AUTOEDUCAZIONE EMOZIONALE DI GENERE E TRANS-GENERE


LA  LIBERA COMUNE UNIVERSITA’  PLURIVERSITA’  BOLOGNINA




PRIMUOVE 


RICERC<AZIONE<CAMBIA<MENTE<ATTRAVERSO<LEZIONI E DIALOGHI INTERATTVI




SEMINARIO SEMESTRALE  
AUTOEDUCAZIONE EMOZIONALE DI GENERE E TRANS-GENERE





Lezione e  dialoghi interattivi 

VENERDI’  06  FEBBRAIO 2105 

                    dalle 18,15  alle 20,30



NUOVE GENERAZIONI:  
DESIDERI, CORPI, RELAZIONI E MODELLI CULTURALI DI FEMMINILITA’ E MASCHILITA’ 


RELAZIONA: 
MAIO MARIA AGNESE <FORMATRICE  EDUCAZIONE AL GENERE (GENERI/TRANSGENERI)

ACCORDA: 
PINO DE MARCH <RICERCATORE DELLA  COMUNE ACCADEMIA – COMUNIMAPPE


SPAZIO COMMUNIA <FREE  SMOKE <
SERRA 2/F -HUB 57 /TRAVERSA TIARINI 

(AUTOBUS 11-17-27 <fermata via matteotti<bolognina)



CONTATTI: COMUNIMAPPE@GMAIL.COM 


ENTRATA LIBERA  
CONTENUTI OPEN SOURCE < COMUNE UMANITA’
Presentazione alla lezione e dialoghi interattivi .                                    
 Nuove generazioni: desideri, corpi, relazioni e modelli culturali di femminilita’ e maschilita’


Come premessa e nello stesso tempo presentazione della lezione interattiva nel percorso tracciato di educazione al genere, vorrei partire da alcune riflessioni metodologiche scelte dalla ricercatrice-formatrice AgneseMaria Maio, tratto da una miscellanea di ricercatori/trici :
“Note dal campo: riflessioni metodologiche e strumenti per fare educazione al genere”(capitolo 9- paragrafo 9.2 del testo Educare al genere-Carocci editore).

L’autrice A.M:Maio premette: per metodologia didattica indico come le docenti o gli educatori articolano una serie di apprendimenti, e poi prosegue nel tracciare come questi avvengano attrraverso:
a) la ricerca ed elaborazione di materiali;
b) la conduzione della didattica
c) la scelta delle tecniche utilizzate per comunicare
d) la predisposizione dei setting o ambienti di appredimento
e) i linguaggi appropriati

Tra questi indicatori di apprendimento voglio approfondire quello sui “linguaggi appropriati“,  non perchè gli altri indicatori non siamo importanti ma perchè questo è quello che a me sembra influenzi maggiormente la formazione delle opinioni e dei comportamenti delle nuove generazioni attraverso la riproposizione di pregiudizi e stereotipi, arcaismi incarnati in quello che K. Jung chiama archetipi dell’inconscio collettivo, inconscio di cui siamo parlati direbbe Lacan, che condiziona pesantemente il vissuto dei singoli e il vivere comune nel tempo. E questo linguaggio incoscio viene utilizzato a piene mani da parte dei pubblicitari; in questo tempo molto dell’inconscio giovanile è elaborato e presente in modo implicito a volte anche molto esplicito pubblicità; si parla che un ragazzino o ragazzina nel corso dell’età evolutiva abbia assorbito ore ed ore di pubblicità presente ad ogni piè sospinto.
Anche l’autrice nei suoi interventi non sottovaluta nè trascura di analizzare ed approfondire questo punto, che anche per lei svolge un ruolo cardine per una appropriata educazione al genere.

