LA CONTRADA SOLIDALE ROM,SINTA E GAGE’ DI VIA ERBOSA ORGANIZZA INCONTRO CON CANDIDATI-E DI CORAGGIOSA

Coraggiosa, ecologista, progressista, femminista: così vogliamo l’Emilia-Romagna, che ha già dimostrato di avere coraggio in altri momenti storici, e oggi deve ritrovarlo per affrontare nuove sfide epocali come l’emergenza climatica e la crescita delle diseguaglianze.

Riconosciamo e tuteliamo le differenze, contrastando le discriminazioni razziste, di genere e per orientamento sessuale. Sosteniamo la buona accoglienza diffusa e rispettosa dei diritti. Cultura e formazione sono prioritarie per costruire comunità inclusive.

LA CONTRADA SOLIDALE ROM,SINTA E GAGE’ DI VIA ERBOSA ORGANIZZA INCONTRO CON CANDIDATI-E DI CORAGGIOSA

SABATO 18 GENNAIO 2020                                          

DALLE 16 ALLE 19

IN ZONA ORTIVA – VIA ERBOSA 17 -BOLOGNINA(per arrivare imboccare via F.lli Cervi una traversa di Arcoveggio,arrivati in fondo si va a dx in via Erbosa, e passato il cavalcavia ferroviario dopo aver costeggiato il campo sosta della comunità urbana Rom-SINTA ci troverete e sarete accolti nella casetta degli orti).

“QUALE FUTURO SOCIO-CULTURALE ED ECONOMICO-SOCIALE PER LE NUOVE COMUNITA’ URBANE ROM E SINTE NELLA NOSTRA REGIONE EMILIA-ROMAGNA”

Presenta l’iniziativa Pino de March della Libera Comune Università Pluriveristà Bolognina

Relazionano per Emilia-Romagna Coraggiosa i candidati-e:

Donatella Ascari, segretaria e attivista dell’associazione Thèm Romanó Onlus di Reggio Emilia, impegnata a promuovere la cultura romanì e a combattere il razzismo e la discriminazione verso questo popolo“.

JORA MATO, nata a Tirana (Albania) e vive a Bologna da oltre venti anni, ha tre figli. Si occupa di mediazione interculturale in ambito sociale e sanitario. Nel 1998, la sua prima esperienza nell’accoglienza dei profughi kosovari arrivati a Bologna: da allora segue diversi progetti lavorando sull’antidiscriminazione e la garanzia dei diritti. L’anno successivo, insieme a un gruppo di donne straniere, fonda l’associazione AMISS di cui è presidente, che si occupa di mediazione, animazione sociale, progettazione, diritti e antidiscriminazione. Dal 2010 con AMISS, insieme a Piazza Grande e le Cucine Popolari organizza l’evento cittadino “Indovina chi viene a pranzo”. Negli anni lavora per diverse associazioni e cooperative locali come Senlima Soc. Coop. di cui è stata presidente dal 2010 al 2016, e Trama di Terre, di cui è stata responsabile del coordinamento area accoglienza e membro del consiglio direttivo dal 2014 al giugno 2016.“

Sergio Caserta. È stato dirigente d’impresa e di associazioni di categoria, nella Lega delle cooperative nei settori distribuzione, finanza, editoria. Da sempre impegnato nel mondo dell’ambientalismo e dei movimenti in difesa della pace e dei diritti sociali e attivo nella comunicazione politica, ha una lunga storia politica. È stato consigliere provinciale a Bologna. Proveniente dal PCI, non ha aderito al PD e sostiene la difficile causa di una sinistra unita e unitaria.

INTERLOQUISCE: TOMAS FULLI, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE -MIRS:MEDIATORI INTERCULTURALI ROM E SINTI

PROMUOVE L’INIZIATIVE COMUNIMAPPE-LIBERA COMUNE UNIVERSITA’ PLURIVERSITA’ BOLOGNINA

ADERISCE MIRS -MEDIATORI INTERCULTURALI ROM E SINTI E I DSC(1,3) DIEM 25-BOLOGNA           

PER CONTATTI:COMUNIMAPPE@GMAIL.COM

PER INFORMAZIONI:

 www.comunimappe.org

www.coraggiosa.it

COMUNIAè un possibile nome e respiro comune per gli spazii restituiti alle comunanze (caserme sani – bolognina)

PUNTO DI SVOLTA

“Dopo il tempo del declino viene il punto di svolta”. I Ching

COMUNIAE’ LA VIA DELLA RESTITUZIONE DELLE TERRE COMUNI O DEI BENI COMUNI ALLE GENTI DELLE NUOVE CITTà in transizione verso un nuova era “IL POIETICENE”

“Di fatto l’aggettivo “privato” deriva dal latino privare,cosa che illustra bene la diffusa opinione degli antichi1 che la “proprietà” fosse innanzitutto e soprattutto “comune”. Quando le società passarono da questo punto di vista “delle comunanze” ( terre comuni delle Gens o delle singole tribù)a punti di vista più individualisti , la gente non pensò più alla proprietà privata , come a quei beni del cui uso certi individui privarono il gruppo,ma rovesciò di fatto il significato del termine, sostenendo che la proprietà dovrebbe essere innanzitutto privata e che la società non dovrebbe pr1ivarne gli individui senza i debiti procedimenti di legge. (1)

Testo tratto dal Cap.7,”il punto morto dell’economia” del “Punto di svolta”, F,Capria pag.162,Ed.Feltrinelli,1986

La chiamerei  ComuniaE’

  1. perché parola ha in sé tutte vocali ed esse nelle lingue degli umani corrispondo al respiro e all’aria che dà vita alle consonanti che sono le nostre carni ed ossa.

