Memorie attive:lunghi silenzi sugli stermini dei rom e sinti e dei “non conformi e della vita non degna di essere vissuta” (glossario nazista) , ed analisi sullo sdoppiamento del Sè dei carnefici in tutti i campi di concentramento e sterminio nazi-fascisti in Europa(da Natzwiller-fr a Jasenovac-cz), e sulle mancate inclusione dei sopravvissuti nel dopo-Auschwitz.

Premessa

Ci sono due parole nella lingua romanes per indicare lo sterminio nazi-fascista delle genti romanì, intendo le numerose, disperse e marginali comunità linguistiche e culturali europee:Rom e Sinte.

Porrajmos: parola che può suonare ambivalente per gli impropri significati sessuali, di stupro e sevizie”ma pure “divoramento”;

L‘Altra parola è Samudaripen: Grande Morte e genocidio, parola appropriata ma che non approfondisce il dramma e la tragedia vissuta.

Però, nelle lingue si sa che il significante spesso è accompagnato da una molteplicità di significati tra loro contraddittori, e fortemente influenzati da situazioni ed esperienze di vita.

Per le esperienze tragiche che i Romanì hanno subito nello sterminio nazi-fascista (atroci esperimenti scientifici e medico chirurgici: sterilizzazioni, vivisezioni, smembramenti e sevizie sui/dei corpi, senza che mai i carnefici si preoccupassero del dolore arrecato e della dignità cancellata), mi sembra che Porrajmos sia la parola più qualificata.

Perché romanì e non zingari?

Perché ‘zingari’ è un eteronimo cioè un nome arbitrariamente attribuito dai gagè (o non romanì) che sottolinea più i caratteri negativi che positivi,

non è tra l’altro l’unico, ce ne sono molti altri gipsy, gitani ecc;

per secoli i Romanì sono stati considerati egiziani-pellegrini, appartenenti ad una tribù dispersa d’Israele, dei figli di Cush, della stirpe di Cam, uno dei figli di pelle nera di Noa, che per aver deriso il padre ubriaco, venne scacciato di casa e e costretto ad una perenne vita raminga.

Per affermare questo si sono avvalsi per secoli delle mappe antropologiche o delle bibliche tavole delle nazioni che dividevano l’umanità in Semiti, Camiti e i Giapetiti figli di Jafet.

Romanì o Rom e Sinti invece è un etnonimo o un nome proprio di un popolo

Secondo una cronaca viennese del 1776 (la Anzeigen aus sämmtlich-kaiserlich-königlichen Erbländern), fu l’illuminista slovacco Samuel Augustin ab Hortis il primo ad accostare le parlate dei romanì alle lingue indiane.

“Lingua da ritenere a tutti gli effetti neo-indiana, parlata in seguito non solo dagli errones o erranti egiziani, ma anche da tutte le genti rom. Dopo questo primo riconoscimento linguistico e culturale, altri ne seguirono, fino ad essere liberati di quella infamante accusa, che pesava come un macigno sulle loro vite, quello di essere figli maledetti ed erranti di Cush, uno dei figli generati da Cam”. (Materiali tratti dalla stirpe di Cus di Leonardo Piasere ed. CISU- 2016)

Stranieri interni e cittadinanza E’ importante ricordare i rari momenti di riconoscimento di una piena cittadinanza italiana ed europea e riconoscere apertamente che per secoli,i romanì e gli ebrei sono stati marginalizzati e considerati stranieri interni in Italia come in Europa.

Infatti, l’estate scorsa la Città di Bologna (con la sua Vice Sindaca Emily Clancy), le comunità urbane di Rom e Sinte della nostra Regione:Mirs- mediatori interculturali Rom-Sinti,Amici di Django, Thèm Romanò e l’associazione-movimento romanì: Ketane e Comunimappe- la libera comune università pluriversità Bolognina,

la mattina del 18 luglio 2022, hanno voluto ricordare, con una targa sotto l’arco di Porta Galliera, la presenza plurisecolare dei romanì in Italia e a Bologna e la nascita di un bambino-a a Campo Grande, oggi Piazza 8 Agosto, considerata la prima nascita romanì documentata in Europa; tutto questo rigorosamente documentato, nel lontano 18 luglio 1422, dalle cronache bolognesi: la Rampona e la Varignana, ben conservate come codici nella Biblioteca Universitaria di Bologna.(www.comunimappe.org)

La storia umana non ha mai conosciuto una storia così difficile raccontare (H.Arendt,1984,p.51), che non va enfatizzata e neppure relativizzata ((Richard Rechtman, le vite ordinarie dei carnefici,Einaudi ed.)

Oggi vorrei ricordare con voi: Il Porrajmos, lo sterminio delle comunità romanì(Rom e Sinti), quello dei bambini disabili, dei pazienti psichiatrici, degli asociali, degli Lgbtq e di molti/e ‘non conformi’ e ‘la vita indegna di essere vissuta’ (lebensunwertes Leben,dal glossario nazista), ed insieme impegnarsi per contrastare l’auto-distruttiva coazione a ripetere e a generare carnefici e capri espiatori, sdoppiamenti del sé personale e collettivo umanista ed ippocratico, e nel nostro caso specifico nel Sé di Auschwitz impersonale, irriflessivo, massificato, persecutorio’ che si è avvalso e si avvale di volta in volta di giustificazioni ideologiche, scientifiche, medico-antropologiche e di politiche morali, religiose e nazionaliste,

ma anche per analizzare insieme la vittimofilia o la pietà e la rabbia per le ingiuste morti, che rischiano però in molti casi d’oscurare nelle stanche ricorrenze e nei vuoti cerimoniali, il perpetuarsi nel presente di esclusioni sociali e culturali, le stesse che hanno provocato quelli stermini. Infine per contrastare questo”eterno ritorno ed eterno fascismo” si richiederebbe di accompagnare alla nostra giusta indignazione, azioni comuni d’inclusione sociale e culturale dei sopravvissuti, al fine di disattivare stigmi, pregiudizi, risentimenti e reattività rancorose che continuano ad affiorare nella storia.

Lo sterminio dei ‘non conformi’ e ‘della vita indegna di essere vissuta’ (glossario nazista)

“Lo sguardo medico-scientifico e quello sociale e politico-culturale diffuso avevano disumanizzato le vittime dello sterminio e del genocidio, con gli strumenti e la razionalità tecnica-scientifica e tecnico-burocratica di quello che chiamiamo oggi modernità.”(come sostiene Alain Goussot, docente di pedagogia speciale)

“Alla fine dell’Ottocento nasce la scienza eugenetica come studio del miglioramento della specie umana attraverso la selezione artificiale;
l’eugenismo diventa una vera e propria ideologia politica, nella misura in cui si diffonde la convinzione che si possa intervenire sul piano politico e socio-economico con misure eugenetiche di “miglioramento della razza”.

In fondo l’eugenetica è frutto (direi avvelenato) della cosiddetta modernità e della razionalità tecnica, che il regime nazista (non di meno quelli fascisti) per “bonificare” la società tedesca (ed europea) da possibili contaminazioni degenerative;

l’eliminazione dei soggetti disabili, in particolare mentali ed intellettivi (pazienti psichiatrici), delle minoranze etniche gli “zingari”(o romanì) e sessuali ” prostitute, omo-lesbo-trans-sessuali” ( lgbtqi), ma anche la sperimentazione su forme “anomale” della natura umana come ad esempio, i gemelli; tutto sarà la traduzione (continuazione) tecnico-culturale di un impianto scientifico che si era sviluppato 50 anni prima.

E furono la scienza medica ufficiale e quella psichiatrica (direi bio-medica ed organicista)in particolare a sostenere questa visione per dare base “scientifica” alla costruzione del capro espiatorio e a provocare quella dissociazione personale e collettiva dal Sé umanista ed ippocratico verso un Sè disumanizzato, impersonale e massificato di Auschwitz, come ipotizza lo psicologo Robert Jay Lifton.

Si trattava di una visione basata su principi di salute e purezza:tutto quello che sembrava inspiegabile, o che non rientrava nelle categorie nosografiche della scienza medica-psichiatrica, veniva visto con sospetto ed identificato come fonte di pericolo per la salute pubblica.

Da questo punto di vista si può affermare con Zyngmunt Bauman (1992), che il nazismo non fu solo un fenomeno abnorme ma sopratutto un’espressione di quello che oggi chiamiamo modernità (o razionalità tecnica-strumentale, direi funzionale all’esistente ma per nulla esistenziale).

Tuttavia occorre precisare che questa tesi non ha avuto buona fortuna poichè era più semplice pensare che l’orrore nazista fosse stato il risultato di un regime di individui psicopatici e perversi, anche se sappiamo degli studi compiuti sulla storia dei protagonisti di quella tragedia, che le cose furono estremamente diverse e che molti medici ed eminenti psichiatri tedeschi, brillanti accademici e ricercatori rigorosi, erano in realtà persone ‘normalissime’.

Si può anche affermare che la ‘normale disumanità’ del regime nazista, fu supportata dalla complicità e dall’indifferenza colpevole di tanta gente ‘perbene’, non faceva che riprodurre in modo amplificato ed esasperato lo sguardo sociale, culturale e scientifico dell’insieme della società sui soggetti stigmatizzati: disabili, sugli individui affetti da disturbi psichici e sulle minoranze etnico culturali e sessuali (come romanì ed Lgbtq).

Per rendersi conto della normalità della loro vita, basta leggere la biografia dei medici e degli scienziati che effettuarono uccisioni e sperimentazioni di vario genere su bambini e bambine disabili, (sui pazienti psichiatrici), rom e sinti, ebrei, sui bambini- ed adolescenti tedeschi considerati “devianti” ed “ineducabili” (senza scordarsi dei soggetti lgbtq e delle prostitute)

Molti conducevano vite assolutamente regolari, erano amorevolmente dediti alle loro famiglie, eppure fecero qualcosa di inconcepibile: torturare migliaia di bambini -e, disabili, e soggetti di minoranze etniche, culturali, sessuali col pretesto di far progredire la scienza tedesca.

Essi idearono i programmi di eliminazione Aktion T4 e T14 che posero fine all’esistenza di migliaia di individui disabili e pazienti psichiatrici.

Per riprendere il sociologo Z. Bauman si può dire che la razionalità tecnica e burocratica possono portare a questo tipo di ‘possibilità occulte’ in tutte le società moderne… Frammenti tratti dalla monografia “Nazismo, eugenetica er disabilità di Alain Goussot – docente di Psicologia speciale – Università degli studi di Bologna.

E dove non era presente questo tipo di razionalità tecnica-scientifica e la serialità industriale nazista si procedette allo sterminio come metodi artigianali crudeli, disumani e violenti di migliaia di persone romanì e di altre minoranze culturali, religiose e politiche come a Jasenovac in Croazia o alla Risiera di San Sabba a Trieste da parte di regimi complici clerico-fascista .) [….] Porrajmos o sterminio dei romanì : Rom e sinti “Nel corso degli anni Trenta, la popolazione internata nei lager nazisti subì notevoli mutamenti. A poco a poco, i politici divennero una minoranza, mentre il numero prevalente di prigionieri apparteneva alla categoria dei cosiddetti elementi antisociali, termine generico che comprendeva i delinquenti abituali, le prostitute, gli alcolizzati, i vagabondi senza fissa dimora e i renitenti al lavoro. Nel novero degli asociali vennero inseriti, ben presto, anche gli zingari ( o romanì), che già la legge bavarese del 16 luglio 1926 associava ai “senza lavoro” e ai “vagabondi”: considerati in blocco come un’unica vasta categoria di devianti, questi tre gruppi dovevano essere rigidamente controllati dalle forze dell’ordine e, al limite, potevano “essere internati dalle competenti autorità di polizia in campi di lavoro, per un periodo fino a due anni, per ragioni di pubblica sicurezza”.
Tuttavia, nel caso degli zingari(romanì), la persecuzione assunse subito anche spiccati caratteri razzisti, anche se, dal punto di vista linguistico, i Sinti e i Rom (cioè coloro che noi chiamiamo zingari o gitani) possono essere considerati indoeuropei.
L’origine indiana non venne negata dagliesperti razzialinazisti che si occuparono degli zingari (fra i quali va ricordato almeno Robert Ritter, principale responsabile delGruppo di ricerca d’igiene razziale e di biologia demograficadel Ministerio della Sanità, con sede a Berlino Dahlem)” Tratto dalla voce “asociali” dell’assemblea-cittadinanza – amministrazione regionale Emilia-Romagna.

L’ostacolo fu aggirato con pretese che non esistevano più romanì puri (o rarissimi tra loro, i lalleri)perché durante le numerose e continue migrazioni si erano contaminati con altre razze (c’era stata come si ripropone oggi una sostituzione etnica e razziale)

La persecuzione degli zingari (o romanì) ebbe inizio in modo sistematico nel 1936. Il 16 luglio, cogliendo come pretesto l’imminente inizio delle Olimpiadi, tutti i Sinti e i Rom che vivevano a Berlino e dintorni furono arrestati e condotti nell’improvvisato campo di Marzahn, che nel 1938 ospitava circa 850 persone.

Venne presa la decisione di concentrare tutti i Sinti e Rom nomadi in campi appositi allestiti nelle periferie delle città, per assicurare un miglior controllo della polizia.

Così stabiliva il decreto per la lotta contro la piaga zingara il 6/6/1936 di Heirich Himmler che ordinava che tutti/e i romanì fossero schedati e registrati.

Le donne e le bambine romanì furono oggetto fin dai primi anni di regime di sterilizzazione di massa con raggi x ed iniezioni intrauterine sia a Natzwiller (Fr) che a Ravensbruech.

I detenuti di Dachau(A) furono sottoposti ad esperimenti sulla potabilità dell’acqua marina; erano obbligati a bere acqua di mare o veniva iniettata loro una soluzione salina.

A Sachsenhausen(Francoforte sul Meno)ci furono esperimenti con i iprite, un gas tossico che veniva usato in guerra.

Gli internati di Buchenwald (D) furono infettati dal tifo o sottoposti ad esperimenti di congelamento rapido per studiare la resistenza al freddo.

Ad Auschwitz il famigerato medico Joseph Mengele compì atroci esperimenti su bambini e bambine romanì, su parti gemellari, sul nanismo ed il gigantismo, sulle sincronie oculari, sui tumori alla pelle, sulle malattie più disparate.

Tutte queste vite non degne di essere vissute si concludevano nelle camere a gas.

Lungo silenzio sullo sterminio dei romanì (di Luca Bravi,ricercatore su storia, formazione ed inter -cultura dell’Università di Firenze) intervista sul Porrajmos tratto dalla rivista della Regione Toscana.

Porrajmos: perché finora se n’è parlato troppo poco?

(Per Luca Bravi, docente di formazione ed interculture) “La causa del silenzio sul Porrajmos è da individuare soprattutto negli stereotipi di stampo razziale che si sono conservati dall’immediato dopoguerra e fino ad oggi in riferimento a quelli che continuiamo a chiamare “gli zingari” (e oggi romanì). Quest’ultimo un termine offensivo coniato per indicare un gruppo che consideriamo in toto composto da soggetti ladri, asociali e nomadi, perciò “geneticamente” (ma oggi si dice “culturalmente”) pericolosi. Gli stereotipi attivi determinano la tenuta a distanza di queste persone e la distanza provoca l’assenza di spazio e di disponibilità per la ricostruzione storica e soprattutto per la testimonianza. Non ci potrà essere testimonianza storica finché non si attiverà una reale inclusione a livello (culturale) e sociale. Ecco perché il Porrajmos parla di memoria storica, ma ha bisogno di costruire spazi d’inclusione nel presente; ed ecco perché il Porrajmos uno dei temi caldi rispetto alla costruzione di un tempo “post-Auschwitz”.

Qualcosa cambiato negli ultimi tempi, sia dal punto di vista della ricerca storia che della consapevolezza diffusa?

“A livello internazionale cambiato molto: oggi il Porrajmos è riconosciuto come persecuzione e sterminio avvenuto per motivazioni razziali, esattamente come la Shoah ebraica. Questo riconoscimento avvenuto è dovuto soprattutto a importanti testimonianze di ebrei ed oppositori politici che hanno raccontato la persecuzione subita da rom e sinti anche e non solo nel campo di Auschwitz-Birkenau. Queste testimonianze, insieme ai documenti rintracciati e studiati, hanno permesso di far sorgere a Berlino un Memoriale dedicato alle vittime del Porrajmos di fronte al Reichstag tedesco, a poca distanza dal memoriale ebraico. Credo che questa prossimità sia il simbolo più importante della direzione inclusiva che deve prendere la politica della memoria in ogni nazione. La consapevolezza diffusa invece ancora latita, soprattutto in Italia, dove non si pone ancora la necessaria attenzione. Il Porrajmos non è tuttora neppure menzionato all’interno della legge che ha istituito il “Giorno della Memoria”. Tuttavia anche da noi la ricerca storica ripartita. Oggi abbiamo due strumenti multimediali all’avanguardia rispetto al resto d’Europa: un museo virtuale (www.porrajmos.it) che ripercorre il Porrajmos in Italia tramite i documenti e la voce dei testimoni diretti ed il portale www.romsintimemory.it che narra le vicende dello sterminio nazista.

