FRAMMENTATE RIFLESSIONI POETICHE E FILOSOFICHE

Materiali per progettare attività di ricerca e conoscenza, pratiche sociali per le prossime quattro stagioni della Comune Accademia
Concatenazioni indignate gioiose di apocalissi
E subito riprende
Il viaggio
Come dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare
(Allegria di naufragi – Ungaretti) verso il 14 febbraio 1917, inteso nella notte tra il 13 ed il 14



1
Indignazione e passioni gioiose
Dentro l’apocalisse contemporaneo solo l’indignazione, è capace di tradurre le rabbie e le passioni tristi che il sistema coattamente riproduce in percorsi e progetti di metamorfosi gioiose , in empatiche e simpatiche relazioni umane (istituzioni costituenti aggregazioni sociali in senso humiano) perché il continuare ad attardarsi in passive attese di un di là paradisiaco (rassegnazione) , o in un al di qua di attesa di un ritorno a una perduta età dell’oro (ghetti dorati) o incattivirsi in infernali e disperate forme scettiche ciniche pulsioni autodistruttive (chiuse nella loro indifferenza, cinismo, passioni tristi rancorose) o peggio ancora chiudersi in se stessi (narcisismo o edonismo individualista) non ci porta lontano da possibili mutazioni e trasformazioni capaci di affermare vitalità comuni e singolari.
2
Macerie su macerie verso il futuro anteriore

Metamorfosi mito-poietiche generanti mutazioni che ricombinano pazientemente e  
gioiosamente macerie su macerie in forme comuni singolari.
“c’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus.  Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e la rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.” 
(W. Benjamin, tesi 9 della filosofia della storia)
3
Sviluppo contro progresso