Abbiamo bisogno di ritrovare un respiro comune

Uno spazio dove si elaborano nuove grammatiche del vivere singolare e di comuni interelazioniali tra culture non divisive ,di nature non de-predate,di generi non binari e fludi,e di classi aspirano alla giustizia sociale e a superare se stesse, il capitalismo ed il prati arcato.

2) perché tale termine può considerarsi il punto di svolta “al punto morto dell’economia e politica capitalista di stato o privata”, ma può anche considerarsi  il punto d’incontro tra antiche perdute concezioni delle terre e attività comuni e le nostre contemporanee  e ritrovate concezioni di comunanza,di beni comuni  o mondi di vita comune .

3) perché la proprietà dello Stato e dei privati, è da considerarsi a tutti gli effetti proprietà sottratta o privata (participio passato del verbo privare, participio poco partecipato) alle comunanze oppure  all’uso dei molti;e se istituita come res-publica (come cosa pubblica)deve essere concepita per il ben-essere singolare e comune, oltre che per il ben-essere degli altri esseri viventi .(non semplicemente green ma innanzi tutto del vivente tutto:umano e degli altri esseri viventi)

 perché l’unica eco-nomia viva concepibile è quella che rinuncia per sempre ad un’antropologia dell’individualismo proprietario e s’avvia a ripensare un trans-personale esistenza “comune”autogestita, condivisa, partecipata, o di cooperazione comune materiale e valoriale per realizzare se stessi(nella solitudine e negli spazi scelti  per le nostre relazioni affettive o di generi) , e sé con gli altri (nella moltitudine  o nelle comuni relazioni affettive o nell’amicizia o filia o amore tra esseri umani e il resto del vivente.)

 E l’amore oggi non può essere più inteso in senso etnocentrico, cioè quelli della nostra lingua e cultura, o antropocentrico, cioè il nostro affetto e protezione non rivolgersi solo agli umani,  ma il nostro affetto deve estendersi al mondo di via comune o al vivente..

(1)Posiamo ritrovare la nascita di questo processo di privatizzazione delle terre comuni e di nascita di una nuova antropologia o dell’individualismo proprietario ,in seguito alla centuriazione in epoca repubblicana romana e proseguita il epoca imperiale(era il modo in cui gli antichi romani organizzavano il territorio come centuriatio o castramentatio  o reticolo ortogonale di strade,canali,appezzamenti agricoli destinati ai nuovi coloni o molti più spesso )

Con la legge agraria di Tiberio Gracco del 133 a.c., prevedeva la privatizzazione dell’Ager publicus, e diede un grand impulso alla divisione delle terre effettuate con le centuriazioni. Fu utilizzata la privatizzazione nei casi di bonifica che di fondazione di nuove colonie sottratte alle terre delle Gens colonizzate. Nelle tante guerre civili tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero, tra le quali la battaglia di Filippi del 42 a.c.. in questo caso abbiamo una testimonianza illustre nelle Bucoliche di Virgilio che lamenta del modo ingiusti nelle assegnazione delle terre nel mantovano che privilegiavano i soldati che avevano partecipato alla battaglia rispetto a coloro che invece si dedicavano al lavoro pastorale.(E il dialogo tra due pastori uno Melibio che è costretto ad abbandonare la sua terra per non aver partecipato alla battaglia  e Titiro l’altro pastore invece che l’ottiene  per avervi partecipato)

Per una nuova poieticene (immaginario po-etico,di saperi comuni ed interelazionali  ) –vedi:comunimappe.org

Note di Pino de March, di comunimappe:libera comune università pluriversità bolognina

Bologna città aperta e nuovi processi di trans-culturazione: simposio romsintogagiano d’autunno

         “                                                                  

“I frutti puri impazziscono”                                                                                                                               

James Clifford, etnografo surrealista,  titolava così un suo saggio,                                                          

 riprendendo un verso del poeta statunitense William Carlos Williams.

L’Associazione MIRS – Mediatori Interculturali Rom e Sinti in cooperazione educativa e culturale con il CESP- Centro studi per la Scuola Pubblica e COMUNIMAPPE – Libera Comune Università Pluriversità Bolognina

organizzano un SIMPOSIO ROM-SINTO-GAGIANO

“BOLOGNA CITTA’ APERTA:

NUOVE RELAZIONI DI CONVIVENZA URBANA TRA GENTI, LINGUE E CULTURE ROM, SINTE E GAGI(non rom)

SABATO 23 NOVEMBRE 2019

AL CENTRO SOCIALE COSTA, VIA AZZO GARDINO, 44

DALLE ORE 16.30 ALLE ORE 23.00

(Ci sarà a partire dalle 19.30 una meravigliosa frugale stuzzicheria accompagnata da un buon vinobio-rosso con musica roma-gagiana; se partecipate inviateci un messaggio di partecipazione per accogliervi meglio)

Invitiamo tutti e tutte coloro che abitano, transitano, vivono e sentono la città di Bologna come una Comune Città,

siano essi nomadi, sedentari o migranti,

che desiderano partecipare ad un progetto di costruzione di “contrade solidali” o  “zone di contatto o di transculturazione” ospitali, solidali e pluriverse, ove possano con-vivere e cooperare attivamente molteplici genti, lingue e culture nel reciproco rispetto.