Ora voglio riportare il punto di vista dell’autrice, commentarlo e ad esso aggiungere altri sguardi: “la predisposizione per svolgere un’appropriata educazione al genere è quello di porre attenzione a quale linguaggio usare nella relazione in classe con i propri/e studenti/esse” (o nei contesti allargati della quotidianità educativa, quali famiglia e società, aggiungerei).
Il testo virgolettato e tratto da A.M.Maio -“Note dal campo:riflessioni metodologiche e styrumenti per fare educazione al genere”(capitolo 9- paragrafo 9.2 deldel testo Educare al genere-Carocci editore)

Poi proseguendo nella dissertazione l’autrice approfondisce ed esemplifica il ruolo della lingua italiana:  “diversamente da quanto si pensi, la lingua italiana non è un liguaggio sessista perchè è una lingua sessuata. Come ricorda (la filosofa femminista) Luce Irigaray, ‘parlare non è neutro’ e quindi porre attenzione alla differenza di genere nel linguaggio non significa intensificare le differenze, ma semplicemente non silenziarle con l’utilizzo di un linguaggio apparentemente neutro, ma in realtà androcentrico“(note 1 a piè pagina).                                                                    Per esemplificare : “non è corretto utilizzare il genere maschile nei nomi dei mestieri, delle professioni e delle cariche, nel caso ci si riferiscano a donne. Declinare solo al maschile significherebbe creare situazioni ambigue(controverse), che non lasciano spazio per immaginare una professione adatta ad una donna, ma solo di pertinenza dell’uomo(inteso come maschio). Declinare al maschile e al femminile è per questo motivo una ‘buona prassi’ che dà visibilità linguistica anche alle donne. Questa attenzione in altri termini, porta a valorizzare il rapporto che esiste tra parola, valori e costruzioni della realtà.

La diversità non dev’essere occultata, ma riconosciuta come luogo particolare che implica per uomini e per donne, modalità diverse di esperienza, percorsi non simmetrici e non riducibili gli uni alle altre. Dato che l’obiettivo dell’educazione al genere non è semplicemente ampliare le conoscenze d base di studenti e studentesse (il piano dei saperi) ma portarli/le alla cosapevolezza della propria identità di genere (nota 2 a piè di pagina) e offrire strumenti critici di analisi e de-costruzione, in secondo luogo è importante stimolare non solo le loro capacità cognitive e razionali, ma anche quelle emotive e relazionali. Bisogna quindi saper valorizzare anche i paini del ‘saper fare’ ovvero sviluppare competenze (tecniche) comunicative e relazionali, e il piano del ‘saper essere’ , indirizzato ad una maggiore conoscenze del sè, dei propri valori, dei condizionamenti culturali, dei propri vissuti e delle proprie aspettative [….]capace di integrare i piani del ‘sapere’ e del ‘saper essere’ ed attivare fra questi un circolo virtuoso. Se è infatti necessario fornire conoscenze, informazioni e nozioni offrendo una preparazione multidisciplinare a partire dal genere (sia essa storica, sociologia, antropologica e filosofica), bisogna soprattutto saper costruire luoghi all’interno dell’ambiente scolastico in cui sia possibile apprendere competenze comunicative e relazionali a partire dall’esperienza, dove sia permesso apprendere mentre si opera e mentre si svlgono attività. E’ quindi indispensabile, infine facilitare una maggiore consapevolezza nei ragazzi e nelle ragazze propri vissuti e sugli attegggiamenti che riguardano la maschilità e la femminilità.”.
Il testo virgolettato e tratto da A.M.Maio -“Note dal campo:riflessioni metodologiche e styrumenti per fare educazione al genere”(capitolo 9- paragrafo 9.2 deldel testo Educare al genere-Carocci editore).

