e culturali italiane territorializzate, in pratica non prevede, per una probabile limitata conoscenza dei Costituenti (all’Assemblea Costituente) della condizione socio-abitativa e culturale dei cittadini/e italiani/e romanì(Rom e Sinti), comunità che rappresentavano una specificità ed eccezionalità sociale e culturale non solo in Italia anche in altri stati europei ove vivono a milioni le comunità romanì;

realtà di minoranza tra le minoranze, oscurata da lungo tempo ormai, per le cause più diverse: in primis l’assenza di rappresentanti politici alla Costituente, che potevano focalizzare lo sguardo sull’eccezionalità della condizione esistenziale, sociale e culturale dei romanì, per secolari motivi pregiudiziali, nonostante che numerosi tra i ‘romanì’ (Rom, Sinti, Manush, Kalè ecc), abbiamo partecipato alla Resistenza anti-fascista e alla rinascita della Repubblica democratica italiana e delle altre repubbliche in Europa.

La Costituzione repubblicana italiana non prevede ancora misure adeguate allo scopo per quelle comunità disperse o nomadi, ma al giorno d’oggi in larga parte urbanizzate in forma stabile in case o appartamenti o provvisorie in campi-sosta,se non quella dell’inserimento nelle classi di ogni ordine e gradi di individualità nomadi o sedentarie romanì, ma questa misura seppur di civiltà, non provvede e non prevede verso questi cittadini/e scolarizzati romanì, l’uguaglianza di trattamento previsto per le altre minoranze territorializzate: francesi, tedesche, slovene ed altro, cioè il riconoscimento, la trasmissione -memoria e l’apprendimento della loro specificità linguistica e cultura romanes;

una variegata cultura e lingua romanes per secoli orale, che era comune alla moltitudine di altri strati popolari europei, ma aggravata nel periodo dell’obbligo all’alfabetizzazione di massa alla cultura nazionale maggioritaria, dal non riconoscimento delle specificità culturali minori, e sottoposta a processi di colonizzazione o alfabetizzazione forzata, subita da tutte le culture -lingue minori (ebraica, romanes, slovena, albanese, bretone, sarda ecc) fino alla metà del secolo scorso da parte di quelle maggioritarie dei paesi di residenza o di transito;

però la negazione e la colonizzazione istituzionale(nelle scuole ed università)delle culture romanes è ancora presente, non certo nella dimensione del privato-sociale (nel mondo delle associazioni romanì;

le culture minore romanes con la sua storia, lingua e cultura minore nello specifico ora possiedono una versione standard o scritta, lingua e culturada considerare a tutti gli effetti neo-indiana,derivata da una lingua volgare (dialettale-popolare) e non sacerdotale (come quella sanscrita), che però ora si può considerare a tutti gli effetti parte delle lingue e culture europee, essendo parlata da milioni di cittadini romanì in Europa.

Segue ‘intervento di Raffaele Petrone,docente e ricercatore artistico -visivo e socio del Mirs, che si è focalizzato sulla realizzazione della mostra ‘Porrajmos (divoramento in lingua rom-romanes) ,e Samudaripen (grande morte nella variante linguistica sinta-romanes) e sul suo ruolo artistico e visivo di ricerca negli archivi storici e visivi per trarre le foto relative allo sterminio seriale, sistematico ed industriale delle genti romanì in Europa, durante il tragico periodo totalitario dei regimi nazisti come di quelli complici e collaborazionisti fascisti in Europa;

inoltre sostiene che la mostra illustra anche la motivata, sofferta e larga partecipazione delle genti romanì alla Resistenza, sia nelle brigate organizzate dai partigiani gagè che nelle loro brigate composte prevalentemente da Sinti ed altre di Rom :n Piemonte, Veneto e Friuli come in molte altre parti d’Italia ed in Europa.