Metamorfosi come generazioni di nuove forme valoriali e simboliche, politeiste affermazione di pluralità di valori e di società, erotiche (non intese in senso banale e riduzionista sessuale) pratiche di vita per salvare le cose amate dall’apocalisse capitalista sviluppista e consumista (economica e dietetica) e dal genocidio antropologico.
Il genocidio delle lucciole
“questa riflessione giunge al culmine in articolo destinato ad apparire sul “Corriere della Sera” tre anni dopo, “il vuoto del potere in Italia” (noto come l’articolo delle lucciole”) e che sarà incluso negli scritti corsari insieme ad altri testi …
L’”articolo delle lucciole” scatena un’enorme polemica politica , perché in esso Pasolini inaugura un concetto storiograficamente errato, ma profondamente efficace dal punto di vista euristico (della ricerca o dell’ipotesi assunta come idea direttrice nella ricerca) : quella di “regime democrstiano “, dove regime, naturalmente , non va inteso in senso politologico…..rispondono a questa lettura della realtà politica italiana (in modo polemico) anche molti altri intellettuali (oltre ad Andreotti che rivedica le notevoli trasformazioni avvenute in Italia negli ultimi trent’anni), tra cui Augusto del Noce, Roberto Guiducci nonché Franco Fortini sull’”Europeo”, quasi tutti per manifestare il proprio disaccordo sull’interpretazione della storia italiana e della crisi delle classi dirigenti proposta da Pasolini.
Fin dall’inizio dell’immediato secondo dopoguerra Pasolini aveva intrapreso una dura critica nei confronti del gruppo letterario che si stava raccogliendo attorno a Elio Vittorini e Franco Fortini, giudicando il loro lavoro troppo immediatamente propagandistico sul piano politico, e quindi scarsamente autonomo rispetto alle tendenze neocapitalistiche anche sul piano linguistico: era una resa alle posizioni del neocapitalismo in poesia, una letteratura affetta da sociologismo e rispecchiamento neorealistico, dal rifiuto dell’immaginario, dall’esaltazione del nuovo e della nuova società industriale.
“nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua […] sono cominciate a scomparire le lucciole.
Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante.
Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più.
Sono un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia tale ricordo, non può non riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta.”
La scomparsa delle lucciole decreta la fine di ogni illusione; in tono leropardiano, la gioventù è sparita anche nel rispecchiamento della nuova gioventù, in ciò Pasolini coglie l’avvicinarsi della vecchia.
“quel “qualcosa “ che accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”. A far scomparire le lucciole è il regime politico.
Sono sempre la società e la politca a determinare i grandi mutamenti economici. L’economia non si spiega mai di per se stessa, non è autoreferenziale.
 “Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma addirittura storicamente incommensurabili.
La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarli i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole ad oggi.
Qui Pasolini introduce, come accennavamo prima , una categoria storiografica errata, e tuttavia interessante: la continuità tra regime fascista e regime repubblicano[…] . in realtà, questo passaggio ha creato una forte discontinuità sia a livello politico sia a livello economico, sebbene alcuni dei vecchi poteri siano rimasti intatti. Bisogna considerare che esistono diverse forme di capitalismo: la gestione dittatoriale del capitalismo da parte del fascismo, la dittatura della borghesia, ed un capitalismo o più capitlaismi gestiti attraverso la democrazia parlamentare. [..] la seconda fase “si apre dunque con la scomparsa delle lucciole: “in questo periodo la distinzione tra fascismo e fascismo operata sul “Politecnico” poteva ache funzionare. Infatti sia il grande paese che si stava formando dentro il paese –cioè la massa operaia e contadina organizzata dal Pci sia gli intellettuali più anziani e critici, non si erano accorti che “le lucciole stavano scomparendo”. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l’immediato futuro: né identificare quello che allora si chaimava “benessere” con lo “sviluppo” che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il “genocidio” di cui nel Manifesto del Partito Comunista –uno dei più acuti testi di analisi politoco-filosofica, insieme a Che cos’è il terzo stato di Sieyès (1789) e alla Costituzione degli Stati Uniti d’America (1787)-, il genocidio storicamente progressivo è quello delle culture particolari, su cui Marx ed Englels esprimono un giudizio darwinamente positivo, all’opposto di Pasolini. Per Marx, nella storia, i sistemi sociali a più alta produttività del lavoro sconfiggono sempre quelli a più bassa produttività. [..] le lucciole rappresentano un mondo di valori, di mores nel senso antropologico di miti, credenze, costumi mondi vitali. “I valori” nazionalizzati e quindi falsificati, del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più [..] a sostituirli sono i “valori” di nuovo tipo di civilità totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. […]
Come abbiamo già detto, ciò che colpisce maggiormente Pasolini rispetto all’Italia è la rapidità con cui si produce questo cambiamento: in vent’anni il paese compie un percorso storicoche altri paesi europei si era compiuto in due secoli, e dà ciò discende la sua preoccupazione che alla crescita economica non corrisponda un pari sviluppo della crescita intellettuale e culturale delle popolazioni investite dalla trasformazione.
Pasolini non esprime queste concezioni da pensatore politico o da intellettuale politico, ma da letterato prestato alla polemica politica e civile. Il più alto esempio di tale posizione è dato da un intervento che Pasolini pronuncia nel 1974 alla Festa dell’Unità di Milano, e che sarà pubblicato negli Scritti Corsari con il titolo –scelto dallo stesso Pasolini – “il genocidio”. A riportarlo è “Rinascita”, la principale rivista teorica di sinstra, , che affronta diversi argomenti di ordine culturale e di critica letteraria, e che ha molto seguito anche al di fuori dell’ambiente di sinsitra.
Pasolini riassume qui molti dei temi a lui cari, che segnano tutta la sua riflessione poetica. Si tratta forse del vero testamento spirituale del poeta. Egli prende la parola dopo un intervento sulla situazione sociale del paese pronunciato dal principale rappresentante del riformismo comunista, Giorgio Napolitano, che era stato seguace di Giorgio Amendola ma che l’aveva poi abbandonato quando quest’ultimo si era trovato in gravi difficoltà all’interno del Pci. Napolitano esprime un giudizio fondantalmente positivo sulla trasformazione in corso in Italia, basando il suo discorso sul cambiamento economico-sociale, sull’aumento dell’occupazione operaia, sull’ampliamento delle classi medie, sulla modernizzazione del paese, anche attraverso la comparazione con gli altri paesi europei. L’Italia, proprio in quelli anni, entr anel novero dei paesi industriali e comincia ad essere invitata ai consessi internazionali che prima la vedevano esclusa (scambio di opinioni e ruolo dell’Italia nel Mediterraneo). […]. Negli stessi anni Pasolini scrive il suo ultimo romanzo, Petrolio (pubblicato nel 1975), incompiuto e difficile, rimasto ancora allo stadio di riflessione, e che rivela un nuovo elemento della sua poetica: una grande rivoluzione linguistica. Pasolini non si cura più della bella forma; al contrario, inizia a scomporre il testo. Petrolio è un romanzo meno tradizionale rispetto ai precedenti, e si avvicina molto allo stile che in quelli stessi anni porta al massimo livello un altro interprete critico della modernizzazione, il quale proietta però il suo lavoro all’interno della fabbrica: Paolo Volponi, autore di il Memoriale (1962) e le mosche del capitale (1989).
L’intervento di Pasolini alla Festa dell’Unità di Milano va collocato nel contesto di uno scambio di opinioni. Se solitamente chi parla in pubblico cerca di adeguare il suo discorso agli interventi precedenti, Pasolini se ne distacca invece totalmente.
“dirò subito, e l’avete già intuito, che la mia tesi è molto pessimistica, più acremente e dolorosamente critica di quella di Napolitano. Essa ha come tema conduttore il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa. Non è del resto una affermazione totalmente eretica o etrodossa. C’è già nel Manifesto di Marx un passo che descrive con chiarezza e precisioni estreme il genocidio a opera della borghesia nei riguardi di determinati strati delle classi dominate, soprattutto non operai, ma sottoproletari, o certe popolazioni coloniali. “
“oggi l’Italia sta vivendo in maniera drammatica per la prima volta questo fenomeno: larghi strati, che erano rimasti per così fuori dalla storia – la storia del dominio borghese e della rivoluzione borghese – hanno subito questo genocidio, ossia questa assimilazione al modo e alla qualità della vita della borghesia. Pasolini si riferisce qui alle subculture escluse dalla storia scritta. E’ un elemento che, pur non cristallizzandosi mai nel suo pensiero, lo collega al punto più alto della riflessione intellettuale contemporanea, per esempio allo studio della storia orale. [..] alcune conoscenze continuano ancora oggi a essere trasmesse solo dall’oralità: si pensi per esempio alle pratiche lavorative dei contadini e allo stesso lavoro di fabbrica. Il famoso libro di Elias Canetti, La lingua salvata (1977), fa riferimento alle culture della Mittleuropa, molte delle quali non sono state tramandate proprio per mancanza di testimonianza scritta. il dominio della storia borghese, legato all’industrializzazione e guidato dal consumismo, realizza in Italia la grande differenza storica: l’industrializzazione ha coinciso direttamente con l’emergere della società del consumo, ed è per questa ragione che nel nostro paese l’incidenza del consumo privato è molto elevata. La ricchezza non è vissuta come bene pubblico, ma come consumo individuale: l’orientamento all’azione, le pulsioni politiche, si relazionano perfettamente all’aumento dei consumi privati. Pasolini è il primo a mettere a fuoco questa distinzione e la sua intuizione sarà raccolta da un grande economista, Augusto Graziani che in un’antologia di scritti sulla storia economica d’Italia chiarisce bene questo passaggio. Pasolini analizza il modo in cui avviene il genocidio, ossia l’assimilazione al modo e alla qualità di vita della borghesia. “io sostengo che oggi ess avviene clantestinamente, attraverso una sorta di persuasione occulta”.

