sabato 27 gennaio 2018 delle memorie attive, della responsabilità e della consapevolezza



Sabato 27 gennaio 2018                                                                          GIORNATA DI MEMORIE ATTIVE E DI DIMENTICATI STERMINI
 
Memorie attive nella scuola
IC1 – Dozza, Via De Carolis 23, Bologna
MATTINA
Ore 9-12 : Incontro delle classi terze (due blocchi)con esponenti dell’Anpi, saluto della Comunità ebraica bolognese, interventi delle Comunità urbane Rom(MilanJovanovic) e Sinta(Tomas Fulli).  
Elisa Duca conversa con student@ su Porrajmos di ieri  ed antiziganismo di oggi.                                                                 
Musiche Klezmer, Zigane e di resistenza  a cura di Salvatore Panu (fisarmonica) e Lionel Raducan (fisarmonica)
Ore 12,30-13 : Musiche e canzoni tratte e riadattate da testi poetici della poeta Mehr degli Jenische ‘zingari bianchi’ svizzeri
Officina poetica di Daniela Coelli e Fabio Turchetti (presenta associazione Enmadrid Otraitalia)
Sono invitati i genitori.
Mostra Porrajmos curata dal Cesp-Centro studi per la Scuola Pubblica: lo sterminio dimenticato degli zingari
Sabato 27 gennaio 2018                                               
dalle 18 alle 24
Memorie attive di dimenticati stermini                                       
Casa del Popolo Venti Pietre, via Marzabotto, 2, Bologna
Sera-notte antifascista, antirazzista, antisessista
Ore 18                                                                                                                                                       Franca Mariani (ANPI Quartiere Porto) e Liana Michelini (ANPI Quartiere Lame)
Brunella Guida (consigliera  di coalizione civica quartiere navile,difensora metropolitana dei diritti civili, culturali e sociali delle comunità urbane Rome Sinta )
Salvatore Panu (fisarmonica, intermezzi musicali)
Pino de March – coordina, presenta progetto memorie attive di stermini dimenticati e relaziona su – “l’Altro come nemicoed esperienza di comunità psichiatrica istituzionale partigiana sui Pirenei durante occupazione nazista della Francia(anni quaranta del secolo scorso).                                                                                                                                                 Testimonianze su persecuzioni e discriminazioni delle Genti Romani ieri ed oggi :Milan Javanovic e Lionel Raducan (mediatori interculturali di AMIRS associazione mediatori culturali Rom e Sinti)                                                                                                                                         Elisa Duca:memorie del porrajmos e dell’antiziganismo
Renato Busarello: persecuzioni e stermini di soggettività dai differenti orientamenti sessuali oggi LGBTQI.
L’inferno di Treblinka di Vassilij Grossman (Letture di Dada Lupa – Musica klezmer Salvatore Panu – fisarmonica)
Concerto di Lionel Raducan – fisarmonicista e presidente dell’AMIRS ed Aghiran – maestro di ballate rom
Giorgio Simbola e il piccolo concerto di musiche gipsy e swing.
Ore 20-21
Aperitivo solidale
ORE 21 – 24
Presentazione mostra fotografica a cura del CESP-Centro Studi per la Scuola Pubblica – sul Porrajmos
La  nascita del biliardino durante la guerra civile spagnola (Frequenze partigiane: rubrica radiofonica – live)
Elisabeth dell’associazione culturale Enmadrid Otraitalia trans-europea presenta:”Mio angelo di cenere” – musiche e canzoni tratte da concerto  Jenische – progetto poetessa rom svizzera Marinella Mehr                                                                                                                        Fabio Turchetti – fisarmonica, Daniela Coelli – voce, Luca Congedo – flauto, Luca Garlaschelli – contrabbasso. 
             

