LABORATORIO DI RICERCA SUL SIMBOLO

IL  DIPARTIMENTO DEL FUOCO della COMUNE ACCADEMIA presenta:
LABORATORIO  DI RICERCA SUL SIMBOLO (Lezione / Seminario)


NOVEMBRE 2013


Presso: 
“HUB” – VIA L. SERRA 2/F 
(nei pressi del teatro Testoni alla Bolognina)
Il laboratorio è tenuto dal docente GIUSEPPE BATTAGLIA, vice-presidente dell’ISTITUTO FROMM di Bologna
coordinamento PINO DE MARCH, docente e animatore della COMUNE ACCADEMIA
1° LEZIONE
VENERDI’  15 NOVEMBRE 2013 (h. 18 – 20)
LE ANTROPOLOGIE, LE FILOSOFIE  ED IL  SIMBOLO
2° LEZIONE 

VENERDI’  22  NOVEMBRE 2013 (h. 18 – 20)
LE PSICOANALISI ED IL SIMBOLO
3° LEZIONE 

VENERDI’  29 NOVEMBRE 2013 (h. 18 – 20)
IL CORPO, LE SCIENZE ED IL SIMBOLO
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IL  SIMBOLO  

“Il  simbolo dà a pensare “  I. Kant
Simbolo: parola derivante dal greco Simbàllein che significa “mettere insieme”. Nell’antica  Grecia era diffusa la consuetudine di tagliare in due un anello o qualsiasi oggetto e darne una metà ad un amico ospite. Queste metà conservate dell’una e dell’altra parte, di generazione in generazione, consentivano ai discendenti dei due amici di riconoscersi (nel tempo). Questo segno di riconoscimento si chiamava simbolo. Platone riferendo nel Convivio o Simposio il mito di Zeus che, volendo costringere l’uomo senza distruggerlo (l’uomo che si presentava fin dalle origini nella sua totalità umana in forma di sfera con una testa, due faccie, quattro gambe e quattro mani), l’uomo che aveva osato ribellarsi al suo volere, lo tagliò in due (generando così  tre coppie umane, una coppia omosessuale maschile, una coppia omosessuale femminile ed infine una coppia eterosessuale maschile e femminile); Platone  conclude che da allora “ciascuno di noi è il simbolo di un uomo (Convivio 188-193); la metà che cerca l’altra metà diventa il simbolo corrispondente. 
Il simbolo come il segno è caratterizzato dal rinvio, ciò ha consentito da un lato di includere il simbolo  nell’ordine del segno con un suo corso specifico, dall’altro di opporlo al segno, perché mentre il segno compone in simbolo convenzionale (qualcosa con qualcosa d’altro – aliquid stat pro aliquo – qui esprime presenza), il simbolo invece invocando la sua parte corrispondente rinvia ad una determinata realtà che non è decisa  dalla convenzione, ma dalla ricomposizione di un intero.
(tratto da Voce Simbolo della Garzantina; il testo tra parentesi  è del redattore del medesimo)
IL SIMBOLO NELLE  FILOSOFIE  E NELLE PSICOANALISI

“Una meditazione sui simboli – sia essa quella di Eliade, di Jung o anche di Freud, o quella di Bachelard – insorge ad un certo momento della riflessione,  risponde ad una certa situazione della filosofia, e forse perfino della cultura moderna, che si deve cercare di comprendere. Direi in primis che questo ricorso all’arcaico, al notturno e all’onirico – che è pure, come afferma Bachelard nella Poetica  dello spazio, un accesso al luogo in cui nasce il linguaggio – rappresenta un tentativo per sfuggire alle difficoltà del punto di partenza della filosofia. Ben si conosce la spossante fuga all’indietro del pensiero in cerca della prima verità, e ancor più radicalmente alla ricerca del punto di partenza originario che potrebbe non essere affatto  una prima verità. Si deve forse aver provato la delusione connessa all’idea di filosofia senza presupposti  per accedere alla problematica che abbiamo evocato. Al contrario delle filosofie del punto di partenza, una meditazione sui simboli parte dal pieno del linguaggio e dal senso sempre già presente; essa parte dal linguaggio già esistente, dove tutto è già stato detto in un certo modo: vuole essere il pensiero con tutti i suoi presupposti. Suo primo compito non è cominciare, ma dal centro della parola, ricordarsi di sé. Il  momento storico della filosofia del simbolo è quello dell’oblio ed anche della restaurazione.                           

….        
Questo oblio, lo sappiamo, è la contropartita del compito grandioso di nutrire l’umanità, di soddisfare i bisogni, soggiogando la natura attraverso una tecnica planetaria. E’ l’oscuro riconoscimento di questo oblio (dell’uomo, della natura, dei segni del sacro) che ci spinge e ci incita a restaurare il linguaggio. Nella stessa epoca in cui il linguaggio si fa preciso, più univoco  – in una parola più tecnico – più adatto a quelle formalizzazioni integrali che si chiamano precisamente logica simbolica (parola che equivoca  simbolo),  in questa epoca vogliamo ricaricare il nostro linguaggio, ripartire dal pieno del linguaggio. Anche questo è un portato della modernità: infatti siamo, noi moderni, gli uomini della filologia, dell’esegesi, della fenomenologia della religione, della psicoanalisi.  La stessa epoca sviluppa la possibilità di svuotare il linguaggio e riempirlo di nuovo. Non siamo quindi animati dal rimpianto di Atlantide sprofondata, ma dalla speranza di ricreare il linguaggio.
“Il simbolo dà a pensare“, questa sentenza di Kant che incanta dice due cose: il simbolo dà;  io non pongo il senso, è il simbolo che dà il senso – ma ciò che esso dà è da pensare, è ciò su cui pensare. La sentenza suggerisce quindi, nel medesimo tempo, che tutto è già detto in forma di enigma e tuttavia tutto sempre deve essere cominciato e ricominciato nella dimensione del pensiero. Quel che vorrei sorprendere e comprendere è questa articolazione del pensiero dato a se stesso nel  regno dei simboli e del pensiero ponente e pensante.
Introduzione al testo – il simbolo dà a pensare – edizone Morcelliana – di Paolo De Benedetti.
(MATERIALE ELABORATO DA PINO DE MARCH)
                                                                                                                                                                                                                                                     

TEOLOGIA DEI QUATTRO ELEMENTI

                                                                      La comune accademia di comunimappe-università popolare della bolognina 

propone all’assemblea xm  un’attività di cooperazione culturale territoriale per il 18 ottobre.
AUGUSTO ILLUMINATI
Presentazione del libro La teologia dei quattro elementi  (edizione Mimesis)
Seminario – tema: “Strappare gli elementi alla teologia politica, per un  politeismo del bene comune.”
la presenza di  Augusto Illuminati sarà distribuita su  due giorni a Bologna:
1) primo giorno a Scienze Politiche
2) secondo giorno  nella sala grande  xm
programma

giovedì  17 ottobre 
orario da definire, pmeriggio sera a Scienze Politiche 
tema seminariale: singolarità e comunanza
venerdì  18 ottobre 
dalle 18 alle 20.30
sala grande xm 24
via fioravanti 24
presentazione libro e seminario
temi: liberare gli elementi e strapparli alla teologia politica e per un politeismo  del bene comune
materiale filosofico e politico di anticipazione e riflessione comune


Il politeismo del bene comune

Illuminati presentando il suo sopracitato saggio in un articolo di Alias-il Manifesto -17/11/2012- il politeismo del bene comune – così sintetizza la sua ricerca: ”abbiamo frugato elemento per elemento (d’acqua, d’aria, di fuoco e di terra) per cogliervi il dissidio profondo fra una lettura teologica che li riporta a ombre dell’unico Dio, e metafora dell’onnipotente sovrano politico, e il politeismo che vi legge potenze degli umani e della natura da Lucrezio, a Spinoza, a Goethe. “ e prosegue: “teniamo ora di definire una teologia del politeismo: una festa federale delle singolarità sociali in aggregazione ed in conflitto, non di comunità trasparenti (solo) a se stesse. Federazione di forme di vita come diceva G. Debord alla vigilia del 1968, copresenzaa simultanea di molti tempi federati. Intendendo per forma di vita una condizione definita da una struttura economica e sociale, per esempio dagli effetti debitori e occupazionali della finaziarizzazione, che produce precarietà (materiale,esistenziale e simbolica)…..”
e parecchio più in là..
ciascuna forma di vita ha un suo corredo di passioni gioiose e tristi, una diversa esperienza nel tempo, nel contrarsi del presente e correlativo perso della memoria e delle attese future, assume droghe disparate: varianti inconfrontabili con quelle tradizionali per effetto della corrosione del carattere e della precarizzazione del lavoro che ha reso irreversibili. La condizione precaria si schiaccia nella cittadinanza condizionata e ricattata del migrante, colorate dalla giovinezza, di cui le attitudini neoteniche, sono pretesto di feroce sfruttamento quanto testimonianza della flessibilità dell’animale umano nell’apprendimento prolungato. “ 
A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.


“Il lavoro vivo post-fordista la condizione ein pech (una sfiga per Marx) della precarietà e la traducibilità reciproca delle forme della vita separate
il tocco adolescenziale implica e riproduce l’indole potenziale del lavoro vivo post-fordista, il rischio positivo della dipendenza di masse operaie dal vampiresco apparato del capitale fisso.
..
Nel III millenio, come prima per il lavoratore produttivo, essere giovani è una sfiga, ein pech, come scriveva Marx. La precarietà accomuna cerchie distinte e le mantiene nella separatezza, nel terrore di confondersi e precipitare verso il peggio. La traducibilità reciproca delle forme di vita, condizione per un riscatto dal debito e dalla crisi, rimane virtuale e senza egemonia (capacità gramsciana di influenzare positivamente l’intera società ed orientarla al cambiamento).” 
A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.


La classe operaia nucleo essenziale e gli intellettuali nell’ottocento-novecento come attori dei processi di simbolizzazione (creare valori quali giustizia, libertà e cooperazione solidale) trasformazione radicale della società (rivoluzioni e conflitti capaci di generare nuovi diritti sociali e civili).
Nell’ottocento-novecento essa fu garantita dalla classe operaia delle grandi aziende minoritaria rispetto all’insieme dei lavoratori (artigiani, contadini, braccianti…), ma concentrata e disciplianata dal processo di produzione capitalista di cui costituiva il nucleo essenziale. La rinforzò l’avanguardia organizzata composta da intellettuali di origine borghese e quadri professionali di fabbrica (operai specializzati o di mestiere portatori di conoscenze specifiche ma anche alfabetizzati). Condizione non riproducibile (ora), almeno in occidente, per la frammentazione degli insediamenti industriali e della stessa tecnologia lavorativa (delocalizzazioni, esternalizzazione e lavoro autonomo eterodiretto, automazioni e riduzione della classe operaia di fabbrica s’aggiungono a quanto esposto). Non è semplice sostituirvi una qualche egemonia del precariato organizzato (e degli stessi migranti regolari e clandestini), per il solo fatto di concentrare il tratto comune del lavoro sfruttato. La società della conoscenza (e del cognitariato) si è rivelata nella crisi, una promessa inadempiuta in occidente come in Cina, per non parlare dei diplomes chomeurs (diplomati disoccupati) nel Magreb (le varie primavere arabe o turche nelle perferie mediorientali come le rivolte degli indiganti delle varie occupy nelle metropoli, tra loro interconnessi a livello globale attraverso i differenti social network ha provato forse ha manifestatarsi questa potenza sommersa e frammentata dei nuovi strati precari cognitari del lavoro vivo post-fordista). ).” 
A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.

Disidentificazione e divenire-minore come condizione di assemblaggio di traduzione reciproca
La disidentificazione che accompagna il crollo del sistema sovranità-popolo e al fordismo produttivo precipita nel punto in cui l’oggettività dell’egemonia svela la traccia della sua contingenza, riaprendo il tempo evento della poltica. Il divenire-minore è condizione di un assemblaggio per traduzione reciproca di altre condizioni minori, soprattutto quando la forma di vita che vi si candida contiene intensivamente in sé alcuni tratti epocali e concomitanti di eccedenza e precarietà. L’organizzazione delle lotte storiche (delle classi subalterne ed operaie dei ecoli trascorsi) si radica nell’autodisciplian dei produttori garantita da una filosofia teleologica (finalistica, finalizzata a..), ma in un diverso rapporto con il general intellect (l’intelletto generale o il sapere sociale come prodotto del comune agire e dell’agire in comune ). La candidatura traduttiva e promozionale della frazione più intellettuale del lavoro vivo precario non si condensa in un gruppo sociale: il cognitariato è un soggetto identitario solo nel miraggio capitalistico della società della conoscenza(come capitale umano individualizzato, messo in competizione e al lavoro, sussunto nella rete della cooperazione ‘volontaria o della servitù volontaria “ e nel processo planetario di produzione sociale capitalista).
Politeismo
Politeismo vuole dire tenere distinte e comunicanti le forme della vita, senza accettarle per defenitive, anzi facendole giocare ad un superamento delle condizioni imposte dalla crisi.” Frammenti di A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.
Prosegue:
“ abbiamo ispirato il nostro lucreziano politeismo a Venere, hominum divoque voluptas, che percuote i cuori con la sua forza vitale, v’infonde dolce amore, propagando le generazioni delle stirpi e assopendo le feroci opere della guerra. Rinneghiamo il regno totalitario del commerciante Mercurio (divinità della comunicazione e del commercio oggi inscindibili attraverso la menzogna di una certa pubblicità dominante nei media di massa) che arrichisce pochi banchieri e affama masse prostrate. Resta, ahinoi, Marte, la cui ferocia si accresce con i progressi della tecnologia e la ui presenza nell’agire umano non è agevole abrogare. Ebbe una funzione oggettiva nel portare a realizzazione gli schemi rivoluzionari virtuali dello scorso secolo, a partire dal 1871 (il popolo in armi non è semplicemente una metafora machiavelliana per indicare il legame tra sovranità e popolo in uno stato nazionale, ma una costante dell’agire politico moderno delle masse: la Comune di Parigi (1871), la rivoluzione d’ottobre (1917), le varie comuni europee dell’inzio secolo XX (la Berlino degli spartakisti, il biennio rosso italiano ecc.), la rivoluzione proletaria russa (1917), la rivoluzione sociale e libertaria spagnola (1936). Come escludere che abbia a che fare con il nostro tortuoso presente? Visto che nel segno di Mercurio non riesci a domare la crisi concordando un nuovo equilibrio geopolitico, l’appello di Marte torna a risuonare, come nell’agosto del 1914 e del 1939 (prima e seconda guerra imperialista occidentale), oppure nelle forme più decentrata della seconda metà del secolo trascorso e più di recenti disaventure mesopotamiche ed afgane (guerre globali neocoloniali e neo-imperiali). Un po’ di keynesismo militare non guasta mai per smaltire merci e poveri, mentre si affaccia la tentazazione di utilizzare la residua superiorità tecnologica Usa per ridimensionare pericolosi concorrenti sul nascere e tenere sotto controllo l’immigrazione anche una severa ammonizione a insubordinati e insorgenti cadrebbe a puntino. Se tale sciagurato scenario prevalesse, ogni iniziativa egemonica dal lato delle moltitudini subalterne ne verrebbe qulificata con tratti operativi nuovi ed esiti incerti. Da pagani novelli, interrogheremo gli oracoli, senza trascurare di erigere argini. ).”
A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.

Il politeismo politico di A. Illuminati secondo Fabio Frosini
D’altra parte la teologia in quanto tale, al di là delle sue belle declinazioni, va ripercorsa e criticata, perché essa è potenza ideologica che mobilita energie –dalle passioni alle disquisizioni metafisiche, e le mette tutte in linea, come in una batteria. Ecco allora l’ipotesi di lavoro: “in generale potremmo ipotizzare che la teologia moneteista tende a chiedere l’incompletezza dell’universale, mentre quella poleteista (una nuova mitologia) che lascia sussistere sul piano dell’immaginazione simbolica, dell’ideologia e dunque della politica, cercando un altro tipo di unificazione tra teoria e prassi”. A. Illuminati.
Una qualche unità di teoria e pratica, la teologia è sempre in grado di realizzarla: si tratta di optare spostando l’accento del (non del) teologico verso il mitologico (verso un sapere laico ed antropologico), come in una regressione temporale, e di qui al politico, che in questo modo può riscattarsi da quel ruolo di “agente sotto copertura” che sempre ricopre nel caso ell’uso governativo della religione (considerata in senso machiavellico ixstrumentum regni ). In ogni caso, il lavoro da compiere non è solo sui contenuti, ma sullo stile, la forma insomma lo statuto del discorso teologico. Non mancano del resto, esempi: il frammento di sistema “Hegel-Hoederlin, opportunamente ricordato da Illuminati, continua a metterci dinnanzi alla stessa questione: la verità si definisce non nel muto dialogo del pensatore con l’universale, ma nel nesso politico reale con l’elemento popolare. La questione dunque: scavare dentro la teologia per riscoprire il fondo popolare cioè arcaico nell’immenso patrimonio mitologico e religioso occidentale ed orientale, nell’ipotesi di lavoro che solo moltiuplicando gli universali, questi vengono realmente mondanizzati, non solo come concetto, ma nella concreta pratica collettiva. Il fatto che la cancellazione (o eclissi) storica del partito come avanguardia di classe rimette a nudo una struttura di lunga durata, la religione come quel tessuto culturale, che più estensivamente e intensivamente , collegato le masse popolari: la teologia è il sapiente, astuto discorso strategico che imprigiona e articola questo tessuto e lo costringe a rimodellamenti continui sulla base delle contrastanti esigenze del momento. Il lessico-base della teologia, in quanto si esercita sulla religione, non può che essere allora quello dei quattro elementi, cioè del modo in cui le società indo-europee hanno parlato del mondo, della realtà, e che nonostante tutto, è ancora alla base del nostro vocabolario, quando non adottiamo un approccio settoriale. Se come scriveva Schmitt, “tutti i concetti pregnati della moderna dottrinaq dello stato sono concetti teologici secolarizzati”, allora la dinamica secolare delle cangianti necessità e opportunità politiche riscrive, necessariamente, la teologia stessa. Se il concetto di secoalrizzazione è il luogo di una disputa in cui nulla è mai dato, si comprende come la teologia politica sia la grammaica storicamente più durevoe e ramificata del potere. Dell’opzione poilteista s è detto: è la scelta per l’immanenza, che immediatamente significa il doppio rifiuto della logica della sovranità e di quello della governace, cioè della “variante pastorale”. La genealogia Machiavelli, Goethe, Nietzsche,nel segno di Lucrezio e di Spinoza, è una preziosa fonte di ispirazione, ma non basta. Come essi fecero, occorre praticare l’immanenza, non solamente pensarla. Occorre anzi pensarla in un modo, che sia incompleto senza la sua pratica. Ma in che forma ciò è possibile? Illuminati ripropone a modo suo, una hoelderliniana mitologia della ragione, e la pratica avventurandosi in questa “artigianale Elementatio thelogica”. La scorreria compiuta attraverso acqua, aria, terra e fuoco non può essere qui ricostruita , se non sommi capi e nel suo significato generale. Si tratta, banalmente di riappropiarci del mondo, ma non di un supposto mondo vergine al di qua della storia, bensì proprio del mondo, come è stato pensato, detto e governato sotto il prisma di ciascuno dei quattro elementi, arricchito e riformulato continuamente, secondo un sistema aperto di rinvii reciproci che cancellano in radice l’antitesi tra natura e cultira, tra spontaneità e potere. Dentro ogni elemento, la teologia politica, per controllare le spinte dei subalterni, ha inscritto elementi reciprocamente irrideucibili,stravolgendoli ma anche in certo modo salvandoli, per cui la storia degli elementi è anche la dimostrazione dell’inesauribilità del conflitto”. 