I testi del genocidio delle lucciole sono stati tratti da “Modernizzazione senza sviluppo –il capitalismo secondo Pasolini, di Giulio Sapelli ed. B. Mondadori-2005
4
Darei l’intera Montedison per una lucciola

Pier Paolo Pasolini lo andava ripetendo profeticamente da anni che in Italia si è assistito in modo impotente e spesso complice da parte del sistema dei partiti dominanti (centro-destra-sinistra) ad uno sviluppo senza progresso; e per progresso sott’intendeva innanzitutto: culturale, sociale, etico, ecologico;
P. Paolo Pasolini inoltre andava ripetendo da anni che il consumismo era da considerare non semplicemente una nuova ideologia borghese del neo-capitalismo consumista emergente nel dopoguerra ma come nuova forma nascente di totalitarismo capace di cancellare forme radicate da secoli di cultura popolare (anche tradizionale), cancellazioni che non erano riusciti a provocare neppure le SS naziste occupanti i territori in complicità con il fascismo della Repubblica di Salò.
E poi P.P. Pasolini era molto chiaro nei suoi desideri che espresse in questa affermazione non romantica ma ecologista radicale: darei la Montedison (industria petrolchimica) per una lucciola.
“ad ogni modo, quanto a me (se ciò a qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.”
5
Verso la metamorfosi

“nihil est toto, quod perstet, in orbe. Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago: niente al mondo permane uguale a se stesso, tutto fluisce in un perpetuo mutare di forme. Sono le parole del sapiente Pitagora che nel XV libro delle Metamorfosi spiega l’intima natura del mondo. Dalle origini del cosmo al tempo della sua contemporaneità. Ovidio racchiude in grandioso progetto, tutto il patrimonio mitico e culturale dell’antichità greco-romana. In una complessa struttura che conduce dal mito alla storia. Tratto da Laura Correale – alias – il Manifesto 28 luglio 2013.
6
Metamorfosi canto e poesia