Ci sono responsabilità specifiche italiane, così come per la Shoah?

L’Italia fascista è stata un ingranaggio del sistema di persecuzione e deportazione di rom e sinti e quindi del Porrajmos. Questo attraverso almeno quattro fasi specifiche con un intervento sempre più radicalizzato: l’allontanamento ed il rimpatrio dei cosiddetti “zingari” (anche quelli di cittadinanza italiana), la pulizia etnica nelle zone di frontiera rispetto alla presenza di soggetti rom e sinti (con il confino obbligatorio in Sardegna), l’arresto e l’invio in “campi di concentramento riservati a zingari” sorti sul territorio italiano ad esempio ad Agnone (Molise) (www.porrajmos.it ripercorre le vicende a riguardo), la deportazione verso i lager oltre confine.

La memoria del Porrajmos serve se diventa la scintilla per avvicinarsi oggi ai rom ed ai sinti presenti nelle nostre città e scoprire che non sono quei “mostri” che la maggior parte delle persone immagina. Per scoprire, per esempio, che più della metà di rom e sinti nella nostra nazione sono di cittadinanza italiana e di antico insediamento. Sul Treno della Memoria della Regione Toscana gli studenti ed i professori avranno anche quest’opportunità: scoprire che le vicende di deportazione studiate hanno toccato anche le famiglie di rom e sinti che sono loro concittadini da tempo, ma che, a causa del pregiudizio diffuso, non è stato costruito uno spazio che permetta il racconto della storia e la costruzione di una memoria sociale. Basta un solo dato a chiarire definitivamente la linearità dell’esclusione e dell’odio tra passato e presente: durante il nazismo e il fascismo, i cosiddetti “zingari” furono perseguitati e sterminati perché indicati come portatori della “tara ereditaria” (dunque razziale) del “istinto al nomadismo”. Oggi la maggior parte degli Italiani crede ancora che rom e sinti siano “nomadi”; non è vero, non lo sono mai stati(O nella grande maggioranza tra loro non lo sono, cioè lo sono solo coloro che hanno ragioni di attività (circensi e spettacoli viaggianti che richiedono di spostarsi continuamente), o sono senza casa, anche per persecuzioni politiche e razziali, per cause di guerra anche di recente v. Rom dall’ex Jugoslavia e dall’est europeo).  Approfondire questo dato di fatto, magari a scuola, magari entrando in contatto con i rappresentanti rom e sinti delle associazioni presenti in Italia, apre un mondo e fa crollare il castello di carta del pregiudizio. Conoscere il Porrajmos può rappresentare quel soffio di vento in grado di scompigliare le carte e farci tornare a riflettere sul significato presente del fare storia e memoria”.

(Istinto al nomadismo ribadito pochi anni fa dall’attuale Presidente del Consiglio G. Meloni:’sono nomadi, allora devono nomadare’, quando si parlava di possibilità d’inclusione sociale ed abitativa nelle micro-aree o nelle case d’edilizia popolare)

Quanto serve recuperare questa memoria per combattere il pregiudizio oggi?

Sdoppiamento o dissociazione del sé di Auschwitz dal sé ippocratico ed umanista da Natzwiller (Fr) ad Auschwitz

Robert Jay Lifton psichiatra e saggista, è stato docente all’Harward IUniversity e al John Jay College of Criminal Justice di City University di New Jork. Autore di numerosi studi su Hiroshima, sul nazismo e sulla guerra del Vietnam, e le sue ricerche hanno riguardato soprattutto i rapporti tra la psicologia individuale e la storia.

“La mia ricerca su medici nazisti cominciò e finì con Josef Mengele. Era iniziata con lo studio su documenti legali su di lui e si compì nell’estate del 1985, proprio quando un gruppo di scienziati dichiarò che le ossa scoperte in una tomba brasiliana erano le sue.

Benché in origine avessi considerato la possibilità di costruire il mio studio attorno a Mengele, mi resi conto ben presto che, concentrando l’attenzione su di lui, avrei rischiato d’accentuare il culto della personalità demoniaca che già lo circondava, trascurando in tal modo il fenomeno nazista più generale dell’eccidio sotto l’egida della medicina. Non è che io intenda ridimensionare questo esemplare del male nazista:benché egli sia oscurato dalla sua mitologia diabolica, va detto che sotto molti aspetti essa è più che meritata. Piuttosto, il mio compito è quello di tentare di capire in che modo i suoi tratti psicologi individuali abbiano alimentato la visione bio-medica nazista, e se ne siano alimentati, e di apprendere che cosa egli abbia da dirci sull’eccidio compiuto sotto la copertura della medicina e sulla scienza medica corrotta . Il fatto che Mengele abbia trovato ad Auschwitz l’ambiente a lui favorevole ci dice molto non solo sull’uomo, ma ancor di più sulla psicologia dell’istituzione. Mengele non divenne (subito) una figura pubblica famosa – tristemente famosa – subito dopo la guerra. Egli era ovviamente ben noto ai sopravvissuti di Auschwitz, fu oggetto di testimonianze fornite nel 1945, e fu menzionato occasionalmente durante le indagini per il processo di Norimberga, ma non fu tra gli imputati in quel processo nè successivi processi a medici negli anni Quaranta.

Solo nel 1958, cominciò ad essere oggetto di pubblica infamia, grazie anche agli sforzi dello scrittore tedesco Ernest Schnabel, che venne a conoscenza delle attività di Mengele ad Auschwitz mentre compiva ricerche per un libro su Anna Franck. Superstiti di Auschwitz rifugiatisi in tutto il mondo cominciarono allora a far sentire la loro voce a fornire testimonianze per le indagini legali tedesche. E mentre Mengele si spostava da un luogo all’altro del Sudamerica er evitare la cattura e l’estradizione, le testimonianze dei sopravvissuti s’accumularono senza soste, anche se a volte con relazioni e affermazioni più dubbie da parte di persone meno qualificate a parlare. [….] Mengele si riflette nella dichiarazione di un uomo che sostenne di averlo visto regolarmente in Paraguay e che lodò gli sforzi da lui fatti ad Auschwitz “per liberarci degli storpi della società”, anche se in un modo che “non fece nulla di più che scalfire la superficie”: Senza dubbio nessun criminale di guerra nazista ha suscitato tante fantasticherie, e tanta letteratura. In un romanzo del 1976 trasformato in un film di grande successo, “i ragazzi venuti dal Brasile”, Mengele è ritratto come uno scienziato brillante, demoniaco (diabolico), impegnato nella produzione di numerosi cloni di Adolf Hitler. Un pò di un più di un decennio prima, in una esplorazione teatrale più seria del genocidio nazista, “Il vicario”, Rolf Hochhuth creò un personaggio simile a Mengele, noto come “il Dottore” che è “un’incarnazione della malvagità pura, molto più compiuta in questo senso di Hitler”. Robert Jay Lifton, i medici nazisti pp. 459-461

I medici e gli scienziati nazisti ebbero un ruolo centrale nella selezione e nell’annientamento dei deportati nei vari campi di concentramento e soprattutto di sterminio, ma anche le maggioranze rumorose nelle piazze come quelle silenziose nelle case.Il giuramento ippocratico, pur essendo per il medico un impegno a praticare l’arte della guarigione ed evitare in ogni modo di uccidere o danneggiare le persone da lui/lei curati/e, fu quasi del tutto abbandonato da Natzwiller ad Auschwitz, come in tutti gli altri luoghi di concentramento, selezione, manipolazione genetica, atroci sperimentazioni mediche-scientifiche ed infine sterminio.”

Il dottor Auschwitz: Josef Mengele . L’ss uscito da Mein Kampf:molto retto e puritano. Un medico prigioniero di Auschwitz

“Era capace di essere gentile con i bambini(disabili,ebrei e zingari) da renderli molto affezionati a lui,da portare loro zucchero, da pensare a piccoli particolari della loro vita quotidiana e da far cose che noi ammiravamo genuinamente…E poi, subito dopo….il fumo dei crematori, e questi bambini, domani o dopo mezz’ora, li avrebbe mandati là. Ecco dov’era l’anomalia. ” Un medico prigioniero di Auschwitz

L’uomo doppio (l’homme double) Il doppio (le double) (e qui ci si riferisce al dott. Mengele, ma non solo a lui/lei a tutto il personale di servizio e non, che aveva partecipato allo sterminio.

La parola doppio fu effettivamente usata, infatti l’antropologa Magda V. (in qualità di prigioniera-collaboratrice) parlò di Mengele come di una “personalità scissa”. Essa conosceva le relazioni di altri sulla sua brutalità e non aveva “alcun dubbio” sul fatto che potesse essere capace ma, aggiunse, ciò non avvenne “mai in mia presenza”. Quando continuò chiedendosi se la sua presenza non potesse aver esercitato un “effetto umanizzante” su Mengele e su altri altri medici/mediche ss per il fatto che “io trattavo tutti [i prigionieri e medici ss] come esseri umani”, stava esprimendo un altro principio dello sdoppiamento: l’importanza per ciascuno di vedere il proprio sé confermato dagli altri. La parola “doppio” fu effettivamente usata dal dottor Alexander O. (medico prigioniero e collaboratore) nei suoi sforzi angosciosi per trovare un terreno d’intesa con Mengele: L’uomo doppio (l’homme double). Il doppio (le double): egli aveva tutti i moti affettivi, tutti i sentimenti umani, la pietà e via dicendo. Ma nella sua psiche c’era un cella chiusa ermeticamente, una cella impenetrabile, indistruttibile: l’obbedienza all’ordine ricevuto. Egli può gettarsi in acqua per salvare uno “zingaro”, tentare di guarirlo…e poi appena usciti dall’acqua, dirgli di salire su un autocarro per portarlo in gran fretta alla camera a gas.

Eva C (un’altra prigioniera collaboratrice) disse con considerevole sensibilità, che la propria esperienza psicologica di prigioniera l’aveva aiutata a capire Mengele. Essa sottolineò che anche i prigionieri cominciarono “a comportarsi così…come se fossimo dentro una sorta di corazza” e come lei stessa, vedendo nei blocchi delle malate donne grottescamente deboli che tendevano le braccia e supplicavano “Aiutatemi! Aiutatemi!, si sentisse “un pò imbarazzata”, poichè pensava:”Noi siamo qui per morire. Che cosa intendi dicendo: “Aiutatemi”?:

Poi poté aggiungere:”Il fatto che queste persone avessero in realtà conservato la loro salute mentale [chiedendo aiuto] e che fossi io a dare i numeri…non mi passò per la mente. Sa ero già toccata da quell’intera mentalità di [Auschwitz]”.

Eva C. continuò a spiegare che sia i medici ss sia i prigionieri erano presi in quell’ingranaggio: “Perciò potei capire Mengele”.

Auschwitz era “un pianeta diverso” le cui regole capovolgevano totalmente quelle della società comune: secondo le regole di Auschwitz, alcuni erano eravamo lì per morire e non per vivere e, per poter accettare ciò, dovevano passare ad un tipo di mentalità diversa, ad un diverto tipo d’atteggiamento”.

Anche i medici SS dovevano compiere una transizione simile, nel loro caso con l’aiuto della precedente immersione nell’ideologia nazista. “Essi erano ben preparati”. Essa (ella) riusci a capire qualcosa dello sdoppiamento omicida nei medici nazisti riconoscendo forme benigne di un processo affine in atto in sé stessa ed in altri prigionieri.

Benché tutti i medici nazisti abbiano subito uno sdoppiamento ad Auschwitz, Mengele fu speciale per l’incompatibilità apparentemente estrema delle due componenti del suo doppio sé… Il suo sdoppiamento fu accentuato da certi tratti psicologi: le sue tendenze schizoidi, la sua capacità straordinaria di di mettere a tacere la sua coscienza ed il suo impulso verso il sadismo e (il senso) d’onnipotenza (che risultano essere estremamente connessi tra loro).” Tratto da Robert Jay Lifton, i medici nazisti pp. 510-512

Il paradosso dell’uccisione come terapia “L’immersione dei medici nazisti nel paradosso dell’uccisione come terapia fu cruciale nel dare il la allo sdoppiamento, poiché il Sé di Auschwitz doveva vivere in quel paradosso. Nella misura in cui si abbraccia la portata estrema della visione nazista di uccidere gli ebrei (e la totalità delle vite indegne di essere vissute) per guarire la razza nordica, il paradosso scompare. Il Sé di Auschwitz può vedere se stesso come fondato su un principio lodevole di “igiene razziale” e come operante verso una nobile visione di rinnovamento organico: la creazione di una vasta “comunità biotica tedesca” in cui si possono tracciare paralleli fra la missione tedesca di conquista del mondo e il più piccolo sistema fisiologico intracellulare.[….] Anche la guarigione conseguita per mezzo dello sterminio poteva diventare parte della visione mirante all’immortalità, del “diritto e ….obbligo umano più sacro”, che quello di “far sì “che il sangue venga preservato puro e, conservando l’umanità migliore, di creare le possibilità di sviluppo più nobile di questi esseri”(Himmler) tratto da Robert Jay Lifton, i medici nazisti pp. 584-585

“Ai medici nazisti di Auschwitz si chiedeva di sdoppiarsi a beneficio della rivitalizzazione, che era un bene comune (con i medici nella funzione di mediatori razziali fra il capo-eroe e la comunità ariana più vasta) e sacro (rivendicando la sua funzione ultima dai morti della prima guerra mondiale). Hitler fu molto preciso su questo punto, dichiarando con “chiarezza cristallina” la sua dottrina della nullità …del singolo essere umano e della sua esistenza continuata nella visibile immortalità della nazione. Ed altrettanto chiaro fu Alfred Rosenberg nell’insistere con fermezza sulla tesi che la personalità umana viene conseguita solo quando si è integrati, spirito ed anima, in un successione organica di migliaia [di individui]della propria razza.

Si trova qui la possente lusinga della sostanza razziale-culturale che conferisce l’immortalità.

Nella risposta dei giovani medici a quella lusinga, l’entusiasmo per le conquiste pratiche del nazismo si fondeva con un senso comune di potere comune mitico.

L’ethos comunitario era così forte che, persino quando si era profondamente turbati dalla politica nazista, si esitava ad opporsi ad essa perché ciò avrebbe significato: “tu diventi un traditore e pugnali alle spalle il tuo popolo.”

O aderisci alla comunità sacra o si è visti (e si vede se stessi come traditori, assassini e codardi).

Le ss erano “la comunità [di élite] nella comunità; i loro appartenenti erano “legati da un giuramento”, colmi di “spirito di corpo, costanti nel loro misto di crudeltà e di coraggio. I medici nazisti che entravano nelle ss si impregnavano di una parte di questo ethos. Ognuno di loro pronunciava il giuramento delle ss: “Giuro a te, Adolf Hitler – come Fuehrer e Cancelliere del Reich- lealtà e valore. Prometto a te e ai miei superiori, da te designati, obbedienza sino alla morte, con l’aiuto di Dio”, e diventava in tal modo quello che un osservatore chiamò un “combattente ideologico”, portasse o no sulla fibra della propria cintura (come i comuni appartenenti alla ss) il motto delle ss: “il mio onore significa lealtà”. […] “Il giuramento ippocratico fu percepito come poco più di un rituale lontano e desueto praticato ai tempi dell’università e veniva prontamente rovesciato dal rituale di una bruciante immediatezza, delle selezioni, oltre che della serie delle pressioni e remunerazioni dirette verso il Sé di Auschwitz liberato dai residui ippocratici. In effetti con il giuramento a Hitler il medico escludeva essenzialmente gli ebrei ( i prigionieri e i deportati, e tutti/e i non conformi, le vite indegne di essere vissute) dalle proprie responsabilità ippocratiche”. Robert Jay Lifton, i medici nazisti pp. 589-590

Il paradigma vittimario del Novecento e l’incoscienza del carnefice (Richard Rechtman, le vite ordinarie dei carnefici,Einaudi ed.)

