autopoieticene : tempo di nuovi paradigmi, di nuove visioni di mondi di vita eco-poetica-sociale, di transculturazioni e nuove pratiche di relazioni liberazione intersezionali e trans-femministe (tra classi subalterne della produzione e della riproduzione).

In questa tragica età di Capitali predatori di mondi di vita(il capitalcene) e di tossica esistenza autodistruttiva umana (l’antropocene) dominata da paradigmi secolari euro-antropocentrici,dualismi cartesiani e relazioni umane narcisiste,utilitariste e liberiste a cui s’accompagnano sintomatiche manifestazioni apococalittiche e pestilenzilali:emozionali (populista,nazi-fascio-elettronica, fanatismi ed autodistruzioni “creative”), climatiche (ghiacciai millenari che si sciolgono, foreste native che bruciano,uragani e tempeste che si moltiplicano e s’abbattono come scure sue paesi e foreste, deserti che avvanzano,cavalette che divorano tutto ciò che incontrano di vegetale ) a pandemie virali (ebola,sars e altre silenti) e migrazioni ed esodi epocali),umane crisi di presenza che determina il disconoscimento di mondi e significati, la polarizzazione schizo-paranoniede tra grammatiche e sintassi digitali e semantiche relazionali umane e neo-umane.

SOLO

la poesia riflessiva singolare e comune , la ricerca attiva di significati, le culture umaniste (post-antropocentriche e post-coloniali) e le scienze (non dualiste) e non asservite ai sistemi dominanti, i nuovi saperi sociali forgiati nei nuovi conflitti e attraversati dalle maree di liberazione possono immaginare nuova era planetarie Costituente-Terra e Comune Cooperazione tra tutti gli esseri viventi : nuove sensibilità e alleanze tra umani, non umani ed artefatti (ed enunciare l’autopoieticene, emergente concetto per mutati affetti e percezioni terrestri ).


ETIMOLOGIA:

Antropocene coniuga la parola greca “antropos” con il suffisso “cene” che proviene dal greco kainos, con il significato di “nuovo”o “recente”, per suggerire l’ingresso in una nuova epoca dominata dall’attività umana.
Poieticene:

Coniuga invece la parola greca “poietikos”,derivata da poiesis, o ciò che viene creato attraverso l’attività poietica dell’élan vital(lo slancio vitale)dell’immaginale umano e sociale ed il suffisso “cene” che proviene dal greco kainos, con il significato di “nuovo” e “recente”, per suggerici invece l’ingresso in una nuova era di ricerca critica e di azione di corpi terrestri di liberazione contro tutte le forme di dominazione che si presentano complesse, non banalizzabili o semplificabili, di diversa intensità, trasversalità ed intersezionalità, nell’invisibilità di duplici, triplici o quadruplici oppressioni o sfruttamenti (di classi, culture, generi ed algoritmi-postumani). I significanti di nuovo sono importanti per rendercele visibili , nominarle ed orientarci ed innanzitutto per ricercare nuovi significati, stili e forme di vita che intrecciano il vivente (i molteplici mondi di vita) sempre singolari e sempre comuni.

E per contestare le tesi negazioniste “che il riscaldamento globale attuale è parte della naturale variabilità climatica” non alcun significato scientifico.

“Le persone che liquidano con sufficienza il cambiamento climatico spesso affermano che il riscaldamento della terra è solo parte di una “variabilità naturale del clima”. Però uno studio pubblicato a luglio 2109 su “Nature” (la più importante rivista scientifica) ha messo a tacere questa argomentazione. Gli autori hanno mostrato che nei 2000 anni passati, gli anni caldi e quelli freddi, si sono intervallati regolarmente e che addirittura i periodi più caldi e più freddi sono avvenuti solo in aree circoscritte e in un momento specifico, ma in tutto il globo simultaneamente. Il riscaldamento attuale, al contrario, sta avvenendo nel 98% del pianeta, contemporaneamente, dal 1900 circa fino ad oggi. “Ed è del tutto differente”, afferma Raphael Neukom dell’Università di Berna, in Svizzera, che ha diretto la ricerca. Tutte le regioni del Pianeta si stanno riscaldando senza sosta all’unisono(simultaneamente e di uguale intensità).
Mark Fischietti