(F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.)

Acqua
Così l’acqua è l’immagine del diritto di natura da Spinoza opposto alla chiusura del potere, è la fluctuatio animi rispetto alla ragione, ma anche il simbolo del dominio imperiale sui mari e, allo stesso tempo, della pirateria che a ciò si ribella dall’interno. E’ distribuzione democratica della vita ma anhe messa a regimee controllo di essa. F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto

Terra
La terra, come chora irriducucibile al discorso del logos, riemerge come territorio da spezzettare e da colonizzare, che però sempre i nuovo rivendica la propria unitariertà e comunitareità nei tumuliti condotti in nome di un altro diritto (di nuovo Spinoza). F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.

Aria
L’aria (accomunata all’etere) è metafora della volatilità e della modernità, e dunque allo stesso tempo, del potere diffuso e dei modi per eluderlo: dalla totalizzazione dello spazio grazie alla cibernetica, all’articolazione materiale del conflitto nelle ricadute praticeh del General Intellect (per K. Marx, sapere sociale prodotto dal lavoro vivo nel corso el tempo). F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.

Fuoco
Il fuoco, infine, allo stesso tempo è umile fiamma che riscalda, cuoce, conforta o rogo che annienta infedeli ed eretici; è simbolo manifesto dell’universale a anche, molto più banalmente, “contorno teatrale” del ctumulto come alternativa alla spettacolare fiammata rivluzionaria purificatrice. 

(F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.)

FRAMMENTATE RIFLESSIONI POETICHE E FILOSOFICHE

Materiali per progettare attività di ricerca e conoscenza, pratiche sociali per le prossime quattro stagioni della Comune Accademia
Concatenazioni indignate gioiose di apocalissi
E subito riprende
Il viaggio
Come dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare
(Allegria di naufragi – Ungaretti) verso il 14 febbraio 1917, inteso nella notte tra il 13 ed il 14



1
Indignazione e passioni gioiose
Dentro l’apocalisse contemporaneo solo l’indignazione, è capace di tradurre le rabbie e le passioni tristi che il sistema coattamente riproduce in percorsi e progetti di metamorfosi gioiose , in empatiche e simpatiche relazioni umane (istituzioni costituenti aggregazioni sociali in senso humiano) perché il continuare ad attardarsi in passive attese di un di là paradisiaco (rassegnazione) , o in un al di qua di attesa di un ritorno a una perduta età dell’oro (ghetti dorati) o incattivirsi in infernali e disperate forme scettiche ciniche pulsioni autodistruttive (chiuse nella loro indifferenza, cinismo, passioni tristi rancorose) o peggio ancora chiudersi in se stessi (narcisismo o edonismo individualista) non ci porta lontano da possibili mutazioni e trasformazioni capaci di affermare vitalità comuni e singolari.
2
Macerie su macerie verso il futuro anteriore

Metamorfosi mito-poietiche generanti mutazioni che ricombinano pazientemente e  
gioiosamente macerie su macerie in forme comuni singolari.
“c’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus.  Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e la rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.” 
(W. Benjamin, tesi 9 della filosofia della storia)
3
Sviluppo contro progresso

Metamorfosi come generazioni di nuove forme valoriali e simboliche, politeiste affermazione di pluralità di valori e di società, erotiche (non intese in senso banale e riduzionista sessuale) pratiche di vita per salvare le cose amate dall’apocalisse capitalista sviluppista e consumista (economica e dietetica) e dal genocidio antropologico.
Il genocidio delle lucciole
“questa riflessione giunge al culmine in articolo destinato ad apparire sul “Corriere della Sera” tre anni dopo, “il vuoto del potere in Italia” (noto come l’articolo delle lucciole”) e che sarà incluso negli scritti corsari insieme ad altri testi …
L’”articolo delle lucciole” scatena un’enorme polemica politica , perché in esso Pasolini inaugura un concetto storiograficamente errato, ma profondamente efficace dal punto di vista euristico (della ricerca o dell’ipotesi assunta come idea direttrice nella ricerca) : quella di “regime democrstiano “, dove regime, naturalmente , non va inteso in senso politologico…..rispondono a questa lettura della realtà politica italiana (in modo polemico) anche molti altri intellettuali (oltre ad Andreotti che rivedica le notevoli trasformazioni avvenute in Italia negli ultimi trent’anni), tra cui Augusto del Noce, Roberto Guiducci nonché Franco Fortini sull’”Europeo”, quasi tutti per manifestare il proprio disaccordo sull’interpretazione della storia italiana e della crisi delle classi dirigenti proposta da Pasolini.
Fin dall’inizio dell’immediato secondo dopoguerra Pasolini aveva intrapreso una dura critica nei confronti del gruppo letterario che si stava raccogliendo attorno a Elio Vittorini e Franco Fortini, giudicando il loro lavoro troppo immediatamente propagandistico sul piano politico, e quindi scarsamente autonomo rispetto alle tendenze neocapitalistiche anche sul piano linguistico: era una resa alle posizioni del neocapitalismo in poesia, una letteratura affetta da sociologismo e rispecchiamento neorealistico, dal rifiuto dell’immaginario, dall’esaltazione del nuovo e della nuova società industriale.
“nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua […] sono cominciate a scomparire le lucciole.
Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante.
Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più.
Sono un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia tale ricordo, non può non riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta.”
La scomparsa delle lucciole decreta la fine di ogni illusione; in tono leropardiano, la gioventù è sparita anche nel rispecchiamento della nuova gioventù, in ciò Pasolini coglie l’avvicinarsi della vecchia.
“quel “qualcosa “ che accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”. A far scomparire le lucciole è il regime politico.
Sono sempre la società e la politca a determinare i grandi mutamenti economici. L’economia non si spiega mai di per se stessa, non è autoreferenziale.
 “Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma addirittura storicamente incommensurabili.
La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarli i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole ad oggi.
Qui Pasolini introduce, come accennavamo prima , una categoria storiografica errata, e tuttavia interessante: la continuità tra regime fascista e regime repubblicano[…] . in realtà, questo passaggio ha creato una forte discontinuità sia a livello politico sia a livello economico, sebbene alcuni dei vecchi poteri siano rimasti intatti. Bisogna considerare che esistono diverse forme di capitalismo: la gestione dittatoriale del capitalismo da parte del fascismo, la dittatura della borghesia, ed un capitalismo o più capitlaismi gestiti attraverso la democrazia parlamentare. [..] la seconda fase “si apre dunque con la scomparsa delle lucciole: “in questo periodo la distinzione tra fascismo e fascismo operata sul “Politecnico” poteva ache funzionare. Infatti sia il grande paese che si stava formando dentro il paese –cioè la massa operaia e contadina organizzata dal Pci sia gli intellettuali più anziani e critici, non si erano accorti che “le lucciole stavano scomparendo”. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l’immediato futuro: né identificare quello che allora si chaimava “benessere” con lo “sviluppo” che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il “genocidio” di cui nel Manifesto del Partito Comunista –uno dei più acuti testi di analisi politoco-filosofica, insieme a Che cos’è il terzo stato di Sieyès (1789) e alla Costituzione degli Stati Uniti d’America (1787)-, il genocidio storicamente progressivo è quello delle culture particolari, su cui Marx ed Englels esprimono un giudizio darwinamente positivo, all’opposto di Pasolini. Per Marx, nella storia, i sistemi sociali a più alta produttività del lavoro sconfiggono sempre quelli a più bassa produttività. [..] le lucciole rappresentano un mondo di valori, di mores nel senso antropologico di miti, credenze, costumi mondi vitali. “I valori” nazionalizzati e quindi falsificati, del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più [..] a sostituirli sono i “valori” di nuovo tipo di civilità totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. […]
Come abbiamo già detto, ciò che colpisce maggiormente Pasolini rispetto all’Italia è la rapidità con cui si produce questo cambiamento: in vent’anni il paese compie un percorso storicoche altri paesi europei si era compiuto in due secoli, e dà ciò discende la sua preoccupazione che alla crescita economica non corrisponda un pari sviluppo della crescita intellettuale e culturale delle popolazioni investite dalla trasformazione.
Pasolini non esprime queste concezioni da pensatore politico o da intellettuale politico, ma da letterato prestato alla polemica politica e civile. Il più alto esempio di tale posizione è dato da un intervento che Pasolini pronuncia nel 1974 alla Festa dell’Unità di Milano, e che sarà pubblicato negli Scritti Corsari con il titolo –scelto dallo stesso Pasolini – “il genocidio”. A riportarlo è “Rinascita”, la principale rivista teorica di sinstra, , che affronta diversi argomenti di ordine culturale e di critica letteraria, e che ha molto seguito anche al di fuori dell’ambiente di sinsitra.
Pasolini riassume qui molti dei temi a lui cari, che segnano tutta la sua riflessione poetica. Si tratta forse del vero testamento spirituale del poeta. Egli prende la parola dopo un intervento sulla situazione sociale del paese pronunciato dal principale rappresentante del riformismo comunista, Giorgio Napolitano, che era stato seguace di Giorgio Amendola ma che l’aveva poi abbandonato quando quest’ultimo si era trovato in gravi difficoltà all’interno del Pci. Napolitano esprime un giudizio fondantalmente positivo sulla trasformazione in corso in Italia, basando il suo discorso sul cambiamento economico-sociale, sull’aumento dell’occupazione operaia, sull’ampliamento delle classi medie, sulla modernizzazione del paese, anche attraverso la comparazione con gli altri paesi europei. L’Italia, proprio in quelli anni, entr anel novero dei paesi industriali e comincia ad essere invitata ai consessi internazionali che prima la vedevano esclusa (scambio di opinioni e ruolo dell’Italia nel Mediterraneo). […]. Negli stessi anni Pasolini scrive il suo ultimo romanzo, Petrolio (pubblicato nel 1975), incompiuto e difficile, rimasto ancora allo stadio di riflessione, e che rivela un nuovo elemento della sua poetica: una grande rivoluzione linguistica. Pasolini non si cura più della bella forma; al contrario, inizia a scomporre il testo. Petrolio è un romanzo meno tradizionale rispetto ai precedenti, e si avvicina molto allo stile che in quelli stessi anni porta al massimo livello un altro interprete critico della modernizzazione, il quale proietta però il suo lavoro all’interno della fabbrica: Paolo Volponi, autore di il Memoriale (1962) e le mosche del capitale (1989).
L’intervento di Pasolini alla Festa dell’Unità di Milano va collocato nel contesto di uno scambio di opinioni. Se solitamente chi parla in pubblico cerca di adeguare il suo discorso agli interventi precedenti, Pasolini se ne distacca invece totalmente.
“dirò subito, e l’avete già intuito, che la mia tesi è molto pessimistica, più acremente e dolorosamente critica di quella di Napolitano. Essa ha come tema conduttore il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa. Non è del resto una affermazione totalmente eretica o etrodossa. C’è già nel Manifesto di Marx un passo che descrive con chiarezza e precisioni estreme il genocidio a opera della borghesia nei riguardi di determinati strati delle classi dominate, soprattutto non operai, ma sottoproletari, o certe popolazioni coloniali. “
“oggi l’Italia sta vivendo in maniera drammatica per la prima volta questo fenomeno: larghi strati, che erano rimasti per così fuori dalla storia – la storia del dominio borghese e della rivoluzione borghese – hanno subito questo genocidio, ossia questa assimilazione al modo e alla qualità della vita della borghesia. Pasolini si riferisce qui alle subculture escluse dalla storia scritta. E’ un elemento che, pur non cristallizzandosi mai nel suo pensiero, lo collega al punto più alto della riflessione intellettuale contemporanea, per esempio allo studio della storia orale. [..] alcune conoscenze continuano ancora oggi a essere trasmesse solo dall’oralità: si pensi per esempio alle pratiche lavorative dei contadini e allo stesso lavoro di fabbrica. Il famoso libro di Elias Canetti, La lingua salvata (1977), fa riferimento alle culture della Mittleuropa, molte delle quali non sono state tramandate proprio per mancanza di testimonianza scritta. il dominio della storia borghese, legato all’industrializzazione e guidato dal consumismo, realizza in Italia la grande differenza storica: l’industrializzazione ha coinciso direttamente con l’emergere della società del consumo, ed è per questa ragione che nel nostro paese l’incidenza del consumo privato è molto elevata. La ricchezza non è vissuta come bene pubblico, ma come consumo individuale: l’orientamento all’azione, le pulsioni politiche, si relazionano perfettamente all’aumento dei consumi privati. Pasolini è il primo a mettere a fuoco questa distinzione e la sua intuizione sarà raccolta da un grande economista, Augusto Graziani che in un’antologia di scritti sulla storia economica d’Italia chiarisce bene questo passaggio. Pasolini analizza il modo in cui avviene il genocidio, ossia l’assimilazione al modo e alla qualità di vita della borghesia. “io sostengo che oggi ess avviene clantestinamente, attraverso una sorta di persuasione occulta”.

I testi del genocidio delle lucciole sono stati tratti da “Modernizzazione senza sviluppo –il capitalismo secondo Pasolini, di Giulio Sapelli ed. B. Mondadori-2005
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Darei l’intera Montedison per una lucciola

Pier Paolo Pasolini lo andava ripetendo profeticamente da anni che in Italia si è assistito in modo impotente e spesso complice da parte del sistema dei partiti dominanti (centro-destra-sinistra) ad uno sviluppo senza progresso; e per progresso sott’intendeva innanzitutto: culturale, sociale, etico, ecologico;
P. Paolo Pasolini inoltre andava ripetendo da anni che il consumismo era da considerare non semplicemente una nuova ideologia borghese del neo-capitalismo consumista emergente nel dopoguerra ma come nuova forma nascente di totalitarismo capace di cancellare forme radicate da secoli di cultura popolare (anche tradizionale), cancellazioni che non erano riusciti a provocare neppure le SS naziste occupanti i territori in complicità con il fascismo della Repubblica di Salò.
E poi P.P. Pasolini era molto chiaro nei suoi desideri che espresse in questa affermazione non romantica ma ecologista radicale: darei la Montedison (industria petrolchimica) per una lucciola.
“ad ogni modo, quanto a me (se ciò a qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.”
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Verso la metamorfosi

“nihil est toto, quod perstet, in orbe. Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago: niente al mondo permane uguale a se stesso, tutto fluisce in un perpetuo mutare di forme. Sono le parole del sapiente Pitagora che nel XV libro delle Metamorfosi spiega l’intima natura del mondo. Dalle origini del cosmo al tempo della sua contemporaneità. Ovidio racchiude in grandioso progetto, tutto il patrimonio mitico e culturale dell’antichità greco-romana. In una complessa struttura che conduce dal mito alla storia. Tratto da Laura Correale – alias – il Manifesto 28 luglio 2013.
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Metamorfosi canto e poesia

La nostra vita attiva e i nostri saperi comuni debbono percorrere una vera e propria metamorfosi con la poesia, poesia non intesa in senso puramente letterario ma mitopoietico cioè con quella capacità della ragione antica di lanciare un ponte sull’inconoscibile divenire attraverso il mito; la poesia ha avuto in molti casi la funzione di anticipare uno sguardo sul futuro, ma anche la capacità erotica (con la sua vitalità avvalendosi dell’Eros) di trarre il vivente – e le cose amate – ; noi abbiamo bisogno un’altra volta di allearsi con Eros (l’amore) per salvare le cose amate-per noi il vivente (in forma naturale e culturale) e di strapparle allo stato apocalittico in cui versano (oggi la distruzione veste forme nuove, si può chiamarla paradossalmente “distruzione creativa”, forme di distruzione introdotte dalla modernità e velocizzate dal modo di produzione capitalistica e dal consumismo.
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Il canto e la poesia di Orfeo

Il ruolo della poesia è ben documentato nel mito del divino Orfeo che attraverso il canto trae l’amata Euridice dal mondo degli inferi e la conduce al mondo dei viventi. Del resto oggi gli umani di tutte le aree metropolitane –come ieri Euridice, sono permanentemente rapiti ed incantati dalle sirene della pubblicità e del consumismo, e gettati in uno stato di addiction o dipendenza che si può definire schiavitù volontaria).
Orfeo è da considerarsi l’inventore della poesia e del canto, ma non fu un canto ed un poesia qualsiasi. Quel canto ebbe la capacità di persuasione irresistibile verso gli dei che avevano rapito e tenevano in ostaggio negli inferi, Euridice, la donna amata da Orfeo; noi dobbiamo ripensare al canto e alla poesia in forme nuove capaci di persuadere a rilasciare e ridare autonomia ed indipendenza alle masse amate incatenate da TV e Social network; canto, poesia, filosofie capace di far ritrovare attenzione , capacità critiche, inventive ed altri mondi possibili oltre l’esistente mondo degli incatenati e dipendenti dalle merci e dai suoi valori di scambio.
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Antico come resistenza al moderno