“Gli elementi d’interesse sono costituiti dall’attenzione che si è andata manifestando verso quei gruppi sociali, e quindi quelle persone che, travolti da eventi soverchianti, ne sono risultati annientati. Un indagine sui traumi che da ciò derivano, a partire dai sopravvissuti, così come dal vuoto che l’assenza delle vittime ingenera nella collettività di cui erano parte, non può essere esclusa dall’orizzonte analitico dello studioso. Non di meno, ciò rivendica la necessità di dotarsi di una strumentazione appropriata, per non lasciarsi indurre nella duplice tentazione di relativizzare o enfatizzare, dove la vittimofilia, ossia la passione e la pietà per le morti “ingiuste”, sembra sommergere, come una perenne onda in piena, la pluralità dei percorsi, processi e fenomeni che portarono alla distruzione delle vite così come anche al rifiuto politico (ed etico), laddove esso si manifestò,che ciò continuasse a succedere. Il rischio che la figura totalizzante della vittima oscuri quella dell’oppresso – e con essa la carica oppositiva di chi, invece,a tali derive ha opposto non solo la sua personale resistenza ma una più generale volontà di liberazione, attraverso un percorso alternativo di tutela dei diritti umani- è un paradosso che si innesca nella lettura dei processi storici quale essa viene schiacciata sull’esclusiva narrazione del passato come una sorta di Pantheon del terrore. In altre parole ancora, l’ipertrofia dell’immagine della vittima può produrre una sorta di eterogenesi dei risultati, incentivando un determinismo storico basata sull’ineluttabilità delle tragedie. L’indignazione che ne deriva non è in sé un antidoto, se a ciò non si accompagna un investimento nell’azione politica. Poiché se il panorama esclusivo è quello di una successione di rovine, l’immagine che ne viene trasmessa è quella dell’impotenza associata al dolore insensato. L’agire politico richiede invece dei significati condivisi,che superino la soglia della mera valutazione morale, in sé paralizzante, per trasformarsi semmai in motore d’opposizione. Si tratta di un effetto perverso della comunicazione sociale: partendo dalla premessa che la conoscenza di una tragedia costituisca di per sé un tassello fondamentale della pedagogia pubblica, la lettura della storia come un succedersi di catastrofi ne comprime quello che invece è anche soprattutto un tempo dove l’idea d’emancipazione prende corpo e assume sostanza, creando quindi coesione collettiva. [….] Richard Rechtman, nel suo testo ad indirizzo critico “le vite ordinarie dei carnefici”,benché non intenda fornire al lettore un testo onnipresente sul Novecento delle carneficine….., tuttavia indaga sulle modalità con le quali è necessario porsi dinanzi all’eredità degli omicidi di massa motivati fa una qualche ragione di stato (o ideologia politica o religiosa). L’autore antropologo e psichiatra, direttore di ricerca presso l’école des hautes études en sciences sociales di Parigi, su una vicenda poco o nulla studiata in Italia, con eccezione di Matilde Gallari Galli (con il suo volume su Pedagogia del totalitarismo, di oramai venticinque anni fa,ossia sul genocidio cambogiano. [….] Più che un libro sulla specificità di quell’evento, e sulla sua storia, si ha tuttavia a che fare con un testo che, partendo dalla contemporaneità di quei fatti, si muove verso la definizione di categorie interpretative che possono fungere anche nella comprensione di altre tragedie collettive. Tra di esse ad esempio, quelle che hanno attraversato il Kurdistan iracheno nell’ultimo decennio, con la presenza criminale dell’Isis. L’articolazione in cinque capitoli (cronache di carnefice, godimento e crudeltà del mostro, l’uomo ordinario e le sue patologie, amministrare al morte e l’ordinarietà del genocida) risponde quindi all’esigenza di fornire al lettore alcune chiavi di interpretazione applicabili anche in contesti tra loro differenti. […..] Non si tratta di disegnare delle maschere o dei costumi facilmente intercambiabili, nè di definire degli idealtipi negativi. Piuttosto, attenuando il convincimento ancora diffuso per cui sarebbe solo ed esclusivamente una qualche ideologia a fare la differenza tra i crimini e il suo rifiuto, per Rechtman fondamentale è invece l’insieme delle relazioni sociali che inducono più individui a commettere gesti estremi, creando una sorta di solidarietà e di reciprocità tra carnefici. Il vero fuoco d’indagine, quindi, non sono i costrutti morali e neanche le trame politiche bensì il tessuto socio-culturale che genera l’accettabilità delle catastrofi, in quanto esito plausibile dei grandi rivolgimenti, nel passato così nel presente. Lo scavo è quello antropologico (od etno-antropologico)cercando di sondare il rapporto tra le soggettività criminali, il substrato mentale che renda accettabile l’agire omicida, dispositivi culturali diffusi e condivisi nonché le condizioni oggettive, ovvero quei contesti storici nei quali qualsiasi idea di palingenesi, o di riforma della collettività, passa attraverso la pratica dell’eliminazione fisica, biologica, civile di una parte di esse. L’autore non offre letture ed interpretazioni del tutto inedite. Il solco che segue è, semmai, quello affermatosi da una ventina d’anni, dell’etno-antropologia adottando questo ampio spettro disciplinare come strumento per guardare ed indagare all’interno dell’incoscienza del carnefice.”

Frammenti analitici e critici tratti dall’articolo: “La Soah e il paradigma vittimario del Novecento”, di Claudio Vercelli, il Manifesto, culture, il 20.1.23)

Poetiche romanes

Gelem Gelem

Inno internazionale adottato al 1 Congresso mondiale dei Rom, anno 1971. Prima strofa dell’inno internazionale dei Romanì, composto dal musicista romanì Zarko Javanovic (1925-1985), musicista che subì una lunga carcerazione durante il Porrajmos (divoramento) o Samudaripen (grande morte o genocidio) (2)

Gelem, Gelem Inno internazionale nella lingua standard romanes

Ho camminato e camminato

Ho camminato, e camminato per lunghe strade,

ho incontrato rom fortunati (felici)

Ehilà, gente rom?

Da dove venite con le vostre tende e i vostri bambini affamati?

Oh, gente rom!

Oh, fratelli!

Anch’io avevo una grande famiglia, l’ha sterminata la Legione Nera.

Uomini e donne rom furono squartati, e tra di loro anche bimbi ancora piccini.

Oh, gente rom!)

(Oh,sorelle!)

Dio, apri le nere porte, affinché io possa vedere dov’è andato il mio popolo.

E tornerò a camminare per le strade,

e le percorrerò con fratelli e sorelle rom gioiosi.

Oh, gente rom!

Oh, fratelli!

Oh sorelle!

In piedi, rom!

Ora è il momento, venite con me,

rom di tutto il mondo con i vostri volti bruni e vostri occhi scuri tanto desiderabili come l’uva nera. Oh gente rom!

Oh, fratelli!

Oh, sorelle!

Piccoli cuori morivano

Erano gli anni della persecuzione, dei rastrellamenti quotidiani e del porrajmos. Allora, per sottrarsi a tutto questo orrore, le genti Romanì si nascondevano nei boschi; però là in quei nascondigli, sopravvivere non era così facile, di conseguenza questa povera gente per non farsi avvistare o catturare dalle continue perlustrazioni nazi-fascisti, non doveva accendere fuochi né di giorno né di notte, ed in queste condizioni estreme dettate da inverni rigidi e freddi, accadeva che bambini e anziani Rom morissero in gran numero per freddo e per fame.

Ratvalè jasvà (lacrime di sangue)

Nel bosco senz’acqua, senza fuoco – grande fame.

Dove dormiranno i bambini?

Non c’è una tenda.

Non si può accendere il fuoco durante la notte, di giorno il fumo dà l’allarme ai tedeschi (ai nazi). Come vivere con i bambini nel duro inverno?

I fiocchi di neve cadevano sulla terra, sulle mani come piccole perle.

Occhi neri gelavano

Piccoli cuori morivano.

Testo della poeta partigiana rom polacca Papusza

Jasenovac fu campo di lavori forzati e di sterminio in Croazia tra 1941-45, considerata assieme a Buchenwald , la terza Auschwitz, quella dei Balcani.

Qui sono stati sterminati 750.000 slavi del sud , 60.000 ebrei e 26.000 Rom dei Balcani, sono state esercitate e documentate atrocità inenarrabili, come uccidere 8.000 bambini, molti tra loro straziati sbattendo le loro teste contro le pietre o sgozzandoli con un coltello, regime clerico-fascista ideato da Ante Pavelic, il capo della Repubblica degli Ustasha.

Jasenovac fu un campo gestito dagli Ustasha, i fascisti croati , che agivano in stretta collaborazione con i francescani croati, che davano copertura ideologica a tale macchina artigianale della morte, ispirati dal cardinale Alojz Stepinac ex cappellano militare (beatificato da Wojtyla negli anni ‘90), che salutò l’esercito degli Ustasha “come i rappresentanti legittimi della Chiesa Divina’ e partecipò attivamente a propagare con loro l’odio razziale e religioso contro le minoranze locali e non cattoliche, incitando apertamente al loro sterminio”.

Nel 1942 il responsabile di Jasenovac riferiva direttamente a Pavelic: In un anno, soltanto a Jasenovac, abbiamo ammazzato più gente di quanta ne sia riuscita ad ammazzare l’impero turco-ottomano in tutta la permanenza dei turchi nell’Europa balcanica.”

Anche se Stepinac fu costretto in seguito alle informazioni che circolavano sulla ferocia perpetuata ad Jasenovac a fare tenue critiche a quel campo di sterminio che definì in alcune limitate prediche “una vergogna per il popolo croato”, ma non fece mai dichiarazioni pubbliche contro tale campo e i suoi efferati crimini.

E’ stato dimostrato in seguito che le gerarchie ecclesiastiche cattoliche e lo Stato del Vaticano erano a conoscenza di tale aperta complicità dei religiosi cattolici. Un silenzio assordante.

Hanno calpestato il violino zingaro

Cenere zingara è rimasta

fuoco e fumo salgono al cielo.

Hanno portato via gli zingari

I bambini divisi dalle madri le donne dagli uomini

hanno portato via gli zingari.

Jasenovac è piena di Zingari legati ai pilastri di cemento

pesanti catene ai piedi e alle mani

nel fango in ginocchio.

Sono rimaste a Jasenovac le loro ossa denuncia di disumanità.

Altre albe schiariscono il cielo e il sole continua a scaldare gli zingari.

Erano tre fratelli

Cresciuti insieme s’abbracciavano,

s’amavano ma non presentivano che cosa sarebbe avvenuto loro.

Un fratello di notte hanno portato nel campo di concentramento (Konzentrationsbereich)

Sono rimasti due fratelli

Speravano che tornasse.

Ed essi cantano la canzone della sua lontananza.

Tre fratelli uno dietro l’altro fusi in un essere solo divisi per sempre lontano l’uno dall’altro.

Sono rimasto in bilico ad Auschwitz

Sono rimasto in bilico

Sulla lama di un coltello

Sono rimasto gelato come la pietra.

Il mio cuore tremò sono caduto sul filo del coltello.

M’è rimasto la mano destra e l’occhio sinistro

ho versato lacrime ad Auschwitz dove sono rimasti gli zingari.

La lacrima è scesa

la mano ha preso la penna per scrivere parole qualunque

Testi poetici di Rasim Sejedic e di Papusza tradotti dal romanes dal glottologo Angelo Arlati

Non è accaduto ma può accadere ancora con quegli ossessivi e rancorosi messaggi che si rincorrono sui social e non solo, che risvegliano antichi fantasmi di purezza delle razze e delle nazioni (non più genetiche ma culturali)con quelle quelle ambigue espressioni sovraniste “prima gli italiani” o quelle altre che additano il pericolo che le nuove migrazioni possono provocare una “sostituzione etnica” , ma scordandosi che noi moderni europei siamo delle ibridazioni umane, culturali, linguistiche mediterranee, romano-barbariche e fatte e rifatte di molti altri geni e memi terrestri(Sapiens e non Demens). Infine per contrastare questo”eterno ritorno ed eterno fascismo” si richiederebbe di accompagnare alla nostra giusta indignazione, azioni comuni d’inclusione sociale e culturale dei sopravvissuti e delle affini nuove generazioni, al fine di disattivare stigmi, pregiudizi, risentimenti e reattività rancorose che continuano ad affiorare nella storia.

Testi poetici romanì tratti dall’antologia meglio atlante poetico per la presenza transnazionale dei romanì,auto-prodotta da Pino de March, cofondatore ed ricerc-attivista di Comunimappe, ed. Versitudine 2022

Testo: stermini dimenticati e lunghi silenzi su mancate inclusioni elaborato da Pino de March Pino de March: ricerc-attivista e docente di Comunimappe -libera comune università -pluriversità bolognina e membro onorario dal 01.01.2023 del Mirs -Mediatori culturali rom e sinti (dopo esserne stato vice-presidente fino al 31.01.2022)

Festa conviviale con presentazioni corsi di danza zingana e disert-azione sulla guerra: sabato 17/12 (dalle 12 alle 16) e avvio di corso su paesaggi, territà e nuove soggettività:domenica 18/12 (dalle 10 alle 12)

Paessaggi antropomorfi mostruosi

La Commissione Culturale della “zona ortiva erbosa aps” in cooperazione

trans-culturale con Comunimappe- Libera Comune Università Pluriversità Bolognina

e con il Mirs -Mediatori-trici culturali Rom e Sinti

ORGANIZZA UNA FESTA CONVIVIALE

SABATO 17 DICEMBRE 2022

Dalle 12 alle 16 in via Erbosa 13/4

PIZZA CASTAGNE VINO E MUSICA

ACCOMPAGNERANNO L’EVENTO I MUSICISTI:

SIMONE DEL GIPSY MUSIC GROUP ALLA CHITARRA

GIORGIO SIMBOLA AL VIOLINO

FESTA E PRESENTAZIONE DEI CORSI CHE SI TERRANNO NELLA ZONA ORTIVA VIA ERBOSA 17 (Bolognina)

CORSI DELL’ANNO SOLARE 2022-23 (Relazionano: Pino de March e Marina Cremaschi)

A

CORSO DI DANZA ZIGANA CON IL MAESTRO AGHIRAN

Relaziona Aghiran maestro di danza e vicepresidente del Mirs

(laboratori ogni venerdì -dalle 18 alle 19,30 – per sei settimane a partire dal 13 gennaio 2023). Attività transculturali al fine di conoscere le culture minori Rom e Sinte presenti nella nostra città.

B

CORSO DI DISERT-AZIONE SUL PERCHÉ DELLA GUERRA?

Laboratori da realizzare con Patrizia Tough e Marina Cremaschi dell’Associazione”donne in nero” (Laboratori da definire insieme di volta in volta secondo le disponibilità delle relatrici).

Possiamo un giorno sognare un mondo pacifico senza la guerra e fare di essa un tabù per l’umanità come abbiamo realizzato per il cannibalismo, l’incesto, l’omicidio, il femminicidio, il genocidio per citarne alcuni?

E speriamo un giorno accada anche per l’Ecocidio e lo Specismo intesi come forme di distruzione di altre specie viventi non umane sul pianeta.

C

CORSO SUL PAESAGGIO, TERRITA’ E NUOVE SOGGETTIVITA’

Relazionano di Pino De March e Myrian Cruciano ed altri/e Tratteremo insieme il pensiero e l’azione sul Paesaggio di poeti, filosofi-e e scienziati-e: A. Zanzotto, P.P.Pasolini, G. Celati, E.Montale, F.Guattari, Proust, M.Meschiari, G. Bachelard, G. Leopardi,S.Iovino, Bruno Latour, M.Bookchin, A. Cerrea, T.Pievani ed altri/e

(laboratori da definire insieme di volta in volta secondo le disponibilità dei relatori e delle relatrici)

AVVIO CORSO SUL PAESAGGIO, TERRITA’ E NUOVE SOGGETTIVITA’

Domenica 18 dicembre 2022

dalle ore 10 alle 12 (spazio interno zona ortiva via erbosa 17)

1 – Laboratorio eco-poetico ed eco-sociale:

Paesaggi poetici, civili e costituzionali con Myrian Cruciano e Pino de

March

Tracce sul Simposio: Paesaggio, territà e nuove soggettività

In questo Simposio che abbiamo tematizzato come “paesaggio, territà e nuove soggettività” che condurremo in più tappe, esploreremo nuove soggettività eco-antropologiche e eco-filosofiche pre-individuali che abitano la soglia: sradicate e terrestri, nella loro marginalità d’umani, precari e migranti,

e paesaggi intesi come luoghi o spazi da risanare dai loro traumi,dalle loro crisi eco-sistemiche e dalle loro ferite, ma anche paesaggi e soggettività da reinventare nell’identità e nelle relazioni.

Soggettività antropologiche deterritorializzate che non si costituscono più come realtà geopolitiche contrapposte o territorializzate a partire dal sangue, dal suolo, dal territorio o dalla geografia (come i belligeranti imperi passati, dominati ed emergenti) ma come realtà geo-filosofiche pacifiche, dialoganti e cooperanti con la Terra e sulla Terra con altri de-territorializzati(come le soggettività e movimenti intersezionali conflittuali-pacifici: di classe, genere, culture ed ecologici e sociali)

“Per il filosofo Simondon l’identità è il campo dove meglio si manifesta la carica di preindividuale presente in ogni essere vivente ma questo non toglie che essa sia strettamente connessa al preindividuale.

Nel definire l’identità, Simondon afferma che «l’individuo non è che se stesso, ma esiste come superiore a se stesso, perché porta con sé una realtà più completa, che l’individuazione non ha esaurito, una realtà ancora nuova e potenziale, animata da potenziali».

