Si chiama Razza di Zingaro il nuovo romanzo di Dario Fo – Segue intervista di Tomas Fulli con Dario FO

Si chiama Razza di Zingaro il nuovo romanzo di Dario Fo, illustrato dall’autore. Racconta la storia vera di Joahnn Trollmann, detto Rukeli, il pugile di etnia sinti perseguitato dal nazismo e morto in un campo di concentramento -lager-nazista.

 
 

Comunicato stampa inaugurazione della mostra: “Porrajmos: lo sterminio dimenticato degli zingari”

Comunicato stampa
Inaugurazione della mostra: “Porrajmos: lo sterminio dimenticato degli zingari”
Oggi, 21 gennaio, alle ore 11.15 all’IPSAS “Aldrovandi-Rubbiani” è stata inaugurata ufficialmente la mostra dal titolo “Porrajmos: lo sterminio dimenticato degli zingari” che rimarrà aperta alle classi di ogni ordine e grado prolungata fino al 15 febbraio.
La mostra si colloca nell’ambito delle iniziative sul tema della memoria dello sterminio operato dal nazifascismo contro ebrei, zingari, omosessuali, disabili, oppositori politici e tutte le altre categorie considerate da questi regimi “non degne di vivere”. È giusto ricordare che il 27 gennaio 1945, quando fu liberato il campo di Auschwitz-Birkenau, furono trovate vive solo 4 persone Rom dei circa 23.000 che vi erano stati reclusi, all’interno della sezione denominata zigeunerlager (il campo degli zingari).
Un gruppo di circa 100 studenti delle classi quinte dell’Istituto, guidati dal prof. Pino De March, hanno visitato la mostra e assistito con interesse agli interventi dei curatori e di tre mediatori culturali Rom e Sinti che hanno portato la testimonianza viva delle antiche e nuove discriminazioni.
Nel portare il saluto della scuola, la vicepreside Daniela Mattei ha sottolineato la valenza educativa dell’iniziativa e il pieno sostegno dell’Istituto nell’ospitare la mostra e favorire la visita anche delle classi di altre scuole di Bologna.
Il prof. Matteo Vescovi per il Cesp (Centro Studi Scuola pubblica) ha spiegato che questa iniziativa si colloca all’interno di un percorso di aggiornamento rivolto a tutti gli insegnanti della Regione, che vuole tenere insieme la memoria delle tragedie passate con l’attualità dell’emarginazione e discriminazione degli zingari.
La prof.ssa Bianca Maria Cattabriga per l’MCE (Movimento di Cooperazione Educativa) ha sottolineato come la scuola debba valorizzare le tante diversità che la compongono, tra cui quella della cultura romanes.
La discussione è proseguita con una riflessione di Mario Abbiezzi, ideatore della mostra, sul valore della memoria e sull’utilità di studiare nelle scuole le tragedie del passato e di averle sempre presenti per sviluppare i giusti anticorpi contro il riemergere del razzismo e delle persecuzioni.
Tomas Fulli, mediatore culturale della comunità Sinti di Bologna, ha voluto sottolineare l’importanza della scuola nel diffondere la conoscenza sulla storia e cultura del popolo zingaro, per cercare di contrastare la tendenza ancora forte ai nostri giorni di attribuire le colpe di un singolo a tutti gli appartenenti a una cultura o a un gruppo. Inoltre, ha invitato gli insegnanti presenti a parlare degli aspetti positivi della cultura zingara, moltiplicando le occasioni di incontro come questa.
Liana Michelini per l’ANPI di Bologna ha ricordato come anche nella nostra città ci siano stati combattenti Sinti che l’Associazione Partigiani ricorda nel memoriale ai Caduti di Sabbiuno a Villa Spada e nel memoriale della Certosa. Inoltre, ha voluto ribadire che anche il contributo degli zingari alla lotta di liberazione dal nazifascismo andrebbe valorizzato.
Infine, il prof. Pino De March ringraziando tutti gli intervenuti ha ricordato che la visita alla mostra sarà aperta tutte le mattine dalle 9 alle 12 fino al 10 febbraio (per le prenotazioni scrivere a comunimappe@gmail.com).
Cesp Bologna

IL PASSATO CHE RITORNA COME FARSA

Stefano Rodotà è stato l’estensore del referendum sull’acqua. Senza la necessità di fare troppi passaggi logici si può dire che 26 milioni di italiani hanno approvato l’enunciato da lui elaborato per esprimere un’opinione di rilevante valore politico. Meglio di così per dare inizio ad un’esperienza democratica partecipata non si poteva avere. Da presidente della Repubblica, senza aspettarsi svolte rivoluzionarie, avrebbe probabilmente dato vita ad una nuova stagione democratica sensibile a istanze decisionali dirette. (Anche lo statuto della nostra associazione si ispira a suggestioni giuridiche di tutela dei beni comuni stilate da Rodotà per il teatro valle occupato.) Oggi, con la riconferma di Napolitano, questa schiarita istituzionale apparsa per un attimo lascia spazio ad una tetra e grigia nuvolosità diffusa.  