Altri elementi che contribuiscono all’educazione al genere: infine l’autrice A. M. Maio sottolinea che fare una appropriata educazione di genere oltre alle metodologie didattiche considerate, va integrata la prospettiva di genere sia all’interno delle materie di insegnamento, sia nel predisporre attività complementari al percorso scolastico. Ed inoltre ribadisce come del resto aveva già fatto Elda Guerra, un’altra co-autrice all’interno di questa miscellanea a più mani, ricordando che la lezione frontale era stata superata negli anni settanta da lezioni interattive e laboratori ove studenti e studentesse; ed in questi mutati contesti d’apprendimento si evidenzia che gli studenti/essesi sentono maggiormente coinvolti/e.                   Aprofondimenti: per esperienza posso dire che bisogna integrare nell’educazione piani e contesti differenti d’apprendimento:                                                                              
la lezione frontale per fornire informazioni, materiali e conoscenze di base, e questi d  evono sempre esporre la complessità e la pluralità di visioni sull’argomento;                                                                                                                        
la lezione interattiva come momento dell’ elaborazione comune delle conoscenze là dove sono presenti, altrimenti bisogna procedere ad immetterne nella classe o gruppo da parte del/la docente, formatore/trice o dal/la esperta, ,                             
il momento laboratoriale per claonfrontare contenuti esperti con contenuti appresi nella scuola o da altre fonti di informazioni-conoscenza (famiglia, territori sociali, biblioteche e social-network)-
Come anticipavo volevo aggiungere alcuni commenti e riflessioni sul ruolo della lingua quando viene prosciugata e sterilizzata e banalizzata col finire per perpeturate stereotipi e fobie sociali (omo, lesbo, trans ecc.).                                                                                                                                           
 Agnese Maio afferma: diversamente da quanto si pensi, la lingua italiana non è un linguaggio sessista, perchè è una lingua sessuata.
A questo proposito condivido quanto espresso da Agnese Maio però voglio annotare alcune mie riflessioni in proposito.
La lingua italiana ma anche la sua grammatica è aperta plastica e per questo permette un uso progressivo, mutante, creativo ed includente; forse in modo più accentuato l lingua tedesca con la possibilità di concatenere parole per ritrovarsi con nuove parole e significati, oppure trasformando verbi in sostantivi o viceversa.
La lingua e la grammatica italiana però ha una caratteristica molto partiolare, non è esclusivamente la diffusione e la pratica in tutto il territorio italiano del dialetto fiorentino, oppure una lingua calata dall’alto, ma l’invenzione della medesima fatta nel trecento da Dante e non solo, è la fusione di parlate geografiche italiofone in una forma di meticciato antropologico e di altri fattori complessi come emozioni e valori; una lingua direbbe Kafka minore, non minoritaria perchè in essa le minorità trovano spazio per esprimere la loro singolare e molteplice forma della vita e delle espressioni delle genti del la Penisola; genti latine e barbariche si sono fuse,confuse e rigenerate per secoli in volgari forme linguistiche romano-barbariche.  Però stessa aperta lingua e grammatica italiana la si può far regredire fino a diventare afasica e fobica soffocando con i suoi utilizzatori;                                                                                           

  la lingua in sè non neutrale e può esprimere l’eros e le molteplici forme del vissuto sessuato, ma i suoi uitlizzatori possono a volte censurarla, banalizzarla, mutilarla, malttrattarla ed allora essa diventa misogena, omofoba o xenofoba, piegata e violentata e resa sessista (vi ricordate le uscite di Bossi, o di Berlusconi entrambi indegni senatori della nostra Repubblica ).                                       La lingua italiana è sessuata perchè quando si vuole comporre una frase bisogna sempre per prima cosa pensare al soggetto della frase che si vuole esprimere, e il sesso del soggetto non lo si può facilmente neutralizzare e nemmeno celare; a volte capita di parlare genericamente di umanità o di uomini sottointendendo i diversi generi in essa celati, ma tale occultamento non sempre è possibile. Una volta individuato il soggetto bisogna cercare il verbo che generalmente come sostiene Roland Barthes indica le possibilità dell’agire o non agire, e qui emerge la libertà o l’interdizione del soggetto ad agire, e poi si cerca un aggettivo che qualifichi il soggetto e le sue azioni o non azioni.  E in questa complessa composizione il soggetto può articolare libertà, autonomia, espressioni, immaginazione, passioni e progetti ma anche subire il dominio ed esprimere servilismo.  Nell’uso non sterotipato della lingua e nella resistenza al dominio dei movimenti liberazioni dei soggetti emergenti si può parlare di enpowerment (invenzione concettuale e linguistica della femminista Barbara Solomon, 1976) che indica concretamente affermazione di sè, autodeterminazione, prendere autonome decisioni o atrattamente acquisizione di nuovi diritti.