Invitiamo associazioni culturali, centri sociali e culturali, educatori, docenti, intellettuali, artisti e persone delle comunità urbane Rom, Sinte e Gagi.

Abbiamo organizzato questo Simposio al fine di ri-conoscere le nuove comunità urbane Rom e Sinte, tuttora disconosciute, disperse e discriminate e abitanti delle nostre estreme periferie, e le loro relative culture,  che sono a tutti gli effetti parte della nostra cultura comune europea, culture che hanno eccelso  in molti campi delle arti e dei mestieri (c’è molto di romanes nella cultura europea e molto di europeo nella cultura romanes),

ma anche per far conoscere le attività di educazione emozionale e di trans-culturazione nelle scuole come nei territori metropolitani, contro il ritorno delle discriminazioni, pregiudizi, stereotipi e stigmi che colpiscono negativamente la dignità comune delle minoranze come delle individualità romanì (Rom e Sinti), discriminazioni che sono diventate altrettanto intense e trasversali verso altre soggettività minori presenti tra noi (migranti, donne, lgbtq, ebrei,disabili ecc).

E per attivare memorie di deportazione e stermini nazi-fascisti dimenticati: divoramento o genocidio che i romanì chiamano “Porrajmos, Samuradipen”, e gli Lgbtq chiamano “omocausti” e le comunità ebraiche “shoah”.

 X contatti : Pino de March – referente progetto di cooperazione all’educazione emozionale -relazionale e di tras-culturazione

e-mail: comunimappe@gmail.com

per conoscenza attività di cooperazione all’educazione emozionale-relazionale e di trans-culturazione:www.comunimappe.org

MEMORIE DI ESODI dom,lom o rom                                                                                                     Nel 1011 il poeta persiano Firdowsi terminò il “Libro dei Re” (Shahanama), trattasi di una vasta opera poetica, che costituisce l’epica dei paesi di lingua persiana; libri che raccontano il passato mitico e storico di quell’esteso paese, la Persia. In esso si racconta anche dell’arrivo di diecimila ‘Luri’ (suonatori di liuto), accolti dallo Scià Behram-gor V, richiesti e inviateli dal suocero, il re indiano Shengùl, per divertire le sue Genti. I Lùri (chiamati  Dom (uomini o umani) in Medio Oriente; in seguito Lom (uomini o umani) in Armenia e Rom(uomini o umani)  in Europa), sono spesso menzionati dai poeti persiani che ne decantavano l’eleganza nel vestire, l’abilità nel suonare il flauto e il loro colore “nero come la notte”:

“O re cui giunge l’implorazione altrui,

Di girovaghi musici trascegli

Uomini e donne, a diecimila, tali

Che cavalcando battere in cadenza

Sappian liuti, e a me li invia ben tosto

Perché la voglia mia per questa gente,

Celebre tanto, satisfatta sia”.

Testo poetico tratto dal “il vento e l’orologio di Antonello Mangano,ed. terre libere;                                                                                     traduzioni di Italo Pizzi,iranista ed accademico,ma anche artista, filosofico religioso e giuridico istituzionale)

Nonostante il  carattere  leggendario dei  testi,  rimane  rilevante  la

testimonianza  scritta  dell’arrivo  in  Persia  di  genti nomadi proveniente dall’India prima del X secolo, con una reputazione di musici di grande talento.                                                                                                                         Le tracce del lungo soggiorno persiano sono ancora presenti nella lingua romanes,  a  cominciare  dal  termine  ‘darav’  (mare),  derivato  dal persiano ‘darya’. E’ incerta la  permanenza di popoli romanì in  Persia fino ad oggi, anche a  causa della confusione che  spesso i  viaggiatori hanno fatto  con gli Arabi nomadi ed in particolare con i Beduini. Sicuramente, il viaggio proseguì verso nord-est, attraverso l’Armenia ed il Caucaso. Ancora una volta,  sono gli elementi linguistici  a svelarci  il percorso dei romanì: la loro è una lingua rotta (pagherdò in romanes), frantumate(o pagherdì in romanes) da lunghi esodi, migrazione,schiavitù, divoramenti o genocidi (porrajmos o samuradipen),una lingua e una cultura aperta (testimoniata e documentata in tutte le sue varianti linguistiche e culturali), che ha saputo accogliere in sé, tra queste fratture-rovine, altre parole ed espressioni non solo persiane ma di tutte le culture apprese nei territori di transito o di soggiorno. Da ormai un millennio dopo aver lasciato l’India settentrionale in differenti ondate, passando per il Medio Oriente, risalendo attraverso i Balcani o navigando per mari nostri giunsero all’Europa, ed in questo nostro comune continente si sparsero in ogni dove, ma molti altri di loro non si fermarono tra noi, ma andarono spinti dalla curiosità o dalla necessità a popolare tutti i continenti, tanto da essere considerati assieme agli ebrei, popoli transnazionali).