Tanti sono i modi di intendere la democrazia; che non è, sia chiaro, un bene in sé. La democrazia semmai, parafrasando le parole di Simon Weil, può essere un veicolo verso il bene comune, a certe condizioni. Vi sono democrazie che fanno cose immonde (vedi in Palestina), che non per questo diventano accettabili. La democrazia che avrebbe fatto seguito ad una presidenza Rodotà sarebbe indubbiamente stata in grado di stimolare un riavvicinamento dei movimenti, delle opinioni sociali più rappresentative, alla vita politica. Quello che succederà da domani in Italia avrà poco di condiviso con una vastissima opinione pubblica. Ipocritamente si tornerà a parlare di “riavvicinare la gente alla politica”, magari mobilitando i pifferai magici che si spacciano per giornalisti o con provvedimenti di facciata. 

La memoria di quanto successo in questi giorni, destinata a cancellarsi col tempo (questo sperano gli asserragliati nel palazzo – ed ancora saranno chiamati i pifferai a provvedere), bisognerà tenerla viva e farne ricorso per non dimenticare la plastica immagine del terrore transitato nel volto di tutti quei figuri, dirigenti partitici, che si sono per un attimo visti perduti se fosse collassato il pd. Tutto il sistema dei patiti li avrebbe seguiti a ruota, evidenziando dunque che il sistema si regge vicendevolmente: senza il pd non avrebbe retto il pdl, così senza il pdl non esisterebbe il pd (di conseguenza anche monti e lega sarebbero finiti nel tritacarne). Bruciando anche Prodi il pd ha gettato la mascherina: una parte dei deputati (i famosi cento) non potevano accettare nemmeno la figura dell’anti-berlusconi in salsa moderata, figuriamoci Rodotà. Il pd è un partito di ingegneri disegnatori di strategie, travestiti da riformatori, posizionati nelle retroguardie e incaricati di entrare in azione ogni qual volta il sistema va in crisi. Per loro l’ambientalismo, la dignità di chi fatica a campare, la democrazia diretta, i beni comuni, sono opzioni da usare al massimo quando serve (per i grillini Bersani pensava ad un mix di belle intenzioni, magari da buttare sul tappeto e poi lasciarle sciogliere come neve al sole). Anche le primarie le hanno considerate un momento fine a se stesso: mica dopo si prevedeva il persistere di un legame tra elettori ed eletti. Anche lo slogan “Italia bene comune” non era altro che uno schizzo propagandistico, volutamente confuso, di nazionalismo e comunitarismo. 

Ieri, 20 aprile, mentre ri-eleggevano Napolitano, un violento acquazzone con tuoni e fulmini si è abbattuto su Bologna. L’aria adesso si sta schiarendo, i contorni della realtà si definiscono meglio di prima. I grilli canteranno monotoni, rimuginando sugli errori (enormi) commessi.
Le scuole popolari hanno tanto lavoro dinanzi per costruire sapere critico e una nuova schiera di intellettualità diffusa. 

Comune Accademia – Osservatorio sulla democrazia diretta e di base.

SULLA DEMOCRAZIA DIRETTA








Più che un’indicazione di governo con il voto gli italiani hanno espresso la volontà di autogovernarsi. Come se il potere pubblico sia stato tolto a chi lo possedeva (i partiti) per consegnarlo al controllo diretto e a coloro che di questo controllo si sono fatti portavoce.

Nella nuova realtà creatasi dopo il voto in Italia sembra ci siano le condizioni per sperimentare una qualche forma di democrazia diretta. Mai come questa volta tante persone comuni sono state elette in parlamento, nonostante una legge elettorale dove è totale il controllo dei partiti sui candidati, anzi forse proprio in risposta ad essa, sia il pd (non per vocazione ma per marketing) che 5 Stelle hanno promosso la selezione dei candidati a partire dai territori.