La nostra vita attiva e i nostri saperi comuni debbono percorrere una vera e propria metamorfosi con la poesia, poesia non intesa in senso puramente letterario ma mitopoietico cioè con quella capacità della ragione antica di lanciare un ponte sull’inconoscibile divenire attraverso il mito; la poesia ha avuto in molti casi la funzione di anticipare uno sguardo sul futuro, ma anche la capacità erotica (con la sua vitalità avvalendosi dell’Eros) di trarre il vivente – e le cose amate – ; noi abbiamo bisogno un’altra volta di allearsi con Eros (l’amore) per salvare le cose amate-per noi il vivente (in forma naturale e culturale) e di strapparle allo stato apocalittico in cui versano (oggi la distruzione veste forme nuove, si può chiamarla paradossalmente “distruzione creativa”, forme di distruzione introdotte dalla modernità e velocizzate dal modo di produzione capitalistica e dal consumismo.
7
Il canto e la poesia di Orfeo

Il ruolo della poesia è ben documentato nel mito del divino Orfeo che attraverso il canto trae l’amata Euridice dal mondo degli inferi e la conduce al mondo dei viventi. Del resto oggi gli umani di tutte le aree metropolitane –come ieri Euridice, sono permanentemente rapiti ed incantati dalle sirene della pubblicità e del consumismo, e gettati in uno stato di addiction o dipendenza che si può definire schiavitù volontaria).
Orfeo è da considerarsi l’inventore della poesia e del canto, ma non fu un canto ed un poesia qualsiasi. Quel canto ebbe la capacità di persuasione irresistibile verso gli dei che avevano rapito e tenevano in ostaggio negli inferi, Euridice, la donna amata da Orfeo; noi dobbiamo ripensare al canto e alla poesia in forme nuove capaci di persuadere a rilasciare e ridare autonomia ed indipendenza alle masse amate incatenate da TV e Social network; canto, poesia, filosofie capace di far ritrovare attenzione , capacità critiche, inventive ed altri mondi possibili oltre l’esistente mondo degli incatenati e dipendenti dalle merci e dai suoi valori di scambio.
8
Antico come resistenza al moderno

Se la modernità per riprendere Benjamin attraverso lo sguardo di Baudelaire è “distruzione creativa”; questa “distruzione creativa” ha assunto toni paradossali ed accelerazioni distruttive nella nostra tarda modernità con i suoi automatismi conumistici dettati dalla legge valore e delle apparenze imposte dalla pubblicità; pubblicità che induce inconsapevoli coazione a ripetere e a sfondare limiti, e sopravvivere nelle proiezioni esterne, con i suoi guinness dei primati di estremità (sesso estremo, sport estremo, cibo estremo, ginnastiche estreme ecc.); allora se c’è qualcosa che resiste nel tempo alla modernità non è la tradizione la quale tenda all’opposto alla conservazione a bloccare le mutazioni o le metamorfosi , ma piuttosto l’antico – che spinge a riflettere e agire nei limiti naturali e culturali classici (limiti che non sono freni in senso moralistico e religoso ma piuttosto possibilità concrete e reali del nostro divenire anche mortale di vivere fino in fondo le nostre chances. E quindi per quanto riguarda l’agire materiale creare forme e produzioni che rispondano a necessità e bisogni e non ha proiezioni di pil (prodotto interno lordo) a pif (prodotto interno di felicità):
9
Metamorfosi, mito-poiesi, elementi materiali e simbolici

