TASSE DEBITI E ALTRE AMENITA’

Perché si pagano le tasse? Esiste una relazione tra tasse e debiti? A queste domande dare una risposta semplice è impossibile. Tante strade si aprono appena si prova a riflettere.
Le tasse si pagano perché in cambio si hanno dei servizi; così viene spiegata comunemente la questione. Con le tasse però si paga anche il debito pubblico, anzi, con l’aria che tira ai nostri giorni la tendenza è quella di pagare prima il debito e poi con le rimanenze far fronte ai servizi. E siccome di soldi c’è ne sono sempre meno, i servizi come istruzione e sanità si riducono qualitativamente. Di questo passo, se la logica ha ancora cittadinanza, e considerando l’accettazione supina della classe dirigente del concetto di debito composto o anatocismo, il destino già segnato è il fallimento sociale. 
Vediamo di dare uno sguardo alle nostre spalle. Nelle città stato dell’antichità si poteva finire facilmente schiavi per debiti. Da uomini liberi a schiavi il passo avveniva perché un individuo incominciava a non avere più la capacità di rimborsare il proprio debito. Ad esempio, un contadino poteva essere costretto da un’annata difficile a chiedere un prestito, se negli anni successivi aveva messi ricche, tutto si risolveva, ma se per qualche motivo si presentavano altre annate dannate dalla siccità, allora era facile entrare nel circuito infernale dei debiti insoluti che aumentano inesorabilmente. Lo stesso può dirsi di un commerciante o di un possidente che per vari motivi si trova in difficoltà e costretto a chiedere un prestito. Tutto ciò, se reiterato e generalizzato per un gran numero di cittadini, poteva portare alla dissoluzione di quella società. Infatti il contadino che si vedeva in difficoltà, difronte alla prospettiva di finire schiavo, preferiva smettere di coltivare, abbandonare in tempo il suo terreno e darsi alla macchia, magari affiliandosi a qualche banda che scorrazzava nelle aree impervie o nelle foreste, la conseguenza era che aumentavano i campi incolti. Il passaggio dalla civiltà alla barbarie in questo caso, se la faccenda dei debiti diventava generalizzata, era inevitabile. Aumentando il numero di cittadini che finivano schiavi e incrementandosi il numero di bande dedite al delitto e alla rapina, non poteva che aversi il disfacimento di quello che con molta fantasia è stato chiamato “contratto sociale”. La soluzione era quella di “metterci una pietra sopra”; periodicamente i debiti dei privati venivano azzerati, così molti briganti per necessità potevano tornare alle loro campagne e coltivarle, con il vantaggio per la collettività e la sola perdita di un singolo usuraio.