Le Scienze – edito a novembre 2019

Antropocene -termine coniato dal premio nobel per la chimica atmosferica Paul Crutzen per definire l’era geologica in cui l’ambiente terrestre, inteso come insieme delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche in cui si svolge ed evolve la vita è fortemente condizionato a a scala sia locale che globale dagli effetti delle attività umane. In questo periodo l’impatto degli umani sugli ecosistemi si è progressivamente incrementato….traducendosi in alterazioni sostanziali degli equilibri naturali (scomparsa delle foreste tropicali e riduzione della biodiversità, occupazione di circa il 50% delle terre emerse, sovra-sfruttamento delle acque, uso massiccio dei fertilizzanti sintetici in agricoltura ed emissioni di grandi quantità di gas serra in atmosfera ecc..).
ANTROPOCENE O CAPITALOCENE? SULLE ORIGINI DELLA NOSTRA CRISI
(Parte I: estratto dall’ecologia e l’accumulazione del capitale ).
Jason W. Moore
Quando e dove è iniziata la relazione moderna dell’umanità con il resto della natura? La domanda ha acquisito nuova importanza con la crescente preoccupazione dell’opinione pubblica per l’accelerazione del cambiamento climatico. Negli ultimi dieci anni, una risposta a questa domanda ha affascinato sia il pubblico accademico che quello popolare: l’Antropocene.

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l’autore
Jason W. Moore storico dell’ambiente e docente di economia politica presso il Dipartimento di sociologia della Università di Binghamton negli Stati Uniti, è membro del Comitato esecutivo del Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems and Civilizations. Capitalism in the Web of Life: Ecology and the Accumulation of Capital (Verso, 2015) è uno dei suoi ultimi lavori. Per i nostri tipi: Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato (2015).
È, nella frase adatta di Paul Vooser, “un argomento racchiuso in una parola” (2012).
Ma che tipo di argomento è? Come per tutti i concetti di moda, l’Antropocene è stato oggetto di un ampio spettro di interpretazioni. Ma uno è dominante. Questo ci dice che le origini del mondo moderno si trovano in Inghilterra, proprio verso l’alba del XIX secolo (Crutzen and Stoermer, 2000; Crutzen, 2002; Steffen, Crutzen e McNeill, 2007; Steffen, et al , 2011a, 2011b; Chakrabarty, 2009; Davis, 2010; Swyngedouw, 2013). La forza motrice dietro questo cambiamento epocale? In due parole: carbone e vapore. La forza trainante dietro carbone e vapore? Non di classe. Non capitale. Non imperialismo. Neanche la cultura. Ma … hai indovinato, gli Anthropos . L’umanità come un tutto indifferenziato.
L’Antropocene è una storia facile. Facile, perché non sfida le disuguaglianze, l’alienazione e la violenza naturalizzate inscritte nelle relazioni strategiche della modernità di potere, produzione e natura. È una storia facile da raccontare perché non ci chiede di pensare a queste relazioni. Come metafora per comunicare il significativo – e crescente problema – posto dalle emissioni di gas serra e dai cambiamenti climatici, l’Antropocene deve essere accolto con favore. Ma l’argomento antropocenico va ben oltre. Per Will Steffen e i suoi colleghi (2011b), la grande ispirazione concettuale per le loro analisi della nostra congiuntura attuale – e come siamo arrivati a questo sfortunato stato di cose – non è Darwin o Vernadsky, ma Malthus. Il loro antropocene è quello in cui le crisi odierne sono inquadrate e spiegate dai panorami neomalthusiani della scarsità di risorse (picco di tutto) e della popolazione in aumento.
Da questo punto di vista, potremmo fare tutti un po ‘di tempo per fare un passo indietro e chiedere: l’argomento antropocenico oscura più di quanto illumini?
Quasi certamente. Soprattutto, l’argomento antropocenico oscura e relega al contesto, le relazioni effettivamente esistenti attraverso le quali donne e uomini fanno la storia con il resto della natura: le relazioni di potere, (ri) produzione e ricchezza nella rete della vita.

il libro

ANTROPOCENE O CAPITALOCENE?