Dipartimenti , laboratori e mappe
Come gruppo iniziatore, quando la “libera comune università pluriversità bolognina- comunimappe” muoveva i primi passi, abbiamo ipotizzato di suddividere ed aggregare le variegate attività didattiche, di ricerca e pratiche in dipartimenti e a sua volta questi di articolarli in laboratori, quali realizzazione e concretizzazione dei progetti di ricerca-azione; ricerca ed azione due aspetti inscindibili- , l’una capace di ritrovare mappe affettive, percettive e concettuali l’altra capace di trasformare radicalmente i territori attraversati.
Dipartimenti che non rimanessero dei territori chiusi l’uno verso l’altro, ma dipartimenti aperti che fossero espressione oltre che della loro specificità ricercata ed agita anche della complessità (intesa come consapevoli legami che le parti intrattengono con il tutto, quell’invisibile insieme interconnesso che è il vivente con i suoi artefatti).
Fin dall’inzio abbiamo assunto l’attuale apocalisse dei mondi viventi (materiali e simbolici) come punto di partenza per invertirvi la tendenza; l’attuale apocalisse non è generata né da fenomeni naturali entropici né qualche cataclisma che ci ha sorpreso nelle sue imprevedibili manifestazioni (caduta di asteroidi) , ma da una precisa strategia (o automatismi economico-fianziari) del capitale produttivo e finaziario di sussunzione del vivente (umano e non umano) nella sua perversa logica di valorizzazione mortifera di denaro-merce-capitale e nella logica inerte di produzione-consumo devastazione di beni comuni naturali e culturali.
Per ridare considerazione e valore a ciò che il tardo capitalismo e il consumismo come sua ideologia distruggono nella forma da un lato creativa dall’altra tossica (generando forme  di alienazione e dipendenza).
Abbiamo pensato di nominare i nostri costituenti dipartimenti attribuendo ad ognuno di loro un elemento, elementi che nel loro insieme sono alla base dell’immaginario filosofico e culturale orientale ed occidentale quali sono acqua, aria, fuoco e terra. Elementi base della materia e del simbolico che hanno contribuito a generare il mondo reale ed immaginario da noi abitato. Elementi che manifestano nella loro specifica potenza e nelle loro possibili ricombinazioni modi di reinventare e ricreare le variegate forme della vita (come manifestazione del vivente).
Politeismo o polimorfismo del vivente
Una forma di politeismo o polimorfismo del divenire singolare e comune dentro un ricreato orizzonte ecologico e antropologico (consapevolezza del nostro essere in relazione col vivente e con le sue forme simboliche e materiali permanentemente rigenerate).
10
liberare gli elementi e strapparli alla teologia

“il politeismo è la forma che meglio ricalca e asseconda una realtà pensata e vissuta come tumulto pluriverso e sovradeterminato, serie di intrecci irriducibili ad una direzione, ad un progresso, ad una destinazione: i molti contro la riduzione ad uno.” Fabio Frosini -liberare gli elementi e strapparli alla teologia- Alias 17/11/2012 .
F. Frosini fa queste affermazioni nell’ambito della presentazione del saggio Teologia dei quattro elementi : manifesto per un politeismo politico, ed Mimesis-2012, del filosofo Augusto Illuminati.
Il politeismo del bene comune
A.   Illuminati presentando il suo sopracitato saggio in un articolo di Alias-il Manifesto -17/11/2012- il politeismo del bene comune – così sintetizza la sua ricerca: ”abbiamo frugato elemento per elemento (d’acqua, d’aria, di fuoco e di terra) per cogliervi il dissidio profondo fra una lettura teologica che li riporta a ombre dell’unico Dio, e metafora dell’onnipotente sovrano politico, e il politeismo che vi legge potenze degli umani e della natura da Lucrezio, a Spinoza, a Goethe. “
e prosegue: “teniamo ora di definire una teologia del politeismo: una festa federale delle singolarità sociali in aggregazione ed in conflitto, non di comunità trasparenti (solo) a se stesse. Federazione di forme di vita come diceva G. Debord alla vigilia del 1968, copresenzaa simultanea di molti tempi federati. Intendendo per forma di vita una condizione definita da una struttura economica e sociale, per esempio dagli effetti debitori e occupazionali della finaziarizzazione, che produce precarietà (materiale,esistenziale e simbolica)…..”
e parecchio più in là..
“ciascuna forma di vita ha un suo corredo di passioni gioiose e tristi, una diversa esperienza nel tempo, nel contrarsi del presente e correlativo perso della memoria e delle attese future, assume droghe disparate: varianti inconfrontabili con quelle tradizionali per effetto della corrosione del carattere e della precarizzazione del lavoro che ha reso irreversibili. La condizione precaria si schiaccia nella cittadinanza condizionata e ricattata del migrante, colorate dalla giovinezza, di cui le attitudini neoteniche, sono pretesto di feroce sfruttamento quanto testimonianza della flessibilità dell’animale umano nell’apprendimento prolungato. “ da A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.
11
Il lavoro vivo post-fordista la condizione in pech (una sfiga per Marx) della precarietà e la traducibilità reciproca delle forme della vita separate