Se la modernità per riprendere Benjamin attraverso lo sguardo di Baudelaire è “distruzione creativa”; questa “distruzione creativa” ha assunto toni paradossali ed accelerazioni distruttive nella nostra tarda modernità con i suoi automatismi conumistici dettati dalla legge valore e delle apparenze imposte dalla pubblicità; pubblicità che induce inconsapevoli coazione a ripetere e a sfondare limiti, e sopravvivere nelle proiezioni esterne, con i suoi guinness dei primati di estremità (sesso estremo, sport estremo, cibo estremo, ginnastiche estreme ecc.); allora se c’è qualcosa che resiste nel tempo alla modernità non è la tradizione la quale tenda all’opposto alla conservazione a bloccare le mutazioni o le metamorfosi , ma piuttosto l’antico – che spinge a riflettere e agire nei limiti naturali e culturali classici (limiti che non sono freni in senso moralistico e religoso ma piuttosto possibilità concrete e reali del nostro divenire anche mortale di vivere fino in fondo le nostre chances. E quindi per quanto riguarda l’agire materiale creare forme e produzioni che rispondano a necessità e bisogni e non ha proiezioni di pil (prodotto interno lordo) a pif (prodotto interno di felicità):
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Metamorfosi, mito-poiesi, elementi materiali e simbolici

Dipartimenti , laboratori e mappe
Come gruppo iniziatore, quando la “libera comune università pluriversità bolognina- comunimappe” muoveva i primi passi, abbiamo ipotizzato di suddividere ed aggregare le variegate attività didattiche, di ricerca e pratiche in dipartimenti e a sua volta questi di articolarli in laboratori, quali realizzazione e concretizzazione dei progetti di ricerca-azione; ricerca ed azione due aspetti inscindibili- , l’una capace di ritrovare mappe affettive, percettive e concettuali l’altra capace di trasformare radicalmente i territori attraversati.
Dipartimenti che non rimanessero dei territori chiusi l’uno verso l’altro, ma dipartimenti aperti che fossero espressione oltre che della loro specificità ricercata ed agita anche della complessità (intesa come consapevoli legami che le parti intrattengono con il tutto, quell’invisibile insieme interconnesso che è il vivente con i suoi artefatti).
Fin dall’inzio abbiamo assunto l’attuale apocalisse dei mondi viventi (materiali e simbolici) come punto di partenza per invertirvi la tendenza; l’attuale apocalisse non è generata né da fenomeni naturali entropici né qualche cataclisma che ci ha sorpreso nelle sue imprevedibili manifestazioni (caduta di asteroidi) , ma da una precisa strategia (o automatismi economico-fianziari) del capitale produttivo e finaziario di sussunzione del vivente (umano e non umano) nella sua perversa logica di valorizzazione mortifera di denaro-merce-capitale e nella logica inerte di produzione-consumo devastazione di beni comuni naturali e culturali.
Per ridare considerazione e valore a ciò che il tardo capitalismo e il consumismo come sua ideologia distruggono nella forma da un lato creativa dall’altra tossica (generando forme  di alienazione e dipendenza).
Abbiamo pensato di nominare i nostri costituenti dipartimenti attribuendo ad ognuno di loro un elemento, elementi che nel loro insieme sono alla base dell’immaginario filosofico e culturale orientale ed occidentale quali sono acqua, aria, fuoco e terra. Elementi base della materia e del simbolico che hanno contribuito a generare il mondo reale ed immaginario da noi abitato. Elementi che manifestano nella loro specifica potenza e nelle loro possibili ricombinazioni modi di reinventare e ricreare le variegate forme della vita (come manifestazione del vivente).
Politeismo o polimorfismo del vivente
Una forma di politeismo o polimorfismo del divenire singolare e comune dentro un ricreato orizzonte ecologico e antropologico (consapevolezza del nostro essere in relazione col vivente e con le sue forme simboliche e materiali permanentemente rigenerate).
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liberare gli elementi e strapparli alla teologia

“il politeismo è la forma che meglio ricalca e asseconda una realtà pensata e vissuta come tumulto pluriverso e sovradeterminato, serie di intrecci irriducibili ad una direzione, ad un progresso, ad una destinazione: i molti contro la riduzione ad uno.” Fabio Frosini -liberare gli elementi e strapparli alla teologia- Alias 17/11/2012 .
F. Frosini fa queste affermazioni nell’ambito della presentazione del saggio Teologia dei quattro elementi : manifesto per un politeismo politico, ed Mimesis-2012, del filosofo Augusto Illuminati.
Il politeismo del bene comune
A.   Illuminati presentando il suo sopracitato saggio in un articolo di Alias-il Manifesto -17/11/2012- il politeismo del bene comune – così sintetizza la sua ricerca: ”abbiamo frugato elemento per elemento (d’acqua, d’aria, di fuoco e di terra) per cogliervi il dissidio profondo fra una lettura teologica che li riporta a ombre dell’unico Dio, e metafora dell’onnipotente sovrano politico, e il politeismo che vi legge potenze degli umani e della natura da Lucrezio, a Spinoza, a Goethe. “
e prosegue: “teniamo ora di definire una teologia del politeismo: una festa federale delle singolarità sociali in aggregazione ed in conflitto, non di comunità trasparenti (solo) a se stesse. Federazione di forme di vita come diceva G. Debord alla vigilia del 1968, copresenzaa simultanea di molti tempi federati. Intendendo per forma di vita una condizione definita da una struttura economica e sociale, per esempio dagli effetti debitori e occupazionali della finaziarizzazione, che produce precarietà (materiale,esistenziale e simbolica)…..”
e parecchio più in là..
“ciascuna forma di vita ha un suo corredo di passioni gioiose e tristi, una diversa esperienza nel tempo, nel contrarsi del presente e correlativo perso della memoria e delle attese future, assume droghe disparate: varianti inconfrontabili con quelle tradizionali per effetto della corrosione del carattere e della precarizzazione del lavoro che ha reso irreversibili. La condizione precaria si schiaccia nella cittadinanza condizionata e ricattata del migrante, colorate dalla giovinezza, di cui le attitudini neoteniche, sono pretesto di feroce sfruttamento quanto testimonianza della flessibilità dell’animale umano nell’apprendimento prolungato. “ da A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.
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Il lavoro vivo post-fordista la condizione in pech (una sfiga per Marx) della precarietà e la traducibilità reciproca delle forme della vita separate

“il tocco adolescenziale implica e riproduce l’indole potenziale del lavoro vivo post-fordista, il rischio positivo della dipendenza di masse operaie dal vampiresco apparato del capitale fisso.
…..
Nel III millennio, come prima per il lavoratore produttivo, essere giovani è una sfiga, ein pech, come scriveva Marx. La precarietà accomuna cerchie distinte e le mantiene nella separatezza, nel terrore di confondersi e precipitare verso il peggio. La traducibilità reciproca delle forme di vita, condizione per un riscatto dal debito e dalla crisi, rimane virtuale e senza egemonia (capacità gramsciana di influenzare positivamente l’intera società ed orientarla al cambiamento).”  A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.
La classe operaia nucleo essenziale e gli intellettuali nell’ottocento-novecento come attori dei processi di simbolizzazione (creare valori quali giustizia, libertà e cooperazione solidale) trasformazione radicale della società (rivoluzioni e conflitti capaci di generare nuovi diritti sociali e civili).
“Nell’ottocento-novecento essa fu garantita dalla classe operaia delle grandi aziende minoritaria rispetto all’insieme dei lavoratori (artigiani, contadini, braccianti…), ma concentrata e disciplinata dal processo di produzione capitalista di cui costituiva il nucleo essenziale. La rinforzò l’avanguardia organizzata composta da intellettuali di origine borghese e quadri professionali di fabbrica (operai specializzati o di mestiere portatori di conoscenze specifiche ma anche alfabetizzati). Condizione non riproducibile (ora), almeno in occidente, per la frammentazione degli insediamenti industriali e della stessa tecnologia lavorativa (delocalizzazioni, esternalizzazione e lavoro autonomo eterodiretto, automazioni e riduzione della classe operaia di fabbrica s’aggiungono a quanto esposto). Non è semplice sostituirvi una qualche egemonia del precariato organizzato (e degli stessi migranti regolari e clandestini), per il solo fatto di concentrare il tratto comune del lavoro sfruttato. La società della conoscenza (e del cognitariato) si è rivelata nella crisi, una promessa inadempiuta in occidente come in Cina, per non parlare dei diplomes chomeurs (diplomati disoccupati) nel Magreb (le varie primavere arabe o turche nelle periferie mediorientali come le rivolte degli indignanti delle varie occupy nelle metropoli, tra loro interconnessi a livello globale attraverso i differenti social network ha provato forse ha manifestatasi questa potenza sommersa e frammentata dei nuovi strati precari cognitari del lavoro vivo post-fordista). ).” 
Frammenti di  A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.

Disidentificazione e divenire-minore come condizione di assemblaggio di traduzione reciproca
“La disidentificazione che accompagna il crollo del sistema sovranità-popolo e al fordismo produttivo precipita nel punto in cui l’oggettività dell’egemonia svela la traccia della sua contingenza, riaprendo il tempo evento della politica. Il divenire-minore è condizione di un assemblaggio per traduzione reciproca di altre condizioni minori, soprattutto quando la forma di vita che vi si candida contiene intensivamente in sé alcuni tratti epocali e concomitanti di eccedenza e precarietà. L’organizzazione delle lotte storiche (delle classi subalterne ed operaie dei secoli trascorsi) si radica nell’autodisciplian dei produttori garantita da una filosofia teleologica (finalistica, finalizzata a..), ma in un diverso rapporto con il general intellect (l’intelletto generale o il sapere sociale come prodotto del comune agire e dell’agire in comune ). La candidatura traduttiva e promozionale della frazione più intellettuale del lavoro vivo precario non si condensa in un gruppo sociale: il cognitariato è un soggetto identitario solo nel miraggio capitalistico della società della conoscenza(come capitale umano individualizzato, messo in competizione e al lavoro,  sussunto nella rete della cooperazione ‘volontaria o della servitù volontaria “ e nel processo planetario di produzione sociale capitalista).
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Politeismo

“Politeismo vuole dire tenere distinte e comunicanti le forme della vita, senza accettarle per defenitive, anzi facendole giocare ad un superamento delle condizioni imposte dalla crisi.” Frammenti di  A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.
Prosegue:
“ abbiamo ispirato il nostro lucreziano politeismo a Venere, hominum divoque voluptas, che percuote i cuori con la sua forza vitale, v’infonde dolce amore, propagando le generazioni delle stirpi e assopendo le feroci opere della guerra. Rinneghiamo il regno totalitario del commerciante Mercurio (divinità della comunicazione e del commercio oggi inscindibili attraverso la menzogna di una certa pubblicità dominante nei media di massa) che arricchisce pochi banchieri e affama masse prostrate. Resta, ahinoi, Marte, la cui ferocia si accresce con i progressi della tecnologia e la ui presenza nell’agire umano non è agevole abrogare. Ebbe una funzione oggettiva nel portare a realizzazione gli schemi rivoluzionari virtuali dello scorso secolo, a partire dal 1871 (il popolo in armi non è semplicemente una metafora machiavelliana per indicare il legame tra sovranità e popolo in uno stato nazionale, ma una costante dell’agire politico moderno delle masse: la Comune di Parigi (1871), la rivoluzione d’ottobre (1917), le varie comuni europee dell’inizio secolo XX (la Berlino degli spartakisti, il biennio rosso italiano ecc.), la rivoluzione proletaria russa (1917), la rivoluzione sociale e libertaria spagnola (1936). Come escludere che abbia a che fare con il nostro tortuoso presente? Visto che nel segno di Mercurio non riesci a domare la crisi concordando un nuovo equilibrio geopolitico, l’appello di Marte torna a risuonare, come nell’agosto del 1914 e del 1939 (prima e seconda guerra imperialista occidentale), oppure nelle forme più decentrata della seconda metà del secolo trascorso e più di recenti disavventure mesopotamiche ed afgane (guerre globali neo-coloniali e neo-imperiali). Un po’ di keynesismo militare non guasta mai per smaltire merci e poveri, mentre si affaccia la tentazione di utilizzare la residua superiorità tecnologica Usa per ridimensionare pericolosi concorrenti sul nascere e tenere sotto controllo l’immigrazione anche una severa ammonizione a insubordinati e insorgenti cadrebbe a puntino. Se tale sciagurato scenario prevalesse, ogni iniziativa egemonica dal lato delle moltitudini subalterne ne verrebbe qualificata con tratti operativi nuovi ed esiti incerti. Da pagani novelli, interrogheremo gli oracoli, senza trascurare di erigere argini. ).” Frammenti di  A.Illuminati-il politeismo del bene comune, alias-il Manifesto-22-11-2012.
Il politeismo politico di A. Illuminati secondo Fabio Frosini
“D’altra parte la teologia in quanto tale, al di là delle sue belle declinazioni, va ripercorsa e criticata, perché essa è potenza ideologica che mobilita energie –dalle passioni alle disquisizioni metafisiche, e le mette tutte in linea, come in una batteria. Ecco allora l’ipotesi di lavoro: “in generale potremmo ipotizzare che la teologia monoteista tende a chiedere l’incompletezza dell’universale, mentre quella politeista (una nuova mitologia) che lascia sussistere sul piano dell’immaginazione simbolica, dell’ideologia e dunque della politica, cercando un altro tipo di unificazione tra teoria e prassi”. (A. Illuminati).

“Una qualche unità di teoria e pratica, la teologia è sempre in grado di realizzarla: si tratta di optare spostando l’accento del (non del) teologico verso il mitologico (verso un sapere laico ed antropologico), come in una regressione temporale, e di qui al politico, che in questo modo può riscattarsi da quel ruolo di “agente sotto copertura” che sempre ricopre nel caso dell’uso governativo della religione (considerata in senso machiavellico ixstrumentum regni ). In ogni caso, il lavoro da compiere non è solo sui contenuti, ma sullo stile, la forma insomma lo statuto del discorso teologico. Non mancano del resto, esempi: il frammento di sistema “Hegel-Hoederlin, opportunamente ricordato da Illuminati, continua a metterci dinnanzi alla stessa questione: la verità si definisce non nel muto dialogo del pensatore con l’universale, ma nel nesso politico reale con l’elemento popolare. La questione dunque: scavare dentro la teologia per riscoprire il fondo popolare cioè arcaico nell’immenso patrimonio mitologico e religioso occidentale ed orientale, nell’ipotesi di lavoro che solo moltiplicando gli universali, questi vengono realmente mondanizzati, non solo come concetto, ma nella concreta pratica collettiva. Il fatto che la cancellazione (o eclissi) storica del partito come avanguardia di classe rimette a nudo una struttura di lunga durata, la religione come quel tessuto culturale, che più estensivamente e intensivamente , collegato le masse popolari: la teologia è il sapiente, astuto discorso strategico che imprigiona e articola questo tessuto e lo costringe a rimodellamenti continui sulla base delle contrastanti esigenze del momento. Il lessico-base della teologia, in quanto si esercita sulla religione, non può che essere allora quello dei quattro elementi, cioè del modo in cui le società indo-europee hanno parlato del mondo, della realtà, e che nonostante tutto, è ancora alla base del nostro vocabolario, quando non adottiamo un approccio settoriale. Se come scriveva Schmitt, “tutti i concetti pregnanti della moderna dottrina dello stato sono concetti teologici secolarizzati”, allora la dinamica secolare delle cangianti necessità e opportunità politiche riscrive, necessariamente, la teologia stessa. Se il concetto di secolarizzazione è il luogo di una disputa in cui nulla è mai dato, si comprende come la teologia politica sia la grammatica storicamente più durevole e ramificata del potere.
Dell’opzione politeista s’è detto: è la scelta per l’immanenza, che immediatamente significa il doppio rifiuto della logica della sovranità e di quello della governance, cioè della “variante pastorale”. La genealogia Machiavelli, Goethe, Nietzsche,nel segno di Lucrezio e di Spinoza, è una preziosa fonte di ispirazione, ma non basta. Come essi fecero, occorre praticare l’immanenza, non solamente pensarla. Occorre anzi pensarla in un modo, che sia incompleto senza la sua pratica. Ma in che forma ciò è possibile? Illuminati ripropone a modo suo, una hoelderliniana mitologia della ragione, e la pratica avventurandosi in questa “artigianale Elementatio thelogica”. La scorreria compiuta attraverso acqua, aria, terra e fuoco non può essere qui ricostruita , se non sommi capi e nel suo significato generale. Si tratta, banalmente di riappropriarci del mondo, ma non di un supposto mondo vergine al di qua della storia, bensì proprio del mondo, come è stato pensato, detto e governato sotto i
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I quattro elementi



Lungo i quattro elementi, ciò che emerge è la necessità di un’organizzazione “egemonica” di tutto ciò che si presenta come irriducibile alle categorie giuridiche sovrane”, per farlo passare dalla resistenza diffusa ad una qualche forma di progetto. La politica è “egemonica quando associa interesse e passione in una narrazione”. Ecco il punto: gli elementi vanno narrati, per conferire loro un ordine alternativo a quello giuridico-teologico, immanente alle pratiche di resistenza. Un ordine che essi di per sé non hanno e che può essere detto solo inventandolo. E qui ci scontriamo con una difficoltà, perché la trascendenza di quella invenzione si sovrappone all’immanenza di quelle pratiche. Del resto, in mancanza di intellettuali organici [Gramsi parla del partito come intellettuale organico (immerso in quella materialità comune sociale) alla classe operaia e alle classi subalterne) ], questa difficoltà riproduce esattamente la situazione. F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.
l prisma di ciascuno dei quattro elementi, arricchito e riformulato continuamente, secondo un sistema aperto di rinvii reciproci che cancellano in radice l’antitesi tra natura e cultura, tra spontaneità e potere. Dentro ogni elemento, la teologia politica, per controllare le spinte dei subalterni, ha inscritto elementi reciprocamente irriducibili, stravolgendoli ma anche in certo modo salvandoli, per cui la storia degli elementi è anche la dimostrazione dell’inesauribilità del conflitto”.
 F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.
Specifici elementi materiali e simbolici

Acqua
 “Così l’acqua è l’immagine del diritto di natura da Spinoza opposto alla chiusura del potere, è la fluctuatio animi rispetto alla ragione, ma anche il simbolo del dominio imperiale sui mari e, allo stesso tempo, della pirateria che a ciò si ribella dall’interno.
 E’ distribuzione democratica della vita ma anhe messa a regimee controllo di essa.F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto
Terra
La terra, come chora irriducucibile al discorso del logos, riemerge come territorio da spezzettare e da colonizzare, che però sempre i nuovo rivendica la propria unitariertà e comunitareità nei tumuliti condotti in nome di un altro diritto (di nuovo Spinoza). F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.
Aria
L’aria (accomunata all’etere) è metafora della volatilità e della modernità, e dunque allo stesso tempo, del potere diffuso e dei modi per eluderlo: dalla totalizzazione dello spazio grazie alla cibernetica, all’articolazione materiale del conflitto nelle ricadute praticeh del General Intellect (per K. Marx, sapere sociale prodotto dal lavoro vivo nel corso el tempo). F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.
Fuoco
Il fuoco, infine, allo stesso tempo è umile fiamma che riscalda, cuoce, conforta o rogo che annienta infedeli ed eretici; è simbolo manifesto dell’universale a anche, molto più banalmente, “contorno teatrale” del ctumulto come alternativa alla spettacolare fiammata rivluzionaria purificatrice. F.Frosini: liberare gli elementi e strapparli alla teologia, alias il manifesto.