La mostra fotografica esposta all’interno del Centro Sociale durante la festa zigana e negli anni precedenti nomade in molte scuole, centri sociali e spazi comunali di quartiere, ribadisce che non è semplicemente una mostra fotografica sui tragici avvenimenti di quelli anni, ma soprattutto un documento visivo importante che accerta e testimonia quelli eventi tragici per le genti romanì e non solo;

nella sequenza fotografica si evidenziano nel primo tratto di essa i fenomeni di anti-ziganismo e discriminazione precedente al costituirsi dei regimi nazi-fascisti (nel primo come nel secondo Reich in Germania come in molti altri stati liberali europei), e poi nelle sequenze fotografiche successive l’intensificarsi nel Terzo Reich nazi-fascisti (1933-45) come negli altri stati fascisti della persecuzione, deportazione, sterminio, oppressione, torture, vivisezioni, atroci sperimenti

“scientificidei romanì, come delle culture minori, di tutti gli oppositori democratici dai monarchici agli anarchici, passando per cattolici, liberali, radicali, comunisti e socialisti, di tipo matrice politica o religiosa,delle classi subalterne e proletarie, degli atri generi lgbtq, dei pazienti psichiatrici come dei portatori di handicap. Nelle ultime immagini si evidenziano dalle mappe storiche europee il progressivo restringersi dei territori fascistizzati e il chiaro apparire di territori liberati (tra essi molte piccole repubbliche partigiane) sotto la pressione popolare armata della straordinaria e gloriosa Resistenza dei Romanì come di tutti gli altri popoli di maggioranza come di minoranza in tutta Europa.

Brunella Guida interviene su invito del Presidente presentandola come amica delle comunità urbane Rom e Sinte della nostra città, apre il suo discorso presentandosi come attivista di Coalizione civica, oltre che consigliera uscente e ricandidata nel nuovo consiglio di Quartiere Navile nelle liste di Colazione-Civica-Centro Sinistra;

nel suo intervento sottolinea che la sua attività politica ed amministrativa, si è caratterizzata per l’attenzione posta ai bisogni del territorio, cercando sempre di stabilire un rapporto stretto con i cittadin@ e in particolare con la comunità Sinta della nostra periferia est, presente ormai da decenni, cioè dal tempo dell’assassinio di due componenti la comunità Sinta, Patrizia della Santina e Rodolfo Bellinati da parte di una banda armata ‘razzista-fascista di poliziotti, i fratelli Savi dell’A1 -Bianca, nella notte del 23 dicembre 1990;

in quell’occasione il Sindaco Imbeni della giunta di sinistra della città decise di concedere in comodato il territorio corrispondente al campo sosta di Via Erbosa in Bolognina,per sottrarli ad altre possibile rappresaglie e promettendo loro una successiva soluzione abitativa;

Brunella nella sua attività politica non solo è presente ai diversi simposi rom-sinto-gagiani di Comunimappe e del Cesp-Cobas -Centro Studi per la Scuola Pubblica (corsi di auto-formazione dei docenti ed educatori), ma ne condivide il dramma e la precarietà del campo sosta di Via Erbosa, le difficoltà di inclusione scolastica relativa alla scolarizzazione delle nuove generazioni delle comunità urbane Rom e Sinte, ed inoltre nei suoi diversi incontri con alcuni componenti le comunità Sinta e Rom ha riscontrato la solida umanità che in esse ha ritrovato, e soprattutto lo sguardo non comune e non scontato per quanto riguarda le condizioni che costringono alla marginalità, giovani e meno giovani sia essi rom, sinti o gagi;

ella pure condivide da sempre le proposte sia del Mirs che di Kethanè sulla condizione relativa all’abitabilità e l’accesso alla casa, denunciando la presenza di molti fabbricati pubblici e privati in abbandono nelle nostre periferie, fabbricati che a suo parere potrebbero essere riutilizzati sia per uso abitativo, che da ri- destinare a nuove attività, come luoghi di raccolta e del riuso dei materiali che nello stesso tempo potrebbero anche valorizzare alcune specifiche professionalità (raccolta di ferro, metalli ed altri oggetti riutilizzabili) delle popolazioni Rom e Sinte, e come primo passo per avviare un’economia circolare che accompagni la transizione ecologica delle città;