UN Pò DI STORIA

Mariella Mehr è nata a Zurigo ma ha vissuto a lungo in Toscana. Nel 2007 in occasione della presentazione delle sue poesie al teatro Fraschini di Pavia Fabio Turchetti è stato chiamato ad accompagnarla sul palco musicando e cantando alcune liriche originariamente scritte in tedesco e tradotte in italiano da Anna Ruchat. Le atmosfere che ha scelto per “metter in musica” queste liriche sono ovviamente quelle del mondo gitano, dalla rumba flamenca allo swing manouche
A questo esordio di Pavia sono seguiti poi alcuni festival tra cui quello della letteratura di Chiasso dove sempre nel 2007 il concerto è stato registrato in diretta dalla radio svizzera. La registrazione è stata stampata e pubblicata nell’ omonimo cd pubblicato dalla CPC. Con il peggioramento della salute di Mariella la collaborazione si è poi interrotta. Nel 2014 è nata questa nuova versione con un taglio più teatrale dove Daniela Coelli oltre che cantare e recitare le liriche di Mariella ha inserito due momenti di prosa tratti dal romanzo “La Bambina”ed alcuni brevi estratti del libro di Isabel Fonseca “Seppellitemi in piedi “. Lo spettacolo è stato portato in giro negli ultimi anni in varie città italiane tra cui Roma, Desio (MI),Lodi,Piacenza, Montebuono(PG),Castelverde, Cremona.
Mariella Mehr, nata a Zurigo nel dopoguerra, il 27 dicembre 1947, da madre zingara di ceppo Jenische,vittima dell’operazione Kinder der Landstrasse, (bambini di strada) ha fatto della denuncia della persecuzione del suo popolo il centro della propria scrittura, vincendo numerosi premi e la Laurea Honoris Causa nel 1998 dalla Facoltà di Storia e Filosofia dell’Università di Berna per l’impegno per i diritti delle minoranze e dei gruppi emarginati. Gli Jenisch, una etnia nomade diffusa in particolar modo in Germania e in Svizzera negli anni’40, erano già stati vittime, insieme ad altre etnie nomadi, di una cruenta persecuzione nazista che, in nome della famigerata politica razziale, li aveva prima imprigionati e poi gasificati nei campi di sterminio di mezza Europa. Già nella primissima infanzia fu strappata alla madre per essere consegnata a famiglie affidatarie, orfanatrofi, istituti psichiatrici, in quanto la rottura totale tra il bambino e il suo universo familiare era ritenuta condizione indispensabile per l’estirpazione del fenomeno zingaro (dal 1926 al 1972 furono 600 i bambini sottratti a forza alle loro famiglie nell’ambito di un programma che doveva plasmarli secondo i modelli della società sedentaria).
E’ da questa esperienza di sradicamento, segregazione e colpevolizzazione che nascono tutte le opere della Mehr, in particolare i romanzi della “trilogia della violenza”, di cui la bambina fa parte, e la raccolta di poesie ‘Notizie dall’esilio’, alcune delle quali musicate da Fabio Turchetti nello spettacolo
Mio Angelo di Cenere.
Isabel Fonseca vive a Londra. Scrive sul Times, The Nation e The Wall Street Journal.
Ha pubblicato “Seppellitemi in piedi “ nel 1999 dopo una lunga serie di studi presso le comunità rom dell’est Europa

RIFLESSIONI SU COME VIVERE E TRASMETTERE LA MEMORIA TRA GENERAZIONI
tratte da ‘non c’è una fine’ di Piotr M.A. Cywinnski, attuale direttore del memoriale di Auschwitz, ed. Bollati Boringhieri, testo straoridinario consigliato a tutte le generazioni.

