IL FLOP DI TUTTO L’ARCO ANTICOSTITUZIONALE

Il sindaco di Bologna, la diocesi cattolica e tutte le autorità religiose non solo cittadine, l’economista Zamagni, Prodi, Matteo Renzi e tutto il pd, il pdl, il papa, l’intero arco che una volta si chiamava costituzionale e che oggi marcia contro la Costituzione ha dato indicazione per smentire ciò che dice l’articolo 33 ed hanno perso. 
Un gruppo di genitori, partiti dall’indignazione nel vedersi esclusi dal diritto di accesso per i propri bambini alle materne pubbliche, è riuscita ad aggregare forze politiche e sociali e portare dentro le urne referendarie più votanti della grande coalizione di cui sopra.
Il referendum di Bologna, consultazione popolare prevista dallo statuto comunale, chiedeva senza ambiguità di esprimersi su come utilizzare le risorse pubbliche dedicate all’istruzione. Poteva essere solo un esercizio di democrazia diretta, poteva anche vedere su diverso fronte soggetti politici di uguale appartenenza, poteva dare un contributo su come si amministrano le risorse in maniera condivisa e aprire ad una partecipazione delle realtà sociali più interessate alla questione. Ed invece si è risolto tutto sul piano delle contrapposizioni, si è buttata “in politica” l’intera faccenda portandola all’attenzione nazionale, si sono cercate vittorie dal sapore disperatamente confermativo di tutto l’insieme delle intese larghe, dalle forze politiche alla chiesa universale. Questa mole mastodontica è riuscita a mobilitare un numero di cittadini misero, ed ora si schermisce e vorrebbe mettere in carico anche coloro che a votare non sono andati. Mentre i vincitori, il 60% dei votanti ha dato indicazione con il dettato dell’articolo 33, dovrebbero sentirsi perdenti. 
Mettiamo in chiaro una faccenda che lo stesso Prodi ha rilevato: a votare sono andati tutti coloro interessati alla questione. Sono andati a votare le famiglie con figli in età scolare, le suore e il personale religioso, gli incalliti portatori dell’ideologia di ciascuno dei fronti. I primi han votato rivolti al fatto concreto (i figli da mandare a scuola senza doversi impiccare) i secondi han votato per salvare i soldi pubblici che ricevono annualmente (sfido chiunque a rinunciare senza battersi al dio denaro) e infine i terzi han votato per marcare il piano delle idee di entrambe le schiere.
Hanno votato per l’opzione A oltre cinquantamila persone, per la B trentacinquemila. Chi ha vinto?

Il referendum è un modo per raccogliere l’opinione dei cittadini. Ci sono questioni che riguardano tutti, problematiche settoriali che per la loro tecnicità non raccolgono l’attenzione di molti, domande rivolte in maniera incomprensibile, decisioni che viaggiano più nelle convenienze che nell’interesse pubblico, scelte che vanno ben oltre i limiti propri del problema posto. Quello che deve sopravvivere alle competizioni tra idee è il metodo con cui si raccoglie l’orientamento generale. Chi non vota ha semplicemente rinunciato a dire la sua, non lo si può tirare da una parte o dall’altra (sempre dalla parte di chi perde, chissà perché). Per migliorare la pratica del referendum, oltre ad abolire il quorum, si dovrebbe evitare l’utilizzo di argomenti e di logiche esterne al quesito. Probabilmente, come diceva Simon Weil, bisognerebbe prima abolire i partiti politici e poi dare corso alla libera fluttuazione degli schieramenti a seconda del problema posto.
«La conclusione è che l’istituzione dei partiti sembra proprio costituire un male senza mezze misure. Sono nocivi nel principio, e dal punto di vista pratico lo sono i loro effetti. La soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro. E’ perfettamente legittima nel principio e non pare poter produrre, a livello pratico, che effetti positivi. I candidati non direbbero agli elettori: “Ho quest’etichetta” – il che dal punto di vista pratico, non spiega rigorosamente nulla al pubblico sul loro atteggiamento concreto relativo a problemi concreti – ma: “Penso tale, tale e tale cosa riguardo a tale, tale e tale grande problema”. Gli elettori si assocerebbero e si dissocerebbero secondo il gioco naturale e mobile delle affinità. […] Questa soppressione estenderebbe la propria virtù di risanamento ben al di là degli affari pubblici, perché lo spirito di partito è arrivato a contaminare ogni cosa. In un paese le istituzioni che determinano lo svolgersi della vita pubblica influenzano sempre la totalità del pensiero, a causa del prestigio del potere. Siamo arrivati al punto da non pensare più, in nessun ambito, se non prendendo posizione “pro” o “contro” un’opinione e cercando argomenti che, secondo i casi, la confutino o la supportino.»
(da: “Manifesto per la soppressione dei partiti politici” – Simon Weil).

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