Questa realtà potenziale non è altro che il preindividuale, ossia quell’archetipico luogo genetico che caratterizza ogni essere vivente come esistente e fatto della stessa natura, quella carica di “natura” a cui ogni individuo appartiene in quanto essere vivente. “

Testo tratto da Andrea Nicolini: Abitare la soglia:Simondon e l’individuazione del vivente, riflessioni su L’individuazione psichica e collettiva diu Simondon, tr. it. DeriveApprodi, Roma 2006.)

Soggettività forgiate in quella moltitudine planetaria ed in quei movimenti geo-filosofici in cammino fin dall’inizio del secolo XXI, che partendo dalle contestazioni di Seattle(1999) per arrivare a Genova (2001) hanno messo in discussione una geo-politica planetaria devastante: fatta di guerre, cambiamenti climatici, miseria, migrazioni e precarietà, e da tempo avviato pratiche quotidiane individuali e sociali nel loro quotidiano: come il prendersi cura del pianeta,dei suoi paesaggi, delle sue genti e del vivente tutto.

Cercheremo attraverso la nostra ricer-azione di contrastare forme di comunicazione e di manipolazioni all’immaginario che definiamo”green washing” o lavato di verde, come tentativo di indurre i propri clienti ed elettori a credere che un marchio o un gruppo politico sia impegnato nella tutela dell’ambiente più di quanto non lo sia in realtà,

e ciò si accompagna ormai da tempo a processi di gentrificazione urbana, che con riqualificazioni e rinnovamenti di zone e quartieri cittadini, determinano aumenti di prezzo degli affitti e degli immobili e migrazione degli abitati originari o residenti verso altre zone meno qualificate e depresse, deformando paesaggi, mutando percezione e vissuti di spazi che divengono ai loro occhi non più da abitare ma “eco-mostri”da temere;

questi disagi ecologici e sociali provocano nell’immaginario sociale un sensodi sparizioni da fine mondo, con spazi urbani che aumentano il senso di spaesamento in una mutata ecologia che definirei mostruosa;

è importante insieme attraverso una silenziosa rivoluzione molecolare re- immaginare paesaggi inconsueti ed accoglienti. in un’ecologica non semplicemente sostenibile per le classi sociali medio-alte ma “vivibili ed accessibili a tutti/e in un ritrovato equilibrio eco-sociale ed sintonia col vivente tutto, attraverso nuovi approcci mentali “indisciplinati”:

eco-antropologica, geo-poetici e geo-filosofici, ed in particolare eco-sociali che ci restituiscano un’autonomia di progettazione dei paesaggi civili,urbani e rurali da parte delle comunità dei viventi in esse disambientati, e favorire una diffusa accessibilità alle case popolari oltre che portare le foreste dentro le nostre città.

Ci accompagneranno in questa attraversata le voci ed i pensieri di poeti, filosofi-e e scienziati-e: A. Zanzotto, P.P.Pasolini, G. Celati, E.Montale, F.Guattari, Proust, M.Meschiari, G. Bachelard, G. Leopardi,S.Iovino, Bruno Latour, M.Bookchin, A. Cerrea, T.Pievani ed altri/e

PAESAGGIRE SARA’ LA PAROLA VALIGIA CHE CI PORTEREM0 CON NOI E NEL CORSO DEL VIAGGIO CI AVVALLEREMO DEL SUO CONTENUTO

“Paesaggire è uno sguardo che entra nel paesaggio, nelle sue cronache nelle sue storie”,

e di sé: “Io paesaggisco, cioè il mio – paesaggire – è profondamente immerso ed inquieto nel paesaggio e nello stesso tempo un tutt’uno con esso “. (A.Zanzotto)

e nel paesaggire si può intravvedere un presagire eventi di segni contrastanti ed opposti:negativi o affermativi d’esistenza.

Il paesaggire è un “processo individuante (o di individuazione di soggettività sradicate e terrestre) e di cura delle ferite ed educazione al pre-individuale alla territà e alla complessità ed accentuando la curiosità esplorativa e lo sguardo.

“L’esperienza in natura specie nel suo tracciarla poeticamente conosce anche l’abbandono panico in essa, come anche la perdita e la confusione con gli elementi atmosferici ed il succedersi delle stagioni e dei ritmi circardiani, diventa inverno, diventa notte…noi siamo la montagna e la nostra eco viene da te”…

da paesaggire di M.Gagliazzo -filosofo ed eco-psicologo

Anche per R.Rilke il paesaggire è un abbandonarsi ad un albero di noci e sentirsi un tutt’uno con esso sulla collina che scende verso la costiera duinese.

Testo di presentazione redatto da Pino de March, della Libera Comune Università pluriversità Bolognina .

Sotto: immagine di paesaggio antropomorfizzato e mostruoso-

Le pizze saranno ordinate in anticipo, quindi chi vorrà partecipare al Convivio dovrà

contattare :

comunimappe@gmail.com (Pino 3334343882) (per festa ed altri corsi)

mirs2022intercultureromsinte@gmail.com (per danza zigana)

PER INFORMAZIONI: WWW.COMUNIMAPPE.ORG

600 anni di documentata presenza in città e di acquisito ‘ius soli’ -o diritto del suolo- plurisecolare delle genti ‘romanì ‘ o Rom e Sinte – per aver una tra loro partorito un-a bambino-a nel Campo Magno (ora piazza 8 agosto), il tutto raccontato nelle cronache bolognesi del tempo (Rampona e Varignana).

PRESENTAZIONE DELL’EVENTO

1422-2022

Stampa di quattro anni prima (1418) raffigurante l’arrivo a Basilea dei pellegrini egiziani.

600 anni di documentata  presenza in città e di ‘ius soli'(o diritto del suolo) plurisecolare delle genti ‘romanì ‘ o rom e sinte per aver partorito una tra loro nel campo magno (ex piazza 8 agosto) un/a bambino/a ( ed in quel lontano tempo si presentarono alle autorità della città come pellegrini egiziani)

“e quisti funo li primi ‘cingani’ che mai venissero in Italia, lovvero

Egiptii”.” dalle cronache bolognesi del 1496 di Fileno della Tuata.

Stampa di quattro anni prima (1418) raffigurante l’arrivo a Basilea dei pellegrini egiziani.

Domenica 18 luglio 1422

L’arrivo dei Pellegrini-egiziani è ben documentato in modo univoco dalle cronache bolognesi del 1422, l’una la Varignana e l’altra la Rampona,e più di mezzo secolo dopo, nel 1496 , da un noto cronista Fileno dalla Tuata, che ne ripropone i contenuti trascurando l’episodio del contro-furto o della contropartita, ma aggiungendovi: “e quisti funo li primi cingani che mai venissero in Italia, ovvero Egiptii”.

Domenica 18 luglio 1422

“Anno Christi Mcccc22. Adì 18 de luglio venne in Bologna uno ducha d’Ezitto lo quale havea nome el ducha Andrea, et venne cum donne, putti et homini de suo paese; et si possevano essere ben da cento persone [….] (da Cronaca Rampona – XV sec)” el duca Andrea d’Egipto a Bologna nel1422.

Uno ducha d’Ezyto venne a Bologna adì xviii del mese de lulio, el quale avea nome el duca Andrea, e venne con donne e puti e huomeni de suo paexe, et possevano essere circha C huomeni […]” (da Cronaca della Varignana – XV sec.)

Si presentarono alla città come pellegrini, recando con sè un decreto – salvacondotto del re d’Ungheria,che assommava altre autorità quale l’investitura imperiale del Sacro Romano Impero.

Si trattava di un tal Sigismondo di Lussemburgo, re di Boemia e d’Ungheria,a quel tempo ritenuto un reale potere sovranazionale in Europa. 

Tale disposto imperiale autorizzava quei pellegrini-egiziani, in quei sette anni, a viaggiare in sicurezza verso Roma, far visita al Pontefice, e farvi ritorno:

[….]per tutcti sette anni, in ogni parte che igli andasseno, che ‘l non ne posesse essere facto zustizia[…](da Cronaca Rampona – XV sec).

Con tale disposizione imperiale s’intende vincolare tutte le città e gli stati attraversati affinché si garantisca loro: la libera circolazione, l’ospitalità, l’esenzione da ogni tassa doganale, l’immunità per qualsiasi reato relativo alla sottrazione di beni necessari alla sopravvivenza dell’intera comunità. Inoltre,

per conv(i)(e)nzioni religiose, si deve provvedere all’ospitalità dei pellegrini e a fornire loro doni e beni, affinchè possano proseguire il pellegrinaggio verso Roma, e fare ritorno in quel Regno di Boemia e d’Ungheria da dove si supponeva provenissero.

Le ragioni di questo viaggio  verso Roma non furono dettate da desiderio d’esplorazione, ma, come il salvacondotto e i loro racconti esplicitano,

[…]El quale ducha avea renegato la fede cristiana e ‘l re de Ungheria presa la sua terra e lui; el quale ducha dise al dito re de volere retornare a la fede cristiana, e così se batezò con alquanti de quello popolo, ziò furon cyrcha cccc huomeni et’ quili che non se volsero batezare fono morti. E da poi che ‘l re igli avè presi e rebatezati volse che igli andassero per il mondo vii anni et che igli dovessero andare a Roma dal papa e posa retornassero in suo paexe […..] (Cronaca Varignana – XV sec.), fu un pellegrinaggio di espiazione o penitenza  che doveva durare sette anni, viaggio che l’Imperatore Sigismondo pretendeva da loro per sanare quel grave reato e colpa d’apostasia, che nell’età bizantina corrispondeva ad alto tradimento contro l’impero, e forse era considerato così anche nel ‘sacro romano impero’, e che consisteva nell’apostatare o rinnegare la fede cristiana. 

La fede cristiana fu infatti rinnegata a seguito della loro conversione all’islam, avvenuta sotto la pressione e l’occupazione turca-ottomana di quelle terre balcaniche e greche-bizantine, in cui per secoli risiedettero e da cui ora erano costretti a fuggire.

Da pochi anni erano arrivati nelle terre imperiali di Sigismondo, l’Ungheria e la Boemia, ed era l’inizio del XV secolo, e a Bologna essi raccontarono che le prime richieste fatte loro dalle autorità imperiali per riottenere il ‘diritto alla terra’ , cioè a risiedere e viaggiare in quelle terre sottoposte all’imperium, erano molto precise: ribattezzarsi, pena la morte, tanto che, come dissero, alcuni fra loro morirono per non averlo fatto.

Ma questo all’imperatore non bastava: dovevano anche andare dal Papa a Roma, per ottenere perdono e riconoscimento ed un  nuovo salvacondotto o bolla papale se volevano risiedere o  viaggiare in quelle terre sia di  diretto dominio pontificio, che in quei regni o città che riconoscevano l’autorità papale, come faranno nei tempi successivi, viaggiando in  ogni direzione per l’Europa (Lucca,Fermo,Francia,Spagna ecc).

Salvacondotti papali che alcune fonti storiche dicono essere stati ottenuti, mentre altre invece lo negano.

(R) Et quando gli arivono a Bologna se erano già andati cinque anni (Cronaca Rampona)

(V) Et quando igli arivono a Bologna se erano andati anni v per lo mondo (Cronaca Varignana)

E dissero anche che quando arrivarono a Bologna,dopo tanto  che erano per il mondo, di loro, nel viaggio, ne erano morti più della metà.

Bologna offrì loro accoglienza in una delle porte principali della città, quella di Galliera, concedendo che  dimorassero, dentro e fuori le mura e sotto i portici  delle medesime, che a quel tempo si collegavano alle rovine della rocca papale.

[“Sì che, quando arivono a Bologna, si demorono a la porta de Galiera, dentro et de fuora e si dormiano sotto li porteghi, salvo che el ducha, che steva in albergo da re; et steno in Bologna 15 dì, et in quello che steno in Bologna, gli andava di molta zente a vedere, perché gli era la mogliera del ducha, la quale diseva che sapeva indivinare e dire quelo che la persona dovea havere in so a vita et ancho quello che avea al presente, e quanti figlioli havenvano [….] (Cronaca Rampona – XV sec)

La scelta del luogo, cioè Porta Galliera, era motivata sicuramente  dal fatto che nelle adiacenze si trovava l’antica piazza del mercato o Campo Magno della città, mercato del bestiame e di ogni altro genere di animali domestici ed oggetti d’uso quotidiano, vocazione mercantile che conserva ancora oggi, però più ristretta agli oggetti d’abbigliamento e vestiario, piazza che prende il nome da più moderne vicende storiche: l’ 8 agosto 1848 (cioè la cacciata degli austriaci da Bologna, per l’occupazione militare della città e per il ruolo di sostegno che gli  Asburgo avevano concesso fin dal 1287 ad un invadente ed ormai decadente Stato Pontificio).

[…]et le femine si andavano in camisa et poi portavano una schia’vina a armacollo et le anelle a le orecchie et pur assai velame in testa, et una de loro fè un putto in suso el marchato sotto el portegno, e de cho’ tre dì ella s’andò intorno cum le altre.[….] (Cronaca Rampona – XV sec)

Ed è proprio sotto quelli antichi portici della piazza del mercato (o Campo Magno), che una donna-egiziana partoriva, con lo stupore di tutti/e, ma lo stupore più grande era che dopo tre giorni se ne andava in giro con le altre ed il/la bambino/a entro una fascia ad armacollo.

Un bambino o bambina, chi lo sa, si potrebbe immaginare attraverso la nota canzone ‘Futura’ di Dalla, che quella ‘Futura’ che il poeta-musicista ci canta, non fosse nient’altro che l’inizio di una ‘Futura’ e prima generazione di romanì, partorita a Bologna in quel primo esodo nell’Europa occidentale, a cui nei secoli successivi se ne aggiungeranno degli altri/e dalle terre greche e balcaniche, e dal sud dell’Italia, genti suddivise e nominate su base ergonimica (o dalle attività svolte): artisti, musicisti, lautari o suonatori di liuto, danzatori, saltimbanchi, circensi, giostrai,violisti, lovari o allevatori di cavalli, ursari ammaestratori di orsi, maniscalchi, lavoratori dei metalli (argintari, aurari o slatari, costarari, ramai) salahori o costruttori di carri, calderari, fabbri, e keramidari o fabbricanti di mattoni, setari oproduttori cesti di vimini,curari o affilatori di coltelli,arrotini, machavaja o cantastorie o chiromanti, rudari o intagliatori ecc.

E per tornare a Bologna del XV secolo, è in quella che viene chiamata oggi la Montagnola, che i pellegrini-egiziani ricaveranno delle nicchie per tenervi oggetti di valore e cavalli, il cui commercio rappresenterà per quella comunità pellegrina e fuggiasca la principale  fonte di ricchezza e prestigio.

( Nel suo saggio ” Il popolo delle discariche” l’antropologo Leonardo Piasere, ribadirà che da sempre i luoghi a loro destinati come rifugio di fortuna erano rovine o luoghi dismessi) .

Ricordiamo in proposito che la Montagnola era chiamata così per uno strano apparente rilievo di terra, ora boscoso, sotto il quale si celano i resti delle gallerie dell’antica Rocca pontificia, rocca che si estendeva fino alla medesima piazza del mercato o al Campo Magno, demolita dal popolo bolognese, per la terza volta, proprio alcuni anni prima, nell’ aprile del 1416, dopo l’insurrezione popolare del 5 gennaio 1416. L’insurrezione portò alle dimissioni del legato pontificio Cardinal Casini, alla cacciata dalla città di tutti i funzionari pontifici e al ripristino degli ordinamenti comunali.

Oltre al commercio dei cavalli, praticato dagli uomini,  le donne s’ingegnavano girovagando per le strade, entrando in case e botteghe, nelle antiche arti divinatorie, leggevano la mano, per predire futuri, ma anche individuare nel presente, il tipo di carattere della persona amata, dei figli o del/la consorte: uniche attività svolte da quei pellegrini-egiziani per procurarsi il necessario alla sopravvivenza della comunità, anche se queste attività si dimostreranno con il tempo insufficienti.

In quei giorni che dimorarono a Bologna, molta gente andava a vederli incuriositi a Porta Galliera, ma soprattutto dove le cronache indicavano che il duca e la moglie ‘alloggiassero da re’ (con ogni probabilità nel ‘Palazzo Nuovo’ costruito tra il 1245 -46 per imprigionarvi Re Enzo, accanto a quello più vecchio del Podestà),

Accorrevano in particolare dalla moglie del duca,dopo che si era sparsa velocemente voce in città che sapesse indovinare e predire ‘ciò che accadrà nella vita, nel presente, quanti figli s’avrà, e per scoprire i fatti  della vita, e molti dicevano che raccontasse il vero’.

E le donne, come descritto nelle cronache bolognesi,  andavano con lunghe camicie, una fascia di stoffa ad armacollo, che si annodava ad una spalla, anelle alle orecchie, e molte stoffe arrotolate in testa a mò di turbante.

E siccome a molti di quelli che andavano da lei o che s’intrattenevano in quei giorni con le donne per scoprirvi il destino, poteva accadere che gli venissero sottratti  oggetti e valori (come contro-partita delle attività divinatorie), le autorità, allarmate, dai cittadini diffusero delle grida od ordinanze in città, in cui stabilivano che : “chiunque andasse da loro, veniva sanzionato con  50 ducati, e perdipiù andava incontro alla scomunica”.