Testo elaborato da Pino de March – Versitudine on line (versitudine.net) per la comune accademia di comunimappe.

MARZO E LE DONNE


Comune Accademia 


PROSSIMI EVENTI (HUB – via Serra, 2 – Bologna) :

Mercoledì 20 marzo (18 – 20)
Donne e poesia 
vita poetica di una poeta donna tra le donne e tra le minorità sociali

Giornata mondiale della poesia con Serenella Gatti Linares (accorda Antonietta Laterza)




Venerdì 22 marzo (19 – 22)

 Ipazia d’alessandria

Incipit: sull’avventura della coscienza (tratto da “Sogni di Ipazia”)

1° atto:  sull’atomo (tratto da “Sogni di Ipazia”)

2° atto: sul messaggio, sul suono, sull’artista  (“tratto da sogni di Ipazia”)

letture a cura del laboratorio poesia e canto sociale

3° atto: Film “Agorà – Ipazia d’alessandria 





Mercoledì 27 marzo (18 – 20)
Relazioni possibili tra generi: alfabeto naturale o carnale 


Nella serata presentazione del libro di poesie di Antonietta Laterza

“Peper mona puppis” poesie erotiche


Alfabeto carnale
ossee consonanti
liquide vocali
vibrazioni
Immagini di visioni autocoscienti
Lungo una strada di vita
auotproduzioni di frammenti ricombinanti carne lettere e suoni
Antonietta Laterza conversa con Pino de March 

di frammentati
ritrovati
erotici alfabeti
sottratti 
alle mute urlate banalizzate trasgressioni dominanti  
click!
L’alfabeto carnale  che si incontra nei testi poetici di Antonietta Laterza
Pepper Mona Puppis
ovvero piccante gnocca (adriatica veneziana signora) escatologica
click!
e tira fuori la
luce
dentro me.
click !
capezzoli
vibranti
click!
di alfabeti in contro tendenza
sotto-testi corpi velati mostrati offerti  sacrificati macellati timbrati esposti
zapping sui tele-schermi e lungo le strade
click!
come uno scoglio
vorrei vedere il mare
click !
sugli altari  muri del vuoto senso  barocco
retoriche secolari  di pubblicità invadente vacuità  novecentesca   
click!
eppure a volte
mi vedo bella
tra i tuoi tubi cromati
click!
Onde quantiche
Capezzoli vibranti
natiche sporgenti
Click!
Un ritrovato toccante alfabeto delle trasgressioni trasgredite
click!
intese vitali
a trasformare
conformismi trasgressivi
 dilatati spalmati prodotti
dai dispositivi spettacolari
ovunque c’è testualità e corpi da marcare e sensare.
Click!
Click!
La foto digitale
Trasfigura
I confini
Del
mio corpo
Click!
è un succedersi di frammentati atti erotici indignati
che esplorano dentro alla catastrofe di senso e di desiderio asservito complice postmoderno
possibili lente esplorazioni corporee del godimento nella insostenibile velocità del desiderio messa in produzione nel tardocapitalismo
click!
Ricerca di un desiderio desiderato
 soggiacente sotto le stratificate colate di immagini murate liquide elettroniche 
click!
Culi
Seni
Gambe
Occhi
catturano sguardi inn-affettivi ossessionati
dalle superfici fisse e mobili
o nei percorsi liberamente coatti della vita immobile e veloce
passeggeri nevrotici stonati depressi
corrono verso nessundove
nessundove si vive intensamente
ancora  click!
click!
capezzoli
vibranti
click!
ombelico
pube
brune superfici
adesso scatto:
click!
autentica Antonietta
precarie esistenze
in cerca di vuoti essenze del superfluo
per affermare attraverso virtualità artificialità
desiderio di vitalità pulsante fluente 
dai social nework
 generazione cq
click!
mi sento attraente
errante, incredibile
come un fulmine
a ciel sereno
click!
filiere e distretti di desideranti oggetti prodotti clonati brevettati
si ammassano nelle nostre città di vetro
clik!
piccola schiava che
mi porta fra la gente
che ci guarda
senza capire
click!
Ma chi ti ha inventato?
Uno/a strizzacervelli
Fuggito/a da Auschwitz?????
Click!
segni singolari di desideri desiderati imprevisti ed imprevedibili
click!
come ti vorrei trasparente
come un desiderio.
Come la libertà.
click!
lo specchio mio interiore
cela
nel pudore
un contatto
con la mia vagina
sempre + vicina
adesso mi riflette
con nitida
veemenza: click!
ti ho stanata!
Click!
Defrag-mmenti di un carme impetuoso
Click!
Tempeste di mari cerebr-o-rmonali
Di Antonietta Laterza
Click!
Alla ricerca di un kamasutra mediterraneo

Conversazione immaginaria e poetica con l’autrice -Pino de March 



LA SCUOLA ALESSANDRINA DEL IV SEC.


                        Ipazia di Alessandria 


 L’ultima dei filosofi



Una conferenza a cura di Claudia Giordani


Alessandria d’Egitto, fine del IV secolo. L’insegnamento della filosofia, della matematica e dell’astronomia viene faticosamente continuato secondo la tradizione del glorioso Museo della città, fondato quasi 700 anni prima da Tolomeo I e più volte saccheggiato e danneggiato da rivolte interne e guerre esterne. Ipazia, una donna, è rettirice della scuola alessandrina. Un fatto singolare. Non c’è da stupirsi, infatti, che del suo straordinario insegnamento non siano rimasti che pochi indizi. Il suo genio, al pari della sua persona, fu cancellato con violenza e furia ideologica. In una situazione geo-politica che vede il potere dei patriarcati cristiani affermarsi progressivamente da oriente a occidente, che vede scuole di pensiero consolidate perdere il loro prestigio sotto la spinta dell’inarrestabile affermarsi dell’ortodossia cattolica, la figura di Ipazia brilla con la potenza di una luce che ancora vuole illuminare il mondo mentre le tenebre incombono.

I brani tratti dalle fonti antiche sono letti da Barbara Baldini
Conferenza e slides sulla figura di Ipazia di Alessandria. 
Oltre al contesto socio politico, vengono illustrate le principali innovazioni della scienza alessandrina.
– 15 marzo 2013

Dalle ore 19.00

via Luigi Serra – presso HUB – Bologna

– Durante la serata, come sempre aperitivo conviviale – 

IPAZIA E LE DONNE SAGGE O STREGHE

8 marzo 2013



Serata stellata e simposio filosofico-femminista e storico culturale 
Per continuare a “a  frugare tra le stelle”  con Ipazia e le donne sagge o streghe.


Dalle ore 19 alle 23

Nella sede di Comuni Mappe – presso HUB, via Luigi Serra, Bologna, Bolognina.

1° atto: conversazione  filosofica e storico culturale “sul pensiero  filosofico  neoplatonico e l’attività scientifica di Ipazia d’Alessandria”  
con  Pino de March e Glauco Miranda

2° atto: presentazione  “dell’immaginario e dell’esperienza delle donne sagge o streghe  in Europa” 
con Sandra Schiassi

3° atto: presentazione documento visivo sulla “genesi del movimento femminista degli anni 70 “ 
con Antonietta Laterza

Durante la serata cena sostenibile con vini dei “campi aperti” o “genuino clandestino”
Ipazia d’Alessandria un’insegnamento contro il fondamentalismo e la misogenia

L’8 marzo 415 dell’era nuova,  al tempo dell’imperatore fondamentista cristiano Teodosio, una scienziata ed una  filosofa della Scuola neoplatonica di Alessandria d’Egitto, viene rapita ed assassinata da fanatici monaci parabolani al servizio del vescovo Cirillo della città di Alessandria (oggi San Cirillo di Costantinopoli). Le fonti storiche ricordano la sua morte per l’efferatezza con cui è stata compiuta: le furono strappati gli occhi con gusci di conchiglie affilatissimi, per aver osato come donna ed astronoma frugato nei cieli –la casa di Dio-, fu scorticata e tagliata a pezzi perché il suo corpo-sapere fosse una volta per sempre disperso ed incomponibile, e alla fine bruciata per disperdere ogni traccia.

 “…fu trucidata dai cristiani in  quanto  irriducibile alle pretese della nuova religione (fondamentalista cristiana) che chiedeva sottomissione, obbedienza cieca , rinuncia alla libertà di pensiero (alle donne in prima istanza e poi anche a tutti gli altri). Insieme a lei, in nome di Cristo e con il beneplacito dell’imperatore  romano (Teodosio) venne distrutta la biblioteca d’Alessandria,  la più grande del mondo antico, di cui Ipazia, era diventata Rettrice dopo la morte del padre, Il matematico Teone.”
“ I monaci parabolani non erano una setta di  fanatici cristiani . Era un’associazione creata dallo zio di Cirillo, Teofilo; nata con l’apparente scopo di aiutare le popolazioni in caso disastri naturali, ma che in realtà erano come le SS naziste o come le squadraccie fasciste: 600 monaci-assassini al servizio del  vescovo, che ammazzavano dietro ordine del loro capo, il vescovo patriarca d’Alessandria d’Egitto Cirillo.”
1 Note storiche culturali : materiale tratto  da un  intervista di Massimo di Teo ad Adriano Petta – su Alias il manifesto  10-4-2010                 
“Ipazia  insegnò filosofia neoplatonica a cristiani e pagani, fece numerose scoperte nel campo della matematica e fece conoscere ai suoi allievi le opere di Archimede, Diofanto ed Euclide. “Ipazia era una scienziata di grande levatura, ma non un’eccezione in Alessandria d’Egitto e in quell’epoca fu l’ultima filosofa-scienziata  della Scuola Alessandrina, della prima per caratteristiche università  al mondo (pluralità di saperi ricercati e trasmessi), un’università durata per quasi 800 anni….”
2 Nota storica culturale : materiale tratto  da un  intervista di Massimo di Teo ad Adriano Petta – su Alias il Manifesto  10-4-2010
“L’imperatore Teodosio aveva emanato un editto dopo l’altro, proibendo tutte le religioni che non fossero quella cristiana, pena la morte; dando l’ordine di bruciare tutti i tempii pagani, le sinagoghe ebraiche, di chiudere i Misteri Elusini e le Olimpiadi.  Prima di fare tutto questo,  Ambrogio vescovo di Milano, ispiratore e consigliere dei vari editti imperiali, gli aveva ordinato di bruciare i luoghi più pericolosi al mondo: le biblioteche! .  E quella di Alessandria per prima;  quella di Alessandria d’Egitto era una biblioteca rivoluzionaria; c’erano 700.000 volumi di cui 400.000 originali, ed una biblioteca aperta non solo agli studiosi  ma a tutta la gente, al popolo! “
“Ad alessandria d’Egitto … c’erano gli studi più avvanzati sul corpo umano, sulla botanica, fisica, chimica, astronomia, meccanica, filosofia, musica, e nella biblioteca, a disposizione di ogni studioso  o cittadino, c’era tutto lo sibile umano. Ipazia inoltre aveva creato anche strumenti utili, come l’aerometro, l’idroscopio,  l’astrolabio, per trasferire la teoria nella scienza sperimentale”
3 Note storiche culturali: materiale tratto  da un  intervista di Massimo di Teo ad Adriano Petta – su Alias il Manifesto  10-4-2010
L’impero romano decadente e la chiesa cattolica nascente
“ l’impero romano morente tentò di salvarsi afferrandosi alla chiesa cattolica nascente, ma per la sfortuna dell’umanità intera- proprio in quelli anni vissero ed operarono cinque abilissimi e spietati uomini politici, tutti accomunati da una misogenia radicale, quasi tutti futuri santi e padri della chiesa: Ambrogio a Milano, Agostino ad Ippona e Cartagine, Teofilo e Cirillo ad Alessandria, la terra più difficile da conquistare per la chiesa cattolica, città multietinica, multiculturale, multireligiosa, dove regnavano libertà inimmaginabili a quell’epoca, di conseguenza l’impero romano, che ormai seguiva fedelmente le scelte dettate dalla chiesa, tolse le indennità ed immunità all’unica comunità che poteva contrastare culturalmente Teofilo e Cirillo, la scuola di Ipazia. Il prefetto agusteo Oreste stimava molto la scienziata Ipazia, ed aveva intuito che Cirillo aveva la possibilità di annettersi l’intero Egitto in quanto poteva comandare 12000 monaci, più i fedelissimi  600 monaci-assassini, i parabolani. Chiese al reggente dell’imperatore romano d’Oriente, Antemio, in Costantinopoli,  di ridare subito indennità ed immunità ad Ipazia e alla sua scuola. Antemio capì e la attuò. …questa fu la goccia che fece traboccare il vaso del vescovo Cirillo:  ogni giorno cominciò a predicare contro quella donna  che non smetteva di dedicarsi ai numeri, alla musica e agli astrolabi: una strega!   E così Pietro il Lettore, il capo deio monaci-assassini, amico intimo del vescovo Cirillo….alla testa dei suoi sgerri aspettarono Ipazia (fuori dalla sua scuola),  l’afferrarono, la trascianarono nella nuova cattedrale cristiana del Cesareo.  Pietro  il Lettore, la denudò, le cavò gli occhi che gettò sull’altare di marmo bianco e poi la dette in pasto ai parabolani che la fecero a pezzi con dei gusci di conchilie affilate, poi misero i  suoi resti in alcuni sacchi di iuta e li trrascinarono per la città, fino al Cinerone, dove li bruciarono assieme alla spazzatura, urlando, chiamando Ipazia col nome con cui Agostino d’Ippona definiva le donne: “immondizie”.
Era l’8 marzo del 415 dell’era nuova “ma  non fu massacrata solo una grande scienziata.  Furono cacciati, esiliati ed uccisi anche quasi tutti gli ebrei, pagani, novaziani di Alessandria, furono fatti sparire tutti gli allievi di Ipazia, fu bruciata la biblioteca più grande del mondo antico assieme a tutte le altre di: Pella, Atene, Antiochia, Efeso, Pergamo. Ebbe inizio l’oscurantismo che fece precipitare il mon do nel buio.  Lo storico Gibbon in “declino e caduta dell’impero romano”, definì questa macchia “incacellabile” nel cristianesimo”.
4 Note storiche e culturali: materiale tratto  da un  intervista di Massimo di Teo ad Adriano Petta – su Alias il Manifesto  10-4-2010
Fondamentalismo e misogenia dei padri della chiesa
Fondamentalismo cristiano non è legato solo alla misogenia di un imperatore e di un vescovo, ma fu alimentato dalle scritture e pensieri di altri padri della chiesa:
S. Agostino, dottore della chiesa sostenne che:
 “la donna è un animale né saldo né costante; è maligna e mira a umiliare il marito, è piena di cattiveria e principio di ogni lite e guerra, via e cammino di tutte le iniquità; di lei si dubita che abbia un anima.”
S. Tommaso d’Aquino, dottore della chiesa e patrono delle Università Cattoliche oltre che inventore della seconda scolastica quella aristotelica,  non fu più leggero nei giudizii sulle donne di quello che è stato Agostino:
“la donna è un errore della natura, con la sua eccessiva secrezione di liquidi e la sua bassa temperatura essa è fisicamente e spiritualmente inferiore; è una specie di uomo mutilato, fallito , e mal riuscito; la piena realizzazione della specie umana è costituita solo dall’uomo.”
Di opinioni non discordi sulle donne un altro dottore della chiesa Sant’alberto Magno:
“il seme maschile fa nascere forme perfette, ossia, ma se per  qualche avversità esso si guasta, allora fa nascere femmine… perché nel coito c’è solo deformità, turpitudine, immondizia, ribrezzo. “
Ma tra tanto fondamentalismo e  misogenia cristiana si distingue il vescovo Sinesio, allievo di Ipazia, che documenta la sua persecuzione.
Sinesio una vita fondata sulla ragione
“A Sinesio dobbiamo innanzitutto riconoscenza per le lettere che lui scrisse ad Ipazia, fra i documenti più importanti che la storia ci ha tramandato sulla vita e sul pensiero della rande scienziata alessandrina; Sinesio fu allievo eccezionale di Ipazia, scelse di accettare la carica di vescovo di Cirene per motivi politici (per contrastare il fondamentalismo e la misogenia degli altri padri cristiani) … ma a Teofilo e a Cirillo disse che lui, non avrebbe mai rinunciato alla moglie e ai filgi, che non avrebbe mai tradito l’insegnamento più prezioso che Ipazia gli aveva trasmesso: la sua vita fondata sulla ragione! Che lui si abbracciava il cristianesimo, ma che mai nessuno gli avrebbe fatto credere alla fiaba della resurrezizone di Cristo!”
4: Note storiche e culturali: materiale tratto  da un  intervista di Massimo di Teo ad Adriano Petta – su Alias il Manifesto  10-4-2010
Le scuse di  Papa  Wojtila e  della chiesa contemporanea 
“Papa Wojtila chiese ‘scusa‘ solamente per ‘alcuni  figli della Chiesa‘ che commisero dei gravi errori. Papa Umberto VII e il suo braccio destro cardinal Bellarmino, che condannò al rogo Giordano Bruno e all’abiura Galileo, non erano dei figli della Chiesa, erano la Chiesa! Il Papa chiese perdono a Dio, non alle vittime di tanti roghi e genocidi, e solo per gli ‘errori’  commessi nel secondo millennio: quelli del primo, fra cui il massacro di Ipazia e di tutta la comunità pagana ed ebraica di Alessandria d’Egitto, per lui non contano.  E poi per quanto riguarda la pedofilia di cui è coinvolto il Vaticano, la risposta di Ratzinger : “è semplice chiacchericcio! Non  ci faremmo intimidire.”
5: Note storiche e culturali: materiale tratto  da un  intervista di Massimo di Teo ad Adriano Petta – su Alias il Manifesto  10-4-2010
                 