Come ulteriore evoluzione, la rete potrebbe permettere la realizzazione di un canale per quel rapporto, quella corrispondenza, tra società e nuovi eletti nelle camere.  Già adesso è possibile facilmente entrare in contatto con loro tramite i profili pubblici.

Si tratta dunque di mettere in essere una intellettualità organica, sociale, popolare, che dialoghi con quei nuovi parlamentari che il 15 marzo si insedieranno. Oggi non è molto difficile fare leva su alcuni argomenti che limitino, per quanto possibile, la dipendenza dei parlamentari dai propri partiti di riferimento. Non si tratta di fare richieste o pressioni, ma chiedere loro il rispetto anzitutto del vincolo di lavorare per il bene e l’interesse generale. Certo sono parole generiche, ma chiare. Come chiare sono alcune parole della Costituzione. Come quelle che dicono: «Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità.» (titolo IV, art. 50). Sempre della Costituzione non va dimenticato l’articolo 71 : «L’iniziativa delle leggi appartiene al Governo, a ciascun membro delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale. Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli». L’identificazione dell’interesse generale potrebbe avvenire regolando al meglio lo strumento referendario per poi utilizzarlo per temi come l’ambiente, la scuola, alcuni beni fondamentali che chiamiamo comuni etc.

Se le elezioni sono generalmente un gioco che dura poco, perché sostanzialmente si chiede di mettere una croce e poi tornarsene a casa, oggi ci sono le condizioni perché questo non avvenga, perché la parte attiva della società apra e mantenga viva la corrispondenza con i parlamentari. Quelli che vogliono starci, almeno. 

Ma serve un linguaggio chiaro e un sistema informativo libero, che non veda attori predominanti che attuano un sistematico inquinamento informativo. Serve una regolamentazione del flusso comunicativo tra i due estremi: gli eletti e gli elettori. Sia i parlamentari che la società attiva devono comunicare in maniera efficace, sta in questo punto preciso la possibilità che si accenda la funzionalità della democrazia diretta.

Deputati e senatori disposti a lavorare con questo spirito, attuando un comportamento pubblico e inter-diretto con la società, non sarebbero lasciati soli, isolati e dunque raggiungibili dalle sirene dei corruttori. La parte di parlamento pulita renderebbe più visibile quella parte lercia e portatrice di interessi di parte, di privilegi oramai insopportabili.

In regime di democrazia diretta bisogna limitarsi a provvedimenti strutturali, demandando l’ordinaria amministrazione al Governo. Governo che giustamente non può non avere la fiducia, ma che può anche non avere la pretesa di essere il protagonista unico della ristrutturazione dello Stato e dell’indirizzo economico generale. D’altra parte si dice “potere esecutivo”, cioè esecutore di provvedimenti che altri hanno costituito (il parlamento).

Lasciamo correre per un attimo la fantasia: come lo immaginate voi il dialogo costante tra chi “dentro” vota i provvedimenti e le leggi mentre “fuori” una vasta platea di associazioni, blog, appelli correlati da firme e quant’altro, modulano un vasto dibattito sociale?

Democrazia rappresentativa significa comunicazione di massa unidirezionale, dal vertice alla base, come ci insegna tutta  la storia del Novecento. Mentre democrazia diretta significa comunicazione orizzontale e finalizzata non a convincere ma a permettere di decidere. 

La democrazia diretta è certamente di difficile attuazione, per riuscire deve tener presente le elaborazioni che arrivano dai movimenti sociali, dai forum di discussione dove i temi vengono affrontati con il dialogo più che attraverso votazioni a maggioranza. Le tecnologie possono facilitare ma anche ostacolare un progetto di democrazia diretta, i quanto non sempre la regola “una testa un voto” è il migliore dei sistemi possibili:  chi organizza al meglio l’esposizione di un argomento, anche se può non essere la soluzione migliore, può avere il maggior consenso. Dunque l’abitudine a documentarsi dovrebbe diventare la norma principale.

Serve uno sforzo collettivo, con anche risorse organizzative prelevate dalle istituzioni rinnovate. Servono giornali, radio, organizzazioni sociali che lavorino per convocare assemblee pubbliche nel territorio e per creare inchieste da riversare poi su una piattaforma pubblica e progettata per rispondere alla richiesta di facilitare la partecipazione. Lo stesso sito di camera e senato potrebbe, sulla scorta dell’esperienza di radio parlamento, essere la sede dove si depurano, si sintetizzano nel rispetto delle differenze, i temi da trattare e da indirizzare ai parlamenti corredati dagli orientamenti emersi dal basso.