BOLOGNA 1422                                                                                                                                                                            Una delle prime cronache italiane che raccontano della presenza dei Rom è un documento del XV secolo, di un anonimo bolognese (la “Historia miscellanea bononiensis”) che narra dell’arrivo a Bologna, nel 1422, di una comunità nomade, ospitata nell’attuale Montagnola, dicesi condotta da un duca che si faceva chiamare ‘AndreaS’. Questo gruppo sosteneva di provenire dall’Egitto(oggi solo i romanì anglo-americani si definiscono “Gipsy”, che deriva dal latino aegyptanus o ovvero egiziano, etnomino usato per farsi accettare contrabbandandosi per ricchi mercanti  egiziani nonostante la loro evidente povertà), ma molte  altre fonti sostengono che questi popoli romanì  ebbero una lunga permanenza nell’Impero Bizantino d’Oriente, e documentano che da lì  essi tutti provenissero, terre ove si parlava il greco bizantino, lingua che in quel tempo essi usassero per rivolgersi ai Gagi (non Rom). E quindi è probabile che il duca Andreas intendesse dire di essere il Duca degli “Adreas”, cioè degli uomini (Andreas, derivante dal greco aner, che indica gli uomini, con lo stesso significato che essi ora attribuiscono a se stessi, cioè “Rom o uomini).                   

La musica, le arti circensi,gli spettacoli viaggianti, la magia  e tutte le attività ad esse connesse, sono state sempre annoverate tra le attività tradizionali di questo popolo.                                                                                   « Popolo di acrobati, danzatori, cantanti, giocolieri, saltimbanchi, i Romanì si sono sempre distinti sia nello spettacolo viaggiante, (giostrai, circensi, saltimbanchi), sia nei gruppi stanziali come quelli dei Romanì di antico insediamento dell’Italia meridionale e dell’Abruzzo, dove accanto ad attività più “statiche” e tradizionali (allevatori e mercanti di cavalli, lavoratori dei metalli, arrotini, ombrellai  ecc.) non si sono mai trascurate attività legate all’arte».                                            Da questo punto di vista il destino del popolo romanì sembra racchiuso nel significato stesso del suo nome, derivante dall’originario etnonimo (sinonimo di etnico) Dom e Domba, che in sanscrito significa “spettacolo”; così come i Dom (intesi come uomini di spettacolo), popolo indiano antenato dei Romanì, è attestato che fosse una popolazione di musicisti, cantanti, fabbri e conoscitori dei metalli e arti magiche,che in virtù delle loro straordinarie abilità tecnico-musicali godevano per questo di stima ed erano queste  attività che garantivano loro, ospitalità (nell’Europa centrale nominati come bohémienne, eteronimo attribuito ad artisti e musicisti romanì, viaggianti con salvacondotti del Re di Boemia (in seguito in epoca romantica indicava gli artisti che vivono in modo libero  ed anticonformista come i romanì.                                                                                                                                                                                                           Da notare e sottolineare che “zingaro” è un eteronomo, cioè un termine etnico attribuito ai romanì dall’esterno dai gagi (o non Rom), oggi usato solo in modo monovalente per  disprezzare, termine equiparabile ad altri termini eteronomi come negro,frocio, terrone,avaro come un ebreo o un genovese ecc.                                                                                                        Non è sempre stato così, solo 30 anni fa in Italia, “zingaro” aveva un significato ambivalente (negativo come positivo) gli artisti e i musicisti, tra loro Claudio Lolli cantava  “di zingari felici in Piazza Maggiore”, e Iva Zanicchi con “prendi questa mano zingara”, chiedeva ad una “zingara” di dirli di “futuri e d’amore” o Fabrizio d’Andrè che in una canzone cantava “mia madre mi diceva di non giocare nel bosco con gli zingari” e in un’altra “il cuore rallenta e la testa cammina/in buio di giostre in disuso/qualche rom si è fermato italiano/come un rame a imbrunire su un muro/saper leggere il libro del mondo/con parole cangianti e nessuna scrittura/nei sentieri costretti in palmo di mano/i segreti che fanno paura/finché un uomo ti  e incontra e non si riconosce/e in ogni terra s’accende e s’arrende la pace”.

 BOLOGNA 2022: Prepariamoci a ricordare  i 6OO anni d’arrivo a Bologna e ospitati alla Montagnola delle genti del duca Andreas o degli “Andreas”,degli “uomini neri, felici e raminghi” da un millennio ormai per il mondo(ton anthròpon), ma sicuramente per secolare girovagare, nascere e crescere  in terre italiane,per “ius soli”,cittadini italiani a tutti gli effetti; ed invece percepiti o non visti come stranieri.  

         “                                                                  

siano essi nomadi, sedentari o migranti,

che desiderano partecipare ad un progetto di costruzione di “contrade solidali” o  “zone di contatto o di transculturazione” ospitali, solidali e pluriverse, ove possano con-vivere e cooperare attivamente molteplici genti, lingue e culture nel reciproco rispetto.