Un tritico per il nostro futuro anteriore:memoria, responsabilità e consapevolezza
‘La memoria è il fondamento. Non si può pensare che il presente verrà compreso e che la costruzione del futuro sarà chiara senza le solide fondamenta della memoria. Questo è particolarmente importante nell’Europa di oggi […]. 
Oggi è impossibile capire cosa ci sta accadendo intorno a noi se non comprendiamo le memorie che sono alle radici del presente. La memoria,tuttavia, non è abbastanza’. Piotr M.A.Cywinski
Ci si può domandare quale significato ha oggi la memoria dei passati genocidi ed in particolare quello relativamente più vicino e tremendo nel tempo: Auschwitz . Piotr M.A.Cywinski si pone la stessa domanda dopo essere stato nominato Direttore del ‘memoriale’ di Auschwitz. Ed in alcune pagine di un suo recente testo ‘Non c’è una fine’ così articola la sua interrogazione sullo scopo di Auschwitz:”Non è una domanda che riguarda semplicemente il significato di Auschwitz in quanto luogo della memoria. E’ molto di più, è una domanda su di noi, sulla nostra condizione. E’ una domanda sull’umanità. Come ho già scritto Auschwitz oggi si protende oltre la seconda guerra mondiale, oltre il Terzo Reich, persino l’oltre l’esperienza europea. Quando in un gruppo di lavoro stavamo valutando come definire al meglio i nostri obiettivi – che all’inizio del 2005 prevedevano la fondazione di un Centro Internazionale per l’educazione su Auschwitz e la Shoah – proposi come espressione per includere i diversi compiti del luogo un trittico: memoria, consapevolezza, responsabilità. E così fu deciso. Provammo a prendere quella strada”. (pag.113, non c’è una fine, ed. Bollati Boringhieri).
“La memoria è in effetti oggi sia la base che il compito di questo luogo. Memoria degli eventi, della sofferenza,della morte. Memoria dell’inimmaginabile numero di vittime, e ogni tanto anche di alcune vittime specifiche, pienamente identificate. Memoria di coloro che sopravvissero. E anche – se si vuole aggiungere una memoria di diverso tipo – memoria dei carnefici, delle loro motivazioni, della loro indicibile insensibilità, del loro disprezzo e del loro odio. Memoria di come le persone stremate soccombevano, del limite assoluto della sopportazione, dell’umiliazione e della degradazione.[…] Il significato più profondo della memoria è quello di prolungare l’esistenza di coloro che ora se ne sono andati. Ma la memoria è anche una forma di empatia, che ci mette dal lato delle vittime, con un profondo significato di opposizione ai carnefici. Troppo tardi, e con il senno di poi, ma comunque dal loro lato. La memoria è un’espressone dell’orrore, della tristezza e del rispetto. La memoria è dovuta alle vittime. E’ vero. Meritano la nostra memoria come nient’altro. Ma oggi non è ciò di cui hanno bisogno. Siamo noi e i nostri bambini ad avere bisogno. Molto di più di quanto pensiamo. La memoria è quindi la base, la ragione prima per visitare Auschwitz(come tutti gli altri luoghi simili), e attraversare questa terra d’umana sofferenza. E’ la ragione per cui le persone hanno bisogno di seguire i passi di coloro che furono assassinati, di percorrere gli stessi sentieri, di sperimentare nei loro pensieri ciò che accadde sett’anni fa.(30/1/1943 – 8/5/1945). La memoria è anche il primo livello da raggiungere a scuola quando si studia la Shoah,sterminio degli ebrei. (Ed oggi anche del Porrajmos, sterminio dei rom,come dell’omocausto,sterminio dei diversi orientamenti sessuali -LGBTQ). Il curriculum scolastico di storia riempie la mente di date, cifre e fatti, attraverso i quali si delineano i primi valori. Ma prospettiva morale, la memoria ci mette di fronte ai fatti, faccia a faccia con essi. La memoria, in un certo senso, rimuove la dimensione del tempo. E’ un’attitudine senza tempo. Ci porta a affrontare la Shoah oggi(come il Porrajmos o l’Omocausto) e ci costringe a verificare, talvolta a rivalutare la nostra rassicurante convinzione di essere migliori. E’ forse in questo che risiede la sua forza più grande. In passato c’erano problemi con la memoria. Per almeno due decenni, se non tre, nell’Europa occidentale, la Shoah veniva a malapena trattata. Nei media e nel dibattito pubblico esistevano già i viaggi ai campi di concentramento, ma tutto era confuso assieme: le storie dei movimenti di resistenza, le deportazioni politiche e il destino degli ebrei internati. C’erano molte ragioni alla base di questa amnesia collettiva. Tra queste c’era sicuramente la riluttanza politica a separare le vittime del nazismo tedesco in categorie distinte, in particolare, di nuovo, quelle razziali.”(pag.114-115, non c’è una fine, ed. Bollati Boringhieri).
[…]
“Tuttavia, una delle più importanti ragioni, sia ad Est come ad Ovest, era l’impressione, per lo più taciuta ma inconfondibile, che poche persone avessero fatto davvero qualcosa per aiutare le vittime della Shoah(come degli altri genocidi perpetuati in quei luoghi e in quelli anni). In grado maggiore o minore in tante forme diverse, naturalmente, la colpa era nondimeno condivisa, e di molti fatti si vergognavano profondamente. Anche questo soffocò il dibattito, almeno fino a quando, in modo naturale cambiarono le generazioni. La memoria,in generale, è capace di sorprendere. Soprattutto quella segnata dal trauma. Bisogna trattarla con grande comprensione ma anche con immensa cautela. Farò due esempi. Un ex prigioniero che era evaso da Auschwitz un giorno aveva portato le sue memorie al Museo perchè venissero pubblicate. Il suo racconto della vita nel campo di concentramento conteneva la vivida descrizione di un’esecuzione, che effettivamente avvalorata da altre fonti. Il problema