[…] Onde li feno uno gran robare in Bologna,tanto che l’andò la grida che nessuno non adasse da loro, a la pena di 50 duchati et sotto pena di scomunicatione[…] (Cronaca Rampona – 1422)

E fu data licenza a chiunque avesse subito un furto di recarsi a riprendersi quanto sottratto. Una forma di contropartita (o contro-furto), una vera e propria contro-mossa diplomatica che le autorità cittadine, il legato ed il podestà escogitarono,per salvaguardarsi dal violare da un lato i disposti del decreto imperiale, e dall’altro i dettami etici e religiosi, o “le opere di misericordia” che richiedevano ai fedeli di accogliere i pellegrini nei viaggi di devozione o espiazione”, (o verso coloro che etimologicamente andavo per-ager, o per i campi aperti verso i luoghi di culto).

[…] e fue dato licenzia a coloro, ch’erano robadi che igli posesseno robare loro infino a la quantitate del suo danno[…]

(Cronaca Varignana – 1422)

Ed  allora alcuni uomini insieme, una notte,  andarono là dove i pellegrini tenevano i cavalli, e si presero il cavallo più bello che questi possedevano, ed i pellegrini sorpresi ed volendolo restituito, convennero nel ridare tutto quello che le donne avevano preso, e vedendo che erano venute meno le condizioni di sopravvivenza ripartirono per Roma.

A conclusione di quanto sopra descritto, che narra quel ‘primo contatto’ tra pellegrini egiziani, poi riconosciuti come ‘cingari’ ed infine romanì

e cittadini bolognesi, possiamo con ragione affermare che Bologna nel corso dei secoli, pur nelle sue drammatiche vicende interne, si è dimostrata una città cosmopolita, aperta ed accogliente, l’unica città comunale ed europea in cui sia menzionata dalle cronache antiche la nascita di un bambino/a egiziano/a –o romanì.

Mai prima nè dopo di queste cronache, si rammenta a tutt’oggi un evento simile in qualsiasi altra città-comunale italiana o europea.

E nella sua storica Biblioteca universitaria, Bologna,conserva ancor oggi nei ‘codici antichi’ la testimonianza di tutto questo.

Fonti e note storiche

E’ importante analizzare il contesto storico per comprendere meglio l’evento, questo irripetibile ‘first contact’, non solo con le popolazioni ed amministrazioni cittadine italiane bolognesi, ma con dei nativi italiani, così come lo definisce l’antropologo Leonardo Piasere, ed altri/e autori ed autrici: Antonio Campigotto, Massimo Aresu, Patrizia Bianchetti in “Questo genere di uomini” ed.Cisu (Centro informazione e stampa universitaria di Roma).

In questo tempo, noteranno gli storici, non abbiamo i Rom – fabbri – che giungeranno un secolo dopo dall’Europa balcanica e dal sud d’Italia, ma egiziani/e pellegrini/e provenienti dal Nord che barattano cavalli e predicono futuri e presenti.

Fonti

Qui di seguito si riporta il testo della Cronaca Rampona tradotta in un romanes ‘standard ‘ affinché tutti i romanì possono finalmente avere una loro madre lingua comune in un patria transnazionale, dato che per loro da sempre la ‘loro patria è il mondo intero’, ma devono anche poter godere della cittadinanza (o di un ius soli) là dove desideranovivere ed abitare.

Nell’anno 1422 dell’era cristiana, il giorno 18 luglio (quel giorno era domenica) venne in Bologna

Ando bersh 1422 _ po 18 lulja (kava dive sas kurko) aviló andeBologna

un duca d’Egitto, il quale aveva nome ‘Duca Andrea’ e venne con donne,

jekh baro raj katar o Egitto, so biciavélas “Baro Raj Andrea” haj aviló le giuvljantsa,

bambini e uomini del suo paese: ed erano circa cento persone.

le ciavorentsa haj le manushentsa katar o peskero them: haj sas pashcí shel žené.

Quando essi arrivarono a Bologna, dimorarono a Porta Galliera, dentro e fuori le mura

Kana jon avilé ande Bologna, beshlé ande Porta Galliera, andré haj avrí katar le zidurja

e dormivano sotto i portici, salvo il duca stava in albergo da re.

haj sovenas telál le pragurja, samo o baro raj beshelas ando kralieskero stano.

E stettero in Bologna una quindicina di giorni. E per tutto il tempo che dimorarono a Bologna,

Haj acilé ande Bologna pashcí deshupanč dive. Haj pe sori vrjama ka acilé ande Bologna,

molta gente li andava a verdere. Le donne andavano in giro con lunghe camicie,

but žené gianas te dikhenles. Le giuvljá gianas trujál lungone gadentsa,

e portavano una fascia di traverso annodata a una spalla,

haj anenas jekh paramenka pe regate phandli po dumo,

le anella alle orecchie e molti veli arrotolati in testa a mo’ di turbante,

le cinjá kanenghe haj but diklé amboldiné po shero sar jekh shtadí,

e una di loro partorì un bambino al mercato sotto il portico

haj jekh mashkar lende bijandiló jek ciavo po pjatso telál o prago

e dopo tre giorni andò in giro con le altre.

haj pala trin divegeló trujál le vavrenca.

Ando bersh 1422 po 18 lulja (kava dive sas kurko) aviló andeBologna jekh baro raj katar o Egitto, so biciavélas “Baro Raj Andrea” haj aviló le giuvljantsa, le ciavorentsa haj le manushentsa katar o peskero them: haj sas pashcí shel žené.

Kana jon avilé ande Bologna, beshlé ande Porta Galliera, andré haj avrí katar le zidurja, haj sovenas telál le pragurja, samo o baro raj beshelas ando kralieskero stano.

Haj acilé ande o Bologna pashcí deshupanč dive. Haj pe sori vrjama ka acilé ande Bologna, but žené gianas te dikhen les. Le giuvljá gianas trujál lungone gadentsa, haj anenas jekh paramenka pe regate phandli po dumo, le cinjá kanenghe haj but dikle amboldiné po shero sar jekh shtadí, haj jekh mashkar lende bijandiló jek ciavo po pjatso telál o prago, haj pala trin divegeló trujál le vavrenca.

Testo tradotto per l’occasione in uno standardizzato romanes da Angelo Arlati – glottologo e linguista che si può ritenere appartenente a quella multipla e comune identità ‘romsintogagina’.

A proposito del “first contact” si riportano le osservazioni di Leonardo Piasere, che ritengo sia uno dei più importanti e attendibili storici-antropologi di riferimento che per l’evento oggetto di questo testo.

“ Cerchiamo quindi di interpretare questo first contact. Lo farò riportando direttamente dei passi dalle due cronache (citando nell’ordine dalla Rampona (R) e poi della Varignana (V), e di seguito analizzandoli.

Partiamo con l’incipit con cui i cronisti iniziano questa sorprendente narrazione:

(R) Anno Christi Mcccc22. Adì 18 de luglio venne a Bologna uno ducha d’Ezitto lo quale havea nome el ducha d’Ezitto lo quale havea nome el ducha Andrea.

(V) 1422. Uno ducha d’Ezyto venne a Bologna adì xviii del mese de luio, el quale avea nome el ducha Andrea.

[…]

Andrea, in qualità di duca del “piccolo Egitto”, era già comparso nelle cronache a Saint Laurent, in Savoia, nel 1419 e a Bruxelles e Deventer (nel Brarbante) nel 1420. Da notare però, che a Bologna non si parla di “Egitto minore” o di “piccolo Egitto”, come in tante altre cronache europee, ma semplicemente d’Egitto. Il cronista bolognese non mette mai in dubbio la provenienza, che evidentemente era affermata oralmente dal ducha e confermata e scritta nel salvacondotto dell’Imperatore che portava con sé.

Ma già alla fine del Quattrocento si dava per certo che si trattasse di una ‘menzogna’ e nel settecento Ludovico Muratori (storico,scrittore e bibliotecario che odiava gli ‘zingari’) era al riguardo caustico nei loro confronti (vedi Muratori 1741); dopo la scoperta dell’origine indiana del romanes, si rafforzò e fu sancita l’idea della menzogna.

Diversi autori alla fine dell’ottocento hanno cercato di dimostrare che quel “piccolo Egitto” andava ricercato ovunque eccetto che in Egitto: nel Peloponneso (Hopf,1870,p.11), nell’Epiro (Bataillard,1888-89 p.286), in una regione dell’Anatolia (Hermann,1899), in varie località d’Europa (McRitchie, 1988-89, io (Piasere) invece, sono convinto che quei Rom (perché sono pure convinto che a quel tempo la distinzione tra rom e sinti ancora non esistesse)fossero convinti d’essere egiziani. La convinzione di essere egiziani è attestata per quelli presenti in Grecia già nel Trecento; ancora oggi in Macedonia e Kosovo esistono Rom che vantano la loro “egizianità” in contrapposizione ad altri rom;l’etnografia del ventesimo secolo ci dice che qualche gruppo è ancora chiamato “gli egiziani” da altri gruppi rom (Uhlik, 1955-56).

Ad esempio i ròma sloveno-croati chiamano gìftaria o giìftarsko ròma quelli che oggi si definiscono sinti; etimologicamente gìftaria significa “egiziani”, “rom egiziani”, appunto (Piasere,1985a).

Ossia nel Quattrocento eravamo di fronte ad una costruzione identitaria ben nota all’odierna antropologia dei rom, che ha appurato che le distinzione interne si costruiscono spesso a partire dal legame che un dato gruppo può aver avuto con una data regione (od un arte ed un mestiere, annotazione aggiunta di redazione).

Tale legame può essere reale o fittizio, non è questo l’importante: può essere capitato un qualsiasi avvenimento, importante, futile o ridicolo, nella storia pre-europea dei Rom che abbia messo in contatto, direttamente o indirettamente, un gruppo di famiglie con l’Egitto.

L’importante è che tale relazione con una data regione serve a distinguere un gruppo dagli altri. Gli esempi etnografici potrebbero essere decine.

Quei Rom erano sinceramente “egiziani”, questa è la mia supposizione – sinceramente perché si contrapponevano ad altri rom che non si consideravano tali.

E’ questa esigenza interna d’identificazione creò gli egiziani quali li conobbero gli europei di allora. Come in altri tipici malintesi di first contact, per le parti che si trovano di fronte, ognuno intende il termine a modo suo.

(R) Lo quale ducha si avea renegandola fede christiana, et lo re d’Ungheria prese la soa terra et lui, et si li disse lo dicto ducha ch’ello voleva retornare a la fede christiana, et si battezzò cum tucto quello puovolo. (Cronaca Rampona, 1422)

(V) El quale ducha avea renegato la fede christiana e ‘l re d’Ungaria prese la sua terra e lui, el quale ducha disse dise al dito re de voler retornare a la fede christiana, e così se batezò con alquanti de quello popolo. (Cronaca Varignana, 1422)

Anche qui, il peccato d’apostasia che essi stanno scontando può non essere un’invenzione, come la secolare incrostazione storiografica porta a pensare.

Noi sappiamo bene che i Rom in Grecia nel Trecento erano cristiani e seguivano il rito greco, come attesta un un francescano irlandese in viaggio da quelle parti (Piasere, 2006).

E’ possibilissimo che gruppi rom trovatisi inglobati in territori bulgari o rumelici occupati dai turchi ,una o due generazioni prima del duca Andrea, fossero passati ufficialmente all’islamismo (che cade in mano ottomano giusto nel 1417), per poi ridiventare cristiani una volta entrati nel regno d’Ungheria o in Valacchia.

A differenza di altri casi di “primi contatti”, come quelli famosi analizzati da Todorov (1984) da Sahlins (1986), da Connolly e Anderson (1987), qui non abbiamo gli europei che girando alla conquista alla conquista del mondo scoprono via via nuovi indigeni (o nativi), ma abbiamo gli indigeni(o nativi) dell’Europa occidentale che vengono scoperti dai Rom. E quei Rom che si spingono fuori dai confini dell’Ungheria con un intento parimenti preciso: conquistare la ricca Europa occidentale.

E’ notevole come gli egiziani con il loro racconto mettono in contatto i bolognesi con le lontane vicende che stavano succedendo nei Balcani. Il riferimento alla ‘soa terra’, cioè del duca, poteva pure essere un malinteso, intendendolo gli egiziani in un modo (un territorio di tipo “r”, come dirò subito), e i bolognesi come un “regno” quale poteva essere passato allora, cioè un normale territorio di tipo “K”.

Strategia “K”

Cioè imponendo il proprio dominio su un territorio, scalzando dei concorrenti e sviluppando localmente in modo più o meno intensivo lo sfruttamento delle risorse disponibili ….e trasformando i concorrenti perdenti in subalterni.

Strategia “r”

In un senso inverso:acquisendo risorse ovunque e in qualsiasi modo possibile, senza al contempo imporre alcun dominio o subalternità.

Da Hermann Corner sappiamo che nel 1417 contro i furti, e nonostante le lettere dell’Imperatore, la risposta delle autorità locali tedeschi fu “normale”: ‘per alcuni in diversi luoghi essere presi presi ed ammazzati’ (“et plures de eis in diversis locis sunt deprehnsi ed interfecti”)

Ma il cardinale di Sant’Eustachio (o legato pontificio Carrillo Albornoz), allora unico signore di Bologna, come sappiamo, o il podestà Antonio Alexandri per lui, non agisce in questo modo, ma agisce in due direzioni diverse: contro i bolognesi e non tanto contro gli egiziani, ma i loro beni.

La prima direzione tende a isolare gli egiziani dal resto della città, cioè a togliere loro clienti: la minaccia spirituale della scomunica è senz’altro tesa ad impedire ai cittadini di sottomettersi all’arte diabolica della divinazione (a Parigi si seguirà la stessa modalità), mentre la minaccia dell’ammenda serve da rinforzo o a dimostrazione della serietà temporale con cui è presa la cosa. L’ammenda è molto altra, sia che si segua la Varignana che parla di “libre L”(pari al 140 lire di bolognini): 50 lire di bolognini corrispondevano in quelli anni grosso modo alla paga di duecento giornate di lavoro di uno zappatore, oppure alla metà delle tasse annuali di un banchiere giudeo (cfr. Bocchi, 1971, p.28; Muzzarelli, 1994,p.108), ma anche al permesso del contro-furto.

(R) Et se fu dato licentia a coloro, ch’erano stà rubati che li possevano rubare loro per infino alla quantitade del suo danno.

La minaccia di scomunica o di multa può bloccare i bolognesi dall’andare dagli egiziani, ma non viceversa, dal momento che, abbiamo visto, questi hanno ampia libertà di movimento e, come coglie bene il politologo Geremek(1982), per leggere la mano o “dare ciance”(tener a bada qualcuno con qualche promessa) le donne non sembra che abbiano alcun problema per farsi capire, e quindi, aggiungiamo, non possono essere zittite. Perché semplicemente , il Cardinale di Sant’Eustachio non li bandisce (in un momento in cui il bando era cosa comune), non li fa impiccare (come aveva fatto impiccare in piazza due bolognesi giusto l’anno prima), non li elimina in qualsiasi altro modo senza chiedere conto a nessuno visto che è il signore assoluto?

Perché egli si trovò a risolvere una delicata questione giuridica e diplomatica.

Gli egiziani si presentavano a tutti gli effetti, come dirà a Forlì Girolamo de Fiocchi, come “quedam gentes misse ab imperatore, cupientes recipere fidem nostra”, gente mandata dall’Imperatore al Papa, desiderosi di ricevere la nostra fede.

Un conto è presentarsi come tali nel Meklemburgo o nel Brabante, un conto è nello stato del Papa.

Come poteva il legato spagnolo Alonso Carrillo de Albornoz, fatto cardinale da un antipapa(Giovanni XXIII), confermato nella carica per volere del nuovo e legittimo pontefice (Martino V), andare contro un volere dell’Imperatore?

Si trattava di quell’Imperatore cui si doveva l’elezione di quel Papa ora diventato suo protettore, ed egli non poteva permettersi di coinvolgerlo in una grana diplomatica, a causa del duca egiziano.

Tanti autori hanno evidenziato che i conti tornano perfettamente,rispetto alla prima comparsa in Germania nel 1417.

Questa è la lettura che i bolognesi danno del fatto che alla compagnia del duca è garantita l’autonomia giuridica di cui si è parlato. Vero o falsa che fosse la lettera di Sigismondo – e i bolognesi non ne dubitano un istante della sua autenticità – gli egiziani (o quelli che saranno i cingari e poi i rom) si presentano come un ‘ imperium in imperio’ ; (uno stato nello stato) una modalità che ha delle basi giuridiche ampiamente accettata in un’epoca in cui, con le parole di Ascheri (1988, p.12), ogni categoria di persona ha un proprio status, e “si assiste ad una frantumazione soggettiva (….) della categoria dello straniero, per cui(….) per il giurista coevo diviene soprattutto una categoria residuale”. Tanto che in quel periodo si dibatteva “fino a che punto potesse applicarsi al non cives lo statuto di una città (ib., p.14).