ma anche da destinare come spazio di documentazione – memoria culturale romanes, oltre che a lungo d’incontro e socialità tra romanì , migranti e dei gagi;

riprende le proposte di Tomas relative alla necessaria presenza della cultura romanes nelle didattiche scolastiche (programmi) ma soprattutto insiste sulla necessità di disporre di spazi specifici: un centro delle culture romanes che potrebbe fungere da luogo di documentazione storica-culturale,ma anche dove si può svolgere in presenza attività per far rivivere la cultura e la lingua romanes, ma anche ove organizzare dibattiti,presentazioni di libri e materiali visivi, corsi di musica e di ballo, per tutti e tutte, ma soprattutto spazio di una nuova socialità tra nuove generazioni rom, sinti,migranti e gagè.

come militante di coalizione civica mi sono sempre battuta per favorire un auto-rappresentazione politica diretta delle comunità tutte da quelle migranti fino a quelle urbane delle genti Rom e Sinte; per questo motivo io stessa avevo proposto a Tomas Fulli di candidarsi nella nostra lista, proposta che lui ha declinato, non perché fosse irricevibile, ma sostenendo invece di non essere ancora preparato per un tale importante incarico.

Aghiran Sibian, socio fondatore di MIRS e parte della comunità urbana Rom-romani

Pino de March presenta all’assemblea il progetto:

BOLOGNA1422-2022: Seicento anni di documentata presenza di genti “romanì”(Egiziani o cingari) in Italia.

ll prossimo anno 2022 intendiamo ricordare come Mirs -Mediatori Rom e Sinti, ma anche come di Comunimpappe, la libera Comune Università pluriversità della Bolognina, con varie iniziative pubbliche nella nostra città, per ricordare i 600 anni che intercorrono tra quel 18/7/1422 e di prossimo 18/7/2022;

passaggio e permanenza documentata di genti ‘egiziane’ (antenati dei nostri romanì -rom e sinti)

in un Cronaca del tempo deposta nel nostro Archivio di Stato -Città di Bologna;

la presenza di un nutrito gruppo nomade (circa un centinaio) proveniente dal Nord -Europa e diretta a Roma sotto la guida del duca Andrea del Piccolo Egitto si presentarono alle autorità pubbliche laiche e religiose della nostra città come genti provenienti dall’Egitto, e con un salvacondotto dell’imperatore dei Romani (ultimo del Sacro Romano Impero) Sigismondo d’Ungheria e di Boemia, ottenendo dalla città una generosa accoglienza ed ospitalità per alcune settimane nel portico del castello pontificio di Porta Galliera (lato autostazione).

Il documento presente nel nostro archivio di Stato della città di Bologna, documenta la

prima cronaca italiana che racconta della presenza di un vasta comunità d’ egiziani, da parte di un anonimo bolognese (la “Historia miscellanea bononiensis“), del loro arrivo e della loro permanenza a Bologna nel luglio del 1422:

«A dì 18 de luglio venne in Bologna uno ducha d’Ezitto, lo quale havea nome el ducha Andrea, et venne cum donne, puti et homini de suo paese; et si possevano essere ben cento persone (…) si demorarono alla porta de Galiera, dentro et fuora, et si dormivano soto li portighi, salvo che il ducha, che stava in l’albergo da re (presso il Bentivoglio); et (…) gli andava de molta gente a vedere, perché gli era la mogliera del ducha, la quale diseva che la sapeva indivinare e dire quello che la persona dovea avere in soa vita et ancho quello che havea al presente, et quanti figlioli haveano et se una femmina gli era bona o cativa, et s’igli aveano difecto in la persona; et de assai disea il vero e da sai no (…)Tale duca aveva rinnegato la fede cristiana e il Re d’Ungheria prese la sua terra a lui. Dopodiché il Re d’Ungheria volle che andassero per il mondo 7 anni e che si recassero a Roma dal Papa e poscia tornassero alloro Paese.»
(in Ludovico Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, Milano, typ. Societatis palatinae, 1731, tom. XVIII, cc. 611-612)