era che quella specifica esecuzione era avvenuta solo dopo la fuga di quel testimone. Era essenziale parlare con l’autore, mostragli la cronologia degli eventi, per aiutarlo a realizzare che doveva per forza aver sentito la storia da altri sopravvissuti, centinaia, forse migliaia di volte, e che probabilmente aveva fatto proprio il racconto della morte dei suoi compagni internati. Conoscendo le vittime, conoscendo gli esecutori e ricordandosi alla perfezione come fosse la vita in quel campo di concentramento, nel corso dei decenni quell’uomo si era davvero convinto di essere stato presente all’esecuzione. Un altro esempio: ancora in vita fino a poco tempo fa, Henryk Mandelbaum – l’ultimo membro di un Sonderkommando in Polonia e uno degli ultimi al mondo – aveva per molti mesi estratto i corpi dalle camere a gas dopo l’apertura della porta, e con altri membri di quella tragica squadra di lavoro li aveva trascinati ai forni del crematorio o fino alle pire, poste all’esterno. Per molti anni raccontò a gruppi di adolescenti che non ricordava di aver visto nessun bambino nelle camere a gas. Tanti adulti e vecchi,si, ma nessun bambino. Con onestà, aggiungeva sempre che altri compagni, membri del Sonderkommando, dicevano invece che c’erano molti bambini nelle camere a gas, a volte c’erano più bambini che adulti; ma non poteva confermarlo, perché non ricordava di averne mai visti. Aveva cancellato l’immagine dalla sua memoria, in modo da vivere, e non impazzire. La memoria umana ha bisogno di essere verificata, proprio come altra fonte storica. Molti ex prigionieri erano sorpresi e preoccupati dalla quantità di indagini storiche, domande indiscrete, esami minuziosi e analisi critiche cui venivano sottoposti i loro racconti personali. Dopotutto, erano stati lì, loro avevano visto ogni cosa. Tuttavia, per diventare parte della narrazione storica, la memoria umana dev’essere sottoposta al rigore della scienza, degli istituti di ricerca e delle università. Negli anni ottanta sembrò addirittura che il dibattito sulla memoria sarebbe stato ridotto ad una disputa tra coloro che confermavano e coloro che negavano la Shoah. In alcuni paesi occidentali, per esempio in Francia, a Lione, la negazione della Shoah iniziò ad essere proposta come tesi di laurea persino all’università. Sarebbe stato molto pericoloso se la memoria fosse diventata una lotta non tanto contro l’oblio bensì contro una deliberata ed abominevole menzogna. La memoria sarebbe stata decisamente diversa se si fosse sviluppata esclusivamente contro il negazionismo. Per fortuna, l’Europa è riuscita in larga misura a sradicare la negazione della Shoah. Le persone che oggi promuovono il negazionismo sono in genere espulse dalle università, ostracizzate, denunciate e marginalizzate (non certo per censura ma per indegnità intellettuale di appartenere ad istituzioni ove si pratica una ricerca minuziosa della verità). Non sono riuscite a conquistare l’accesso ai media per promuovere le loro le loro teorie pretestuose. Forse anche perché I Negazionisti della Shoah non sono riusciti a convincere l’estrema destra e i gruppi neonazisti. Non bisogna confondere la negazione della Shoah con il neonazismo. I neonazisti non negano la Shoah: la rivendicano con orgoglio. Anche questo è decisamente terribile, ma non è la stessa cosa. Certo, l’idra della menzogna su Auschwitz può far rinascere le sue teste. Il suo cibo è l’antisemitismo. Oggi ci troviamo faccia a faccia con una negazione diffusa in molte comunità del Nord Africa e del Medio Oriente. Certo, la causa non è da ricercarsi nella storia della seconda guerre mondiale- che in quelle regioni è stata molto diversa – ma in un odio militante contro Israele ed in un antisemitismo profondamente radicato in certe motivazioni religiose e culturali.”.”(pag.116-118, non c’è una fine, ed. Bollati Boringhieri).
[…]
‘La memoria è il fondamento. Non si può pensare che il presente verrà compreso e che la costruzione del futuro sarà chiara senza le solide fondamenta della memoria. Questo è particolarmente importante nell’Europa di oggi […]. Oggi è impossibile capire cosa ci sta accadendo intorno a noi se non comprendiamo le memorie che sono alle radici del presente. La memoria,tuttavia, non è abbastanza. Auschwitz non può essere ridotta ad un mero luogo della memoria. Non possiamo fermarci solo a ricordare. La conoscenza dei fatti deve portare a comprenderli. Deve portare al riconoscimento del loro significato, ad una conoscenza sempre più profonda di sé. Settant’anni dopo la guerra, Elie Wiesel parlò di un ‘Luogo di Verità’. La conoscenza deve essere al servizio della consapevolezza e la consapevolezza deve essere costruita sulla memoria. Ed è qui che in genere il compito diventa molto più difficile. Provare a far capire ai giovani cosa significa che quasi un intero popolo è stato assassinato in Europa, e che in più si tratta del popolo che diede all’Europa cristiana le sue fondamenta, è immensamente problematico.(Altri popoli come quello Rom al pari degli ebrei fu oggetto di discriminazioni, sterminio e persecuzione che non terminò con la caduta dei regimi nazi-fascisti ma proseguì in forme più subdole anche in sistemi democratici con la programmata sterilizzazione delle donne rom in Svizzera e nei paesi scandinavi..). […]