“il tocco adolescenziale implica e riproduce l’indole potenziale del lavoro vivo post-fordista, il rischio positivo della dipendenza di masse operaie dal vampiresco apparato del capitale fisso.
…..
Nel III millennio, come prima per il lavoratore produttivo, essere giovani è una sfiga, ein pech, come scriveva Marx. La precarietà accomuna cerchie distinte e le mantiene nella separatezza, nel terrore di confondersi e precipitare verso il peggio. La traducibilità reciproca delle forme di vita, condizione per un riscatto dal debito e dalla crisi, rimane virtuale e senza egemonia (capacità gramsciana di influenzare positivamente l’intera società ed orientarla al cambiamento).”  A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.
La classe operaia nucleo essenziale e gli intellettuali nell’ottocento-novecento come attori dei processi di simbolizzazione (creare valori quali giustizia, libertà e cooperazione solidale) trasformazione radicale della società (rivoluzioni e conflitti capaci di generare nuovi diritti sociali e civili).
“Nell’ottocento-novecento essa fu garantita dalla classe operaia delle grandi aziende minoritaria rispetto all’insieme dei lavoratori (artigiani, contadini, braccianti…), ma concentrata e disciplinata dal processo di produzione capitalista di cui costituiva il nucleo essenziale. La rinforzò l’avanguardia organizzata composta da intellettuali di origine borghese e quadri professionali di fabbrica (operai specializzati o di mestiere portatori di conoscenze specifiche ma anche alfabetizzati). Condizione non riproducibile (ora), almeno in occidente, per la frammentazione degli insediamenti industriali e della stessa tecnologia lavorativa (delocalizzazioni, esternalizzazione e lavoro autonomo eterodiretto, automazioni e riduzione della classe operaia di fabbrica s’aggiungono a quanto esposto). Non è semplice sostituirvi una qualche egemonia del precariato organizzato (e degli stessi migranti regolari e clandestini), per il solo fatto di concentrare il tratto comune del lavoro sfruttato. La società della conoscenza (e del cognitariato) si è rivelata nella crisi, una promessa inadempiuta in occidente come in Cina, per non parlare dei diplomes chomeurs (diplomati disoccupati) nel Magreb (le varie primavere arabe o turche nelle periferie mediorientali come le rivolte degli indignanti delle varie occupy nelle metropoli, tra loro interconnessi a livello globale attraverso i differenti social network ha provato forse ha manifestatasi questa potenza sommersa e frammentata dei nuovi strati precari cognitari del lavoro vivo post-fordista). ).” 
Frammenti di  A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.

Disidentificazione e divenire-minore come condizione di assemblaggio di traduzione reciproca
“La disidentificazione che accompagna il crollo del sistema sovranità-popolo e al fordismo produttivo precipita nel punto in cui l’oggettività dell’egemonia svela la traccia della sua contingenza, riaprendo il tempo evento della politica. Il divenire-minore è condizione di un assemblaggio per traduzione reciproca di altre condizioni minori, soprattutto quando la forma di vita che vi si candida contiene intensivamente in sé alcuni tratti epocali e concomitanti di eccedenza e precarietà. L’organizzazione delle lotte storiche (delle classi subalterne ed operaie dei secoli trascorsi) si radica nell’autodisciplian dei produttori garantita da una filosofia teleologica (finalistica, finalizzata a..), ma in un diverso rapporto con il general intellect (l’intelletto generale o il sapere sociale come prodotto del comune agire e dell’agire in comune ). La candidatura traduttiva e promozionale della frazione più intellettuale del lavoro vivo precario non si condensa in un gruppo sociale: il cognitariato è un soggetto identitario solo nel miraggio capitalistico della società della conoscenza(come capitale umano individualizzato, messo in competizione e al lavoro,  sussunto nella rete della cooperazione ‘volontaria o della servitù volontaria “ e nel processo planetario di produzione sociale capitalista).
12
Politeismo