Archetipi patriarcali depositati nella lingua
Ora voglio raccontare un aneddoto (un’esperienza poco nota, vissuta tra il privato ed il pubblico) che permette ulteriori approfondimenti sull’uso della lingua ma nello stesso che fa emergere il dominio sotterraneo in forma di archetipi pratriarcali presenti nella lingua; alcuni anni fa ero stato invitato al Festival europea della poesia di Francoforte sul Meno per parlare in uno dei workshop, di quelli serali sparsi nei caffè della città, della poetica civile o dell’impegno poetico e civile di Pier Paolo Pasolini(dalla scomparsa delle lucciole ad Alì dagli azzurri, pasando attraverso quella sottile distinzione tra progresso e sviluppo. (nota 3 a piè di pagina)
A tarda notte, al termine della prima giornata che prevedeva solo letture di poeti/e europei/e invitati al Festival, che si svolgevano nella grande sala, che è stata a suo tempo sede del primo Parlamento nazionale tedesco-1848- , sala su cui volteggiava sospesa dall’alto una gigante aquila a due teste, che metteva una grande soggezione ma anche incuteva quel rispetto dovuto che nasce dalla paura e non quello riconosciuto della libertà, ci siamo trasferti in una Gasthaus (osteria con cibi tedeschi)che si trovava a pochi passi, sempre nella piazza del Municipio – il Roemer-Palazzo – edificato in stile gotico tedesco che è sede da 600 anni della municipalità di Frankfurt am Main e a pochi passi dal Fiume Reno che attraversa la città.               Una volta che tutti/e (-10 persone circa) ci siamo seduti attorno ad un tavolo rettangolare, la poeta, animatrice e invetrice del Festival Marcella Continanza, come tradizione mediterranea, appena seduti ha ordinato un buon vino bianco tedesco Riesling e subito dopo ci ha presentato e chiesto ad ognuno di parlare della propria vita attiva ed esperienza di impegno civile e poetico nella sua città.
Quando è arrivato il mio turno mi sono presentato come ricercatore filosofico sociale e poeta civile e che per poesia non intendevo solo quel esercizio quotiiano di espressione e di scrivere versi in senso letterrario ma anche in senso lato di immaginare attraverso scrittura e versi, nuovi immaginari sociali e visioni di mondo capaci di ricreare dissidenti opinioni pubbliche e trasformazioni sociali;                                                           
  e aggiunto che nelle mie poetiche tengo sempre come riferimento o bussola:                                                                                                                                     
 a) il mondo delle minorità sociali (non in senso puramente minoritario ma capaci di aprire varchi, paesaggi , mondi nuovi abitabili e sostenibili socialmente e ecologicamente all’interno della lingua);
b) le periferie delle città con le loro popolazioni glo-cali, antropologimente meticciate e precarizzate in senso materiale ed esitenziale, meticciate da presenze migranti interne ed esterne, con tutto quel faticare a divenire mondo di umani ed uguali;
c) le dissidenti destrutturazioni inter-culturali in contrasto con l’omologante neo-lingua dello sviluppo(economico-finanziario) e con vetero-lingua arcaica delle passioni tristi e risentite che si manifestano nelle quotidiane paronoie e fobie sociali, costanti nella reattività al progresso e complici dello sviluppo);
d) l’invenzione di una tras-lingua della minorità emergente tra i fori aperti dalla presenza di soggettività consapevoli e da occupazioni di spazi nei territori dominati dalle lobbies(spazi sociali autogestiti territoriali).
E che l’autorialità pubblica con cui mi concateno agli altri è da anni Versitudine(parola valigia che indica la relazione tra versi e moltitudini, tra versi e latitudini, versi e longitudini e tra versi nuove consuetudini sociali dal basso).