E  mai più nessuna donna avrebbe dovuto frugare tra le stelle”  (…. )
La sua morte cruenta neil corso dei secoli è diventata il simbolo delle persecuzioni religiose cristiane; e a queste persecuzioni seguirono altre, quelle delle donne sagge definite malvagiamente streghe nelle piazze e cattedrali d’Europa.                                        
Le streghe (o donne sagge)
“ la caccia alle streghe imperversò in tutta l’Europa cristiana  (cattolica e poi protestante) dal XIII al XVIII secolo. Iniziata nel 1258 con una bolla del Papa alessandro IV ,  si promulgò (senza sospensione temporanea  alcuna) fino al 1728 quando l’ultima volta in Europa una strega venne bruciata . cinque secoli che vedono il passaggio dal Medioevo all’età moderna, dal feudalesimo alle monarchie assolute, dall’aristotelismo scolastico all’illuminsimo; ma le persecuzioni contro le streghe, contro le donne sagge persiste identica. Mentre nelle corti italiane e quelle francesi, poi nei salotti, si disputa di arte, amore, cultura e libertà, nelle campagne si scatena la peresecuzione contro chi osa ribellarsi; coloro che, fedeli ad un patrimonio culturale antico, rifiutano l’ingerenza dell’autorità ecclesiastica sono arse vive a migliaia suile pubbliche piazze. E’ interessante notare che la Chiesa dei primi cristiani di fronte alle pratiche di magia e ai riti rivolti alle divinità pagane, non asume un atteggiamento di aperta persecuzione, bensì si limita a dichiarare falsi ed illusòri i prodigi stregoneschi ed eretico chi vi crede: ammettere l’esistenza di questi fenomeni, sia pure per combatterli, avrebbe significato dar loro una specie di avallo. Ma di fronte al loro persistere Sant’Agostino dichiara di credere nell’esistenza della stregoneria, pur considerando di natura psichica manifestazioni quali metamorfosi, levitazione… si giunge quindi alla bolla del 1258 con cui si considera eretico chi non crede all’effettiva esistenza dei fenomeni di stregoneria, ritenuti opera del demonio.  Ma occorre subito sottolineare  un punto: molto rara è la figura dello stregone: un vescovo italiano del 1600 arriverà a proclamare che ogni mago o negromante si trovano 10 000 streghe!  La stregoneria è considerata ed è un affare preminentemente di donne, non solo, ma si arriva perfino ad affermare che il nascere3 femmina predispone  a diventare strega. D’altra parte mettere in relazione il fenomeno della caccia alle streghe solo con la persecuzione messa in atto dalla Chiesa nel periodo summenzionato non consente di comprenderlo nella sua complessità
Le donne riconosciute come  sagge, depositarie di saperi  e temute come streghe
E’ necessario tornare indietro, agli albori della civiltà, poiché la strega, maga, diavolessa, saga, fattucchiera, la donna quale fonte di pericolo e depositaria di male, è un’immagine ricorrente in tutta la storia patriarcale.
Fin dai primordi le donne in qualità di raccoglitrice di erbe e bacche avevano imparato a riconoscre le piante medicinali e le qualità psicogene di alcune di esse, il cui uso può spiegare certe particolarità attribuite alle streghe in tutte le epoche: levitazione, mutabilità, metamorfismo.  La strega è un elemento importante in molte culture primitive; essa  è temuta non in quanto malefica ma perché depositaria di poteri oscuri e innafferabili. Questa funzione  magica assume diverse caratterizzazioni a seconda dei luoghi e dei momenti.
La maga poteva essere considerata emissaria di un culto barbaro, portavoce di una cultura di minoranza, sacerdotessa di una divinità caduta in disgrazia (dea madre del neolitico o Medea proveniva dalla Tessaglia; per i romani  le maghe erano sabine o marsiche). Racconti di streghe si trovano nel mondo germanico, nei racconti slavi, nelle saghe nordiche.
Ma la strega non è mai una figura isolata; attorno ad essa si raccolgono molte donne: le Menadi e le Baccanti sono sacerdotesse di un culto orgiastrico assai popolare in Grecia e nella Roma repubblicana e poi in quella imperiale. Il culto di Demetra come quella di della Magna Mater Cibele è la versione rispettivamente greca e romana di quelle  di una più antica divinità femminile che si ritrova all’origine di ogni civiltà (Istar, Iside ecc.), connesso con le fasi lunanri. La periodicità di queste fasi  infatti, fin dai tempi più remoti, era stata messa in relazione con i cicli della donna in base ai quali si era cominciato a scandire il tempo. Anche il succedersi delle stagioni veniva messo in relazione con il ritmico alternarsi delle fasi lunari: la luna era considerata una presenza benefica, indispensabile per la la crescita, in quanato essa fa germinare i semi, crescere le piante, partorire gli animali e le donne. Le donne si trovano pertanto sotto  la protezione della luna con la quale hanno in comune il potere di generare e di far crescere ogni cosa e persona.  La luna nei suoi diversi aspetti viene identificata con una divinità trina, molteplice che non si può definire univocamente (Ecate triformis). 
(ed anche qui la Chiesa  declinerà nella nuova  forma patriarcale maschile (padre, figlio e spirito santo)
Testo tratto da  Serena Castaldi e Liliana Caruso –l’altra metà della storia – casa editrice G. D’Anna –Messina-Firenze 1975.
…..
I  Sabbath
I riti delle streghe –sabbath – venivano celebrati in date che il cristianesimo aveva fatto proprie  assumendole direttamente dalla tradizione dei culti lunari (1 maggio- Calendimaggio, 1 novembre ogni santi,  2 febbraio Caldelora, mezza estate Assunta); si svolgeranno nei boschi o sulle colline, con la partecipazione di grandi folle (vi sono testimonianze di 25 000 persone). L’atmosfera era di grande libertà ed ebbrezza: vi si svolgeranno banchetti, canti, danze frenetiche (la ridda del sabba era un ballo in tondo assai ritmato ch si danzava schiena a schiena). Nel sabba, folle provenienti da vari paesi si incotravano senza restrizioni: l’unica condizione era presentarsi senza armi e, per gli uomini farsi accompagnare da una donna. Questi riti costituivano anche una rivolta contro le restrizioni sessuali: la Chiesa proibiva i mattrimoni fra consanguinei fino al 6 grado, il signore feudale, per non perdere un servo, ostacolava le unioni con le forestiere. Durante i riti invece tutti potevano incontrarsi liberamente; le tenebre  e l’ebbrezza consentivano di abbandonare gli schemi legati alle convenzioni  sociali per unirsi segeundo i propri desideri. Tuttavia “mai una donna ne tornò incinta “. Si dice che anche le nobildonne vi partecipassero e ne attingessero cognizioni abortive e contraccettive.
Testo trattto da  Serena Castaldi e Liliana Caruso –l’altra metà della storia – casa editrice G. D’Anna –Messina-Firenze 1975.
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Messe nere, donne sagge e persecuzioni  religiose
Messe nere
Dal XIV secolo in poi si diffonde l’uso delle messe nere, rito dissacratorio che segue punto per punto  l’andamento  della messa, per esorcizzare il Bene identificato con il Signore, l’autorità,  il padrone. Protagonista di questo dramma diabolico (rovesciato simbolicamente) è la donna, sacerdote, altare, ostia con cui si comunica tutto il popolo. Nella sua disperazione la donna-strega trova l’audacia, nella fedeltà a una tradizione antica la forza per schernire le manifestazioni del potere dominante, mantenendo in vita una tradizione femminile che cercava di opporsi all’invadenza di una civiltà decisamente  antiphisis (anticorporea ).  E così molte streghe saliranno al rogo con fierezza,  atesta alta, testimoni di valori antichi.
Testo tratto da  Serena Castaldi e Liliana Caruso –l’altra metà della storia – casa editrice G. D’Anna –Messina-Firenze 1975.
I sabba
I sabba sono descritti nelle testimonianze degli oppositori (le uniche esistenti) come  luoghi dove avvengono ogni  sorta di delitti: sodomie, incesti, congiungimenti con il demonio, uccisioni di bambini….Queste accuse riprendono, stravolgendone il senso, alcuni elementi presenti nell’antico rituale  della luna: una delle rappresentazioni della dea era la scrofa che mangia la prole:  ad essa nell’antichità venivano offerti sacrifici umani;
testo tratto da Serena Castaldi e Liliana Caruso –l’altra metà della storia – casa editrice G. D’Anna –Messina-Firenze 1975.
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Donne sagge  e il medico per il popolo Paracelso
La saga (donna saggia) per la sua conoscenza delle erbe e delle loro proprietà curative, era l’unico medico per il popolo (Paracelso dichiara di aver  imparato dalle streghe tutta la scienza); essa era l’unica disposta ad alleviare l’antica condanna “partorirai con dolore. Queste sue abilità le  verranno ritorte contro accusandola di preparare veleni e filtri per fatture e malocchi, e di derivare il suo sapere dall’accoppiamento col demonio (V. Conforti, streghe guaritrici).
Testo tratto da  Serena Castaldi e Liliana Caruso –l’altra metà della storia – casa editrice G. D’Anna –Messina-Firenze 1975.
La caccia alle  streghe  dei giudici inquisitori  redattori del Malleus Maleficarum (martello delle streghe)
La gente che per ricorrere ai servigi delle streghe, si lascia facilmente convincere che sono loro le responsabili di ogni digrazia. La psicosi dilaga, come sempre quando si identifica il capro espiatorio dei mali che affliggono la società in una vittima che non può diffendersi .  le delazioni si susseguono a catena qunado l’autorità ecclesiastica promuove  la crociata contro l’eresia con la bolla “Summis desiderentes affectibus “  del 1484.   In quello stesso anno Innocenzo VIII incarica H. Kramer  e J. Sprengher , giudici inquisitori  di Germania, di compilare una relazione di stregoneria.  Questa sarà il tristemente noto  Malleus Maleficarum (il maglio delle streghe), antologia di ogni sorte di accuse fondate sul pregiudizio e l’ancestrale paura del diverso. La colpa ha carattere eminentemente sessuale: si insiste ossessivamente sui contatti carnali col demonio, su elementi osceni, sull’impurità nella natura femminile.
 Testo tratto da Serena Castaldi e Liliana Caruso –l’altra metà della storia – casa editrice G. D’Anna –Messina-Firenze 1975.
Malleus Maleficarum  e l’Inquisizione cattolica-romana
Questo  è il codice a cui faranno riferimento tutti gli inquisitori. L’epidemia della caccia alle streghe dilaga, la peresecuzione politica accende la persecuzione. L’isteria collettiva oscilla tra i deliri allucinatori di quelle che si immaginano di essersi  congiunte col diavolo e il delirio omicida di francescani e domenicani che le sterminano col fuoco.  Nei territori in cui il diritto canonico resta forte, i pro0cessi di stregoneria si moltiplicano, dove i tribunali laici avocano a sé quelli affari essi diventano rari e spariscono.  Ad esempio questo succede in Francia per circa cento anni fra il 1450 e il 1550. In Spagnainvece durante il regno della pia Isabella (1506), il cardinael Ximenes comincia a bruciare le streghe, a Ginevra,allora governata dal vescovo, ne arde 500 in 3 mesi (1515).  Nel minuscolo vescovado di Bamberga in poco tempo mette al rogo 600 donne  e quello di Wurburg  900.  Il metodo è semplice: adoperare dapprima la tortura  creando col dolore e lo spavento testimoni falsi, poi estorcere all’accusata con sofferenze insopportabili, una confessione, e quindi credere a questa confessione anche contro l’evidnza dei fatti. Alcune  sono di9sposte a confesssare persino senza la tortutra: molte sono in preda ad una specie di esaltazione dettata dalla deisperazione per le condizioni di vita cui sono costrette ed anche dalle suggestioni di vedersi attribuire poteri soprannaturali, tanto più lontani dal loro effettivo annichilimento.  Nel 1518 l’inquisitore manda sul rogo 70 streghe nel Val Camonica, altrettante ne imprigiona; quelle sotto accusa ammontano a circa 5000 cioè a un quarto della popolazione complessiva della vallata.  A Brescia nel solo anno 1510 sono bruciate 70 donne, e 300  vengono arse vive a Como nel 1514.  L’Inghilterra puritana,  non essendo soggetta all’Inquisizione cattolica, raggiuge solo nel secolo XVII l’apice della caccia alle streghe.  Documenti dell’epoca deplorano la fatica che gli uomini dovevano fare per trovare una sposa; essi erano costretti ad andare molto lontano a cercarla, poiché non solo le donne e giovanette, ma anche le bambine erano sterminate.  In alcuni paesi non si trovavano più persone di sesso femminile  al di sotto dei sette anni!. … il cardinale J. B. Bousset, nella  Francia del ‘700, si diceva convinto che l’Europa fosse minacciata da un esercito di streghe di cui auspicaca il rogo.
Testo tratto da Serena Castaldi e Liliana Caruso –l’altra metà della storia – casa editrice G. D’Anna –Messina-Firenze 1975.
…….




Filosofi moderni complici  dei tribunali ecclesiastici della caccia alle streghe

I filosofi contemporanei non fanno nulla per contrastare  la caccia alle streghem anzi l’approvano:  F. Bacone e Malenbranche sono fra questi.  Persino  l’illuminismo sarà molto lento nel far luce su questo fenomeno.
La stregoneria fu dunque un vero e proprio –sessuocido  (femminicidio diremmo oggi) : si ritiene che le sue vittime, in soli due secoli, abbiamo raggiunto il numero di 8 milioni di donne sagge  arse vive.
Testo  tratto da  Serena Castaldi e Liliana Caruso –l’altra metà della storia – casa editrice G. D’Anna –Messina-Firenze 1975.
Testo di ricerca attiva ed di elaborazione permanente  di Pino de March