… ma tutto quanto detto fin qui è pura utopia. Naturalmente non interessa a nessuno attuare un simile progetto. Nemmeno a chi, a parole, lo sventola come una bandiera.
Non interessa a Grillo, alle prese con manovre per non farsi schiacciare dal variegato mondo che lui stesso ha messo insieme. Non interessa al pd, da sempre dedito a cucire una sua tela fatta di banche, apparati, consorzi, società per azioni camuffate da cooperative.

Quelle espresse sopra sono fantasie di intellettuali visionari che si immaginano mondi perfettibili (anche il nostro sito lo fa). Infatti questo articolo in buona parte è frutto di un “taglia e cuci” ottenuto prendendo in considerazione diversi articoli di autorevoli personalità del mondo della cultura.

Paolo Bosco

LA SOCIETA’ DEI TRE TERZI

Al di là di tutto le elezioni sono uno specchio fedele per capire come si orientano, nel marasma delle chiacchiere politiche diffuse dai  media, coloro che hanno deciso di andare a votare.

Sono andati a votare trentacinque milioni di elettori alla camera e trentuno al senato. Poco più di dieci milioni hanno votato la coalizione del pd, poco meno di dieci milioni la coalizione del pdl, otto milioni e mezzo le 5 stelle; al senato sempre le stesse proporzioni ma con qualche numero in meno per tutti. Poco più di due milioni hanno votato Monti. Tutto il resto si è spartito gli spiccioli. Si può dire che c’è stata una tripartizione negli orientamenti, con in più (ma senza contare molto) una sparuta compagnia di liberisti alla “monti tecnocrate”. 
Significa che: un terzo dei votanti è con il pd, un terzo con il pdl e un terzo con 5 stelle. Una tripartizione così chiara e leggibile non l’abbiamo mai avuta. Proviamo a immaginarci da dentro queste tre società. Sono tre componenti non riconducibili a settori ben definiti socialmente, per intenderci, non ci sono solo operai da una parte e imprenditori dall’altra, oppure studenti e operai uniti nella lotta contro i padroni. Non ci sono i precari da una parte e gli altri dall’altra. Sembra come se tutti siano immersi in una società liquida dove non più le appartenenze ma solo la percezione individuale ha la funzione di collocare nel mondo. In molti probabilmente alla domanda “cosa vuoi ?” risponderebbero di non saperlo ma di sapere per contro cosa NON vogliono.
Questa tripartizione probabilmente si è prodotta dentro alle stesse famiglie, tra padri, madri, figli, cugini. Si tratta allora di una separazione su idee e speranze e paure e tentativi di affidarsi a colui che si sente più degno di fiducia. Cerchiamo allora di individuare le categorie più importanti delle tre parti sociali emerse dal voto di questi giorni.
Gli elettori del pd sono persone serie (come il loro leader Bersani), sicuramente ci tengono alla sanità pubblica, all’istruzione, ai beni comuni, alle regole anti conflitto di interesse, ad una legge anti corruzione che sia seria etc. Spesso invece il vertice del partito ha dimostrato ambiguità su questi stessi temi, e proprio questo atteggiamento gli ha fatto perdere consensi. Vorrebbero stare dentro e fuori i palazzi del potere, dentro la finanza ma anche nelle piazze degli indignati.
Gli elettori del pdl… è difficile capirli, ma ci proviamo. Sono pensionati, casalinghe e gente che vede molta televisione, che ha bisogno di capire affidandosi a degli esperti, sono giovani cresciuti con la tecnologia e pieni di edonismo, figli di genitori desiderosi di rimanere per sempre giovani; poi ci sono anche i benestanti che hanno grandi interessi a rimanere in uno Stato inefficiente che lasci loro nell’assenza di regole la prerogativa di fare come meglio credono. La decantata libertà dei ricchi sappiamo cosa significa, produce privilegi per chi è già potente. Storicamente i ricchi e i potenti, essendo numericamente pochi, si affidano a dei ben remunerati imbonitori e ad azioni caritatevoli per avere la simpatia e l’appoggio degli ultimi, di coloro che, non aiutati da una sufficiente capacità critica personale, puntano sulle figure carismatiche abbracciate come modelli irraggiungibili eppure desiderati, come i divi, le star, “quelli che hanno avuto successo”.
Infine gli elettori del 5 stelle sono coloro che, molto delusi e schifati da tutti i politici, danno credito ad una narrazione affascinante, oramai consolidata da anni di interventi e discussioni e da una valanga di materiale variegato sparso per la rete. Vogliono la legalità, la trasparenza negli atti pubblici, la fine degli sprechi ambientali. Al seguito di pochi esperti di comunicazione hanno costruito un apparato fragile ma complesso, numeroso, poco organizzato, che si prova a fare politica. Si tratta di una fetta di società non strutturata, che parla un linguaggio comune fatto di pochi termini. La loro forza sta nell’entusiasmo, la fragilità nel non essere attrezzati a resistere a ipotetiche campane e a magie che isolano e attraggono con fascinazioni ad personam i singoli fino a corromperli. Bisogna sperare che facciano gruppo, che siano sempre seguiti e supportati da fuori, da un’opinione pubblica attiva e protettiva. 