La ragione prima del loro ‘pellegrinaggio’ verso Roma di questi insoliti ‘egiziani’ fu quella di cercare una protezione più universale , che solo il Papa li poteva concedere, dopo che Sigismondo d’Ungheria e di Boemia, li avesse accusati d’apostasia, ovvero di avere rinnegato alcuni principi della fede cristiana, cioè di ritenere ‘l’esistenza di un dio buono e di uno cattivo’, allontanandosi non solo dai principi cattolici ma anche alla fede dell’Imperatore Sigismondo, a cui ogni suddito deve esserne soggetto; Sigismondo era considerato un riformatore e fedele sostenitore dell’antipapa Giovanni XXIII, fino al Concilio di Costanza;

(Con il Concilio di Costanza 1414-18 si pose fine allo scisma d’occidente, ove si stabilì la dimissione dei tre papi regnati:Gregorio XII a Roma, Benedetto XIII ad Avignone e Giovanni XXIII a Pisa (Bologna le Romagne), e di comune accordo di tutti i cardinali, vescovi e regnanti cattolici si procedette all’elezione di Martino V, un Papa che conciliava tutte le varie posizioni di fede e di potere).

Per questa sospettata apostasia Sigismondo sottrasse agli ‘egiziani’ la protezione e le terre dove dimoravano, costringendoli prima a ribattezzarsi, e poi di andare in giro per il mondo per sette anni come atto di penitenza oltre che recarsi in pellegrinaggio a Roma dal Papa, se volevano ri-ottenere da Lui,la protezione e le terre;

per questo ‘pellegrinaggio settennale’ l’Imperatore dei Romani’ Sigismondo concesse loro un salvacondotto che consisteva nel ‘riconoscimento imperiale che obbliga città e stati visitati all’ospitalità e ad una certa benevola giustizia ‘nel caso sottraessero beni necessari alla loro sopravvivenza, inoltre erano liberati dal pagare gabelle o tasse per i loro transiti.

Nelle varie cronache come in questa del 1422,quando si racconta dell’incontro con queste comunità di “pellegrini“, un importante aspetto che viene rimarcato delle loro principali attività sembra essere legato al dono della divinazione o della predizione del futuro, così come del commercio dei cavalli, che questi pellegrini “antenati dei nostri romanì” accompagnavano alle loro richieste di aiuto. Le stesse cronache, allo stesso tempo, sono anche le prime a testimoniare dell’insorgere dei pregiudizi nei confronti di questi ‘pellegrini, i quali vengono spesso accusati di furti, che riguardano prevalentemente la sottrazione di beni di stretta necessità, ma nella maggioranza dei casi in molte città che attraversarono o dimoravano, non solo venivano accolti in spazi pubblici (a Bologna sotto i portici del Castello del legato pontificio)ma venivano donati anche beni per la loro permanenza e al fine di continuare il viaggio.

Sia a Bologna (luglio 1422) che a Forlì(agosto 1422), oltre che per i tratti somatici che ne caratterizzavano l’appartenenza ad una diversa etnia, (gli egiziani) furono notati soprattutto per l’aspetto rude ed “inselvatichito” dalla fame e dalle difficoltà del viaggio.

A partire dal 1448, alcune comunità di “egiziani” si insediarono nell’Italia settentrionale, nel territorio compreso tra Ferrara, Modena, Reggio e Finale Emilia. Stazionavano in aree di confine, spesso gravitando intorno ai principali luoghi di mercato dove potevano commerciare in cavalli, utensili di rame e di ferro fabbricati da loro stessi, e le donne si dedicavano al vaticinio del futuro. A volte in seguito definiti Cingari militarono come mercenari al soldo dei signori, come nel 1469 per gli Estensi di Ferrara, o per il Bentivoglio di Bologna nel 1488. In quegli stessi anni le cronache riportano il loro arrivo a Napoli. Questi egiziani o cingari (antenati dei romanì) recavano lettere – salvacondotti firmate dal Papa, uno dei primi che essi dissero d’incontrare fu Martino V (1423) sulla cui autenticità permangono forti dubbi, attraverso queste si chiedeva alle autorità laiche o religiose delle città in cui giungevano. protezione e libertà di prendere le cose necessarie alla sopravvivenza (vissute dai sedentari come furti).