Nel passato, rimaniamo sul generico e ipotizziamo solo un’epoca grosso modo contemporanea alla storia di Roma (700 a.c. – 400 d.c.), per costituire e mantenere un esercito vi erano enormi difficoltà. Per potersi permettere un esercito, cioè avere a disposizione ad esempio ventimila uomini armati, ad un monarca era necessario destinare almeno altrettanti occupati al loro mantenimento. Diversamente un esercito poteva ripagarsi e dunque riprodursi con il diritto di saccheggio concesso a loro da chi li assoldava. Ma il saccheggio, a parte le violenze e gli stupri e l’immediato banchetto successivo alla battaglia, voleva dire portarsi dietro animali e cose piuttosto ingombranti; a meno che non si trattasse di metalli ed oggetti preziosi. Vi era un modo molto semplice per ovviare a queste difficoltà: pagare un esercito di mercenari direttamente con una moneta con il conio del re. Il sistema trovava il suo equilibrio nel momento che quest’ultimo accettava la moneta come modalità per pagare le tasse; questo permetteva al re di stipendiare l’esercito che a sua volta poteva rifornirsi tranquillamente e senza altre questioni logistiche di tutto il necessario dalla popolazione. Cosa ci dice questo? Che emettendo una moneta e accettandola come pagamento delle tasse era possibile costituire un esercito. La forma primordiale dello stato si completava in un potere in mano a pochi, un esercito e un territorio sottoposto all’autorità (ma anche alla protezione). Inoltre, e non è secondario, si avviava una forma di mercato, dove tutti, e non solo gli stipendiati militari, si scambiavano merci e servizi con la stessa moneta circolante. Forse il re non aveva pensato a questa seconda conseguenza, ma ciò non significa nulla. Le faccende che noi consideriamo storiche, in fondo, sembra che siano frutto di un misto di casualità e contingenza; si mischia sempre, nelle dinamiche umane, un poco di caos con la determinazione di qualcuno. Quello che poi avviene a volte è prevedibile, a volte no.
Supponiamo che in un territorio vi sia uno stato un tantino assente (tanto per rendere più credibile il tutto immaginiamo un’isola di forma triangolare) dove alcuni, che si sono costituiti in gruppo e sono disposti ad usare la forza, impongano il pagamento di un pizzo. Questi signori del pizzo, con la ricchezza accumulata dovranno pur fare qualcosa, anche se inizieranno con il migliorare la propria qualità della vita, facendosi costruire piscine e carrozze, avranno comunque redistribuito quanto estorto alla collettività ad artigiani e portatori d’acqua. Avranno inoltre questi signori la necessità di reperire gli artigiani competenti se non ci sono in loco. Forse dovranno mandare i loro figli a studiare, per poi erigere scuole dove formare quelli che dovranno costruire gli oggetti e quanto serve perché sia resa la loro esistenza gradevole. In tutti questi casi avranno comunque stimolato la nascita di un mercato, avranno acceso il motore che strapperà dalla tendenziale inerzia gli individui. 
Può sembrare questo un discorso che legittima le associazioni malavitose e sminuisce l’autonoma capacità degli individui di intraprendere iniziative che migliorino se stessi e la collettività. Oppure si può cogliere in quanto detto una sorta di genesi, un possibile inizio di una qualsiasi entità statuale. In questo caso dovrebbe dedursi che gli stati possono anche nascere a partire da un gruppo malavitoso. Vi è pure un’altra faccia della medaglia:  i soldi accumulati col pizzo potranno essere dati in prestito; la forza del gruppo, la possibilità di riscuotere il debito in ogni caso, renderà facile avere il prestito perché a garantire non ci sarà la solvibilità del soggetto ma la certezza di poter disporre della sua vita se necessario. Comunemente ai giorni nostri questo si chiama strozzinaggio, ma il confine tra prestiti “legali” e prestiti “strozzini” non sempre è segnato in maniera netta. E siccome non tutti saranno insolventi o per contro non si potranno uccidere tutti i debitori, bisognerà prima o dopo far girare la ruota e rimettere in piedi un nuovo stato, oppure un esercito o stabilire delle regole per evitare di scivolare nel caos; questa ultima ipotesi oggi, in cui tutto ha dimensione planetaria e non più locale, significherebbe l’auto-distruzione dell’umanità, il suo dissolvimento, anche se individualmente nessuno lo vuole.
Esiste un legame indissolubile tra tasse, debiti, stato e regole condivise. Quando questi elementi incominciano ad avere valori incompatibili o muore la società che li ospita o essi elementi andranno ridefiniti. Una faccenda facile a dirsi ma complessa in misura della complessità in cui si aggroviglia la società.
Paolo Bosco
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P.S. questo articolo è stato scritto grazie ad un debito contratto dall’autore con un libro di David Graeber, Debito, ed. italiana Il Saggiatore. Inoltre piccole quote di debito si possono far risalire a qualche insegnate dei tempi andati, ad altri libri letti, alle discussioni tra adulti ascoltate negli anni dell’adolescenza etc. etc. – Esistono debiti estinguibili, altri, come quelli che costituiscono il nostro bagaglio culturale, non è possibile ripagarli. Essi ci suggeriscono semmai di essere a nostra volta generosi verso gli atri. A dispetto di chi pensa che le relazioni siano delle transazioni contabili, che tutto sia misurabile ed anche che esista una reciprocità perfetta.
IMMAGINE TRATTA DA http://nickcernak.com/2011/10/27/occupy-inspired-art-posters/

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