Oltre che a presentarsi come giuridicamente autonomi, quelli egiziani si presentano anche come pellegrini, e sappiamo bene che i ‘peregrini’ avevano di per sé uno statuto particolare. Si potrebbe dire che la somma delle due condizioni li rende giuridicamente intoccabili.

….

A Bologna, invece, succede (a differenza delle altre cronache che segnalano il passaggio degli egiziani in altre parti d’Europa) una cosa strana: “mentre il duca e la moglie alloggiano in albergo (da re)”, gli altri “dormono alla Porta de Galliera, “dentro et de fuora” Cronaca Rampona) / “alozono a al porta de Galiera, e de fuora”(Cronaca Varignana).

Occupano lo spazio a cavallo di una porta delle mura costruite de fresco (s’era finito di costruirle nel 1374), proprio sul confine tra il dentro e fuori, o meglio tra il dentro e il quasi fuori, visto che Bologna era circondata dalla cosiddetta Guardia Civitatis, una fascia di territorio che correva intorno alla città, profonda circa tre miglia dalle mura e distinta amministrativamente sia dalla città stessa che dal contado. E a cavallo di questa frontiera che sfumava il dentro e fuori che gli egiziani s’accampano ….

Se guardiamo una delle prime mappe leggibili della città, la pianta prospettica affrescata nei Palazzi Vaticani nel 1575, ci accorgiamo, inoltre, che la zona di Porta Galliera interna alle mura era una zona verde, ampiamente non costruita con ampi tratti di “campagna in città”(Ricci, 1980,p.90-92); apparentemente questi campi non vengono usati dagli egiziani in quel periodo di canicola per

piantarvi le tende, perché sottolinea il cronista, essi dormono sotto quei portici delle vie che ancora oggi caratterizzano Bologna. Si può dire che sfruttano totalmente la contaminazione tra città e campagna presente a porta Galliera. Bisogna dire che parte di quella zona incostruita era costruita dalle macerie della rocca di Galliera, simbolo del potere pontificio, che era stata abbattuta di fresco nel 1416, come si ricorderà e non ancora ricostruita (sarà in seguito ricostruita ed abbattuta altre due volte, l’ultima nel 1511, a cui si riferiscono il “guasto o macerie” della pianta vaticana del 1575.

E’ in questa zona incostruita e/o demolita, “guastata”, chiamata il Campo Magno, che si trova il mercato grande, il mercato del bestiame, ed qui, anzi in un portico nei suoi pressi, che nascerà (per ius soli, il primo ‘egiziano-bolognese-italiano’.

E quando torneranno da Roma, scoprendo che il loro territorio (collocato fuori dal Regno d’Ungheria) resterà occupato dai turchi, e non potendovi più farvi ritorno diverranno in Europa per sempre ‘stranieri interni”.

Commento

Il testo della cronaca bolognese è oggi molto noto nella storiografia sui ‘cingari’.

E’ da segnalare, però, che vicende riguardanti il duca Andrea entrano nella storiografia internazionale sui rom solo dopo la pubblicazione di Muratori (1741) e grazie ad autori stranieri del secondo Settecento.

Come vedremo qui di seguito, il testo in forma manoscritta sarà solo sporadicamente citato dai cronisti locali e non diventerà mai parte dei discorsi italiani sui ‘cingari” che andiamo a riportare in luce.

Solo a partire dal 1841 Francesco Predari, comincerà a parlare del duca Andrea, sulla scia di autori stranieri come Grellmann e Augustini ab Hortis (allora citato come anonimo).

Il duca Andrea arriva a Bologna in un momento di lotta tra le due famiglie più potenti, i Bentivoglio e i Canetoli, ed in tempo di sospensione delle magistrature popolari della città, quando al governo della città vi era il Cardinale Alonso Carrillo de Albornoz, legato pontificio,nominato dal papa Martino V, e il Podestà il fiorentino Antonio di Alexandri de Alexandria, nominato dal legato pontificio.

Per il resto, eccetto il contro-furto del cavallo da parte dei bolognesi, i fatti riportati nelle cronache vi corrispondono a quelle coeve descritte in tante cronache riguardante l’arrivo degli egiziani in altre parti d’Europa. L’unico studio di ampio respiro che cerchi di utilizzare in modo estensivo quei materiali resta Paul Bataillard. Più recentemente Angus Fraser (autore ‘the Gypsies’ )ha ripreso i materiali con nuove considerazioni.

Ma tuttora manca un’analisi completa ed integrata di queste fonti.

La cronaca di Bologna resta il primo documento che attesti la presenza degli egiziani in Italia.

Bisogna anche segnalare una potente differenza esistente tra le cronache Rampona e Varignana da un lato e la Miscellanea che descrive Muratori nel 1731 dall’altro; mentre le prime due parlano di cento egiziani riconvertitisi al cristianesimo, la terza parla di quattromila. Si tratta forse di discrasie (cattive mescolanze) esistenti tra i due manoscritti della Biblioteca Estense di Modena utilizzati dal Muratori (scrittore, diplomatista e bibliotecario presso la Biblioteca di Modena) , e gli altri due codici conservati nella Biblioteca Universitaria di Bologna che riportano la Rampona e la Varignana(Rampona n.431, Varignana n.432 del secolo XV). Ricerche mirate saranno benvenute. Ricordo solo che cifre basate sul “quattro ” ricorrono nelle cronache svizzere del Cinquecento riguardo ai “pagani egiziani” che si sarebbero presentati in svizzera nel 1418: a seconda degli autori, sarebbero stati quattromila o quattordicimila o quaranta mila: l’arrivo di gruppi sparpagliati e composti di qualche decina di effettivi viene trasformata in un’invasione

(si vedano, fra gli altri, i passi delle cronache Stumpf e di Tschudi riportati in R. Gronemeyer, “Zigeuner in Spiegel frueer Chroniken und Abbandlungen”, Giessen,Focus,1987,p.32 e 37).

BIBLIOGRAFIA

(cfr. F. Predari. Origine vicende dei ‘zingari’, Milano, Lampato, 1841)

Per analisi mirate rimandiamo ai saggi di Bronislaw Geremek e Leonardo Piasere.

B.Germek, “L’arrivèe des Tsiganes en Italie: de assistance à la rèpression”, in G. Politi, M. Rosa, F. Della Peruta (a cura di), Timore e carità. I poveri nell’Italia moderna, Atti del Convegno “Pauperismo e assistenza negli antichi stati italiani”, Cremona, Annali della Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona, 1982, p.27-44; versione italiana in B. Geremek, Uomini senza padrone,Torino, Einaudi,p.151-172). “

L. Piasere, “First Contact, analisi della grana internazionale che si trovano di fronte i bolognesi nei giorni della canicola del 1422, e come lo risolsero”,

M. Aresu, L. Piasere (a cura di ), Italia Romanì, vol. V: i Cingari nell’Italia di antico regime, CISU, 2011, p.41 -46, “contatto”-

GRANDE STORIA

Da Costanza a Bologna

“Gli egiziani entrano nella piccola storia di Bologna presentandosi come il frutto della -Grande Storia di quelli anni.

Sono queste due storie che dobbiamo brevissimamente ricordare.

Sigismondo di Lussemburgo è il re che combatté e perse la battaglia di Nicopoli, sul Danubio nel 1396, per tentare di arrestare l’avanzata ottomana nei Balcani.”

(da First contact di L. Piasere,in Italia Romanì,Vol 5, p.14)

[…]
“Il 25 settembre 1396, nelle pianure a sud della centrale città bulgara di Nicopoli fu combattuta una storica battaglia. Da un lato Bayezid I, sultano dei turchi ottomani, e da tutti i suoi paesi conquistati e vassalli:serbi, bulgari, bosniaci, e albanesi, e un un corpo di giovani cristiani convertiti all’islam, e dall’altra parte un’alleanza di truppe provenienti da tutta L’Europa occidentale ed orientale, definiti come ‘crociati”:ungheresi, valacchi, transilvani,tedeschi, borgognoni,francesi ed inglesi. Nicopoli è stata la prima battaglia dove gli Ottomani incontrarono un esercito europeo. Le forze alleate europee raggiunsero Buda, in Ungheria, per soccorrere il paese retto dal re Sigismondo I. E dopo aver marciato fino a Nicopoli,in un solo giorno le truppe alleate europee furono sbaragliate e subirono una schiacciante sconfitta inflitta dai turchi-ottomani[…] (tratto dalla storia militare medievale)

[….]

Al suo ritorno Sigismondo di Lussemburgo, fu proclamato dai principi elettori, Imperatore del Sacro Romano Impero, per la prima volta senza l’incoronazione papale;

sarà lo stesso Imperatore dei Romani a chiedere la convocazione del Concilio di Costanza (1414-18) “per cercare di porre fine allo scisma d’occidente che attraversava da secoli ormai la Chiesa cattolica.

Durante il Concilio, seguito strettamente e a volte presieduto dall’Imperatore stesso, che papa Gregorio XII (Angelo Correr) dà le dimissioni, ed al contempo vengono deposti nel 1415 i due antipapi, l’uno eletto a Bologna Giovanni XXIII (Baldassare Cossa) e l’altro Benedetto XIII (Pedro Martinez de Luna)eletto ad Avignone.

Nello stesso anno, sempre a Costanza, l’eretico Jan Hus venne portato al rogo (Jan Hus, teologo e riformatore religioso boemo, e rettore dell’Università Carolina di Praga, promotore di un movimento religioso ispirato alle idee del filosofo inglese John Wycliffe, che con Marsilio da Padova, era un convinto sostenitore della superiorità dello Stato sulla Chiesa, che doveva conservarsi povera ed apostolica, senza possedimenti e coinvolgimenti politici).

Nel 1417 viene finalmente eletto (in modo ecumenico) papa Martino V (Oddone Colonna), e con questa elezione si concluse di fatto il lungo scisma.”

(in parte tratto da First contact di L.Piasere,in Italia Romanì,Vol 5, p.15)

[…]

PICCOLA STORIA

“Da quando l’imperatore Rodolfo degli Asburgo aveva donato Bologna al papa nel 1278, la storia della città è stata ovviamente molto legata alle vicende pontificie.

E’ stata come si dice, una storia di lotta per l’autonomia da Roma (o dal potere temporale pontificio).

Proprio uno dei tre co-papi, Baldassare Cossa, fu legato e di fatto signore di Bologna, direttamente o indirettamente, dal 1402 al 1414, però il 17 maggio 1410 si fa eleggere papa come ‘Giovanni XXIII’ da un conclave raccogliticcio

[….]

e nello stesso giorno pose la prima pietra per ricostruire per la seconda volta il castello papale.

La Rocca fu fatta edificare come Palazzo pontificio nel 1330 dal Cardinale Poggetto, per conto del papa Giovanni XXII, che risiedeva in Francia, il quale riteneva Bologna la città più vicina ad Avignone ma anche Roma, e per questo prescelta dal medesimo come possibile nuova sede pontificia, al fine anche di controllare le città  italiane precedentemente guelfe,o fedeli al Pontefice, che in sua assenza erano passate ai guelfi bianchi, alleati di quei regnanti, quali i Visconti di Milano, l’aristocratica Repubblica di Venezia ed altri in Italia, ostili al potere temporale della Chiesa.

Il 17 marzo del 1334 fu l’anno della prima insorgenza contro il legato pontificio, che causò la distruzione della Rocca e la cacciata dalla città del cardinal Poggetto; ed in questo abbattimento andarono perduti per sempre degli affreschi di Giotto che ornavano la ‘Cappella Magna’ all’interno della Rocca, destinata e dedicata al pontefice.

L’anno successivo, ed era Il 28 aprile del 1411, fu ridistrutta a furor di popolo per la seconda volta, quando Giovanni XXIII, era partito per Roma.

il medesimo antipapa che l’08 marzo del 1413 la fa ricostruire per la terza volta;

Rocca,osteggiata negli anni dal popolo bolognese, e diventata nel tempo simbolo del potere pontificio a/su Bologna, situata nei pressi dell’ omonima porta Galliera.

Il 5 gennaio 1416 i bolognesi venuti a conoscenza dell’avvenuta destituzione al Concilio di Costanza dell’antipapa Giovanni XIII,costringono alle dimissione il Cardinale Casini (deposto dal quel 5 gennaio 1416) , legato pontificio, che era stato nominato legato (dal 20 dicembre 1413) dall’antipapa Giovanni XXIII, e con lui cacciano dalla città tutti i funzionari pontifici,ottenendo il ripristino degli antichi ordinamenti comunali, e l’elezione delle magistrature – a guida della città: i 9 anziani e i 16 riformatori dello stato della “libertas”.[…..]

(ricerche storiche di pino de March)

[….]

La sommossa riesce bene poichè sono riunite le due fazioni tradizionalmente nemiche, “i caneschi”, riuniti attorno alla famiglia Canetoli, ed i “bentevoleschi” che fanno capo al Bentivoglio.
Nell’aprile del 1416, il comandante della rocca di Galliera, zio di Baldassare Cossa, si fa corrompere per diecimila ducati e la consegna ai bolognesi, i quali ne cominciano seduta stante l’ennesima demolizione.

Martino V , finito il Concilio, inizia un lento viaggio di ritorno a Roma.

Si ferma a Milano, Brescia, Mantova.

Di lì chiede di entrare a Bologna, ma i bolognesi gli negano l’accesso.

Si sposta quindi a Ferrara e poi a Firenze, da dove dal 1419 guida la riconquista della città.

Nel frattempo, nel gennaio 1420, Anton Galeazzo Bentivoglio, con un colpo di mano, caccia i caneschi e s’impossessa della città facendo eleggere persone a lui vicine fra i 16 Riformatori prima e fra i 10 Ufficiali di Balìa poi (una magistratura per i periodi di crisi).

Il papa lancia l’interdetto sulla città.

Falliti gli incontri con gli ambasciatori bolognesi, che erano pur riusciti strappargli un concordato molto favorevole nel 1419 (concordato che concedeva il vicariato al Comune, il che rendeva la città de facto, se non de jure, indirecte subjecta, cioè di fatto autonoma),

Martino V assolda il perugino Braccio da Montone che nell’estate comincia ad occupare il contado bolognese.

Anton Galeazzo cede: si ritira nella nuova proprietà di Castel Bolognese che Martino V gli concede, e Bologna si ridà al papa dopo aver dovuto subire un nuovo concordato.

“La città di Bologna subì in quell’estate una dura sconfitta sul piano militare e politico che si concluse con la pace di Borgo Panigale del 16 luglio 1420, pace stipulata tra Forte Braccio (Braccio da Montone), il cardinale Condulmer e Anton Galeazzo Bentivoglio.

Il potere pontificio viene restaurato ufficialmente il 21 luglio del 1420 proprio da Gabriele Coldulmer, che cede il governo ad un altro cardinale il 21 agosto dello stesso anno.[…..]”

(ricerche storiche di Pino de March)

[….]

Costui indicato nelle cronache coeve come il cardinale ‘hyspanus’ (Griffoni), o come ‘messere Alfonso Cardinale di Santo Eustachio” (cronaca Rampona) o come “Alfonso Casiglia” (Gualandi,1960-61), è al secolo Alonso Carrillo de Albornoz, un nobile spagnolo, allora vescovo di Osma, poi di Siguenza-Guadalajara, diacono di Sant’Eustachio (a Roma), il cui padre era stato precettore del re di Spagna Giovanni II.

Alonso Carrillo era stato fatto cardinale dall’antipapa Benedetto XIII, e riconfermato da Martino V.

Il testo del concordato del 1420 è andato perduto (Fink,1931-32), ma si capisce dagli avvenimenti che doveva essere più restrittivo di quello del 1419 o, se simile, non rispettato, visto che riportò Bologna ad essere pienamente directe subjecta, cioè completamente dipendente dal papa.

Il Legato fa rientrare i Canetoli dall’esilio e, fino a che questi non si ribellano a sua volta, nel 1428, s’appoggia a loro contro i bentevoleschi per governare al città.

Dal 1420 al 1428 non vengono eletti nè Consigli degli Anziani nè Riformatori.

Su questo le cronache sono molto avare, e solo in quella di Fileno dalla Tuata si dice chiaramente che “e Legato non volse se feseno più signori nè confalonieri” (2005, Vol. I p.229).

Nella lista dei governanti stilata da Gualandi (1960-61), per il 1421 viene indicato semplicemente il ‘cardinale Alfonso Casiglia spagnolo’, mentre il periodo 1422-1428 resta semplicemente in bianco

(anno dell’arrivo degli pellegrini -egiziani)

Eppure i podestà continuano ad essere eletti annualmente, ma apparentemente designati direttamente da Roma (Partner,1979,p.240).