E poi ho parlato delle iniziative con il gruppo di poete 98 – donne e poesia (Serenella Gatti Linares e Loredana Magazzeni e altre), e ho evidenziato che loro sempre sottolineano in ogni pubblica iniziativa di essere poete e non poetesse.
Su questa mia sottolineatura Jaqueline Risset (morta 3/9/14 a Roma), italianista, poeta, saggista e tradutrice nelle due direzioni italiano verso francese e francese verso italiano, colei che fece conoscere Dante Alighieri ai francesi e i filosofi critici di Tel Quel a noi italiani (tra J. P. Sartre, P. Sollers, Kristeva, R.Barthes, M. Foucault e altri),
prende parola affermando che:  ogni volta che nella lingua si usano sufissi,  elementi che si combinano alla base delle parole per crearne delle nuove e rappresentano le suffissazioni una delle principali risorse per arricchire la lingua ma per indicare delle derivazioni da entità (soggettività) originali.
Infatti e qui torno a inserirmi : è il modo più comune per ottenere (o far derivare) il femminile dei nomi: aggiungendo la desinenza (a) al maschile(o,e);                                                                                                                 esempio:                                                                                                                                   
 cuoco /cuoca                                                                                                           
 signore/signora
e qui praticamente mi pare ci sia ancora differenza ed eguaglianza tra il maschile e il femminile;
là dove invece il femminile perde la sua autonomia linguistica ed espressiva è proprio nei suffissi essa-e, come nel caso in questione di Poeta/poetessa.
E’ che questa ultima suffissazione tende a ricondurre il generare evolutivo spontaneo della lingua ad una dimensione gerarchica patriarcale e creazionista.
A questo punto si prende di nuovo la parola JaquelineRisset e dice: come raccontano le scritture bibliche nella Genesi Dio dopo aver creato Adamo prese una sua costola per creare Eva (nota 4 a piè di pagina).
E qui mi riserisco, l’evoluzione della specie come della lingua viene rovesciata nel suo contrario, in quanto l’uomo anche nella fase embrionale e fetale come nella fase di gestazione convive e partecipa fino al momento di essere partorito del corpo femminile; anzi è il maschile che si origina dal femminile, a parte il momento iniziale della seminazione e concepimento, così anche avviene nell’apprendimento della lingua e nei primi mesi di vita , attraverso lo scambio di informazioni materiali, sensoriali e linguistiche tra madre-bambino/a in un processo fusionale di corpi-bocche-seni ed occhi.                                                                                              
 Anche se oggi molti maschi ‘dissidenti’ che  condividono questa esperienza di gestazione emozionale  accanto alla donna in una forma di co-generazione affettiva.  
E qui ritorna con brillante e fulminate concettualità femminista Jaqueline Risset: vedete i suffissi (essa-e) sono l’equivalente linguistico immaginario patriarcale della costola, equivocando che non ci può essere autonoma struttura (la donne non si sostiene senza la 13 costa maschile(paia di coste), nè possbilità di intraprendere nessuna vita concreta attiva da parte delle donne, ma solo costitutiva dipendenza dal maschile.
Invece, se le donne si riprendono la parola, se cominciamo tutti/e a rifiutare i suffissi con le varie derivazione e dipendenze, possiamo inventare e ondividere nuove forme linguistiche che rimandano a originarie vite attive praticabili al femnminile (come poeta, ministra, parlamentare, docente, inventrice, autrice, scrittrice, formatrice); lasciamo invece i suffissi al mondo animale come leone-essa.