Invitiamo associazioni culturali, centri sociali e culturali, educatori, docenti, intellettuali, artisti e persone delle comunità urbane Rom, Sinte e Gagi.

Abbiamo organizzato questo Simposio al fine di ri-conoscere le nuove comunità urbane Rom e Sinte, tuttora disconosciute, disperse e discriminate e abitanti delle nostre estreme periferie, e le loro relative culture,  che sono a tutti gli effetti parte della nostra cultura comune europea, culture che hanno eccelso  in molti campi delle arti e dei mestieri (c’è molto di romanes nella cultura europea e molto di europeo nella cultura romanes),

ma anche per far conoscere le attività di educazione emozionale e di trans-culturazione nelle scuole come nei territori metropolitani, contro il ritorno delle discriminazioni, pregiudizi, stereotipi e stigmi che colpiscono negativamente la dignità comune delle minoranze come delle individualità romanì (Rom e Sinti), discriminazioni che sono diventate altrettanto intense e trasversali verso altre soggettività minori presenti tra noi (migranti, donne, lgbtq, ebrei,disabili ecc).

 X contatti : Pino de March – referente progetto di cooperazione all’educazione emozionale -relazionale e di tras-culturazione

e-mail: comunimappe@gmail.com

per conoscenza attività di cooperazione all’educazione emozionale-relazionale e di trans-culturazione:www.comunimappe.org

MEMORIE DI ESODI dom,lom o rom                                                                                                     Nel 1011 il poeta persiano Firdowsi terminò il “Libro dei Re” (Shahanama), trattasi di una vasta opera poetica, che costituisce l’epica dei paesi di lingua persiana; libri che raccontano il passato mitico e storico di quell’esteso paese, la Persia. In esso si racconta anche dell’arrivo di diecimila ‘Luri’ (suonatori di liuto), accolti dallo Scià Behram-gor V, richiesti e inviateli dal suocero, il re indiano Shengùl, per divertire le sue Genti. I Lùri (chiamati  Dom (uomini o umani) in Medio Oriente; in seguito Lom (uomini o umani) in Armenia e Rom(uomini o umani)  in Europa), sono spesso menzionati dai poeti persiani che ne decantavano l’eleganza nel vestire, l’abilità nel suonare il flauto e il loro colore “nero come la notte”:

“O re cui giunge l’implorazione altrui,

Di girovaghi musici trascegli

Uomini e donne, a diecimila, tali

Che cavalcando battere in cadenza

Sappian liuti, e a me li invia ben tosto

Perché la voglia mia per questa gente,

Celebre tanto, satisfatta sia”.

Testo poetico tratto dal “il vento e l’orologio di Antonello Mangano,ed. terre libere;                                                                                     traduzioni di Italo Pizzi,iranista ed accademico,ma anche artista, filosofico religioso e giuridico istituzionale)

Nonostante il  carattere  leggendario dei  testi,  rimane  rilevante  la

testimonianza  scritta  dell’arrivo  in  Persia  di  genti nomadi proveniente dall’India prima del X secolo, con una reputazione di musici di grande talento.                                                                                                                         Le tracce del lungo soggiorno persiano sono ancora presenti nella lingua romanes,  a  cominciare  dal  termine  ‘darav’  (mare),  derivato  dal persiano ‘darya’. E’ incerta la  permanenza di popoli romanì in  Persia fino ad oggi, anche a  causa della confusione che  spesso i  viaggiatori hanno fatto  con gli Arabi nomadi ed in particolare con i Beduini. Sicuramente, il viaggio proseguì verso nord-est, attraverso l’Armenia ed il Caucaso. Ancora una volta,  sono gli elementi linguistici  a svelarci  il percorso dei romanì: la loro è una lingua rotta (pagherò in romanes), frantumata(o pagherdì in romanes) da lunghi esodi, migrazione,schiavitù, divoramenti o genocidi (porrajmos o samuradipen),una lingua e una cultura aperta (testimoniata e documentata in tutte le sue varianti linguistiche e culturali), che ha saputo accogliere in sé, tra queste fratture-rovine, altre parole ed espressioni non solo persiane ma di tutte le culture apprese nei territori di transito o di soggiorno. Da ormai un millennio dopo aver lasciato l’India settentrionale in differenti ondate, passando per il Medio Oriente, risalendo attraverso i Balcani o navigando per mari nostri giunsero all’Europa, ed in questo nostro comune continente si sparsero in ogni dove, ma molti altri di loro non si fermarono tra noi, ma andarono spinti dalla curiosità o dalla necessità a popolare tutti i continenti, tanto da essere considerati assieme agli ebrei, popoli transnazionali).