“La lezione della Shoah non può però ridursi unicamente al suo contesto sociopolitico. Di frequente vedo e sento che gli insegnati cercano di sensibilizzare i loro studenti alla perdita assoluta che derivò dall’annientamento quasi integrale del mondo ebraico nell’Europa occupata dalla Germania nazista. In questo lamento rilevo troppo spesso un’annotazione utilitaristica:’sono scomparsi, tra di loro c’erano così tanti geni, musicisti, sportivi, poeti e pensatori. Il mondo ha perso cosi tanto …’. Trovo così estremamente fastidioso le lacrime verste su un paradiso perduto di beneficio collettivo. E’ come se l’assassinio di un genio fosse molto peggiore dell’assassinio di una persona comune. Invece tutti hanno la stessa importanza, che non può essere qualificata in termini di potenziali premi Nobel. La consapevolezza dell’importanza della Shoah, a mio parere,sta iniziando solo oggi a prendere forma nelle menti degli europei. Il significato della portata e della tragedia di tutto ciò sta iniziando solo ora ad essere realmente compreso. Vorrei proporre un punto di vista che nella longue durée(lunga durata) considerò immensamente importante, anche se non è la sola valutazione della storia e non è per niente esaustiva. Oltre chele vite degli innocenti – e non vorrei essere accusato di sminuire le tragedie individuali- l’Europa perse molto di più di una percentuale della sua popolazione, molto di più dei capolavori non creati, dei risultati scientifici non ottenuti o delle invenzioni non inventate che avrebbero meditato il premio Nobel. Perdite di questo genere in realtà sono avvenute più di una volta nella storia europea(certamente sì, non in simili vaste proporzioni o non in modo così ossessivo, sistematico e serial, se pensiamo solo alla caccia agli eretici o alle streghe, donne sagge del tempo e alla loro messa rogo come supplizio o allo sterminio degli Ugonotti a Parigi nella notte di San Bartolomeo). Anche il ruolo dell’egocentrica Europa nei confronti di quello che lei era solo un mondo esotico è stato spesso molto crudele. Nella shoah l’Europa perse sé stessa. Capirlo mette la Shoah nel giusto contesto della storia europea. Perché nella Shoah l’Europa perse tutto. Primo, il suo senso d’orgoglio. Indubbiamente,il senso d’innocenza, peraltro piuttosto ingiustificato, alla luce di tutti i conflitti, le guerre e le tragedie precedenti. Nella shoah l’Europa perse il suo diritto di credere in ciò che aveva fino ad allora aveva altamente rappresentato: la forza della moralità religiosa, l’umanesimo illuminista, i valori delle Costituzioni e della democrazia così come i dogmi del positivismo. Tutto questo sembrava essere la grande conquista dell’Europa, il sostrato,le fondamenta … e fallì. Le incontestabili basi dell’Europa si dimostrarono troppo deboli quando vennero effettivamente messe alla prova. Vista sotto questa luce, la shoah non è solo un altro tragico evento della storia europea,ma un punto di non ritorno. Un punto di svolta. Quello che era prima non esiste più. Quello che sarebbe successo dopo risultò completamente diverso. L’Europa ha bisogno di essere ripensata,dal momento che ciò che è stato fino a orasi rilevato illusorio. Non c’è da meravigliarsi poi che nei primi anni dopo la guerra siano stati fatti dei tentativi per trovare un nuovo volto all’Europa, un volto che avesse un maggior senso di solidarietà, di mutuo aiuto e di comunità. Ecco ciò che è mancato di più. In questo senso Auschwitz è una delle fondamenta basilari della comunità europea post-bellica e dell’Unione. Perché la guerra dopo la quale e in risposta alla quale un’Europa unita iniziò a essere costruita era stata diversa da tutte le guerre precedenti. E la differenza non stava nella portata della battaglia di Stalingrado o nella novità degli sbarchi in Normandia. La differenza senza precedenti in quanto a portata e novità era più evidente ad Auschwitz. Dopo una tale esperienza, l’Europa avrebbe potuto appassire,logorarsi, sprofondare nella diffidenza reciproca e nel marasma, o avrebbe potuto cambiare,ripensarci da zero.
[…]
Oggi ne sono convinto, ci stiamo avvicinando ad una vera comprensione degli avvenimenti di tanti decenni fa. Il nostro senso di consapevolezza ne trae grande vantaggio. Capiremo noi stessi in maniera diversa,più pienamente. Purtroppo, sarà accaduto a costo di troppe vite innocenti. Ma la consapevolezza che deriva dalla memoria non è il passo finale nel processo di piena comprensione. Proprio come la consapevolezza deve derivare dalla memoria, così deve anche tradursi in senso di responsabilità. No,non del tipo storico, quell’unico senso di responsabilità, molto debole, espresso nei processi mediatici di Norimberga o simili. Dopo la guerra, solo una frazione di un punto percentuale degli assassini fu sottoposta a giudizio, ben al di sotto della soglia dell’errore statistico. Non è il tipo di responsabilità che intendo. E neanche lo è la stigmatizzazione storica ed eterna della Germania, dell’Austria e dei loro vili complici. Mi sto riferendo ad una responsabilità che è vostra e che è mia, oggi. Perché sapete cosa accadde, conoscete i fatti e il loro significato, potete testimoniare al massimo livello cosa sia il vostro dovere. E qui abbiamo il problema più grande. Non ci piace dover prendere impegni. Oggi coloro che visitano Auschwitz provano a capire come si è arrivati a quest’inferno sulla terra, questo ‘anus mundi’. Maledicono chiunque non sia riuscito a fare tutto il possibile per impedire che accadesse, per opporsi. Camminando tra le recinzioni di filo spinato, si sentono vicini alle vittime. Vedendo le torrette di guardia tremano per l’empatia. A volte piangono, e non si può dubitare che le loro lacrime siano sincere. E poi tornano a casa. Qualche settimana più tardi,a cena, nel calore e nella sicurezza della loro casa, vedranno immagini in diretta di un genocidio in Africa o di una guerra civile in Sud America, di attacchi razzisti o di slogan antisemiti in uno stadio di calcio in Europa, e continueranno