Teologie lingustiche ed antropologiche
E poi aggiugo ricordando che in una corrispondenza tra Walter Benjamin e il suo amico teologo G. Scholem, così innovava l’interpretazione della “creazione” (partizione della Genesi):”Dio non ha creato dal nulla le cose animate ed innanimate, le cose erano già, lui si è limitato a darle un nome, le ha nominato e in questa attività di nominazione le cose hanno comincaito ad esistere; quindi è attravernso la nominazione e la rigenerazione culturale delle cose generate dalla natura ch il mondo comincia a esistere per noi umani. Dio stesso è il nome che diamo per indicare teologicamente il tutto e per noi non credenti (o atei o agnistici evolutivi) è il vivente.  Le donne e le poete possono partecipare allora della loro rigenerazione culturale dopo secoli e secoli di creazionismo-e di subalternità patriarcale liguistica ed esistenziale.
La lingua allora può essere sessuata, vissuta, abitata da ogni genere umano e di altro vivente.
Altre riflessioni sulla libertà nella lingua: lingua come rifugio alle banalità e agli stereotipi diffusi e ripetuti nella quotidianità
Normann Manea romanziere rumeno ma dallo spirito cosmopolita(nato Bucovina 1936), sopravvissuto alle persecuzioni naziste (1941-45), censurato durante il regime socialista-totalitario di Ceauscescu(dal 1946-85) , e poi migrato alla metà degli anni ottanta a New York, ove oggi insegna e vive, in un’intervista di Marco Dotti del “il Manifesto” il 5/02/15 parla del vissuto della lingua e della scrittura, che concepisce come pagina bianca da riempire e come gesto di sifda ai regimi totalitari ma anche come rifugio dalla banale quotidianità stereotipata.
Riporto alcuni frammenti di N. Manea per rinforzare quanto diceva Agnese Maio a proposito di ciò che consente la lingia italiana ma in generale tutte le lingue; cioè che la lingua permette non solo di pensare e dire e scrivere l’inespresso ma anche di manifestare ciò che la censura in momenti storici diversi vorebbe non emergesse, per esempio le varie forme della libertà di espressione, dei vissuti dei molteplici generi. Da sempre i poteri ispirati al patriarcato vorrebbero che le lingue fossero tagliate, neutre e occultanti le minorità sessuali (donne, lesbiche, omosessuali e trans-sessuali ecc).  Manea rivela all’intervistatore: “la lingua e la letteratura erano perme un rifugio dalla banalità quotidiana. Meglio:erano una vera protezione. La sola che avevo, in Romania, quando sono tornato dal campo di detenzione e ho cominciato a leggere, a studiare, a scrivere. Mi sono costruito una fortezza, dove poter coltivare qualcosa che non sapesse di stereotipo.                                                                                […..] La letteratura, allora era chaiamata a svolgere anche una funzione che altri – i giornali ad esempio – non erano ingrado di svolgere. Quando viviamo immersi in un ambiente totaitario, dove la lingua viene prosciugata, insterilita, conservare la lingua, custodirla, è un gesto clandestino, spesso condotto in solitudine, ma nella convinzione he non si è soli e, dall’altra parte del muro, qualcuno che non è un delatore o un censore saprà ascoltarti. la lingua custodisce l’umano, proprio nel punto in cui il potere mira a sofforcarlo.                                                                                                                                              [….] La modernità è sottoposta a numerosi attacchi. Ma non solo dall’esterno, anche all’interno abbiamo pressioni. Ma nascndere le diseguaglianze economiche, le nuove e vecchie povertà, il debito infinito dietro la maschera dello scontro di civiltà è la strada più comoda. La Grecia non cela fa? Affondiamola nel debito, ci viene detto. Ma se guardassimo alla vera ricchezza, quella delle biblioteche ad esempio, scopriremmo che in Greciasi traducono tanti quanti se ne traducono negli Stati Uniti. Dove sta la ricchezza spirituale e culturale, allora? Nella piccola Grecia che traduce tantoo nei grandi States che traducono poco? La traduzione ci interroga sulle differenze, sull’altro-ricordiamoelo.                                                                                                                                                                                   
Note di redazione
1-etimologica                                                                                                                              