Per quasi un secolo ricorreranno nelle varie e sporadiche cronache attestanti la presenza dei primi gruppi egiziani o cingari nella penisola.

La cronaca della città di Fermo riporta che era stato esibito un documento del Papa “che permetteva loro di rubare impunemente“.

Di eventuali lettere firmate dal Papa non è stata trovata traccia negli archivi vaticani, anche se un documento che attesta la presenza dei romanì a Napoli nel 1435 lascerebbe aperta l’ipotesi che alcune di queste comunità Egiziane o Cingare siano passate realmente per Roma.

Tra il 1470 ed il 1485 è riportata notizia che “conti del Piccolo Egitto” circolavano nel modenese, provvisti di passaporto del signore di Carpi.

È tuttora in dubbio l’origine dei gruppi di “Egiziani” che arrivarono in Italia nel XV sec., se essi venissero via terra dall’Europa Centrale o dal nord, oppure se essi siano venuti via mare dai Balcani già durante la caduta dell’Impero Bizantino. La possibile origine egiziana o cingara di un pittore abruzzese, Antonio Solario, detto lo “Zingaro pittore“, lascerebbe supporre che l’arrivo dei romanì in Italia andrebbe datato precedentemente, cioè il 1422. Sicuramente vi furono diverse ondate sia dal Nord,che dal sud, dalla costa della Dalmazia come dai Balcani.

Attraverso l’Adriatico e lo Ionio, spesso uniti a dalmati e greci in fuga dall’avanzata dei turchi nei Balcani, diverse comunità cominciarono ad insediarsi nell’Italia Centrale e meridionale, specialmente in Abruzzo e Puglia, provenienti principalmente da Ragusa, l’attuale Dubrovnik,prima città in Europa in qualità di libera Repubblica Marinara ad abolire la schiavitù 1416 , crocevia obbligato tra le strade dei Balcani e quelle dei mari, incentivati da vantaggi fiscali concessi dagli Aragonesi (Regno di Napoli).

Movimenti analoghi si ebbero nello stesso periodo anche verso la Sicilia, dove già nel XV sec. il nome “cingari”(eteronimo) viene registrato negli atti dei notai di Palermo e nei regni Siciliani e dalla cancelleria della città Messina, nella quale i “Cingari”, ritenuti provenienti dalla Calabria, erano equiparati ad una Universitas ( uno specifico ente, comune o comunità che si autogoverna entro certi ambiti e con determinati poteri tradizionali, in dipendenza però di un’autorità superiore) e inoltre godevano di autonomia giudiziaria.

Secondo alcuni studiosi la successiva migrazione verso le coste sudorientali della Spagna, insieme ad altri profughi greci, sarebbe partita dalla Sicilia, e sarebbe provata, già dalla metà del XV secolo, dalla presenza dei “zinganos” in Sardegna e Corsica, isole situate lungo la rotta commerciale con la penisola iberica.

Un altro documento interessante è datato 1506 e riferisce del seppellimento ad Orvieto di tale “Paolo Indiano, capitano dei cingari“, che aveva prestato servizio nell’esercito veneziano.

La prima testimonianza scritta di lingua romanes in Italia è datata al 1646 e si trova in una commedia di Florido de Silvestris, nella quale è riportata la frase “tagar de vel cauiglion cadia dise” (ritrascrivibile in: “t(h)agar devel, k aviljom kadja disë“), che significa “Signore Iddio, che sono giunto (in) questa città”.

infine la poeta Marcella Colaci del ‘Gruppo donne e poesia di Bologna ha letto e distribuito due poesie, una delle quali è la seguente:

Ad una giovane Romni (Zingarella eteronimo(attribuito dai gagi) ed invece romni Etnonimo(attributo proprio) sing. femminile di donna in romanes)

Una giostra in riva al mare

Una festa di colori

Intorno al fuoco, con i fiori 

E tu che mi fai ballare

In rosso, in verde 

E il giallo che non mente 

Gira la ruota, la gonna vola

Suona il tamburello

Il bimbo sorride, che bello !