Da questo quadro si può facilmente intuire che tra il primo gruppo (gli elettori del pd) e il terzo (gli elettori di 5 stelle) ci siano molti punti convergenti. Parlo di elettori e non di dirigenti, perché penso che nel pd molti vorrebbero disintegrare subito Grillo e i grillini (se potessero). Ma in questo momento gli elettori sembrano sopravvivere alle elezioni e continuare ad avere (c’è sempre lo spauracchio di un ritorno a breve alle urne) un peso nelle decisioni. Un contributo ulteriore lo da anche la stessa natura del 5 stelle che ha introdotto (bisogna dargliene merito) scampoli di democrazia diretta nel panorama politico.
Dunque in questo momento (e per i mesi a venire) abbiamo un esperimento di grande importanza da condurre tutti quanti: provare a fare alcuni provvedimenti strutturali che capovolgano gli assetti dello Stato italiano, che rompano con il passato (e con le cancrene tipicamente italiane) per dare vita ad una realtà nuova, in grado di fare un paese con regole certe e chiare, regole uguali per tutti, azzerando i privilegi di casta e di parentela, di famiglie abbarbicate a grandi associazioni clientelari e mafiose.
Oggi è possibile per la prima volta dalla nascita della Repubblica avere un governo con alle camere una maggioranza del 66% in grado di pulire velocemente gli ingranaggi istituzionali incrostati dalla sporcizia della corruzione, dall’avidità di personaggi per nulla interessati (anche se saldamente collocati in ruoli importanti) al bene comune.
Bisogna che un movimento di opinione e insieme politico, presente nelle piazze e attento a seguire ogni fase istituzionale, affianchi i prossimi passaggi dentro i palazzi del potere. La parola fondamentale deve essere TRASPARENZA.