LIBERTINISMO FRANCESE

LIBERTINISMO FRANCESE COME PONTE TRA ORTODOSSIA SCOLASTICA E ILLUMINISMO
 Cyrano de Bergerac
           
Ad una visione schematica dello sviluppo del pensiero filosofico il “libertinismo” rischia di apparire una corrente decisamente minore rispetto ai grandi movimenti e alle grandi figure che dominano il pensiero del Seicento: Galileo, Descartes, Hobbes, Spinoza, Leibniz. 
Guardando  le cose più da vicino, ci si accorge che il processo di formazione di una nuova immagine del mondo si compie, lungo tutto il secolo, su uno sfondo nel quale il libertinismo svolge almeno in Francia, una funzione non secondaria, se non altro come punto di riferimento polemico dal quale prendere prudentemente le distanze.
Si pone allora il problema di un’esatta comprensione dei caratteri del libertinismo francese, delle sue problematiche teoriche, del suo significato politico e del ruolo svolto all’interno dell’emergente cultura borghese, tra utopia,  confornismo, eresia e  ribellione all’ortodossia cattolica e all’assolutismo monarchico;  e di ricerca del nesso che collega il liberinismo alle posteriori battaglie dei philosophes illuministi.
Nel Seicento ad una non lunga distanza dall’editto di Nantes(1598) , assistiamo in Francia alla nascita di nuovi ordini religiosi ed inziative caritative. Eppure in tutto il secolo sermoni e testi apologetici riflettono l’eco di affanose deplorazioni e confutazioni di molteplici manifestazioni di indifferentismo religioso, di eterodossie dottrinali, di vere e proprie eresie, visioni deiste ed ateiste.
Nota storica sull’Editto di Nantes e gli ugonotti:
 Enrico IV di Borbone, re ugonotto convertito dal calvinismo francese al cattolicesimo (1593), con l’editto di Nantes (1596) proclamò la religione cattolica religione dominante, imponendo la restaurazione del culto cattolico ovunque fosse stato soppresso, ma nel contempo  concesse libertà di culto agli ugonotti, l’eguaglianza dei diritti civili con i cattolici ed una serie di garanzie, tra le quali la più importante fu il possesso di duecento piazzeforti (una di questa la Rochelle);  il processo di accentramento e di consolidamento della monarchia francese si scontrò con le prerogative degli ugonotti; sarà Richelieu a stroncare le loro organizzazioni politiche e militari, sottomettendo la linguadoca ultimo loro focolaio di resistenza. Nel 1685 Luigi XIV, deciso a sradicare dal suo regno ogni dissenso religioso, revocò l’Editto di Nantes ed attuò con le armi la ricattolicizzazione della Francia. Ciò provocò l’esodo di molti ugonotti (circa 200.000) in Svizzera, Olanda, Germania, con grave danno per l’economia,dato che questi era dei provetti artigiani e commercianti.
Libertino
Un termine sempre più frequente, a designare il mutevole volto dell’incredulità, è –libertin-. dall’aggettivo latino libertinus, forma aggettivale di libertus, libertin è, etimologicamente, colui che è stato affrancato, che diventato libero; per traslato, passa a designare chi si pretende emancipato, dall’insegnamento dogmatico, dalle dottrine ortodosse (in particolare l’aristotelismo scolastico).
Nel Cinquecento il termine compare in alcuni scritti polemici di Calvino, a designare gli appartenti ad una setta protestante eterodossa.
Entrato in circolazione come una sorta di ingiuria teologica, esso vede in seguito progressivamente dilatarsi il proprio significato, fino ad indicare l’eterodossia non solo teologica, ma anche sotto il profilo filosofico-scientifico-etico e politico.
Sarebbe dunque impossibile, e comunque fuorviante, tentare una caratterizzazione univoca del libertinismo francese del Seicento: esso non costituì un vero e proprio movimento, ma fu piuttosto un insieme disorganico e mobile di atteggiamenti.
La parola   libertino come epicureo prima, è rimasta nell’uso corrente soltanto a significare “dissoluto”, “vizioso”: una connotazione dispregiativa che le deriva dagli oppositori polemici del libertinismo sulla scia delgi scrittori e filosofi medievali della scolastica in particolare tomistica, interpretando le tesi  epicuree come quelle  libertine secondo cui – il piacere è l’unico bene – come qualcosa di riprovevole per una certa ortodossia.
In realtà libertino significò nel XVII secolo –libero pensatore – e per libertinismo l’insieme delle dottrine e degli atteggiamenti che specialmente in Francia, letterati, magistrati, politici, fiolosofi, poeti e moralisti, ai quali si deve la critica delle credenze e superstizioni tradizionali religiose e popolari, delle imposture religiose monetiste e della preparazione e l’avvio successivo dell’illuminismo
Nota storica filosofica sugli illuministi:
Illuminismo:  movimento culturale e filosofico del XVIII sec. che si propone di rischiarare la mente di tutti gli uomini per liberarli dalle tenebre dell’ignoranza, della superstizione, dell’oscurantismo attraverso la conoscenza e la scienza. E’ spesso collegata alla prospettiva illuminista l’idea che l’ignoranza e la superstizione siano diffuse e mantenute nel popolo da chi detiene il potere per dominare le coscienze e tenere soggiogati i sudditi; l’emancipazione intellettuale diviene così anche emancipazione politica; sono stati considerati tali per certi aspetti anche i filosofi  greci: gli scettici, gli stoici e soprattutto  gli epicurei. Epicuro, si proponeva di liberare gli uomini dalla paura degli dei e della morte conducendo una critica della religione in nome della ragione; per questo è stato indicato come il grande illuminista dell’antichità. Ed anche per questa ragione sono stati considerati  tra filosofi di riferimento dei libertini francesi.
Le  critiche libertine rimasero in parte sotterranee, cioè rimase affidata ad una serie di scritti, conversazioni private, della quale si conserva traccia nella letteratura anonima e clandestina del Seicento.
Furono  sempre esercitata sul presupposto che restassero appannaggio di pochi, di una aristocrazia di dotti, per non mettere in pericolo, con la loro diffusione, istituzioni e costumi indispensabili all’ordine sociale. Il libertinismo rimase una filosofia radicale nella sfera privata che non investirà che minimamente la sfera pubblica.
In questo il libertinismo si lega alla cultura del Rinascimento in antitesi all’illuminismo che ha come programma la diffusione della verità tra tutti gli esseri umani.
Il libertinismo è per alcuni aspetti un movimento culturale che resta composito non univoco su posizioni conformiste ma anche utopiche.
Prenderò in considerazione le posizioni più utopiche e radicali  di questo movimento di critica all’ortodossia dogmatica religiosa e filosofica:  del Vanini, di Thèophile de Viau, Saint-Evremond, Cyrano de Bergerac,  ma non trascurerò di parlare dei libertini déniasés –disincantati e complici conservatori dell’emergente assolutismo politico come La Mothe Le Vayer, Naudé, Gassendi, Patin.
L’affermazione del libertinismo in Francia
Il libertinismo è filosoficamente importante come episodi di quella lotta per l’affermazione della ragione e della sua autonomia di giudizio nel dominio morale, politico, etico, religioso oltre che scientifico, ma anche per chiarire il concetto stesso di ragione.
Trova il libertinismo la condizione principale del proprio sorgere nella prevalenza politica che il cattolicesimo aveva acquistato nei paesi latini, con il suo seguito di intolleranza, condanne a morte, roghi di scritti e di  filosofi, monaci considerati eretici, di donne saggie considerate streghe. Persecuzioni e torture contro chiunque  venisse  additato dagli inquisitori del tempo come nemici dell’ortodossia cattolica, con la complicità dei sovrani dei vari stati assoluti.
Essi si rifanno ai pensatori del naturalismo rinascimentale Bruno e Campanella (XV sec), al naturalismo dei filosofi medievali della scuola di Chatres (X-XII sec), all’aristotelismo rinasimentale di Averroè e Pomponazzi. Alle sette eretiche del XII sec. e al monaco eretico Gioacchino da Fiore fondatore del libero pensiero,   ai materialisti dell’antichità Epicuro e Lucrezio, allo scettcismo di Pirrone di Elide,
VARIE INFLUENZE
Scuola di Chatres (Francia)
Il fondatore della scuola della cattedrale di Chatres X sec. è il monaco e filosofo  Fulberto (morto nel 1028)
Il secolo XII ci offre anche, in taluni indirizzi filosofici, l’esempio di un nuovo interesse per il mondo della natura; ed anche in questo caso il risultato di questo interesse è il riconoscimento di una più estesa autonomia della natura nei confronti dello stesso creatore (aspetto della scolastica del XII sec.).
I temi di filosofia naturale, che i filosofi di Chatres preferirono, sono molto semplici e tutti si riconnettono al tentativo di Abelardo di inserire il Timeo platonico sul tronco della teologia cristiana.  Abelardo aveva identificato la platonica anima del mondo con lo Spirito Santo; oltre a questa identificazione essi identificarono pure l’anima del mondo con la natura.
Con ciò la natura diventa la forza motrice, ordinatrice e vivificatrice del mondo; e questa azione acquista una dignità ed una forza autonoma.
La natura è detta la forza universale (vigor universalis) che non solo fa essere ogni singola cosa ma la fa essa, quella che in particolare  ella è.
…viene personificata ed esaltata la natura come figlia di Dio, la generatrice di tutte le cose, l’ordine, lo splendore e l’anima del mondo.
Ma l’importante è che, riconosciuta alla natura questa dignità, si rende possibile riconoscerle anche una certa autonomia; si  rende così possibile spiegare la natura con la natura;  ed i filosofi di Chatres utilizzando le fonti classiche (Cicerone) e patristiche ricorrono volentieri a dottrine epicuree e stoiche  per le loro spiegazioni cosmologiche.
Ovviamente l’utilizzazione di dottrine così eterogenee- platonismo, epicureismo, stoicismo, mescolate con la teologia abelardiana dà luogo a condizioni concettuali eterogenee e confuse, ma per alcuni versi intuizioni anticipatrici  di future visioni rinascimentali e moderne.
Un indirizzo deciso a fare conto sempre maggiore della natura e dell’uomo, anche se la natura e l’uomo  vengono concepiti non in opposizione al trascendente, ma come manifestaizone del trascendente .
La scuola di Chatres e il suo indirizzo era preparata dal secolo precedente, da una certa ripresa delle conoscenze empiriche-scientifiche e  dal contatto con gli arabi.
Il ponte culturale medievale, cristiano-platonico, con gli arabi
Costantino Africano, nato a Cartagine, dopo essere stato in Egitto,  nel 1060 arriva a Salerno nella più importante scuola di medicina del tempo, e lì tradusse dall’arabo e dall’ebraico, i testi dei medici greci –Ippocrate e Galeno- e i testi del medico ebraico Isacco.  Richiamando  l’attenzione sulla teoria atomista (Leucippo, Democrito, Epicuro, Leonizia, Lucrezio)  non  solo per quanto riguarda la fisisca materialista ma anche l’etica della felicità.
INFLUENZE ERETICHE
Gioacchino da Fiore
Abate –nato a Dorfè –Cosenza -1145-
Fondò il cenobbio di San Giovanni in Fiore.
Le sette ereticali del secolo XII condividono tutte le credenze di un’imminente e finale rinnovamento del mondo che essi designano come l’avvento del regno dello Spitito Santo.
L’interesse fondamentale dell’opera di Gioacchino è il suo messaggio profetico.
Dalla sua visione della storia egli trae l’annuncio di un rinnovamento imminente – l’avvento del Regno dello Spirito Santo.
Ma la sua visione della storia è fondata su un concetto di Trinità cristiana.
Filosofia della storia di G. da Fiore
Insiste sull’autonomia e distinzione delle persone divine, per fondare la distinzione delle tre grandi epoche storiche e per dare rilievo alla terza, che è quella imminente e futura del Regno dello Spirito.
L’unità di Dio non dev’essere intesa in modo che annulla la diversità delle persone: non si comprenderebbe, in questo caso, la diversità delle opere e delle epoche storiche e mancherebbe ogni fondamento alla speranza di un’epoca di giustizia e salvezza.
Alle tre persone della Trinità corrispondono le tre grandi epoche della storia.
Il primo dei tre stati è quello che si svolse sotto il dominio della Legge del Padre, quando il popolo del Signore, ancora un po’ infante, serviva sotto gli elementi di questo mondo, incapace di raggiungere la libertà dello Spirito, destinata a sfolgorare quando fosse apparso Colui  che disse: se il figlio vi avrà liberati, sarete veramente liberi.”
Il secondo dei tre stati è quello del Vangelo, e tuttora perdurante, in libertà senza dubbio, se confrontato con lo stato precedente, ma non in libertà se si pensa all’avvenire.
Il terzo stato –alla fine del XII sec.  non sotto il velo opaco delle lettere, benesì nella piena libertà dello Spirito.
1 stato – il vecchio testamento – il Padre-  il servaggio – il flagello- il timore – la conoscenza
 2 stato – il nuovo testamento – il Figlio – servitù filiale  -una certa libertà condivisa con il padre – l’azione-la fede- la sapienza
3 stato –  pienezza dell’intelligenza – inizio della piena libertà – la verità – contemplazione.
Naturalismo rinascimentale
Particolarmente rilevante sul libertinismo fu l’influenza di Nicolò Machiavelli, Campanella, Bruno.
Per il naturalismo rinascimentale
A)    L’uomo non è ospite provvisorio della natura, ma un essere  naturale
B)   La natura non è un’opera sbiadita di un mondo ideale, ma una realtà piena, un’immenso serbatoio di forze vitali di cui l’uomo è partecipe e in cui si incarna la potenza di Dio, che in esso trova una sua manifestazione e una sua sede
C)   L’uomo come essere naturale, ha sia l’interesse che la capacità di studiare la natura
Questo naturalismo si  concretizza nella magia e nella filosofia della natura di Telesio, Bruno e Campanella.
Giordano Bruno e il libertinismo
Giordano Bruno filosofo nomade per l’Europa
Nato 1548
Nel corso di una vita errabonda tragicamente  conclusasi  a Campo dei Fiori – Roma -il 17 febbraio 1600 ove fu arso vivo;
 tra il 1581 e il 1586, registriamo due soggiorni a Parigi, dove pubblicò opere importanti, tra le quali la commedia il Calendaio (1582) e scritti di argomento magico.
L’oper adi Bruno era nota in Francia, e questo è documentato dalle puntigliose confutazioni delle sue tesi da parte del gesuita Mersenne “l’impiétè des deistes”. Ciò che Mersenne combatteva in Bruno era soprattutto l’integrazione dell’astronomia copernicana in una visone cosmologica che recupera temi dell’antico pensiero greco, soprattutto del filone atomista.
Mersenne (filosofo gesuita )fu tra i protagonisti di un tentativo di integrazione ed addomesticamento della nuova scienza all’interno delle prospettive riduttive dello spiritualismo cristiano, che caratterizzò larga parte della cultura –ortodossa – del Seicento francese.
Si spiegava allora la necessità di prendere le distanze dalla visione bruniana dell’universo infinito, nel quale intorno a molteplici soli, ruota una sterminata pluralità di mondi –di un universo materiale ed eterno -sotratto ad ogni provvidenzialismo, animato da un’intrinseca forza vitale.
A tale sorta di panteismo s’accompagna in Bruno la considerazione (antropologica) delle credenze religiose come mito, del quale il sapiente si affranca in virtù della raggiunta comprensione razionale del tutto.
Diventa quasi il simbolo di un pensiero “empio”, da cui il filosofo cristiano deve prudentemente guardarsi; Bruno eserciterà sotterraneamente una larga influenza su quegli intellettuali del movimento libertino che si battevano contro il dispotismo religioso.
Nota:
dispotismo:  governo assoluto della chiesa esercitato senza nessun rispetto per le regole ed una pluralità di visioni del mondo filosofiche e teologiche.
la critica dell’ortodossia cattolica da parte libertina
La critica dell’ortodossia cattolica, nei nuovi diversi aspetti, costituisce uno dei punti centrali delle tematiche libertine.
Le dottrine eterodosse, che vengono in tal modo a definirsi, sono lungi dal costituirsi  in una prospettiva unitaria.
La rivendicazione di una religione ‘naturale’ e l’anticlericalismo conseguente alle contese  religiose.
Giulio Cesare Vanini, nato in Puglia nel 1585, uno dei tramiti tra l’aristotelismo rinascimenta le padovano del Pomponazzi e la cultura  nascente libertina in Francia.
Frate carmelitano, egli aveva studiato a Napoli, Roma, Bologna e Padova.
Conquistato  come il Bruno alla concezione naturalistica dell’universo copernicano e all’interpretazione politica del Machiavelli e del Pomponazzi delle religioni come strumento di conservazione e di dominio politico, averva lasciato l’Italia percorrendo mezza Europa. Nel 1615 in Francia pubblicò-Amphiteatrum aeterne providentia-.Anfiteatro dell’eterna provvidenza.
 Nel 1616 pubblica sempre in Francia -De admirandis naturae arcanis-  dell’osservazione degli arcani della natura.
A Tolosa, la città in cui viveva facendo il precettore, fu  accusato di corrompere i giovani con dottrine eretiche, e condannato al rogo per ateismo.
La condanna al rogo fu eseguita, tra atroci supplizi, nel 1619.
La prima delle opere- Amphiteatrum aeterne providentia- riprende  la concezione di una natura il cui ordine ‘immutabile e divino’ dà ragione di tutte le cose, inclusi i miracoli (all’interno della natura e delle sue leggi immutabili ci sono tutte le spiegazioni sia per gli eventi materiali che spirituali).
I n -de admirandis naturae arcanis – presenta invece in forma discorsiva una serie di discussioni tra l’autore ed un discepolo sui problemi di fisica e di teologia, tra i quali particolare importanza rivestono l questioni del rapporto tra Dio e il mondo, e della natura delle religioni (natura anche per lui politica, che si inquadra come impostura religiosa).
Nota : Impostura: attitudine all’inganno e alla menzogna
Le dottrine del Vanini non sono più audaci di quelle di Pomponazzi o di Cremonini, ma la congiuntura politica –culturale era profondamente mutata: le medesime dottrine che questi intellettuali avevano professato senza rischio alcuni anni prima, ora sono la causa della condanna a morte dell’ex monaco senza protezione e legami influenti.
Il rigoroso razionalismo della scuola padovana, il cui intransigente aristotelismo aveva fatto piazza pulita delle interpretazioni tomistiche (aristotelismo scolastico) e del primato della teologia sulla filosofia.
Al libertinismo seicentesco Vanini trasmetteva in uno stile divulgativo e brillante, la rivendicazione di un’indagine filosofica sottratta a ipoteche teologiche.
L’immagine di un mondo governato da leggi inflessibili, di una natura intrinsecamente animata, da un principio di vita di un mondo nel quale è integralmente inserito l’umano, la cui anima, frammento dell’anima cosmica, torna ad immergersi, al disgregarsi del corpo, nella vita universale (e cosmica).
Quanto alla compatibilità di tali affermazioni con una prospettiva cristiana (scolastica) Vanini è fermo, come i maestri padovani nel distinguere il piano dell’indagine razionale da quello della rivelazione.  Ribadisce  la separazione tra verità della fede e quelle della ragione, riprendendo l’immagine  del fendente rasoio del  filosofo inglese Ockam, che tiene separato le verità della fede da quelle della ragione.
Il filosofo non può indietreggiare di fronte alle proprie conclusioni, alle verità dogmatiche potrà egli credere soltanto sul piano della fede.
L’Antibigot
La problematizzazione del nesso ragione-rivelazione ritorna, assai diversamente risolta, nell’antibigot (quartine dei deisti).