a cenare. Non è affar loro. Non è il loro mondo. Non li riguarda. E’ compito dei servizi segreti, dei caschi blu,delle forze della pace. Come ho già scritto, è nella mancanza di reazione nelle nostre case che vediamo la vera tragedia. Qui arriviamo al massimo grado di vicinanza a ciò che rese la Shoah possibile, a ciò che la rese fattibile. Qui tocchiamo l’autorizzazione diretta all’assassinio. Gli esecutori concreti dell’assassinio sono altri, ma gli omicidi possono essere compiuti solo se non c’è una vera opposizione. Tornando da Auschwitz,non molto tempo prima, quelli stessi visitatori si erano chiesti perché ci stati, tutto sommato, così pochi giusti tra le Nazioni. Eppure quando delle persone come Irena Sendler- che trasportava di nascosto centinaia, migliaia di bambini dal ghetto di Varsavia – hanno rischiato molto di più di quanto loro rischierebbero se salvassero anche un solo di quei bambini condannati alla morte per inedia o genocidio che osservano sugli schermi dei televisori, cenando. Questa è la responsabilità alla quale mi sto riferendo. Una responsabilità che è decisamente tangibile. Quando dico queste cose ai giovani, e spiego loro che non si tratta di un problema filosofico, di un’analisi antropologica del comportamento umano o di un tema per un seminario di sociologia e psicologia, ma è un problema di scottante attualità, una questione di vita e di morte, mi guadano stupefatti, come se fossero stati svegliati di colpo da un piacevole sogno ad occhi aperti. […]
Tutte queste persone si sono chieste perché all’epoca il mondo non fosse riuscito a reagire. E oggi nessuno di loro – o almeno quasi nessuno reagisce. […]
Quando dico queste cose a chi mi ascolta, mi sento spesso chiedere:’Ma cosa potrei fare io oggi, di preciso?’. E rispondo:’Non pensare a livello globale. Non affrontare il male nella sua totalità. Non illuderti che sia sufficiente prendere una posizione,denunciare pubblicamente un tiranno totalitario. Questo potrebbe al più irritare il tiranno, ma certo rovinare il senso di benessere del tiranno non è l’obbiettivo principale. Non è questa la preoccupazione principale degli individui che stanno per morire, o i cui figli moriranno presto tra le loro braccia. I Giusti tra le Nazioni non scrivevano lettere di protesta contro Hitler. Non focalizzarti a combattere la causa alla radice. Sii minimalista. Aiuta una persona. Solo una. Puoi sempre farlo. Fallo adesso.’ E poi di solito cala il silenzio. A dispetto della memoria e, almeno in parte, della consapevolezza, con la responsabilità continuiamo ad avere un grande problema collettivo. Le persone continueranno a morire, quasi tra le nostre stesse braccia..”(pag118-127 , non c’è una fine, ed. Bollati Boringhieri).
Sistema di codifica dei contrassegni
Il sistema di codifica dei contrassegni serviva a classificare i prigionieri, generalmente in base a gruppi creati sulla base dei motivi dell’arresto. Simboli erano in stoffa, affibbiati sulla divisa, definita dai prigionieri Zebra a causa delle strisce chiare e scure alternate: sulla casacca, all’altezza del petto, sulla sinistra, e sui pantaloni, all’altezza della coscia destra. I criteri per l’identificazione degli internati variavano però a seconda dei luoghi di detenzione, e del trascorrere del tempo. L’assegnazione di un prigioniero a una categoria dipendeva in ogni caso dall’arbitrio della Gestapo; le suddivisioni si confusero e persero poi di valore con l’aumentare dei deportati da molti paesi, e con il progressivo sgretolamento del Terzo Reich.
Triangoli colorati Tabella dei contrassegni diramata nel 1940 e nel 1941 a tutti i comandanti dei KL.
Un triangolo giallo, o una Stella di David, Judenstern, costituita da due triangoli di colore giallo appositamente sovrapposti, identificava i prigionieri ebrei;
un triangolo di colore rosso, rot, identificava i prigionieri politici, politischer Vorbeugungshäftling, arrestati per “fermo protettivo”, Schutzhaft, un pretesto per internare gli oppositori al nazionalsocialismo. Erano denominati Roter secondo la lingua del lager di Mauthausen. Identificava, fra gli altri, i massoni e i sacerdoti antifascisti o considerati tali;
un triangolo di colore marrone identificava i prigionieri zingari. Erano denominati Brauner secondo la lingua del lager di Mauthausen;
un triangolo di colore nero identificava gli asociali, Asoziale. Erano denominati Aso secondo la lingua del lager di Mauthausen. I nazisti ritenevano che fossero da considerare quali asociali, fra gli altri, i vagabondi, gli etilisti, i malati di mente, le prostitute, le lesbiche, gli zingari. Alcuni prigionieri contrassegnati dal triangolo nero svolsero il ruolo di Kapo;
un triangolo di colore viola identificava i testimoni di Geova, i “ricercatori della Bi
bbia”, Bibelforscher, detti anche “i viola”, die Violetten; un triangolo di colore rosa identificava i prigionieri maschi omosessuali, internati sulla base del Paragrafo 175. Erano denominati Rosaroter, secondo la lingua del lager di Mauthausen; un triangolo di colore blu identificava gli emigrati, Emigranten. Si trattava di fuoriusciti dalla Germania in quanto oppositori antinazisti, rientrati perché richiamati con la frode, o per la minaccia di ritorsioni nei confronti dei loro familiari. Nel lager di Mauthausen i triangoli blu erano attribuiti ai prigionieri politici spagnoli; un triangolo di colore verde identificava i delinquenti comuni,che generalmente svolgevano il ruolo di Kapo.
Seminario specifico per docenti ed educatori di ogni ordine e grado scolastico
e coeducazione con alunne/i rom
Attenzioni, sguardi, distanze, prospettive di inclusione nella scuola pubblica