Paolo Bosco

Il quinto potere

Film, regia di SidneyLumet

TUTTO SERVITO A DOMICILIO

Altra fondamentale “finestra” sul Novecento, dopo l’energia elettrica, è la comunicazione. Sin dagli albori del XX° secolo scambiare informazioni diventa una comune pratica necessaria nel mondo industrializzato. Con rapidità si inseguono l’invenzione del telefono, della radio e di tutta una serie di tecnologie funzionali alla veloce possibilità di comunicare. Proprio in questo ambito la televisione ha trovato indiscussa supremazia in quanto creatrice di bisogni e convincente consigliera. Il suo occhio è entrato nella quasi totalità delle case, creando un fenomeno inimmaginabile solo pochi decenni prima. 
«Il quinto potere» (titolo originale “The network”), racconta l’evoluzione della televisione in strumento di persuasione potentissimo e capace di modellare in modo incisivo l’immaginario collettivo. A quasi quarant’anni dalla sua uscita questo film conferma tutta la sua qualità profetica e l’acuto spirito di osservazione posseduto dal regista, per arrivare alla descrizione di una realtà oggi sotto gli occhi di tutti. 
Oggi è relativamente semplice comprendere il potenziale televisivo in fatto di imbonimento. Basti pensare all’uso che ha fatto di questo mezzo proprio in Italia un personaggio spregiudicato arrivato ai vertici dello Stato grazie al possesso di alcuni canali. 
Il nucleo centrale di questo film si colloca nella trasformazione del mezzo televisivo da strumento informativo e ancorato fondamentalmente alla cultura umanistica, a veicolo sempre più orientato all’appiattimento sulla immediata realtà. Il passaggio non è di poco conto, la nuova tv pretende di portare sullo schermo frammenti di vita comune (reality show). Tutto nasce dall’intenzione di annunciare in diretta il proprio suicidio da parte di un conduttore, il corto circuito che ne segue rivela la disponibilità dei telespettatori a inseguire le novità, le emozioni coinvolgenti capaci di creare una sorta di cerchio magico tra individui chiusi nei propri salotti. 
Il “reality” impedisce di decifrare le contraddizioni che albergano nella realtà, annulla la categoria del possibile dall’orizzonte proponendo a ripetizione quella del conosciuto, sia esso il problema del cane della vicina o l’eterna lotta condominiale. Ma la realtà è materia priva di una sua oggettività, permette solo di essere rappresentata, interpretata, lo sanno molto bene gli storici. Lo sanno anche i romanzieri che dei modi di rappresentarla ne hanno fatto oggetto di infinite ricerche. La realtà interpretata ha la capacità di far evadere il soggetto, ed è proprio la qualità dell’evasione a fare la differenza. Se si evade grazie ad Omero o a un romanzo di Calvino, ma anche assistendo sullo schermo ad uno spettacolo teatrale o a un film, si è coinvolti automaticamente in un viaggio che riporta alla realtà rinnovati; l’evasione tramite una rappresentazione che assomiglia molto alla vita propria o di un vicino (un gesto di follia, una lite tra inquilini), non restituisce altro che la convinzione che tutto sia immutabile. Anche quando il messaggio sembra indirizzato a mobilitare per una giusta causa. Quello che risalta è solo l’alto numero di spettatori che questo tipo di televisione produce, perché l’interesse si concentra nelle opportunità di vendere spazi pubblicitari. 
Proprio nel momento in cui questo strumento elettrico raggiunge tutti, installandosi in posizione centrale nel salotto di casa, l’industria che lo gestisce si concentra sulla sua capacità di chiamare contemporaneamente moltitudini di uditori a seguire le trasmissioni, insensibile alle ripercussioni sociali che produce. La principale delle quali è la docile trasformazione degli individui in consumatori.
Il regista di Quinto potere, non indugia nell’individuare il cuore di questa architettura comunicativa, anzi lo rivela senza reticenze: è il mondo dell’alta finanza nel momento in cui prende coscienza di come utilizzare il mezzo. In una scena memorabile, si ritrovano il personaggio televisivo che ha fatto del suo esistenzialismo un formato televisivo e un potente guru che chiaramente si mostra come illuminato e settario governatore del “bussines” internazionale. Uno che ha chiaro in mente cosa deve diffondere la tv e a quale fine si deve ispirare.
Ecco realizzato il sodalizio tra finanza e televisione, così come è avvenuto quello tra scoperte scientifiche e finanza. Tutto il Novecento è intriso di questo fenomeno ed oggi incominciamo a scorgerne le conseguenze.
paolo bosco

TRE FINESTRE SUL NOVECENTO

Jessie Boswell, LE TRE FINESTRE, 1956


Raccontare il Novecento nel suo insieme è impossibile. Troppo vicino a noi per poterne avere una visione sintetica. Scegliamo dunque tre temi, tre aspetti fondamentali per inoltrarci nel secolo appena passato. Tre questioni che lo hanno caratterizzato in maniera definitiva: la diffusione dell’energia elettrica, la comunicazione divenuta un fenomeno di massa ed infine il suffragio universale, visto dalla prospettiva dell’accaparramento dei consensi. Tre punti nodali legati da un filo da cui si dipana la storia. Lo facciamo proponendo tre film rappresentativi dei temi scelti, accompagnati da una riflessione che del film prende spunto per inoltrarsi nelle implicazioni storiche collaterali.

PROGRAMMA:
Ore 19 – aperitivo conviviale. 
Ore 20 – presentazione 
Ore 20.30 – film


Venerdi 8 febbraio 2013

– Cos’è l’energia elettrica? corrente alternata o alternativa?

“Il segreto di Nikola Tesla”

regia di Krsto Papic .

Venerdi 15 febbraio 2013

– Il potere della televisione.

“Quinto potere” 
regia di SidneyLumet


Venerdi 22 febbraio 2013

– Accordi sottobanco all’ombra delle elezioni.

“Le mani sulla città”
regia di Francesco Rosi


                    HUB – Via Luigi Serra 2/2 – Bologna