BOLOGNA 1422                                                                                                                                                                            Una delle prime cronache italiane che raccontano della presenza dei Rom è un documento del XV secolo, di un anonimo bolognese (la “Historia miscellanea bononiensis”) che narra dell’arrivo a Bologna, nel 1422, di una comunità nomade, ospitata nell’attuale Montagnola, dicesi condotta da un duca che si faceva chiamare ‘AndreaS’. Questo gruppo sosteneva di provenire dall’Egitto(oggi solo i romanì anglo-americani si definiscono “Gipsy”, che deriva dal latino aegyptanus o ovvero egiziano, etnomino usato per farsi accettare contrabbandandosi per ricchi mercanti  egiziani nonostante la loro evidente povertà), ma molte  altre fonti sostengono che questi popoli romanì  ebbero una lunga permanenza nell’Impero Bizantino d’Oriente, e documentano che da lì  essi tutti provenissero, terre ove si parlava il greco bizantino, lingua che in quel tempo essi usassero per rivolgersi ai Gagi (non Rom). E quindi è probabile che il duca Andreas intendesse dire di essere il Duca degli “Adreas”, cioè degli uomini (Andreas, derivante dal greco “aner”, che indica gli uomini, con lo stesso significato che essi ora attribuiscono a se stessi, cioè “Rom o uomini).                   

La musica, le arti circensi,gli spettacoli viaggianti, la magia  e tutte le attività ad esse connesse, sono state sempre annoverate tra le attività tradizionali di questo popolo.                                                                                   « Popolo di acrobati, danzatori, cantanti, giocolieri, saltimbanchi, i Romanì si sono sempre distinti sia nello spettacolo viaggiante, (giostrai, circensi, saltimbanchi), sia nei gruppi stanziali come quelli dei Romanì di antico insediamento dell’Italia meridionale e dell’Abruzzo, dove accanto ad attività più “statiche” e tradizionali (allevatori e mercanti di cavalli, lavoratori dei metalli, arrotini, ombrellai  ecc.) non si sono mai trascurate attività legate all’arte».                                            Da questo punto di vista il destino del popolo romanì sembra racchiuso nel significato stesso del suo nome, derivante dall’originario etnonimo (sinonimo di etnico) Dom e Domba, che in sanscrito significa “spettacolo”; così come i Dom (intesi come uomini di spettacolo), popolo indiano antenato dei Romanì, è attestato che fosse una popolazione di musicisti, cantanti, fabbri e conoscitori dei metalli e arti magiche,che in virtù delle loro straordinarie abilità tecnico-musicali godevano per questo di stima ed erano queste  attività che garantivano loro, ospitalità (nell’Europa centrale nominati come bohémienne, eteronimo attribuito ad artisti e musicisti romanì, viaggianti con salvacondotti del Re di Boemia (in seguito in epoca romantica indicava gli artisti che vivono in modo libero  ed anticonformista come i romanì.                                                                                                                                                                                                           Da notare e sottolineare che “zingaro” è un eteronomo, cioè un termine etnico attribuito ai romanì dall’esterno dai gagi (o non Rom), oggi usato solo in modo monovalente per  disprezzare, termine equiparabile ad altri termini eteronomi come negro,frocio, terrone,avaro come un ebreo o un genovese ecc.                                                                                                        Non è sempre stato così, solo 30 anni fa in Italia, “zingaro” aveva un significato ambivalente (negativo come positivo) gli artisti e i musicisti, tra loro Claudio Lolli cantava  “di zingari felici in Piazza Maggiore”, e Iva Zanicchi con “prendi questa mano zingara”, chiedeva ad una “zingara” di dirli di “futuri e d’amore” o Fabrizio d’Andrè che in una canzone cantava “mia madre mi diceva di non giocare nel bosco con gli zingari” e in un’altra “il cuore rallenta e la testa cammina/in buio di giostre in disuso/qualche rom si è fermato italiano/come un rame a imbrunire su un muro/saper leggere il libro del mondo/con parole cangianti e nessuna scrittura/nei sentieri costretti in palmo di mano/i segreti che fanno paura/finché un uomo ti  e incontra e non si riconosce/e in ogni terra s’accende e s’arrende la pace”.

 BOLOGNA 2022: Prepariamoci a ricordare  i 6OO anni d’arrivo a Bologna e ospitati alla Montagnola delle genti del duca Andreas o degli “Andreas”,degli “uomini neri, felici e raminghi” da un millennio ormai per il mondo(ton anthròpon), ma sicuramente per secolare girovagare, nascere e crescere  in terre italiane,per “ius soli”,cittadini italiani a tutti gli effetti; ed invece percepiti o non visti come stranieri.  

Per il Mirs:testi di presentazione di Pino de March e loghi di Raffaele Petrone

Per il Mirs:testi di presentazione di Pino de March e loghi di Raffaele Petrone

simposio romsintogagiano d’autunno

         “                                                                  

“I frutti puri impazziscono”                                                                                                                               

James Clifford, etnografo surrealista,  titolava così un suo saggio,                                                          

 riprendendo un verso del poeta statunitense William Carlos Williams.