“Politeismo vuole dire tenere distinte e comunicanti le forme della vita, senza accettarle per defenitive, anzi facendole giocare ad un superamento delle condizioni imposte dalla crisi.” Frammenti di  A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.
Prosegue:
“ abbiamo ispirato il nostro lucreziano politeismo a Venere, hominum divoque voluptas, che percuote i cuori con la sua forza vitale, v’infonde dolce amore, propagando le generazioni delle stirpi e assopendo le feroci opere della guerra. Rinneghiamo il regno totalitario del commerciante Mercurio (divinità della comunicazione e del commercio oggi inscindibili attraverso la menzogna di una certa pubblicità dominante nei media di massa) che arricchisce pochi banchieri e affama masse prostrate. Resta, ahinoi, Marte, la cui ferocia si accresce con i progressi della tecnologia e la ui presenza nell’agire umano non è agevole abrogare. Ebbe una funzione oggettiva nel portare a realizzazione gli schemi rivoluzionari virtuali dello scorso secolo, a partire dal 1871 (il popolo in armi non è semplicemente una metafora machiavelliana per indicare il legame tra sovranità e popolo in uno stato nazionale, ma una costante dell’agire politico moderno delle masse: la Comune di Parigi (1871), la rivoluzione d’ottobre (1917), le varie comuni europee dell’inizio secolo XX (la Berlino degli spartakisti, il biennio rosso italiano ecc.), la rivoluzione proletaria russa (1917), la rivoluzione sociale e libertaria spagnola (1936). Come escludere che abbia a che fare con il nostro tortuoso presente? Visto che nel segno di Mercurio non riesci a domare la crisi concordando un nuovo equilibrio geopolitico, l’appello di Marte torna a risuonare, come nell’agosto del 1914 e del 1939 (prima e seconda guerra imperialista occidentale), oppure nelle forme più decentrata della seconda metà del secolo trascorso e più di recenti disavventure mesopotamiche ed afgane (guerre globali neo-coloniali e neo-imperiali). Un po’ di keynesismo militare non guasta mai per smaltire merci e poveri, mentre si affaccia la tentazione di utilizzare la residua superiorità tecnologica Usa per ridimensionare pericolosi concorrenti sul nascere e tenere sotto controllo l’immigrazione anche una severa ammonizione a insubordinati e insorgenti cadrebbe a puntino. Se tale sciagurato scenario prevalesse, ogni iniziativa egemonica dal lato delle moltitudini subalterne ne verrebbe qualificata con tratti operativi nuovi ed esiti incerti. Da pagani novelli, interrogheremo gli oracoli, senza trascurare di erigere argini. ).” Frammenti di  A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.
Il politeismo politico di A. Illuminati secondo Fabio Frosini
“D’altra parte la teologia in quanto tale, al di là delle sue belle declinazioni, va ripercorsa e criticata, perché essa è potenza ideologica che mobilita energie –dalle passioni alle disquisizioni metafisiche, e le mette tutte in linea, come in una batteria. Ecco allora l’ipotesi di lavoro: “in generale potremmo ipotizzare che la teologia monoteista tende a chiedere l’incompletezza dell’universale, mentre quella politeista (una nuova mitologia) che lascia sussistere sul piano dell’immaginazione simbolica, dell’ideologia e dunque della politica, cercando un altro tipo di unificazione tra teoria e prassi”. (A. Illuminati).

“Una qualche unità di teoria e pratica, la teologia è sempre in grado di realizzarla: si tratta di optare spostando l’accento del (non del) teologico verso il mitologico (verso un sapere laico ed antropologico), come in una regressione temporale, e di qui al politico, che in questo modo può riscattarsi da quel ruolo di “agente sotto copertura” che sempre ricopre nel caso dell’uso governativo della religione (considerata in senso machiavellico ixstrumentum regni ). In ogni caso, il lavoro da compiere non è solo sui contenuti, ma sullo stile, la forma insomma lo statuto del discorso teologico. Non mancano del resto, esempi: il frammento di sistema “Hegel-Hoederlin, opportunamente ricordato da Illuminati, continua a metterci dinnanzi alla stessa questione: la verità si definisce non nel muto dialogo del pensatore con l’universale, ma nel nesso politico reale con l’elemento popolare. La questione dunque: scavare dentro la teologia per riscoprire il fondo popolare cioè arcaico nell’immenso patrimonio mitologico e religioso occidentale ed orientale, nell’ipotesi di lavoro che solo moltiplicando gli universali, questi vengono realmente mondanizzati, non solo come concetto, ma nella concreta pratica collettiva. Il fatto che la cancellazione (o eclissi) storica del partito come avanguardia di classe rimette a nudo una struttura di lunga durata, la religione come quel tessuto culturale, che più estensivamente e intensivamente , collegato le masse popolari: la teologia è il sapiente, astuto discorso strategico che imprigiona e articola questo tessuto e lo costringe a rimodellamenti continui sulla base delle contrastanti esigenze del momento. Il lessico-base della teologia, in quanto si esercita sulla religione, non può che essere allora quello dei quattro elementi, cioè del modo in cui le società indo-europee hanno parlato del mondo, della realtà, e che nonostante tutto, è ancora alla base del nostro vocabolario, quando non adottiamo un approccio settoriale. Se come scriveva Schmitt, “tutti i concetti pregnanti della moderna dottrina dello stato sono concetti teologici secolarizzati”, allora la dinamica secolare delle cangianti necessità e opportunità politiche riscrive, necessariamente, la teologia stessa. Se il concetto di secolarizzazione è il luogo di una disputa in cui nulla è mai dato, si comprende come la teologia politica sia la grammatica storicamente più durevole e ramificata del potere.
Dell’opzione politeista s’è detto: è la scelta per l’immanenza, che immediatamente significa il doppio rifiuto della logica della sovranità e di quello della governance, cioè della “variante pastorale”. La genealogia Machiavelli, Goethe, Nietzsche,nel segno di Lucrezio e di Spinoza, è una preziosa fonte di ispirazione, ma non basta. Come essi fecero, occorre praticare l’immanenza, non solamente pensarla. Occorre anzi pensarla in un modo, che sia incompleto senza la sua pratica. Ma in che forma ciò è possibile? Illuminati ripropone a modo suo, una hoelderliniana mitologia della ragione, e la pratica avventurandosi in questa “artigianale Elementatio thelogica”. La scorreria compiuta attraverso acqua, aria, terra e fuoco non può essere qui ricostruita , se non sommi capi e nel suo significato generale. Si tratta, banalmente di riappropriarci del mondo, ma non di un supposto mondo vergine al di qua della storia, bensì proprio del mondo, come è stato pensato, detto e governato sotto i
13
I quattro elementi