Si tratta di un’esposizione popolare dei temi di una religione naturale, il cui centro unificatore risiede nella fede in un dio della ragione, eterno ed immutabile (immanentismo cosmico).
Ad essa si connette strettamente una polemica antisuperstizione ed anticristiana, che attinge direttamente i propri argomenti al -Colloquium heptaphomeres- del filosofo politico Jean Bodin.
Un testo che circolava anonimo dagli anni delle guerre di religione, e nel quale consapevolmente si delineava  di fronte alle pretese inegraliste delle diverse ortodossie, l’ideale di tolleranza proprio della nuova intellettualità borghese.
Sulla scia dell’aristotelismo padovano,  i testi di Vanini ci presentano un modo nel quale la presenza della divinità tende a risolversi nel pieno di un radicale immanentismo.
Diverso esito raggiunge l’aristotelismo nei Quatrains (Quartine deiste dell’Antibigot, dove il ricordo preciso della concezione di Dio – come pensiero del pensiero- si traduce nell’esasperazione del motivo della trascendenza di Dio rispetto al mondo: l’eredità del pensiero classico, lungi dal celare Dio  nella natura, né proietta lontanissimo l’immagine, su uno sfondo inattingibile di compiuta perfezione.
Ciò comporta il rifiuto di ogni antropomorfismo, e più radicalmente di ogni forma stanca di religione: le religioni positive (o inventate)  vengono  definite esplicitamente come strumento di potere.
La prospettiva deista (dio nella natura, e non fuori di essa) mette capo ad un appello alla tolleranza: le contese tra le diverse confessioni, vanno superate in nome dell’adorazione dell’immobile causa prima – alla quale ognuno può risalire con la sola grazia (dono) della ragione.
Machiavelli e il libertinismo
Machiavelli (1461-1527)
Religione come instrumentum regni come strumento di potere al serivizio dei dominati di turno
Basterà qui ricordare che, nelle pagine del Principe, e più estesamente in alcuni capitoli dei – Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio- , la religione appare come vincolo sociale: assicurando la coesione morale dei cittadini o dei sudditi, essa costituisce il più saldo puntello al potere; è dunque strumento di dominio, come ben sanno legislatori e sovrani.
Dopo la strage degli Ugonotti (protestanti francesi)  -notte di San Bartolomeo (1572) da parte della reggente  Caterina dei Medici – regina cattolica ed ortodossa, viene mossa ripetutamente l’accusa di aver fatto propria la mancanza di scrupoli di cui parlava  il Machiavelli nel suo Principe, considerato il teorico di un radicale immoralismo politico.
Nonostante la diffusa esacrazione, e in parte attraverso di essa, Machiavelli esercitò una profonda influenza sul pensiero politico francese del  XVII sec.
In particolare, l’interpretazione politica del fatto religioso costituisce l’imprescindibile punto di riferimento per il tema dei libertini radicali ed utopisti  – dell’impostura religiosa. Dall’altro verso anche di un  conservatore libertino come Nandé  bibliotecario di Mazarino.
Nandé uno dei rari scrittori francesi di cose politiche,   libertino e conservatore, difese esplicitamente il massacro degli Ugonotti  – la strage della notte di San Bartolomeo -1572 – in una sola notte a Parigi vennero  uccisi più di tremila Ugonotti,  su comando della regina cattolica Caterina dei Medici, che vedeva negli Ugonotti calvinisti francesi non solo un nemico e concorrente religioso e politico, ma soprattutto un pericolo per la dissoluzione dello stato, del potere e del privilegio delle classi aristocratiche. Gli Ugonotti rappresentavano piuttosto i rappresentanti di una nuova borghesia delle arti e mestieri,  mercanti,  nobili, magistrati, intellettuali e contadini umiliati dall’aristocrazia terriera. 
L’aristotelismo rinascimentale            
Particolarmente rilevante sul libertinismo fu l’influenza dei filosofi : Averroè e Pomponazzi
La storiografia tradizionale, per lungo tempo, ha visto in tale movimento una sorta di residuo medievale; solo oggi si  riconosce  invece i caratteri originali e storicamente innovatori.
Secondo Kristeller, si configura come aristotelismo antiscolastico opposto all’aristotelismo scolastico; una tipica espressione filosofica del Rinascimento assieme al naturalismo.
Il centro geografico del nuovo aristotelismo è Padova, in cui si era cominciato a studiare Aristotele fin dal XII sec., sulla base del commento dle filosofo arabo Averroè, e dove si erano scontrate le opposte correnti aristoteliche del Tomismo e dell’Averroismo.
Le nuove tendenze filosofiche e gli indirizzi speculativi, emmersi nel Quattrocento avevano determinato l’esigenza di scoprire il – vero ed  empio –Aristotele: da ciò la ricerca di testi originali e di commentari ritenuti più fedeli ad essi, soprattutto Alessandro di Afrodisia (II-III sec.) e Simplicio (VI sec. d.c.).
Scartata l’interpretazione ortodossa di Tommaso d’Aquino che rimase patrimonio dei Domenicani e della Chiesa in generale, l’aristotelismo militante si spaccò in due tronconi: averroisti e alessandristi.
Entrambi  le correnti presentano una medesima mentalità naturalistico-razionalistica, portati vedere nella natura il campo privilegiato della filosofia e nella ragione l’unico metodo della ricerca.
Si mostrano aperte anche alle suggestioni rinascimentali e platoniche sulla dignità e nobiltà dell’uomo.
Un’altra affinità – è la radicale separazione tra campo della fede e campo della ragione, a cui si collega la teoria della doppia verità (Ockam).
Secondo Kristeller però partendo dall’idea ad esempio che l’anima non possa sopravvivere al corpo –può essere più probabile – ma non assolutamente certa secondo la ragione ed Aristotele, per quanto l’idea opposta debba essere accettata per fede.
Vero o falsa che fosse questa doppia verità aiutò a porteggere  molti filosofi dagli inquisitori ecclesiastici.
POMPONAZZI
Nasce a Mantova -16-9-1462
Insegnò a Padova e Bologna, dove morì nel 18-5-1525
Il suo testo più noto è sull’immortalità dell’anima  e su questo testo incontrò l’attenzione dei libertini
L’intento del Pomponazzi è quello di mostrare che il mondo ha un ordine razionale necessario.
In Aristotele egli vede il filosofo-scienziato che ha escluso l’intervento diretto di Dio e di altri poteri soprannaturali nelle cose del mondo stesso, un puro sistema razionale dei fatti.
In un’altra opera minore gli- INCANTAMENTI  -egli nega la realtà dei fatti eccezionali e miracolosi, che sembrano testimoniati dall’esperienza.
Ci sono incantesimi, magie, stregonerie, miracolosi effetti di piante e pietre ecc.; ma tali effetti non sono ‘miracoli’ nel senso di essere contrari alla natura e fuori dall’ordine del mondo; si dicono ‘miracoli ‘, non  nel senso  di essere contrari alla natura e fuori dall’ordine del mondo; si dicono miracoli perché accadono raramente e a lunghi intervalli  di tempo.
In realtà sono fatti naturali, che si spiegano  in base all’ordine necessario della natura e precisamente dell’azione degli astri. (questo particolare influsso astrale lo riteneva anche Vanini, il quale anche lui pensava che le alte e basse maree fossero determinate dall’influsso della  luna, e  non dall’interno stesso del mare come pensava ancora Galileo)
Miracoli ed incantesimi, sono dovuti all’influenza dei corpi celesti, e rientrano nell’ordine naturale del mondo.
Pomponazzi poi provvede prossima la fine di questa fede  religiosa.
Anche l’attività spirituale dell’uomo è inclusa nell’ordine naturale del mondo (Leucippo filosofo materialista antico sosteneva che non c’era nulla fuori dalla fisica –o natura)
SULL’IMMORTALITA’ DELL’ANIMA
  L’anima non può esìstere ed operare senza il corpo:
a)    L’anima sensitiva ha bisogno del corpo sia come soggetto, giacchè ha bisogno di organi corporei (orecchi, occhio ecc.), sia come oggetto, perché può percepire solo cose corporee.
b)    Anima intellettiva – non ha bisogno del corpo come soggetto, perché non ha organi corporei, ma ha bisogno del corpo come oggetto, perché non può conoscere se non le cose corporee della quali è mossa ad intendere.
c)    L’intelligenza angelica –non  ha bisogno, del corpo né come soggetto né come oggetto; ma l’anima umana non può diventare angelica.
Se l’anima umana è inseparabile dal corpo, la sua immortalità diventa dubbia, e in ogni caso impossibile a dimostrarsi.
Tesi dominante ortodossa tomista e scolastica :
È dimostrabile  l’imortalità dell’anima 
poiché
L’anima è una forma pura, autonoma ed incorporea, e in quanto tale non può separarsi da sé stessa e corrompersi
È per Tommaso e per la scolastica un preambolo razionale della fede
Tesi eterodossa di Pomponazzi accolta dai libertini.
E’ indimostrabile l’immortalità dell’anima
poiché
l’anima è inseparabile dal corpo, della quale ha costitutivamente bisogno, diversamente  
            e’ un dogma
cioè  una verità che si deve accettare per fede
LA VITA MORALE NATURALISTICA E RAZIONALE DELL’UOMO SENZA FEDE
Per Pomponazzi non si annulla con questa tesi di mortalità dell’anima –la vita morale dell’uomo, perché questa vita è garantita dalla condizione naturale dell’anima stessa.
Se non c’è un premio o un castigo nell’altra tomba non significa che la virtù non abbia un premio e che il vizio non abbia un castigo.
Il premio essenziale della virtù è la virtù  stessa, che rende l’uomo felice.
La pena del vizio è il vizio stesso, che lo rende misero ed infelice.
La vita morale è così riportata nell’ordine nautarale delle cose, e per la sua giustificazione non serve appellarsi al soprannaturale.
Secondo le affermazioni più recenti tali affermazioni non sono legate alla doppia verità, a mò di Ockan e Scoto, ma suggerite  da una visione naturalista e razionalista che la mortalità, è più probabile secondo la ragione e secondo Aristotele, per quanto l’immortalità resti un dogma di fede, che ogni credente può  accettare per fede.
L’Aristotele di Pomponazzi si configura come netta rivendicazione dell’autonomia dell’indagine filosofica , come sapere laico, in polemica aperta con le pretese egemoniche della teologia.
Questa implica la rottura con il pregiudizio religioso, con la pretesa centralità della teologia, con ogni aristotelismo di compromesso. Da ciò derivano delle concezioni eterodosse, destinate ad avere fortuna nel Seicento francese.
Un’immagine di un mondo governato da una necessità che non lascia spazio a eventi miracolosi, e nel quale il preteso miracolo viene riassorbito in una complessa trama di cause naturali.
Libertino utopista poeta
Théophile de Viau
Il poeta  che è apparso ai posteri come  il simbolo del libertinismo utopico e radicale dei primi decenni del XVII sec.
Nato nel 1590 da famiglia protestante (calvinista –ugonotta), il poeta era l’esponente più prtestigioso di un gruppo di letterati in fama di libertini, legato ad ambienti della  corte, a cui fu vicina la stessa Anna d’Austria.
Fu ripetutamente il bersaglio delle ire del partito clericale, condotta in prima persona dall’ordine dei gesuiti: il gesuita Francois Garasse, rivolgerà   contro il poeta il virulento pamphlet –le dottrine curiese de beaux esprit des temps-.
Negli stessi anni un altro  padre gesuita che sarà tra i protagonisti del “rinnovamento” del pensiero filosofico e scientifico,  come tentativo di  restaurazione dell’ortodossia , scrive una serie di opere contro la magia, la cabala, l’occultismo, ma altresì contro gli atei, i deisti e i pirronaini.
Nota filosofica: i deisti
Deisti sono spesso considerati dalla chiesa i libertini:  i deisti erano un movimento filoosofico che si affermò nei sc. XVII-XVIII; di origine inglese, si diffuse in Francia ed in Germania; nel XVI sec. la parola –deismo- si contrapponeva ad ateismo designando semplicemente la posizione di crede nell’esistenza di Dio;  la tesi principale del movimento deista è che si deve pensare Dio solo con gli attributi che ci indica la ragione naturale, prescindendo da qualsiasi rivelazione e rifiutando delle religioni storico-confessionali (date) tutto ciò che non si accorda con la semplice ragione; il deismo si fonda sull’opposizione tra religione natutrale o razionale (universale) e religioni positive o storiche (particolari). Tutte le religioni positive devono passare al vaglio della religione naturale –razionale in modo da far emergere  errori e assurdità di cui nessuna è estranea.
Mentre si svolge il processo a Thèophile, Parigi è messa a rumore dalla misterisa presenza della setta segreta (luterana di origine germanica) dei  Rosa Croce.
Nello stesso tempo si diffonde  anonimo, il poema l’Atibigot.
Infine nel 1624 si ha un clamoroso terntativo, subito stroncato dalle autorità, di pubblica discussione, di tesi – contro i seguaci di Aristotele (i seguaci di un Aristotele  ricondotto all’ortodossia cattolica).
Bandito da Parigi nel 1619, fu nuovamente denunciato nel 1623, in occasione della pubblicazione –ad opera di due editori parigini – di una raccolta di carmi libertini dal titolo – Le Parnasse des Poètes satyriques.
La pubblicazione pur avendo diversi precedenti fu considerata scadalosa.
Ingiustamente accusato di aver promesso l’iniziativa,  Théophile fu imprigionato e trattenuto in carcere fino al 1625: rimesso infine in libertà, morì nel 1626.
La sua opera è lungi dal contenere una coerente sistema dottrinale;
tuttavia rivela alcune affinità con il naturalismo rinascimentale italiano, i cui spunti vengono rivissuti nell’ambito di una sensibilità volta essenzialmente al problema morale.
La natura è sorgente eterna di vita;
l’uomo è immerso in essa prima che le convenzioni sociali stabiliscano una serie di falsi valori;
e ad essa deve fare ritorno se vuole recuperare una dimensione di autenticità.
Vivere la propria vita con immediatezza, valere per quel che si è, insaturare un comportamento (una relazione) che rispecchi la nostra natura di esseri terrestri;
esso  è carico di echi lucreziani (de rerum natura, uno dei testi  antichi  più poetici (etico-fisici-.estetici) , prefigurativi di una moderna visione –geosofica- della natura  e della natura umana) nel vagheggiamento della felicità della vita animale e della melanconica meditazione sulla morte, sentita come cessazione totale dell’essere  (senza infingimenti metafisici  ) che diventeranno quasi un luogo comune della posteriore lirica  libertina: Dehénault (1616-168)  e di Madame Deshomlères (1637- 1694)
LIBERTINI CONSERVATORI E DISINCANTATI E SUDDITI DEL POTERE ASSOLUTO
La spregiudicatezza di questi filosofi libertini del disincanto  -déniasés – disincantati -come essi amano definirsi, appartenenti a ceti dell’alta aristocrazia e borghesia.
Essi sono diventati i sudditi fedeli di un potere assoluto seppur desacralizzato dopo trent’anni di  guerre di religione, che non si pone più in modo ‘laico’,  come arbitro, al di sopra  di esse, al fine di garantire  la tolleranza religiosa, come lo era stato nei primi decenni del XVII secolo;
il potere assoluto figura sempre più come conservatore, riferimento della stessa Lega della grande nobiltà terriera e della gerarchia cattolica che si accostano prima al principe fino a loro avversato (Enrico IV), in quanto ugonotto e poi a tutti gli altri e le altre  sovrane che lo seguiranno, per timore che  una serie di agitazioni contadine, nelle quali il malcontento popolare per le lunghe guerre aveva assunto un aspetto di rivendicazione antifeudale; e  rendeva preferibile un compromesso con la monarchia assoluta al rischio di prospettive sovversive e di messa in discussione dell’ordine sociale.
Le lotte contadine sono presenti in tutta Europa, e gli atteggiamenti da tenere nei confronti  di esse aprono contraddizioni anche all’interno della  stessa borghesia emergente, nemica da un lato di una certa feudalità terriera rappresentata dalla monarchia assoluta  ma anche  spaventata  da un possibile cambiamento sociale;  tali contraddizioni non sono presenti solo tra i conservatori libertini francesi, che li vede ora  a favore della monarchia  assoluta e dello status quo  e altri libertini,  pochi contro di essa; la stessa cosa accade in Germania che vede da un lato Thomas Muenzer, monaco tedesco e altri del basso clero  sostenere le insurrezioni contadine e le loro aspirazioni ugualitarie,  mentre dall’altro lo stesso Martin Luther, riformatore e compromessa figura di rappresentanza  della borghesia emergente schierarsi  contro questa insorgenza  sociale e a sostegno dei principi regnati. Lo stesso atteggiamento della chiesa riformata tedesca l’ha  avrà anche contro le donne sagge o streghe perseguitate e bruciate ovunque non solo  nei paesi cattolici ma anche in quelli nordici riformati.
Libertimi sudditi fedeli del potere assoluto:
1)    La Mothe Le Vayer è precettore del principe ereditario
2)    Naudé è bibliotecario di Mazarino
3)    Gassendi compie la propria carriera ecclesiastica e accademica sotto l’auspicio di personalità vicine al cancelliere Richelieu
4)    Patin, è medico del Collège Royal
Libertini ben inseriti nell’assolutismo statale, pronti ad affermare  l’esaltazione del libero pensare, la liberazione dai pregiudizi e dal conformismo religioso e sociale, ma nello stesso tempo nutrono disprezzo per le masse incolte e bigotte.
Pronti a difendere il diritto ad una libertà di giudizio nel privato che spezza i canoni delle opinioni correnti, e nello stesso tempo  a tenere un’adeguamento esteriore alle consuetudini sociali.
Le loro analisi  ormai al limite dell’ortodossia vengono sviluppate all’ombra e con la protezione del potere assoluto;
del resto sono  caratteristiche comuni di questi libertini eruditi e conservatori il disprezzo del volgo illetterato, la chiusura elitaria, la convizione che soltanto a  pochi sia dato raggiungere una cosiderazione della realtà che sarebbe politicamente e socialmente pericolosa estendere alle masse plebee.
Da questa nuova forma di libertinismo conservatore – di seconda generazione, è significativo il riemergere dei toni scetticheggianti dei testi di Montaigne e Charron, nei quali la spregiudicatezza privata si sposava al conservatorismo politico, e si affaccia in loro la teorizzazione del dissidio tra interiorità ed esteriorità, tra libertà privata e conformismo esteriore.
In questi libertini eruditi rappresentanti intellettuali di una borghesia che accetta, come condizione del proprio sviluppo, le strutture del potere assoluto;
che rinuncia a trasferire nella politica l’esisgenza di razionalità, confinando il diritto alla discussione e la libertà di critica nella sfera dell’interiorità.
La carica conservatrice delle argomentazioni volte a dimostrare il condizionamento empirico, e perciò stesso il carattere non assoluto, delle idee religiose e per larga parte solo implicita.
GABRIEL NAUDE’
Libertino conservatore
Ha studiato a Padova, ha compiuto frequenti soggiorni in Italia, diffonde negli ambienti colti francesi le teorie padovane dell’aristotelismo filosofico del primato della filosofia sulla teologia; sviluppa le lezioni di Machiavelli, nel senso di una visione disincantata del potere politico (il primato della politca sull’etica) e l’uso politico della religione come instrumentum regni ;
Esempio tipico di collisione tra libertinismo e potere assoluto.