L’Associazione MIRS – Mediatori Interculturali Rom e Sinti in cooperazione educativa e culturale con il CESP- Centro studi per la Scuola Pubblica e COMUNIMAPPE – Libera Comune Università Pluriversità Bolognina

organizzano un SIMPOSIO ROM-SINTO-GAGIANO

“BOLOGNA CITTA’ APERTA:

NUOVE RELAZIONI DI CONVIVENZA URBANA TRA GENTI, LINGUE E CULTURE ROM, SINTE E GAGI(non rom)

SABATO 23 NOVEMBRE 2019

AL CENTRO SOCIALE COSTA, VIA AZZO GARDINO, 44

DALLE ORE 16.30 ALLE ORE 23.00

(Ci sarà a partire dalle 19.30 una meravigliosa frugale api-cena con musica roma-gagiana; se partecipate inviateci un messaggio di partecipazione per accogliervi meglio)

Invitiamo tutti e tutte coloro che abitano, transitano, vivono e sentono la città di Bologna come una Comune Città,

siano essi nomadi, sedentari o migranti,

che desiderano partecipare ad un progetto di costruzione di “contrade solidali” o  “zone di contatto o di transculturazione” ospitali, solidali e pluriverse, ove possano con-vivere e cooperare attivamente molteplici genti, lingue e culture nel reciproco rispetto.

Invitiamo associazioni culturali, centri sociali e culturali, educatori, docenti, intellettuali, artisti e persone delle comunità urbane Rom, Sinte e Gagi.

Abbiamo organizzato questo Simposio al fine di ri-conoscere le nuove comunità urbane Rom e Sinte, tuttora disconosciute, disperse e discriminate e abitanti delle nostre estreme periferie, e le loro relative culture,  che sono a tutti gli effetti parte della nostra cultura comune europea, culture che hanno eccelso  in molti campi delle arti e dei mestieri (c’è molto di romanes nella cultura europea e molto di europeo nella cultura romanes),

ma anche per far conoscere le attività di educazione emozionale e di trans-culturazione nelle scuole come nei territori metropolitani, contro il ritorno delle discriminazioni, pregiudizi, stereotipi e stigmi che colpiscono negativamente la dignità comune delle minoranze come delle individualità romanì (Rom e Sinti), discriminazioni che sono diventate altrettanto intense e trasversali verso altre soggettività minori presenti tra noi (migranti, donne, lgbtq, ebrei,disabili ecc).

E per attivare memorie di deportazione e stermini nazi-fascisti dimenticati: divoramento o genocidio che i romanì chiamano “Porrajmos, Samuradipen”, e gli Lgbtq chiamano “omocausti” e le comunità ebraiche “shoah”.

 X contatti : Pino de March – referente progetto di cooperazione all’educazione emozionale -relazionale e di tras-culturazione

e-mail: comunimappe@gmail.com

per conoscenza attività di cooperazione all’educazione emozionale-relazionale e di trans-culturazione: www.comunimappe.org

MEMORIE DI ESODI di dom,lom o rom                                                                                     Nel 1011 il poeta persiano Firdowsi terminò il “Libro dei Re” (Shahanama), trattasi di una vasta opera poetica, che costituisce l’epica dei paesi di lingua persiana; libri che raccontano il passato mitico e storico di quell’esteso paese, la Persia. In esso si racconta anche dell’arrivo di diecimila ‘Luri’ (suonatori di liuto), accolti dallo Scià Behram-gor V, richiesti e inviateli dal suocero, il re indiano Shengùl, per divertire le sue Genti. I Lùri (chiamati  Dom (uomini o umani) in Medio Oriente; in seguito Lom (uomini o umani) in Armenia e Rom(uomini o umani)  in Europa), sono spesso menzionati dai poeti persiani che ne decantavano l’eleganza nel vestire, l’abilità nel suonare il flauto e il loro colore “nero come la notte”:

“O re cui giunge l’implorazione altrui,

Di girovaghi musici trascegli

Uomini e donne, a diecimila, tali

Che cavalcando battere in cadenza

Sappian liuti, e a me li invia ben tosto

Perché la voglia mia per questa gente,

Celebre tanto, satisfatta sia”.

Testo poetico tratto dal “il vento e l’orologio di Antonello Mangano,ed. terre libere;                                                                                     traduzioni di Italo Pizzi,iranista ed accademico,ma anche artista, filosofico religioso e giuridico istituzionale)

Nonostante il  carattere  leggendario dei  testi,  rimane  rilevante  la

testimonianza  scritta  dell’arrivo  in  Persia  di  genti nomadi proveniente dall’India prima del X secolo, con una reputazione di musici di grande talento.                                                                                                                         Le tracce del lungo soggiorno persiano sono ancora presenti nella lingua romanes,  a  cominciare  dal  termine  ‘darav’  (mare),  derivato  dal persiano ‘darya’. E’ incerta la  permanenza di popoli romanì in  Persia fino ad oggi, anche a  causa della confusione che  spesso i  viaggiatori hanno fatto  con gli Arabi nomadi ed in particolare con i Beduini. Sicuramente, il viaggio proseguì verso nord-est, attraverso l’Armenia ed il Caucaso. Ancora una volta,  sono gli elementi linguistici  a svelarci  il percorso dei romanì: la loro è una lingua rotta (pagherò in romanes), frantumata(o pagherdì in romanes) da lunghi esodi, migrazione,schiavitù, divoramenti o genocidi (porrajmos o samuradipen),una lingua e una cultura aperta (testimoniata e documentata in tutte le sue varianti linguistiche e culturali), che ha saputo accogliere in sé, tra queste fratture-rovine, altre parole ed espressioni non solo persiane ma di tutte le culture apprese nei territori di transito o di soggiorno. Da ormai un millennio dopo aver lasciato l’India settentrionale in differenti ondate, passando per il Medio Oriente, risalendo attraverso i Balcani o navigando per mari nostri giunsero all’Europa, ed in questo nostro comune continente si sparsero in ogni dove, ma molti altri di loro non si fermarono tra noi, ma andarono spinti dalla curiosità o dalla necessità a popolare tutti i continenti, tanto da essere considerati assieme agli ebrei, popoli transnazionali).