Lungo i quattro elementi, ciò che emerge è la necessità di un’organizzazione “egemonica” di tutto ciò che si presenta come irriducibile alle categorie giuridiche sovrane”, per farlo passare dalla resistenza diffusa ad una qualche forma di progetto. La politica è “egemonica quando associa interesse e passione in una narrazione”. Ecco il punto: gli elementi vanno narrati, per conferire loro un ordine alternativo a quello giuridico-teologico, immanente alle pratiche di resistenza. Un ordine che essi di per sé non hanno e che può essere detto solo inventandolo. E qui ci scontriamo con una difficoltà, perché la trascendenza di quella invenzione si sovrappone all’immanenza di quelle pratiche. Del resto, in mancanza di intellettuali organici [Gramsi parla del partito come intellettuale organico (immerso in quella materialità comune sociale) alla classe operaia e alle classi subalterne) ], questa difficoltà riproduce esattamente la situazione. F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.
l prisma di ciascuno dei quattro elementi, arricchito e riformulato continuamente, secondo un sistema aperto di rinvii reciproci che cancellano in radice l’antitesi tra natura e cultura, tra spontaneità e potere. Dentro ogni elemento, la teologia politica, per controllare le spinte dei subalterni, ha inscritto elementi reciprocamente irriducibili, stravolgendoli ma anche in certo modo salvandoli, per cui la storia degli elementi è anche la dimostrazione dell’inesauribilità del conflitto”.
 F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.
Specifici elementi materiali e simbolici

Acqua
 “Così l’acqua è l’immagine del diritto di natura da Spinoza opposto alla chiusura del potere, è la fluctuatio animi rispetto alla ragione, ma anche il simbolo del dominio imperiale sui mari e, allo stesso tempo, della pirateria che a ciò si ribella dall’interno.
 E’ distribuzione democratica della vita ma anhe messa a regimee controllo di essa.F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto
Terra
La terra, come chora irriducucibile al discorso del logos, riemerge come territorio da spezzettare e da colonizzare, che però sempre i nuovo rivendica la propria unitariertà e comunitareità nei tumuliti condotti in nome di un altro diritto (di nuovo Spinoza). F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.
Aria
L’aria (accomunata all’etere) è metafora della volatilità e della modernità, e dunque allo stesso tempo, del potere diffuso e dei modi per eluderlo: dalla totalizzazione dello spazio grazie alla cibernetica, all’articolazione materiale del conflitto nelle ricadute praticeh del General Intellect (per K. Marx, sapere sociale prodotto dal lavoro vivo nel corso el tempo). F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.
Fuoco
Il fuoco, infine, allo stesso tempo è umile fiamma che riscalda, cuoce, conforta o rogo che annienta infedeli ed eretici; è simbolo manifesto dell’universale a anche, molto più banalmente, “contorno teatrale” del ctumulto come alternativa alla spettacolare fiammata rivluzionaria purificatrice. F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.

Testo elaborato da Pino de March – Versitudine on line (versitudine.net) per la comune accademia di comunimappe.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.