Sulle origini della nostra crisi: di J.Moore
Che i drammatici cambiamenti climatici degli ultimi decenni siano dovuti alle emissioni antropogeniche di gas serra è un fatto acclarato, che non suscita serie controversie se non da parte di qualche sparuta setta negazionista. Quali siano le conseguenze di tale situazione è invece oggetto di discussione. Sempre più spesso si sente parlare, nei circoli accademici ma anche sui mass media, di “Antropocene”. Il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, che ha coniato il termine, intende con esso una nuova era geologica in cui le attività umane sono diventate il fattore determinante, decretando così la fine dell’Olocene. L’umanità come un tutto indifferenziato (e colpevole) da un lato, l’ambiente incontaminato (e innocente) dall’altro.
Jason W. Moore rifiuta questa impostazione e parte dal presupposto che l’idea di una natura esterna ai processi di produzione non sia che un effetto ottico, un puntello ideologico su cui si è appoggiato il capitalismo. Al contrario, il concetto di ecologia-mondo rimanda a una commistione originaria tra dinamiche sociali ed elementi naturali che compongono il modo di produzione capitalistico nel suo divenire storico, nella sua tendenza a farsi mercato mondiale. Il capitalismo non ha un regime ecologico, è un regime ecologico. Sfruttamento e creazione di valore non si danno sulla natura, ma attraverso di essa – cioè dentro i rapporti socio-naturali che emergono dall’articolazione variabile di capitale, potere e ambiente. Si tratta dunque di analizzare la forma storica di questa articolazione – ciò che Moore chiama “Capitalocene”: il capitale come modo di organizzazione della natura – per fronteggiare l’urgenza dei disastri ambientali che ci circondano.

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Per un’eco-sociale autopoieticenica

L’ecologia sociale ritiene che una visione ecologica della società permetta di escludere ogni tipologia di sfruttamento e di dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura. Scrive Bookchin:
« …quando la natura può essere concepita o come uno spietato mercato competitivo, o come creativa e feconda comunità biotica, ci si aprono davanti due correnti di pensiero e di sensibilità radicalmente divergenti, con prospettive e concezioni contrastanti del futuro dell’umanità. Una porta ad un risultato finale totalitario e antinaturalistico: una società centralizzata, statica, tecnocratica, corporativa e repressiva. L’altra, ad un’alba sociale, libertaria ed ecologica, decentralizzata, senza Stato, collettiva ed emancipativa.».
L’individuo è quindi collocato all’interno del tutto («visione olistica dell’universo»), al di là di ogni visione antropocentrica della natura, caratteristica di quasi tutte le discipline sociali, che di par suo ha favorito lo sviluppo dell’idea di dominio e dell’oppressione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.
L’antropocentrismo tende a rappresentare l’universo come oggettivamente gerarchico e autoritario, quindi necessariamente da dominare e “piegare” al volere umano. Ciò non è mai senza conseguenze, come ribadisce ancora Bookchin:
«Quest’immagine totalizzante di una natura che deve essere domesticata da un’umanità razionale, ha prodotto forme tiranniche di pensiero, scienza e tecnologia – una frammentazione dell’umanità in gerarchie, classi, istituzioni statuali, divisioni etniche e sessuali. Ha promosso odi nazionalistici, avventure imperialiste, e una filosofia della norma che identifica l’ordine con dominazione e sottomissione. La realtà, come vedremo, è diversa, una natura concepita come “gerarchica”, per non parlare degli altri “bestiali” e borghesissimi caratteri che le si attribuiscono, riflette solamente una condizione umana in cui il dominio e la sottomissione sono fini a se stessi e mettono in questione la stessa esistenza della biosfera»

Autopoiesi

Intorno al 1972, Humberto Maturana e Francisco Varela elaborano il concetto di autopoiesi, termine coniato unendo le parole greche auto (se stesso) e poiesis (creazione, produzione).

Il concetto è così definito da Varela:

“Un sistema autopoietico è organizzato come una rete di processi di produzione di componenti che produce le componenti che: attraverso le loro interazioni e trasformazioni rigenerano continuamente e realizzano la rete di processi che le producono e la costituiscono come un’unità concreta nello spazio in cui esse esistono, specificando il dominio topologico della sua realizzazione in quanto tale rete”

In sintesi un sistema autopoietico è un sistema che ridefinisce continuamente sé stesso ed al proprio interno si sostiene e si riproduce.

Maturana e Varela sono i primi a riconoscere l’autorganizzazione quale discriminante tra vivente e non vivente.

Referente comunimappe: pino de march

Per comunicazioni:comunimappe@gmail.com

per ricerc-azioni dettagliate:www.comunimappe.org


per

Pino de March – dipartimento alla terra di comunimappe

info: comunimappe@gmail.com

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