Il 1 settembre del 1420 viene nominato un perugino Matteo di Pietro, in evidente continuità con la riconquista di Braccio di Montone;

il 1 maggio 1421 è la volta di Antonio di Alexandri de Alexandria di Firenze,

ed il 1 agosto 1422 di Simoncino Buondelmonti, sempre di Firenze, in un periodo i cui l’ufficio di tesoriere della città era pure tenuto da un fiorentino (Petro Bartolomeo de Borromeis).

Peter Partner,(1979,p.240), uno dei pochi storici che ho trovato che si sia interessato con precisione e a questo periodo storico della storia bolognese,“ponendo meno ai prestiti che i fiorentini avevano fatto al Papa per sostenere l’apparato amministrativo pontificio a Bologna”.

In quelli anni di quella momentanea restaurazione papalina, è da segnalare che i bolognesi restarono anche senza il loro vescovo, Nicolò Albergati (che sarà in seguito fatto beato), nominato nell’anno della ribellione del 1416,ed inviato nell’aprile del 1422 come Legato pontificio in Francia ed in Inghilterra in una delle tante fasi della guerra dei Cento anni (ritornerà nell’agosto del 1423)

Bologna una delle città più grandi della Valpadana e forse la più popolosa dello Stato della Chiesa, con i suoi 35-38mila abitanti (la stima tradizionale per il 1371 è di 32mila abitanti e per il 1495 di 45mila; cfr. Montanari,1966; Dondarini 1990; Ginatempo e Sandri,1990). Era al contempo, la città più ricca dello Stato pontificio, essendo le sue entrate superiori a quelle di Roma stessa (Partner,1979,p.243)

Era, infatti una città abbastanza cosmopolita, sia per il giro di commerci, sia per la popolazione dei suoi monasteri,sia per il suo Studium che attraeva studenti (i famosi ultramontani”) da buona parte dei paesi europei.

“Ed essere stata la sede di due antipapi:l’uno Alessandro V, nominato in un raccogliticcio concilio di Pisa(sepolto nella Basilica di S. Francesco) , e l’altro Giovanni XXIII in un altrettanto raccogliticcio concilio di Bologna” (ricerche storiche di pino de March)

Alcune curiosità

La passione dei bolognesi per le cronache

La cosa da sottolineare è che tra le passioni dei bolognesi tra la fine del Medioevo ed il Rinascimento vi era anche quella di scrivere cronache della propria città.

Leonardo Quaquarelli nel 1993 ne ha censito centodue, molte delle quali spesso in più varianti a seconda delle mani che nei secoli vi hanno fatto aggiunte o tagli.

Delle centodue cronache, cinquantadue sono adespote (anonimo, senza nome d’autore), ma anche la paternità delle altre cinquanta in molti casi è solo ipotizzata; queste ultime, inoltre sono a volte delle vere e proprie opere collettive diacroniche con parti della paternità conosciuta e parti anonime. Quasi tutte sono rimaste manoscritte, pur tuttavia hanno nei secoli conosciuto una discreta divulgazione e sono state spesso usate come fonte le une per le altre, tanto che l’antropologo, meno abituato forse a scontrarsi con problemi d’autoriale rispetto ad uno storico, viene tanta voglia di dire di trovarsi di fronte ad una sorta di grande Cronaca Unica in analogia al famoso Mito Unico di Lèvi Strauss, raccontata nei secoli, pur nelle tante varianti, con ossessione di rendere immortale Bologna.

[..]

Non avendo competenza di cronachistica, di codicologia e paleografia bolognese, mi limito a dire che, per quanto mi risulta al momento, l’arrivo del duca Andrea è raccontato in una posta riportata uguale se non per dei dettagli in due delle cronache coeve, o in parte coeve, ai fatti che descrivono, quella conosciuta come cronaca Rampona e quell’altra come cronaca Varignana, entrambe pubblicate da Albano Sorbelli nel 1938, e tutt’e due usate dal Muratori (1731) per compilare l’Historia Miscellanea Bononiensis, pubblicata nel Rerum Italicarum Scriptores, la quale ultima è la versione usualmente citata e qui non sarà utilizzata.

Secondo il parere tradizionale, la cronaca Rampona si basa sulle ‘Antichità di Bologna’ del francescano Bartolomeo della Pugliola, che non è pervenuta autonomamente, e a sua volta si fonda su cronache precedenti fino al 1394, e poi continua autonomamente fino alla morte del del frate avvenuta tra il 1422 e il 1425(Zabbia, 1999,p.104)

In base a questa interpretazioni, quindi, la posta sul duca d’Egitto, potrebbe essere scritto da Bartolomeo della Pugliola.

Secondo altri, invece, Bartolomeo si sarebbe interrotto nel 1394, dopo di che la sua cronaca sarebbe stata continuata da Pietro Ramponi negli anni Trenta, e poi da Ludovico Ramponi alla fine del Quattrocento (Antonelli e Pedrini, 2000).

Dai raffronti da me fatti, solo quest’ultimo avrebbe potuto scrivere il passo sul duca d’Egitto,ma allora pretendendolo da qualcuno altro. E il passo originario potrebbe essere, invertendo l’ordine con cui le aveva pubblicate Sorbelli, quello della Varignana nella quale “numerosissimi i passi che attestano la contemporaneità dello scrivente rispetto ai fatti narrati tra la metà del Trecento e la metà del Quattrocento” (Quaquarelli,1993,p.219)

A meno che entrambi i passi non siano presi da una terza fonte, per ora sconosciuta.

A supporto della prima ipotesi, ricordo che le altre cronache scritte alla fine del Quattrocento riportano il fatto degli egiziani del duca Andrea (ad esempio, Albertucci de Borselli e della Tuata), ma allora già li individuano come “cingani” e già descrivono quell’arrivo come la prima notizia della presenza ‘cingani’ in Italia.

Dalla Tuata, nel 1496, dopo aver riassunto il nostro passo, ma già tagliando la vicenda del contro-furto (!), scrive chiaramente: “e quisti funo li primi cingani che mai venissero in Italia, lovvero Egiptii”.[….]

(da First contact di L. Piasere,in Italia Romanì,Vol 5, p.16-17-18).

Egiziani perché?

“Sono stati considerati per lungo tempo alla stregua di altre comunità diasporiche, stranieri al superlativo,’stranierissimi’, anche se vivono all’interno delle mura della città, nel ghetto ebraico come in quello turco, e hanno rappresentato una concentrazione di ‘ossimorità’, il cosiddetto straniero-interno.

Mappa del viaggio millennario tra India ed Europa

Storie maledette o malintese che hanno accompagnato i pellegrini-egiziani e i ‘cingari’ tra basso medioevo ed prima modernità

L’associare nella medesima locuzione ‘straniero-interno’, parole che esprimono concetti diversi 8per il sociologo G.Simmel ).

Gli ‘egiziani’ prima ed i ‘cingari’ poi sono stati considerati per lungo tempo in modo ‘simmeliano’  anche loro come stranieri-interni.

Bologna è la prima città italiana che stabilisce dei contatti o ‘first contact ‘come sostiene l’antropologo  L. Piasere con questi stranieri-egiziani in quanto per lungo tempo essi si ‘considerano e vengono considerati tali, non si sa se erroneamente o per qualche trascorso d’origini egizie’.

Per lungo tempo nell’attribuzione dell’identità etnica o socio-culturale delle persone o delle comunità, s’usavano griglie o filtri d’interpretazione, derivati dalla tripartizione delle stirpi fatte dalla Bibbia, testo sacro  tenuto ancora in grande considerazione con le relative letterature rabbiniche ed ebraico-cristiane, che facevano delle genti conosciute in spazi delimitati da  mappe del mondo immaginate nel tempo antico.

Tutte le genti fin allora conosciute per una gran parte dei teologi, filosofi e linguisti  del tempo erano ritenute figli di quel Noè o Noah, sopravvissuto al diluvio universale in un arca a più piani, che raccoglieva come la Genesi ci narra tutto il vivente, gli umani, ogni altra specie d’animali,i rettili e la varietà degli uccelli.

In quell’arca Noah portò con sé la moglie Naamah, e le tre moglie dei figli: Iafet, che avrebbe  originato le genti bianche europee ed greche, Sem gli ebrei, gli arabi o gli africani bianchi e Cam, il minore, che avrebbe generato gli africani neri e tutte le persone di colore.

Gli egiziani giunti a Bologna erano anche loro di carnagione scura, e come tutti in Europa anche i bolognesi per questo, ritennero lo fossero.

Si era ipotizzato venissero dalla  Nubia (Makuria), di religione  copto-cristiana, in tempi molto recenti in fuga dalle loro terre, dopo la conquista di un sultanato mussulmano di quella regione collocata a sud dell’Egitto (641-654 dell’era nuova).

Si sottolineava anche che fossero originati da quella antiche stirpi ebraiche dei camiti, figli di Cush, generato da Cam, uno dei tre figli di Noah;

Cam ritenuto dal padre indegno e maledetto, per differenti accuse che vengono riportate dalle letterature rabbiniche e dalle diverse interpretazioni che intorno alla loro erranza e maledizione erano cresciute: alcune fonti, sostenevano che Cam avesse  deriso il padre Noah ubriaco, che si aggirava nudo per casa, mancandole di rispetto, oppure l’aver avuto una relazione incestuosa con la madre Naamah, o altro ancora come l’aver generato Caanan contro l’interdizione a procreare posta da Noah ai viventi nell’arca;

per questi differenti e tra loro contraddittorie accuse, la stirpe di Cam e poi quella del figlio Cush,furono  condannati per sempre non solo ad essere raminghi ma anche alla perpetua schiavitù;

fino a ritenere che quella pelle nera, tale come la terra africana da cui provenivano, ma soprattutto nera per quei lavori da schiavi a cui era stato destinati e sottoposti dalla maledizione paterna.

Studiosi del tempo avevano perfino ipotizzato fossero i figli degeneri di Caino.                                      

Solo nei secoli successivi, il XVIII sec., un linguista slovacco, Augustini ab Hortis, in alcuni testi scritti tra 1775 ed il 1776, aveva fatto cenno ad una  probabili origini indiane del romanes, lingua da ritenere a tutti gli effetti neo-indiana, parlata in seguito non solo dagli errones o erranti egiziani, ma anche da tutte le genti rom.

Dopo questo primo riconoscimento linguistico e culturale, altri ne seguirono, fino ad  essere  liberati di quella infamante accusa, che pesava come un macigno sulle loro vite, quello di essere figli maledetti ed erranti di Cush, uno dei figli generati da Cam.[…..]

(Materiali tratti dalla stirpe di Cus di Leonardo Piasere ed. CISU- 2016)

  1. DALLA TRISTE DIS-IDENTITA’ ALLA COMUNE GIOIOSA MULTIDENTITA’ ROMSINTOGAGIANA ED ALTRE POSSIBILI PLURIVERSITA’

Ci entri nell’anima che siamo fratelli (e sorelle): Rom e Gagè: questo andava dicendo sempre il poeta rom-bosniaco Rasim Sejdić”

“Il tema della dis-identità si fa ogni giorno più attuale , agganciato com’è al fenomeno del dissolvimento di riferimenti sociali, politici, religiosi, culturali che contribuivano a determinare e a sostenere l’identità individuale (e sociale). D’altra parte la tecnica comunicazione multimediale consente, oggi, di manifestare e sostenere identità alternative che sempre meno facilmente sono riconoscibili come diverse di un’unica persona, mentre appaiono sempre più sovente come personaggi che convivono in uno spazio soggettivo, a volte felicemente, a volte meno.”

(da l’Accademia delle tecniche conversazionali dell’Itat- Istituto Torinese Analisi Transazionale,2006)

“Alain Finkielkraut nel suo ‘l’identité malheureuse’ ( la triste identità) o il più pessimista Michel Houellebecq ha parlato di una progressiva dis-identità europea (o perdita della consapevolezza della propria identità europea), un lascito maligno che ha soppiantato valori e speranze consentendo ai populismi nascenti di proliferare sulla delusione collettiva” (Giorgio Ferrari, Avvenire,27 febbraio 2016,p.1, prima pagina).

Il fenomeno della perdita progressiva della propria identità (o dis-identità) riguarda in modo indistinto sia le nuove generazioni Rom che i Gagè (europei, extra-europei o migranti che siano), come l’affermarsi in contro canto di un’ottusa identità aggressiva e contrapposta, populista e razzista, fortemente identitaria sia nelle forme marcatamente localiste (lega nord) che in quelle neo-neo-nazionaliste(nuova Lega-salvini e fratelli d’Italia-Meloni), generando malessere, indifferenza e conflittualità distruttive in un contesto di relazioni tossiche e rancorose che spingono le individualità e le comunità verso un regressivo declino relazionale, culturale e valoriale.

Permane ancora a macchia di leopardo una resistente ricerc-azione di piccoli gruppi in movimento che perseguono una società aperta ed una identità comune neo-umana, interculturale o transculturale, che definirei multipla, nel nostro caso ‘Romsintogagiana’. come tra altre esistenze in ‘divenire se stesse e solidali’ nel genere, nelle culture e tra le specie viventi terrestri;

concatenazioni ecologiche, umane, culturali,di genere e sociali in divenire possono considerarsi una potenzialità concreta di emergenti forme di vita e cultura Romsintogagiana (Mirs-Mediatori interculturali Rom e Sinti in Bologna) come per quelle Romanì (Ketané, Ucri (Unione delle comunità romanès in Italia ecc) , ,al fine di valorizzare singole culture,mondi di vita, esperienze e relazioni comuni vissute, elaborate e prodotte nel corso del tempo (Exticton rebellion, Friday for future, Lgbtqi, organizzazioni sindacali di base, forme associative e politiche di democrazie di base e partecipata).

Questa cooperazione trans-culturale e forme di auto-organizzazioni in un contesto di cura ed accoglienza, può generare relazionali di buona convivenza o convivialità ed interazioni gioiose e pacifiche tra Romanì e Gagè, abbandonando sguardi traversi giudicanti,discriminati,,indifferenti o diffidenti, alimentati dal lato gagè da un plurisecolare ed ingiustificato senso di superiorità etnocentrica,accompagnato da una svalutazione dell’Altro o delle culture o forme di vita considerate minori, e dal lato romanì ad un senso di disistima, fragilità e frustrazione frutto di plurisecolari e subita esclusione, colonizzazione, rifiuti, diffidenze, stereotipi, stigmi,violenze, persecuzioni e stermini, che li spingono a sfide donchisciottesche spavalde,assurde e perdenti ed autodistruttive.

Le reciproche frequentazioni tra gagè e romanì, che il poeta Aladin Sejedic vive ed auspica, hanno messo a nudo questa lunga inimicizia, scoprendosi gli uni non molto diversi dagli altri, come ci canta de André nella guerra di Piero, che non è solo da considerare un testo antimilitarista ma anche antidiscriminatorio: “E mentre marciavi con l’anima in spalla, vedesti un uomo in fondo alla valle, che aveva il tuo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore”.

L’origine di questa stigmatizzazione anti-zigana non è di facile comprensione a nessuno, e si perde nella notte dei tempi, ma tracciare delle ipotesi non è scientificamente errato: se partiamo da quel ‘primo contatto’ o ‘first contact’ come ce lo enuncia e ce lo riferisce l’antropologo Leonardo Piasere attraverso l’analisi delle cronache locali bolognesi di quella lontana domenica 18 luglio 1422 tra genti locali bolognesi e ‘pellegrini-egiziani in viaggi d’espiazione’, scopriamo subito che la loro nomadicità o erranza, non è una caratteristica saliente di quella comunità, ma forzata dalla condizione di fuggiaschi, rifugiati ed esiliati dalle terre balcaniche da poco divenute mussulmane e turco-ottomane, ma anche da esplicite richieste politiche e religiose dell’ospitante imperatore del sacro romano impero, contemporaneamente Re di Lussemburgo, Boemia ed Ungheria.

Questa loro esistenza di pellegrini-egiziani e da lì a poco considerati in Italia come nel resto d’Europa come stranieri-interni, per di più intrappolati dentro l’Europa e lo sarà per molto tempo,messi nell’impossibilità di fare ritorno alle terra o da cui provenivano e fuggivano, cozza da subito contro la sedentarietà, la territorialità e le visioni di mondo delle altre genti italiane ed europee,le quali manifestano immediatamente un sentimento ambivalente nei loro confronti, da un lato d’irresistibile curiosità e dall’altra d’ostilità soprattutto verso quella loro improvvisata e per alcuni versi costretta dalle circostanze, ‘arte d’arrangiarsi ed arrabattarsi”;

non è tanto il commercio dei cavalli svolte dagli uomini, o le attività di predizione chiromantica del presente ed del futuro delle donne egiziane-pellegrine a creare malumore tra le genti bolognesi, ma la sottovalutazione che fanno i pellegrini-egiziani della proprietà privata, fatta di piccole sottrazioni di beni, che probabilmente giustificano come contropartita per le loro attività divinatorie fornite alla popolazione, indotta anche dallo ‘stato di necessità’, dato dalle condizione di estrema indigenza in cui si trova la comunità egiziana-pellegrina che i bolognesi ignorano, e che ritengono e giudicano come ‘furti’;

uno scontro di difficile conciliabilità tra stato di necessità, visioni antropologica -anti-utilitarista e comunitaria della condivisione o del dono,di cui ci ha parlato l’antropologo Marcel Mauss, a proposito delle comunità native, ed una visione utilitarista ed individualista mercantile (o proprietaria) delle società cittadine borghesi e medievali,

conflitto che rappresenta per le autorità comunali bolognesi anche un caso diplomatico, trattandosi di una comunità di pellegrini muniti di salvacondotto imperiale, che garantisce immunità penali, ed autonomia politica, amministrativa e giurisdizionale, un’imperium proprio,per alcuni versi assoluto o sciolto da ogni altro vincolo, ma anche etico-sociale essendo dei pellegrini in viaggio d’espiazione verso la città santa, che impone ai fedeli l’obbligo etico-sociale di fornire ospitalità, doni ed offerte di sussistenza al viaggio.