  a) Androcentrico: aggettivo, fondato su una visione prioritaria, oaddirittura esclusivista del potere del maschio nella società.
b) Andros: dal greco Aner (uomo), genitivo andros(dell’uomo) e prefisso che da il senso di uomo, di sesso maschile.
2- sull’identità:                                                                                                                           
 a) una identità non stereotipata ma una identità in divenire storico-culturale o di una identità-plastica-neuroantropologica)                                                                            3-pasoliniane                                                                                                                              
 a) la scomparsa delle lucciole per Pasolini rappresenta l’inizio di un periodo della vita italiana ove ai valori tradizionali non solo antichi ma anche moderni si sostituiscono le merci valori sociali (la diffusione di vetrine che catturano lo sguardo e paralizzano e incantano le masse-Baudrillard, con la cancellazione del valore d’uso delle merci sostituito da un valore di scambio) ed è anche il periodo di afasia sociale delle periferie, con la nascita di una neo-lingua i tipo omologante televisiva la quale genera una paralisi linguistica nella rigenerazione di quella lingua popolare fatta di nuove espressioni e manifestazioni di autonomia.
b) Alì dagli occhi azzurri è un romanzo popolare in cui all’interno di esso in un paragrafo -Profezia- Pasolini racconta in forma poetica e visionaria l’arrivo su vecchie navi fenice cariche di migranti dai porti della fame e un’ospitalità che non si fa attendere dei calabresi che subito riconoscono in loro e nei loro volti i vicini cugini mediterranei. E poi di questi popoli che salgono a torme verso le capitali del Nord Europa e del Nord America con il Papa e le bandiere rosse di Trotsky e per prima 1cosa cancelleranno Roma nella sua simbolica imperiale e sulle sue rovine pianteranno il seme delle antiche civiltà mediterranee.
c) distinzione tra sviluppo e progresso:  per sviluppo P.P. Pasolini intende quei processi economici, sociali e linguistici ove avviene la cancellazione di ogni forma di vita o cultura autonoma popolare di valori materiali ed immateriali(oggetti ed espresisoni di una popolazione in forma tecnica artgianale od industriale) sostituita dal puro valore di scambio mercantili delle merci e così anche delle arti e delle poetiche ridotte a pubblicità o menzogna e i lavoratori ridotti a servi volontari di una macchina del capitale -come nuova idolatria-vitello d’oro che gli costringe a consumare, produrre e morire e non vivere;
per progressoP.P.Pasolini intendeva invece quei processi di natura anche materiale ma innanzittutto anche culturale ove vi è un processo dinamico di trasformazione delle condizioni di vita, delle forme di espressione linguistica che pur riprendendo le tradizioni popolari non le vivono in forma statica, ma traizioni dinamiche capaci di cogliere novazioni con l’introduzione di sempre nuovi elemeni. Pasolini non era una tradizionalista cioè quelle culture cue imbalsamano il passato o se lo inventano costringendo ognuno a pensarlo come il loro passato, ma pensava le tradizioni come culture popolari che hanno subito variazioni nel corso del tempo pur non perdendo mai i contatti con i riferimenti consolidati nel tempo.

4-teologica                                                                                                                                   
 a) Nella Summa Thelogiae (prima pars, Quaestio 92, Articulus 3) il teologo e filosofo Tommaso d’Aquino spiega che la donna fu convenientemente creata da una  costola di Adamo (adam-primo uomo biblico)                                                                                                                                  
  b) secondo una credenza popolare abbastanza diffusa, gli uomini avrebbero una costola in meno rispetto alle donne (si pensava che l’uomo avesse 13 paia di coste) , per via dell’asportazione subita da Adamo a favore di Eva. In realtà uomini e donne hanno lo stesso numero di coste (il numero di 12 paia-cioè venti per uomini e donne).
 

Testo: Nuove generazioni: desideri, corpi, relazioni e modelli culturali di femminilita’ e maschilita’
Co-generato ed elaborato da Pino de March- ricercatore della Comune Accademia-Comunimappe

www.comunimappe.blogspot.it







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