03-FEBBRAIO -2018  SEMINARIO DI FORMAZIONE DOCENTI ED EDUCATORI
Cesp – Centro studi per la scuola pubblica
Sede di Bologna, Via San Carlo, 42
cespbo@gmail.com www.facebook.com/cespbo/
Giornata nazionale di formazione in collaborazione con Scuola di Pace di Monte Sole
Percorsi di scolarizzazione
e coeducazione con alunne/i rom
Attenzioni, sguardi, distanze, prospettive di inclusione nella scuola pubblica
Bologna, Sabato 3 febbraio 2018 ore 9.00 – 13.30
presso l’I.C.1 “G. Dozza” via De Carolis 23 – Bologna

Programma del seminario

ore 9-11 la condizione scolastica di Rom e Sinti nella scuola italiana dell’obbligo
Matteo Vescovi: Presentazione della giornata e della mostra sul Porrajmos
Gabriele Roccheggiani: Escludere includendo. Teorie e pratiche socio-educative nelle classi speciali “Lacio-Drom”
Dimitris Argiropoulos: La co-gestione delle differenze culturali e la pedagogia dell’Accoglienza nella scuola. Mediazioni, per esplorare creare e gestire relazioni e apprendimenti scolastici in una prospettiva inclusiva.
Pausa
ore 11.30-13.30 esperienze didattiche tra stereotipi, domande e buone o cattive prassi
Elena Bergonzini: “La memoria e i dimenticati”, laboratorio didattico a cura della Scuola di pace di Monte Sole.
Condivisione, rielaborazione e discussione delle esperienze educative e didattiche dei partecipanti.
Per le iscrizioni scrivere a cespbo@gmail.com

Per gli interventi nel laboratorio didattico
Nella seconda parte della mattina ci sarà anche un momento dedicato allo scambio di esperienze didattiche tra collegh*. Chiediamo quindi a chi ha esperienze con alunne/i Rom e Sinti maturate in classe o nella propria vita personale e professionale di arricchire con il suo racconto il laboratorio.
Chi vuole contribuire deve inviare a cespbo@gmail.com entro il 20 gennaio 2018 il titolo e un breve abstract dell’intervento (massimo una pagina) in cui descrive il grado scolastico in cui si è intervenuto, le problematiche educative di partenza, le caratteristiche della scelta didattica operata, gli eventuali aspetti problematici ancora irrisolti.
Presentazione del seminario di formazione

Esiste una specificità nelle attuali condizioni di inserimento e di successo formativo degli alunni Rom e Sinti nella scuola dell’obbligo italiana?
Quali sono gli elementi di una certa problematicità che investe i percorsi di scolarizzazione degli alunni rom provenienti da varie comunità (rom e/o sinti) e che interessa particolarmente gli alunni provenienti da una situazione abitativa di “campi nomadi”?
Come collegare la scuola alle condizioni di vita degli alunni e come finalizzare relazioni e apprendimenti scolastici ad una possibile mobilità sociale?
Il seminario di studi organizzato dal CESP (Centro Studi scuola pubblica) si propone l’obiettivo di restituire ai partecipanti degli strumenti critici per rispondere a queste domande a partire dalle difficoltà vissute e constatate quotidianamente nelle comunità romanì e nella scuola.
Una particolare attenzione sarà dedicata anche alle risposte che la scuola della Repubblica italiana ha elaborato nel tentativo di raggiungere l’obiettivo dell’integrazione e alle contraddizioni che queste proposte hanno generato, dalle classi differenziali degli anni 60 alla classificazione degli alunni con BES (Bisogni Educativi Speciali) di oggi.
La seconda parte del corso, utilizzando metodologie di tipo laboratoriale e il confronto tra le esperienze personali, sarà dedicata all’analisi di situazioni problematiche e alla elaborazione di possibili percorsi didattici ed educativi, volti sia a decostruire gli stereotipi negativi e positivi nei confronti delle minoranze “zingare”, sia a suggerire proposte di interventi didattici che possano davvero favorire il successo formativo di questi alunni e alunne.

Esperienze a confronto
A questo scopo, vorremmo che questa seconda parte si configurasse anche come un momento di scambio di esperienze. Perciò ci sarà la possibilità di mettere in comune le pratiche didattiche e l’occasione per confrontarsi. Chiediamo quindi a chi ha esperienze con alunne/i Rom e Sinti maturate in classe o nella propria vita personale e professionale di arricchire con il suo racconto il laboratorio. Chi vuole partecipare deve inviare il titolo e un breve abstract dell’intervento (massimo una pagina) in cui descrive il grado scolastico in cui si è intervenuto, le problematiche educative di partenza, le caratteristiche della scelta didattica operata, gli eventuali aspetti problematici ancora irrisolti. Le proposte vanno inviate a cespbo@gmail.com entro il 20 gennaio 2018. I partecipanti avranno in anticipo la raccolta degli abstract e gli autori avranno 10 minuti per illustrare la loro esperienza.