Le autorità comunali e papali sciolgono il dilemma diplomatico e religioso, proponendo ai deprivati o derubati bolognesi una contropartita, tra cavalli dei pellegrini-egiziani e i beni sottratti loro, che si conclude pacificamente per entrambi, con i pellegrini-egiziani costretti a restituire i beni sottratti e i bolognesi il cavallo preso in ostaggio come contro-scambio;

il comportamento verso ‘le proprietà’ viene documentato diversamente nelle cronache delle città attraversate dai pellegrini-egiziani, per esempio, là dove ricevono piena accoglienza, fatta di ospitalità, doni ed offerte come la città di Lucca non ci sono denunce di furti a loro carico, anzi si tessono lodi nei confronti degli ospitati,a differenza delle cronache di Bologna e di Forlì, ove nella città di Bologna, al duca Andrea e alla moglie, rappresentanti politici ed amministrativi della comunità pellegrina ed egiziana, viene riservata un’accoglienza da re, mentre alle altre centinaia di donne,bambini e uomini, una semplice ospitalità che si limita ad alloggiarli nei porticati, dentro e fuori le mura, di Porta Galliera, nei pressi del Campo Magno (ora Piazza 8 agosto), ove possono commerciare cavalli e altre oggetti di loro possesso.

Da queste cronache si può ben dire che non è nella ‘natura’ nè tanto nella ‘cultura’ dei pellegrini-egiziani ‘rubare’ ma è piuttosto lo stato di necessità che li si impone. Come dice il filosofo Simmel: “non sono ‘criminali’ i poveri, ma lo è piuttosto la povertà”.

Ben presto dopo il loro lungo pellegrinaggio a Roma dal papa (durato più di sette anni, ed iniziato dalle terre ungariche-boeme nel 1415), imposto loro dall’imperatore Sigismondo per espiare la loro colpa d’apostasia,o di essersi convertiti ‘forzatamente’ dai turchi-ottomani’ all’islam, e la fuga lo convalida, si scoprono confinati all’interno di uno spazio chiuso continentale europeo senza la possibilità di fare ritorno in quelle terre d’oriente (Balcani e Bisanzio) da cui provenivano e dove stanziarono per alcuni secoli, occupate ora dai turchi-ottomani, e nello stesso tempo via via percepiti e considerati dai locali -sedentari italiani ed europei come ‘stranieri interni’ alla stregua degli ebrei (più barbari o stranieri, inferiori o privi di cultura latina e cristiana, che hostis, nemici che portano guerra ai cives, o peregrini, o forestiero esotico) a cui viene loro imposto dalle città o dagli stati di transito, di adeguarsi non solo alle loro leggi, ma a partire dal ‘700 da parte di Maria Teresa d’Austria, despota illuminata o che governa in modo illuminista, sui principi dell’illuminismo (tolleranza delle minoranze religiose,sottrazione dell’insegnamento religioso al clero, estensione delle tasse alla nobiltà ed al clero)e nei secoli successivi nei nuovi stati risorgimentali e borghesi (monarchie parlamentari o repubbliche), in cui viene riconosciuto agli stranieri-interni lo status di cives (o cittadino), ma anche obbligati a sottoporsi ad una dura assimilazione o colonizzazione ai costumi,tradizioni, lingue e culture dominanti (in cui s’imponeva a tutti i cittadini ‘maschi’ la leva militare ed ad entrambi i sessi l’obbligo scolastico); la scolarizzazione consisteva nell’alfabetizzazione e nell’apprendimento delle culture nazionali dominanti, con totale indifferenza e sottovalutazione verso le lingue e culture minori, che venivano ‘tagliate’ per usare un’espressione comune diffusa.

Altre minoranze di genere e culturale nell’Europa cristiana e borghese furono marginalizzate e molto spesso processate e bruciate (da parte di tribunali religiosi protestanti e cattolici): in particolare le streghe’, riconosciute dal femminismo contemporaneo come ‘donne sagge’, spesso accusate da quei tribunali d’ insegnare ad altre donne metodi contraccettivi e di controllo della fertilità, al fine di realizzare un’autonoma ‘autodeterminazione’ sui propri corpi (del mio corpo decido io);

prima di allora la gravidanza o la sua interruzione veniva decisa per via maschile o patriarcale, e la gravidanza spesso consisteva nel gravare la donna e obbligarla ad esclusivi ruoli domestici e di educazione dei figli/e, abbandonando per sempre ogni aspirazione alla realizzazione personale,culturale e professionale.

Lo stesso Paracelso,medico, alchimista ed astrologo, iniziatore di una medicina naturalista ippocratica, basata sulla sperimentazione e l’evidenza,osservazioni cliniche e biochimiche, venne in seguito processato e costretto all’esilio per aver criticato la dominate medicina di tipo medico-sacrale o una medicina teologica-scolastica;

diventato a sua volta un errante per l’Europa, dirà ai suoi studenti che se volevano imparare a curare i loro pazienti “devono recarsi presso le ‘streghe’ (o donne sagge) e le ‘zingare’ (le romanì) che conoscono l’uso delle erbe, delle medicine tratte da esse, della lettura delle mani e delle stelle al fine della conoscenza di sé”, a queste s’aggiungevano gli ‘omosessuali'(oggi Lgbtqi) banditi dalla città santa e bruciati per il loro orientamento sessuale non binario (l’esistenza di molteplicità di orientamenti di genere: culturali, affettivi e sessuali), non volti solo alla riproduzione sessuale, ma al godimento e alla scelta, acquisito attraverso la contraccezione che ‘le donne sagge’ insegnavano ad altre donne, al fine di autoregolare le loro gravidanze, e quindi l’autodeterminazione delle donne, veniva severamente punita con il rogo.

A queste minoranze di genere o sessuali s’aggiunse quella religiosa o linguistico culturale ebraica ritenuta pretestuosamente indegna di abitare la città, in quanto i loro sacerdoti ed il popolo ebraico, a giudizio dei cristiani, si resero complici della crocifissione del Cristo, e per questo accusati ingiustamente di essere degli eredi di quei lontani parenti deicidi), ed inoltre perché alcuni dei loro membri praticavano il prestito con interesse per denaro prestato, attività interdette ai cristiani, pena l’accusa d’usura, considerata attività impura che preferirono delegare ad alcuni banchieri ebrei.

Il nostro modo di assumere in controtendenza una forma ‘mentis’ con sguardi inclusivi ed accoglienti, è ispirata all’universalità diritti, che riconosce dignità e rispetto a tutte le soggettività, comprese quelle considerate per secoli ‘minori’ o ‘indegne’, secondo quanto affermato dall’art.3 della nostra Costituzione Repubblicana (1948) e dai altri molteplici articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (3sezione del 10.12.1948 a Parigi con la risoluzione 217A). Costituzione e Dichiarazione dei diritti conquistate da una comune lotta di Resistenza antifascista ed antirazzista delle genti gagè e romanì(rom e sinti) mossi dal desiderio di una ritrovata convivenza pacifica e civile e di restituiti legami di libertà, giustizia ed umanità. https://www.ohchr.org/en/udhr/pages/Language.aspx?LangID=itn

NOTA:

Nel testo quando trovate l’espressione Rom e Sinte s’intendono le varie ripartizione delle genti Romanì, e Romanì invece s’intende l’insieme di quelli genti che un tempo chiamavamo erroneamente e dai gagè attribuita per eteronomia ‘zingari’.

Gagè sono invece i non Rom (o precisamente il resto dell’umanità).

E per concludere uno dei precursore di questa multi-identità romsintogagiana, cioè Charlie Chaplin, e come altro importante momento di incontro tra la città di Bologna e la cultura romanì.

Parliamo dell’ incontro tra Bologna e Charlie Chaplin, uomo, attore, regista amato e apprezzato in tutto il mondo.

Infatti oggi Bologna oggi conserva nella sua cineteca tutte le opere cinematografiche e non solo, anche poetiche e teatrali, del grande artista, donate dalla stessa famiglia Chaplin cioè tutte le opere (opportunamente restaurate) di quel Charlotto Chaplin del quale è stato riconosciuto nel tempo, da lettere private e da conferme dei figli, la provenienza gipsy romanichal, una variante inglese etno-linguista dei romanì.

Dopo la morte di Chaplin, la figlia Victoria che aveva ereditato l’ufficio del padre, trovò tra le tante cose lasciatele anche una vecchia cassetta sigillata, senza chiave. Per aprirla dovette ricorre ad un fabbro, e all’interno scoprì una lettera indirizzata a suo padre da parte di un anziano signore di nome Jack Hill, che informava l’allora anziano Chaplin di essere nato dalla regina madre di una carovana di ‘Gipsy-romanichal ‘sulla Black Patch a Smethwich vicino a Birmigham.

Lo informava anche che il nonno di Chaplin apparteneva ad un circo che si muoveva per l’Inghilterra con la madre di Chaplin, e che finì per stabilirsi a Londra.

Jack Hill lo accusava in quella lettera, tra le altre cose, di aver mentito alle sue origini, poichè nelle sue memorie dichiarava di essere nato  a Londra, ad East Lane, nel sobborgo di Wolworth.

“Se davvero vuoi saperlo, diceva la lettera, tu sei nato in un bel carrozzone nel parco di Black Patch di Smethwick, proprio come me due anni dopo, il 19 aprile 1889 da mia zia, regina ‘Gipsy’, di nome Henty. Il suo titolo di regina le era stato tramandato da Essau Smith il signore dei Gipsy romanichal”.

Il figlio di Chaplin, Michael Chaplin, negli anni successi riconobbe il  profilo ‘gipsy-romanichal” della famiglia, e per questo  donò ed inaugurò un memoriale per la comunità Black Patch di Smethwitch, nei pressi di Birmighan.[….]

(Gnews, 7 ottobre 2019)

Parlando di Charlie Chaplin, per evidenziarne l’opera e il coraggio, dobbiamo senz’altro ricordare che tra il 1950 ed il 1955, fu oggetto di un’ inchiesta condotta dall’autoritario ed  illiberale Mc Charthy, senatore statunitense promotore e membro di una commissione d’inchiesta al Senato, animato da uno spirito cinico e spregiudicato, che mise sotto accusa molte persone di varia estrazione sociale, sospettate  di essere ‘spie sovietiche e fautrici del comunismo’ (i tempi della “caccia alle streghe”) , denigrando così il ruolo democratico e critico di molti intellettuali, scienziati ed artisti. Tra questi ci fu anche Charlie Chaplin, accusato di attività anti-americane, e per questo, nel 1952, mentre era in viaggio verso la Gran Bretagna, gli fu tolto il permesso di rientrare negli Stati Uniti.

Era colpevole, secondo il maccartismo, di sovversione contro gli Stati Uniti per quelle sue celebri frasi :

“ Canta, balla, ridi, intensamente ogni giorno della tua vita prima che finisca senza applausi”.

E peggio ancora: “Credo nel potere del riso e delle lacrime come antidoto all’odio e al terrore”. Erano frasi misteriose e dunque pericolose, pronunciate da un saltimbanco con bombetta e bastone di bambù che detestava la società ‘capitalista’ industriale ed aveva fatto innamorare di sé l’intero pianeta [….]

(La Stampa,21 febbraio 2011)

Considerazioni personali

Stranieri-interni e strani incapsulati nell’area occidentale per secoli dopo quel primo esodo che le cronache del tempo ci menzionano.

[…..]

‘un Altro’ che non si conosce e che bisogna scoprire andandogli incontro. L’altro sempre da riconoscere, sempre da reinventare. Come una mancanza, in noi, della parte di noi che è in tutti gli altri.” (P.Ricour)

I romanì (rom,sinti o ròma) nel corso dei secoli sono stati considerati stranieri-interni e strani soggetti,e al pari degli ebrei subirono persecuzioni, discriminazioni, confinamenti, espulsioni e pogrom, ma anche altri/e soggetti: lgbtqi, i disabili, i folli, minoranze religiose e politiche nel corso della storia più recente condivisero la medesima tragedia: deportazioni, stermini: che ognuno chiama con nomi diversi nella sua lingua: shoah, porrajmos o samuradipen, omocaustied oggi le donne vittime patriarcali di femminicidi

“Ma questo cosa significa?

 Siamo tutti strani, quali che siano i nomi che diamo ad alcune delle nostre stranezze.

‘Nominare’ dice Maurice Blanchot, è una ‘violenza che mette da parte ciò che viene nominato a beneficio della comodità di un nome”.

In ‘Identità e violenza’, Amartya Sen sviluppa una riflessione sul rischio di rinchiudere le persone in una delle loro ‘identità’.

Abbiamo tutti, osserva Sen, identità multiple e cangianti, che assumiamo nel corso della nostra esistenza e in funzione delle nostre relazioni – identità familiare, professionale, culturale, biologica , filosofica, regionale, spirituale….(di genere)

E la tentazione di rinchiudere le persone, o di lasciare che si richiudano, in una di queste identità multiple come se fosse la sola, costituisce, secondo Sen, la principale fonte di discriminazione e violenza nel mondo.

Una persona,dice, è sempre di più, sempre diversa, rispetto a quel che possiamo- o che essa stessa può – comprendere.

Ed è questa parte essenziale, che sfugge a qualsiasi descrizione, che fa di ciascun individuo una persona al tempo stesso uguale a tutte le altre e simile a nessuna.

….

L’etica, dice Paul Ricour, consiste nel pensare ‘se stesso come un altro.‘ Non accontentarsi,quindi, di pensare l’altro come se fosse me, ma avere l’umiltà di immaginare me ‘come un altro’, ‘un Altro’ che non si conosce e che bisogna scoprire andandogli incontro. L’altro sempre da riconoscere, sempre da reinventare.

Come una mancanza, in noi, della parte di noi che è in tutti gli altri.”

Jean Claude Ameisen, medico e ricercatore, membro del comitato consultivo nazionale di etica.

Parafrasando Ameisen quando parla della sua esperienza con l’asperger Joseph Schovanec, io poterei dire altrettanto delle mie relazioni nel corso degli ultimi anni con i romanì(rom e sinti), “mi ha permesso, tramite il loro sguardo, di scoprire una dimensione della realtà che fino ad allora mi era rimasta sconosciuta.

Una lezione di vita. Una lezione d’umanità”.

Io penso diverso di J. Schovanec

[….]

Testo non esauriente ma essenziale per facilitare la comprensione di un evento quale questo che andiamo a ricordare:

non solo come ‘first contact’ (primo contatto) tra egiziani e bolognesi o locali, ma anche come ‘prima natività’ itala-romanì o euro-romanì nella nostra città, che documenta un- ‘ius soli’ plurisecolare italiano ed europeo,un diritto di cittadinanza acquisito per essere nati in un suolo italiano ed europeo.

Un Ius soli lungo ben 600 anni, che pochi possono vantare e documentare, una presenza ancor oggi stigmatizzata con acide ed inumane battute neo-maccartiste alla Meloni: “sei nomade devi nomadare”, una presenza non pienamente riconosciuta nei suoi ‘diritti civili e sociali’,causata da una secolare dispersione che fa venire meno i presupposti della territorialità riconosciuta costituzionalmente ad altre minoranze linguistiche-culturali in Italia, ma soprattutto a pratiche secolari di ‘colonizzazione, repressione ed assimilazione socio-linguistico-culturale’, che altre minoranze con caratteristiche trans-nazionali, quale quella ebraica sono riuscite a preservare, purnella loro multi-identità linguistica e culturale, con ogni probabilità favorita da una memoria letterale, ma agli occhi dei molti ancora oggi anch’essi sono considerati’ stranieri interni’.

Testo elaborato da Pino de March, ricercatore-attivista della Libera comune università pluriversità bolognina e co-fondatore con altre individualità dell’associazione Mirs-Mediatori interculturali Rom e Sinti (Tomas Fulli,Marian Sibian, Marina Cremaschi, Francesca Vacanti, Lucia Argentati, Raffaele Petrone ed altri/e) che ha tra i suoi obiettivi la progettazione-memoria di una comunità dispersa, assimilata e disconosciuta romanì Italia (o delle molteplici comunità urbane Rom e Sinta).