BOLOGNA 1422                                                                                                                                                                            Una delle prime cronache italiane che raccontano della presenza dei Rom è un documento del XV secolo, di un anonimo bolognese (la “Historia miscellanea bononiensis”) che narra dell’arrivo a Bologna, nel 1422, di una comunità nomade, ospitata nell’attuale Montagnola, dicesi condotta da un duca che si faceva chiamare ‘AndreaS’. Questo gruppo sosteneva di provenire dall’Egitto(oggi solo i romanì anglo-americani si definiscono “Gipsy”, che deriva dal latino aegyptanus o ovvero egiziano, etnomino usato per farsi accettare contrabbandandosi per ricchi mercanti  egiziani nonostante la loro evidente povertà), ma molte  altre fonti sostengono che questi popoli romanì  ebbero una lunga permanenza nell’Impero Bizantino d’Oriente, e documentano che da lì  essi tutti provenissero, terre ove si parlava il greco bizantino, lingua che in quel tempo essi usassero per rivolgersi ai Gagi (non Rom). E quindi è probabile che il duca Andreas intendesse dire di essere il Duca degli “Adreas”, cioè degli uomini (Andreas, derivante dal greco aner, che indica gli uomini, con lo stesso significato che essi ora attribuiscono a se stessi, cioè “Rom o uomini).                   

La musica, le arti circensi,gli spettacoli viaggianti, la magia  e tutte le attività ad esse connesse, sono state sempre annoverate tra le attività tradizionali di questo popolo.                                                                                   « Popolo di acrobati, danzatori, cantanti, giocolieri, saltimbanchi, i Romanì si sono sempre distinti sia nello spettacolo viaggiante, (giostrai, circensi, saltimbanchi), sia nei gruppi stanziali come quelli dei Romanì di antico insediamento dell’Italia meridionale e dell’Abruzzo, dove accanto ad attività più “statiche” e tradizionali (allevatori e mercanti di cavalli, lavoratori dei metalli, arrotini, ombrellai  ecc.) non si sono mai trascurate attività legate all’arte».                                            Da questo punto di vista il destino del popolo romanì sembra racchiuso nel significato stesso del suo nome, derivante dall’originario etnonimo (sinonimo di etnico) Dom e Domba, che in sanscrito significa “spettacolo”; così come i Dom (intesi come uomini di spettacolo), popolo indiano antenato dei Romanì, è attestato che fosse una popolazione di musicisti, cantanti, fabbri e conoscitori dei metalli e arti magiche,che in virtù delle loro straordinarie abilità tecnico-musicali godevano per questo di stima ed erano queste  attività che garantivano loro, ospitalità (nell’Europa centrale nominati come bohémienne, eteronimo attribuito ad artisti e musicisti romanì, viaggianti con salvacondotti del Re di Boemia (in seguito in epoca romantica indicava gli artisti che vivono in modo libero  ed anticonformista come i romanì.                                                                                                                                                                                                           Da notare e sottolineare che “zingaro” è un eteronomo, cioè un termine etnico attribuito ai romanì dall’esterno dai gagi (o non Rom), oggi usato solo in modo monovalente per  disprezzare, termine equiparabile ad altri termini eteronomi come negro,frocio, terrone,avaro come un ebreo o un genovese ecc.                                                                                                        Non è sempre stato così, solo 30 anni fa in Italia, “zingaro” aveva un significato ambivalente (negativo come positivo) gli artisti e i musicisti, tra loro Claudio Lolli cantava  “di zingari felici in Piazza Maggiore”, e Iva Zanicchi con “prendi questa mano zingara”, chiedeva ad una “zingara” di dirli di “futuri e d’amore” o Fabrizio d’Andrè che in una canzone cantava “mia madre mi diceva di non giocare nel bosco con gli zingari” e in un’altra “il cuore rallenta e la testa cammina/in buio di giostre in disuso/qualche rom si è fermato italiano/come un rame a imbrunire su un muro/saper leggere il libro del mondo/con parole cangianti e nessuna scrittura/nei sentieri costretti in palmo di mano/i segreti che fanno paura/finché un uomo ti  e incontra e non si riconosce/e in ogni terra s’accende e s’arrende la pace”.

 BOLOGNA 2022: Prepariamoci a ricordare  i 6OO anni d’arrivo a Bologna e ospitati alla Montagnola delle genti del duca Andreas o degli “Andreas”,degli “uomini neri, felici e raminghi” da un millennio ormai per il mondo(ton anthròpon), ma sicuramente per secolare girovagare, nascere e crescere  in terre italiane,per “ius soli”,cittadini italiani a tutti gli effetti; ed invece percepiti o non visti come stranieri.  

Per il Mirs:testi di presentazione di Pino de March e loghi di Raffaele Petrone