Poi la fisarmonica

Con le dita sovrasta

È pronta anche la pasta

Piove o sarà bello

Non importa 

Importa essere uniti

Essere in festa

Essere noi

Anche se nulla resta

Giovane romni

balla 

Fai nostra la vita

Falla girare come una stella

Falla girare tu che sei 

Calda come il sole e sempre bella.”

La poeta Marcella Colaci ci dona una delle sue poesie dedicate ad una giovane (romni) e alle donne (pl.romaja) romanì.

REPORT redatto con approfondimenti storici-culturali da Pino de March

(Settembre pandemico 2021)

QUARTA FESTA ZIGANA 2021

Una sera intorno al fuoco, bocche per parlare, indispensabili al mondo”. Joska Fontana,poeta sinto – romanì

Sabato 25 settembre 2012

dalle ore 18,30 alle 21,30

AL CENTRO SOCIALE DELLA PACE- VIA DEL PRATELLO 53 -BOLOGNA

MOSTRA FOTOGRAFICA -PORAJMOS, LO STERMINIO NAZI-FASCISTA DEI ROMANì IN EUROPA

(Testi: ricerca visiva e grafica di Raffaele Petrone, ricerca storica e didascalie di Matteo Vescovi)

Piccoli cuori morivano

“Nella foresta senz’acqua,

senza fuoco,

è la fame.

Dove dormiranno i bambini?

Non c’è un focolare!

Accendere il fuoco nella notte è impossibile.

La luce ed il fumo danno l’allarme ai nazi-fascisti.

Come possiamo vivere con i bambini nel duro inverno?

I fiocchi di neve cadono sulla terra, sulle mani come piccole perle.

Occhi neri si gelavano.

Piccoli cuori morivano. Papuzsa,una poeta partigiana romanì polacca.

Erano gli annni delle persecuzioni, dei rastrelallamenti, delle fucilazioni quotidiane e del Samudaripen (grande morte nella varante linguistica sinta-romanes) e Porajmos (grande divoramento nella variante lingustica rom-romanì), da parte delle truppe nazifasciste occupanti la Polonia. Allora, per sottrarsi a tutto questo orrore, le genti romanì si nascondevano nei boschi; però là in quei nascondgli, sopravvivere non era facile, e di con seguenza questa povera gente per non farsi avvistare o catturare dalle continue perlustrazioni nazi-fasciste, non dovevano accedere fuochi nè di giorno nè di notte, per ritrovarsi tutti e tutte a fine giorno attorno ad un fuoco, o per riscaldarsi in queste condizione estreme da inverni rigidi e freddi, accadeva che bambini ed anziani romanì morissero in gran numero per freddo e fame.

Attività di Cooperazione trans-culturale per la realizzazione dell’evento- Quarta festa zigana 2021:

Testo redatto da Pino de March, ricerc-a-t-tore poetica e psico-relazionale di Comunimappe e vice-presidente del Mirs- Mediator@ intercultural@ Rom e Sinti

Testo grafico redatto da Raffaele Petrone, ricerc-a-t-tore visivo di Comunimappe e socio del Mirs-Mediator@ intercultural@ Rom e Sinti

Francesca Vacanti ricerc-a-t-trice cucina creativa di Comunimappe e socia e segretaria del Mirs-Mediator@ intercultural@ Rom e Sinti

Tomas Fulli, Mediatore per comunità urbana Sinta di Bologna e Presidente del Mirs- Mediator@ intercultural@ Rom e Sinti.

Aghiran, Mediatore per al Comunità urbana Rom di Bologna e socio del Mirs – Mediator@ intercultural@ Rom e Sinti.

Marina Cremaschi, ricer-a-t-trice intersezionale di Comunimappe e socia responsabile comunicazione del Mirs -Mediator@ intercultural@ Rom e Sinti.

Lucia Argentati, docente e attivista Cobas-Scuola e socia del Mirs – Mediator@ intercultural@ Rom e Sinti.