Mostra: “Porrajmos: lo sterminio dimenticato degli zingari”
Durante la giornata verrà presentata la mostra “Porrajmos: lo sterminio dimenticato degli zingari” allestita all’interno della scuola media Dozza dal 20 gennaio al 10 febbraio, ma disponibile per eventuali altri allestimenti all’interno delle scuole. La mostra nelle nostre intenzioni vuole essere un’occasione per parlare con gli alunni e le alunne della condizione di marginalizzazione e persecuzione delle popolazioni “zingare” d’Europa.

Informazioni sugli interventi e sui relatori

Titolo:
La co-gestione delle differenze culturali e la pedagogia dell’Accoglienza nella scuola.
Mediazioni, per esplorare creare e gestire relazioni e apprendimenti scolastici, in una prospettiva inclusiva.

Abstract:
“Gli zingari culturalmente differenti sono percepiti e disegnati come “persone di origine nomade” da riadattare per includerli nel resto della società. Una volta oggetto di riadattamento, sono percepiti e disegnati come disadattati e il loro disadattamento si attacca all’immagine che si fa di loro. Il condannabile è immaginato e come tale è condannato. E come condannato è forzatamente condannabile e lo resta. Il discorso è chiuso, ma non l’interrogativo che lo riguarda.” Jean Pierre Liégeois

I rom in situazione abitativa di campo “nomadi” vivono una speciale condizione di apartheid e la loro condizione umana è sminuita nonché segnata dalla separazione, dalla descrizione negativa, dalle discriminazioni, dall’isolamento e dall’estrema povertà economica e relazionale.
Questa popolazione affronta il paradosso, l’ossimoro, di considerare un messaggio altamente contraddittorio: è “invitata” dalle istituzioni, centrali e/o locali, attraverso abbandoni, sgomberi, violenze ma anche attraverso leggi, regolamenti, tutele ad abitare nei campi e nello stesso tempo e dalle stesse istituzioni, è “invitata” ad inviare i loro figli e figlie alla scuola impostata sul modello inclusivo (si proclama tale). All’esclusione abitativa e di vita si contrappone l’inclusione scolastica. Di conseguenza i rapporti con la scuola presentano una certa criticità costituita da abbandoni, conflitti, malintesi, avversità, che si estende agli apprendimenti disegnati e vissuti come difficili e talvolta impossibili, di fatto a-storici, non contestualizzati, costrittivi, che cristallizzano, oggettivandone la presunta ineducabilità, gli alunni/e rom.

Relatore: Dimitris Argiropoulos
Docente dell’Università di Parma, insegna Pedagogia speciale ed Educazione Interculturale.

Titolo:
Escludere includendo. Teorie e pratiche socio-educative nelle classi speciali Lacio Drom

Abstract
” A causa della sua cultura lo zingaro è in ritardo, è un bambino che deve essere aiutato a crescere, a recuperare il suo gap” (Mirella Karpati)

L’inclusione scolastica delle minoranze rom e sinti in Italia coincide per circa un ventennio (anni ’60-’80) con le classi speciali Lacio Drom, con l’effetto paradossale di rafforzare la rappresentazione di questa popolazione come esterna a quella italiana. Tale politica educativa nasce da un combinato di saperi, esperti psico-pedagogici e istanze istituzionali, la cui genealogia e articolazione offre ancora uno sguardo dialettico sul presente.

Relatore: Gabriele Roccheggiani
Dottore di ricerca in Sociologia presso l’Università di Urbino Carlo Bo.
Docente di Storia e Filosofia presso il Liceo artistico Edgardo Mannucci di Ancona.


Titolo: “La memoria e i dimenticati”

Abstract
Ogni memoria istituzionale, di comunità, familiare, è il risultato di scelte: si sceglie cosa ricordare e cosa tralasciare. Lo scopo di questa attività laboratoriale è stimolare una riflessione sui meccanismi che guidano queste scelte e su come stereotipi e pregiudizi radicati possano esserne sia la causa che il prodotto.

Conduce il laboratorio:
Elena Bergonzini, educatrice della Scuola di Pace di Monte Sole.
Per le iscrizioni scrivere a cespbo@gmail.com

Promuove Comunimappe e Casa del Popolo venti pietre in cooperazione con Enmadrid Otraitalia, Amirs, Cesp, Anpi -Mario Ventura -. di Santa Viola, Frequenze partigiane, Rete Ivan Ilich, Smaschieramenti -Babs-ex Atlantide sgomberato, Centro sociale Lazzaretto.
QUESTI GIORNI DI MEMORIA DAL 20 GENNAIO AL 10 FEBBRAIO 2018 NON SAREBBERO STATE POSSIBILE SENZA LA COOPERAZIONE ATTIVA E DAL BASSO E LA CONCATENAZIONE DELLE MOLTE SINGOLARITA’ COMUNI PRESENTI NELLA NOSTRA CITTA’
PINO DE MARCH PER CONTRADE SOLIDALI ROM, SINTI E GAGI DI COMUNIMAPPE
Contatti: comunimappe@gmail.com
Informazioni blog: comunimappe.blogspot.com

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