Lo svelamento, attuato con fredezza quasi cinica, dei meccanismi occulti che regolano la realtà politica, il rifiuto di ogni giustificazione ideale del potere del ‘Principe’ –con il fine che giustifica qualsiasi mezzo –lo smascheramento sistematico dell’impostura religiosa dei quali si sono serviti i potenti, nello stretto nesso necessario tra politica di dominio e religioni positive sono il correlato di un’accettazione preliminare  della logica  del potere-dominio nella sua concezione di politica assolutistica.
La Mothe Le Vayer
Riprendendo diversi spunti di Montaigne, dimostra in una serie di scritti la mutevolezza delle opinioni umane in materia religiosa, l’influenza che l’educazione e la consuetudine esercitano sull’idea stessa che l’uomo si fa della divinità: sottolinea l’utilità politica della religione e il ricorso, da parte dei fondatori di religioni, ad una serie di espedienti, di falsi miracoli, di vere e proprie imposture per presentarsi alle moltitudini con il carisma degli inviati di Dio.
PIERRE GASSENDI (1590-1655)
Conformista libertino
Giudicato in rapporto al più rigido scolasticismo, ‘libertino sui generis’  è apparso agli storici come il tentativo da parte sua di delineare –attraverso un parziale recupero dell’epicureismo – una nuova etica cristiana, aperta al tema della ricerca umana di felicità.
Quella di Gassendi è la figura di grande rileivo all’interno del rinnovamento della cultura ‘ortodossa’ del Seicento.
Canonico e teologo,  particolarmente impegnato sui temi dell’origine della conoscenza e della metodologia scientifica, studioso di fisica e di astronomia, in una serie di opere: de vita et moribus Epicuri (1649), – Animadversiones in decimum librum Diogenes Laertii (1649) in appendice –a Philosophiae Epicuri Syntagma (1658), Syntagma philosophicum (1658).
Gassendi recupera dell’antica filosofia atomistica all’interno della prospettiva dell spirtualismo cristiano (proponendo un addomesticato epicureismo)..
 Sull’epicureismo, negatore del rapporto provvidenziale tra Dio e il mondo, assertore di una moralità indirizzata al piacere, si era stratificata nel tempo la condanna pressochè concorde di teologi e moralisti.
La riabilitazione di Epicuro testimonia quindi in Gassendi una  non comune libertà intellettuale;  essa  gli ha attirato accuse postume di doppiezza e ipocrisia.
Gassendi dipinge in Epicuro un saggio austero e morigerato,  a differenza di chi lo ha presentato negativamente da esponenti di sette rivali.
L’etica epicurea è interpretata nei termini di una morale di equilibrio, tesa al perseguimento di un piacere che è essenzialmente mancanza di dolore, prudente considerazione dei vantaggi e degli svantaggi in ogni godimento;
ricerca di un piacere ‘stabile’, che scarta con ogni cura gli atti che possono arrecare eccessivi turbamenti.
Nel recupero delle dottrine epicuree, quasi universalmente esecrate come empie, egli delinea sul piano etico un cristianaesimo antiascetico, aperto ai temi rinascimentali della ragionevolezza, della misura, di una umana saggezza.
Sul piano fisico prospetta un‘integrazione dell’atomismo antico (Leucippo, Democrito, Lucrezio) tanto congenere alle prospettive della nuova scienza e al tradizionale spiritualismo cristiano.
Nel corso delle sue giovanili battaglie antiscolastiche,  e poi nella serrata polemica svolta contro le cartesiane ‘Meditations mètaphisiques”, egli sviluppa una critica precisa delle pretese dogmatiche della ragione e rivendica il ruolo dell’esperienza nella costruzione del sapere.
Nelle critiche anticartesiane, egli sottolinea  con energia l’origine empirica di ogni rappresentazione, non esclusa l’immagine che gli uomini si fanno della divinità, valendosi spesso di esempi degli abitanti del nuovo mondo.
UTOPISTI LIBERTINI
SAINT-EVREMOND
Contro  Gassendi e la sua interpretazione di Epicuro maestro di rigida morale, contro un epicureismo ridotto a predicazione di saggezza, privo di ogni genuino spunto edonistico e di comprensione di  quella  Eudaimonìa (-bene nella felicità-, di chi è intimamente beato, non della semplice felicità come fortuna ma di chi abbonda di beni materiali-òlbios) . La felicità epicurea consiste anche nel godimento di beni materiali e dei piaceri corporei, purchè l’uomo non se ne rende schiavo, a differenza dei filosofi cinici  e stoici che pensano –la felicità -come imperturbabilità dell’animo distruggendo i beni materiali o privandosi di essi,  dedicandosi solo alla vita virtuosa (a-tarassia). Per gli scettici consisteva la felicità  nella sospensione del giudizio (epochè). 
Per altre scuole filosofiche greche antiche – come i cirenaici e per Aristippo in particolare  la felicità consiste nella ricerca del piacere corporeo prersente e momentaneo, come movimento debole e dolce, in  contrasto con la violenza del dolore;  il loro piacere è distinto da quello epicuereo ritenuto statico, perché  inteso come pratica di equilibrio; mentre il piacere cirenaico  ha una nautura spontanea e finalistica;  al  piacere sensibile associano sul piano della  conoscenza, la certezza sensibile delle nostre sensazioni, emozioni ed impressioni;  Teodoro l’ateo, famoso nell’antichità per aver negato non solo gli dei, anche gli altri valori tradizionali quali l’amicizia e l’amore di patria; per Teodoro la patria di ognuno è il  mondo (tesi cosmopolita condivisa con i  cinici e gli stoici);   lo stesso Aristippo si considerava ospite straniero –xénos-ovunque. Inoltre per lui,  è lecito al momento opportuno rubare per necessità, commettere adulterio per desiderio, e compiere sacrilegi contro gli dei (essere indifferenti agli dei, ai riti e ai culti, perché tutto ciò non è turpe per natura).
SAINT-EVREMOND, nasce nel 1614, letterato ed uomo di mondo, fu punto di riferimento a Parigi, di famosi salotti libertini, come quello di Ninon de Lenclos e di Marion Delorme.
Costretto a lasciare la Francia nel 1661 per alcuni apprezzamenti negaivi su un’opera di un Ministro, riparò prima in Olanda, dove conobbe Spinoza (un altro moderno filosofo bruniano maledetto) , poi in Inghilterra dove morì nel 1705.
La lettera ‘sur la morale de Epicure a  la moderne Leontium, indirizzata a Ninon de Lenclos, e tutta condotta sul filo della polemica contro l’edulcorazione dell’etica epicurea  che caratterizza la lettura di Gassendi e dei suoi epigoni.
 Leonzia era la compagna e filosofa di Epicuro; la scuola epicurea o del Giardino come quella pitagorica ammettevano,  a differenza di altre scuole filosofiche  o dell’accademia platonica,  l’accesso alle donne e agli schiavi; gli avversari degli epicurei  accusarono  il maestro e la scuola epicurea in  forma  maliziosa e misogena, che  Leonzia non fosse compagna e filosofa, bensì una eterea cioè una prostituta.
Dell’epicureismo Saint-Evremond rivendica, accanto all’attenzione per il godimento spirituale, l’aspetto francamente sensuale  ed edonistico;  l’attenzione viene portata anche sul carattere ‘laico’, pagano dell’etica epicurea.
Nonstante la rivendicazione del piacere sensuale epicureo, il filosofo nelle sue opere compie un impoverimento dell’etica epicurea, svincolandola dal nesso che la collega alla fisica atomistica.
Lo sganciamento del problema etico dalla generale interpretazione dell’universo materiale rende così possibile il tradursi di un messaggio morale di rottura nei termini di un raffinato insegnamento di saper vivere utopico e radicale;  messaggio ad uso dei disincantati conservatori protagonisti della buona società mondana  che in ambito scientifico valorizzano ancora tesi pre-copernicane; ma apre a considerazione antropologiche radicali sul ruolo delle donne in filosofia, escluse dalle università,e dalle scuole  ed accademie filosofiche  di tuttà europa dal tempo di Ipazia (V sec. d.c); Ipazia filosofa neiplatonica alessandrina,  perseguitata e uccisa dal nascente fondamentalismo cattolico.
LIBERTINISMO CRITICO DEL PERIODO DELLA FRONDA
Il periodo della Fronda segna nella storia del libertinismo un nuovo punto di rottura.
Alla fine del secolo XVII, tempo in cui l’assolutismo è consolidato a spese delle opposizioni nobiliari e  parlamentari, assume conspevolmente la religione cattolica  come strumento della propria conservazione, e la conciliazione ‘erudita’ di lealismo politico e smacheramento critico delle radici del potere non risulta più proponibile, per il sovrano assoluto gli intellettuali libertini rschiano di dventare testomoni scomodi;
ciò implica che le esigenze razionalistiche della borghesia ascendente, si svilluppino nella seconda metà del secolo XVII, in maniera sotterranea non  più con l’appoggio del potere
ma potenziamente contro di esso.
In questo periodo della Fronda si colloca l’opera di Cyrano de Bergerac, letterato tra i più interessanti dell’età barocca, spesso definito il più ardito dei libertini.
I suoi romanzi filosofici sono:
“Estats et empires de la lune”
“Estats et  empires du Soleil “
Pubblicati una nel 1657  e l’altra nel 1662.
Assumono come punto di partenza la polemica spietata condotta sul filo di una scintillante ironia, contro ogni tradizionalismo, contro la pedanteria e l’oscurantismo, specialmente di marca clericale.
Conquistato alla teoria dell’impostura religiosa, Cyrano de Bergerac  la applica, appena velata dalla tenue veste della funzione romanzesca, alla chiesa del tempo;  celebre nel romanzo lunare,  è la parodia del processo a Galileo, presentato come ennesima macchinazione della casta sacerdotale per imporre alle moltitudini una verità prefabbricata.
Partigiano del Copernicanesimo Cyrano  recepisce  la nuova astronomia sotto il profilo della concezione bruniana dell’universo infinito e della pluralità dei mondi; 
l’universo è per lui un immenso organismo, dotato di intrinseca animazione.
Su questo sfondo si inserisce la lezione di Gssendi di cui fu allievo; nella ripresa dell’atomismo viene a cadere il tentativo del maestro di espungere (espellere) le punte anticristiane della prospettiva epicurea fatta da Gassendi;
cadono il tema della creazione degli atomi dal nulla (rifiuto dell’ex nihil biblico e la riaffermazione degli atomi ingenerati e incorruttibili, infiniti e dotati di movimento), l’interpretazione providenziale delgi incontri tra atomi (e invece viene riaffermato – il non deterministico -clinamen lucreziano), la concezione di un’anima spirituale infusa da Dio nell’uomo (il rifiuto dell’anima immortale infusa da Dio ad Adamo, ed  invece la riproposizione di un’anima corporea e mortale fatta di atomi sottili).
Gli atomi presistono alla presunta creazione divina, gli incontri tra atomi pesanti o sottili avvengono casualmente seguendo il clinamen, l’anima o la psyché è composta di atomi sottili e corporei a differenza degli altri atomi presenti nel resto del corpo e della materia che differiscono per foma e per peso.
L’incontro tra naturalismo rinascimentale e atomismo avviene in una prospettiva scientifica; ciò costituisce un salto  di  qualità rispetto all’ambito tematico degli anni venti del XVII sec.  più influenzato dal naturalismo medievale e rinascimentale, dal deismo e dal aristotelismo rinascimentale,  pensieri che avevano  esercitato una propria funzione critica in ambito esclusivo di problematiche etico-religiose, ancorate ad una cosmologia pre-copernicana.
La recezione del copernicanesimo nella forma di una interpretazione infinitistica e materialistica colloca Cyrano de Bergerac, in posizione di netta rottura rispetto agli ambienti ufficiali, nei quali l’abbandono della fisica aristotelica e dell’adozione delle teorie galileiane, erano state condotte sotto il segno di una interpretazione ‘moderata’ delle prospettive aperte dalla nuova scienza.
In Gassendi, in Mersenne, così come in Descartes, pronto a rinunciare di fronte alla condanna di Galileo, alla pubblicazione di un trattato sul mondo che dava per acquisite le teorie copernicane, e a presentare sempre sotto riserva dell’ipoteticità la nuova immagine del mondo, evitando con particolare cura, di affermare positivamente  l’infinità dell’universo.
Tutt’alta è la posizione di Curano de Bergerac, per il quale il copernicanesimo èdescrizione reale, e non ipotetica, dell’universo fisico, con il qual egli fa convergere un atomismo che riacquista i propri originari caratteri materialistici.
L’universo infinito appare, costituito da infiniti atomi, eterni ed immutabili, il cui incontro dà luogo ad una molteplicità di aggregati: ciò comporta la materialità ed eternità del mondo,la negazione della creazione e dell’esistenza stessa di Dio, e quindi il rifiuto dell’immortalità dell’anima.
Le audaci concezioni filosofiche non danno luogo ad alcuna vocazione rivoluzionaria. 
Al contrario una –lettre sur les frondeurs – del 1649, pieno di rispettosi elogi per Mazzarino,  Cyrano si fa difensore del cardinale  e dell’assolutismo contro la Fronda.
Ciò è in apparente contrasto con il fatto che, sul piano del costume, dell’organizzazione e delle consuetudini sociali, i romanzi di Cyrano presentano significative tracce della campanelliana –Città del Sole-  un mondo alternativo a quello vigente.
In esso sono presenti nuove forme possibili di vita :
1)    La messa in crisi dell’istituto familiare
2)    Il libero amore
3)    Il rifiuto della guerra
4)    La proposta di una monarchia elettiva
5)    L’egualitarismo sociale
Temi che danno un certo tono di radicalismo;
Nei romanzi di Cyrano de Bergerac l’alternativa di nuove forme di vita  scivola nel imbo dell’immaginario;
la veste giocosa conferisce ai racconti una lettura di evasione
una sorta di intrattenimento anticonformista
Tutto alla stregua di una  certa letteratura irriverente e blasfema dei sonetti del BARONE BLOT
Le concezioni libertine di Cyrano de Bergerac si configurano come messaggio riservato a pochi, che non implica la  volontà a modificare l’ordine stabilito.
La mancanza di mordente è confermata dal fatto che, nella seconda metà del secolo,  o sono lo spunto  per dei romanzi di mondi immaginari o  diventano patrimonio di uomini di mondo:
Historie des Sévarambes (1677) di Denis Veiras
Voyage dans la terre australe. Carme di Gabriel de Foigny
Testi poetici di :
Dehénault
Madame Deshoulères
Saint- Evremond
L’eredità libertina
Pare esternarsi, da un lato nella malinconica meditazione sull’infelicità dell’uomo, in contrasto con la serenità della natura, e sulla morte, sentita come dissoluzione senza ritorno; 
d’altro lato il grande tema epicureo della liberazone dalle vane paure si assottiglia nella codificazione di un libertinismo raffinato che trova in Petronio il proprio modello classico.
Altri testi che contano veramente nella storia del libertinisma della sconda metà del Seicento sono: Theophrastus redivivus (1659), voluminoso trattato manoscritto che compendia le opinioni di pensatori antichi e moderni a favore dell’ateismo e dell’evermerismo
EVEMERISMO
 (dottrina elaorata dallo scrittore greco Evemero (nato a Messina in Sicilia o a Messene nel Peloponeso vissuto tra il IV-III SEC. A.C. ,autore di –Scritto  Sacro- in tre libri (270 a.c.)secondo Diodoro Siculo, racconta di un  viaggio nell’oceano indiano, all’isola di Pancaia, abitato da un popolo buono e felice che praticava la comunanza di ogni bene. Nel tempio di Zeus di Pancaia, su una colonna aurea, un’iscrizione rivelava le imprese di Urano, Crono e Zeus, tre sovrani dell’isola;  per Evemero la nascita degli dei deriva dalla divinizzazione di eroi o sovrani è da qui secondo Evemero che nascono i miti e con loro gli dei;  con questo Evemero vuole dimostrare razionalmente la nascita degli dei ed invece per gli scrittori cristiani questo testo tradotto dal poeta latino Ennio nell’Euhemerus dimostrerebbe la falsità delle religione pagane:
Particolarmente interessante appare, in questo contesto accanto all’affermarsi della visione meccanicistica dell’universo (Newton) come riduzione dei fenomeni naturali a dati quantitativi e misurabili; 
prende le mosse dall’esposizione delle nozioni fondamentali della meccanica razionale ( massa, quantità, termpo e spazio assoluto e relativo ecc), dalla teoria dell’infinità dei mondi e dell’esistenza di mondi innumervoli (Copernico) , l’applicazione delle spiegazione meccanica ai fenomeni della vita, la tesi della corporeità dell’amima in medicina con tutte le conseguenze etiche e religiose.
Il riproporsi di temi libertni all’interno di una problematica scientifica e filosofica, di un pensiero al quale sempre meno s’adattano vecchi schemi concettuali, e del legame del libertinismo con le nuove prospettive illuministe.
Motivi  libertini sfocciano nella cultura del Settecento attraverso la grande ricognizione del passato dal Dictionaire historique e antique di Pierre Bayle.
La prospettiva libertina fornisce ai philosophes –illuministi – una serrie di spunti corrosivi di critica religiosa ed etico.-politica che ritorneranno negli scritti di Fontanelle, Jean Mesliar, Montesquieu; partendo da questi i philosophes impostano una battaglia per  il tempo della ragione.
I philosophes a differenza dei libertini lascieranno cadere questo muro  tra interiorità critica ed esteriorità conformista,  lasceranno cadere la conformistica conciliazione tra spregiudicatezza interiore e ossequio esteriore all’autorità assoluta, ed anche l’approdo evasivo alla dimesione utopica; e non si incontreranno più nei salotti tra dotti ma nei caffè, e lì prepareranno la rivoluzione culturale che cambierà il volto d’Europa e dà dignità ad ogni essere (tutti gli uomini nascono eguali); ma come dice Baudealire nel 1848 la borghesia bottegaia penserà solo al proprio misero tornaconto congelando gli spiriti e i corpi della rivoluzione ; solo gli intellettuali e le masse oppresse nella Comune di Parigi (1870) riprenderà almeno per una stagione (all’inferno come direbbeRimbaud) i fili smnarriti dell’egualglianza, della libertà e della fraternità.
Noi comunardi  riprenderemo quei fili della ragione (Philosophes) , dell’eguaglianza –fraternità-libertà (comunardi)  ma anche di nuova visione poetica e scientifica transdisciplinare (geosofica )  del naturalismo rinascimentale (Bruno, Campanella)  e degli altri bruniani ed atomisti(Spinoza, Marx) e del pensiero ecologista complesso (Capra, Morin, Deleuze, Guattari ecc)  che ci restituisca le ragioni e le emozioni di un nuovo vivere terrestre-con la terra, gli umani e gli altri esseri viventi-  in un  tempo x ed in  un spazio y (il nostro tempo e spazio probabile) vissuto nella comunanza e nella felicità, nella libertà nell’eguaglianza e nella sostenibilità delle future generazio

                                               foto:Salvatore Di Cara
Mi sono avvalso in forma situazionista  di cut-up  (taglia cuci e rielabora)  materiali elaborati da:
il pensiero libertino -di Ornella Pompeo Faracovi –ordinaria di storia e filosofia nei licei della sua città di Livorno, Loescher –colonna Pietro Rossi -1977 e della Ricerca del  pensiero;
testi  e problemi della filosofia –didatticabdi Niccolò Abbagnano e Giovanni Fornero –Paravia -2012-
Considerando il sapere un bene comune –   come acqua – mi sono abbeverato alla loro fontane e restituirò lo stesso piacere a chi ci accompagnerà in questa notte bruniana e libertina (16/02/2013) che comunimappe dedica a Bruno e a Vanini e alle innumerevoli anonime donne sagge bruciate nei roghi davanti alle cattedrali d’Europa.   La prossima lezione partecipata l’8 marzo la dedicheremo ad Ipazia d’alessandria e a quelle anonime streghe di cui vi parlavo prima.

 (QUI) la documentazione fotografica della serata.

(NOTIZIE 1)  su Giordano Bruno


Ricerca ed elaborazione attiva e permanente di Pino de march

Seranotte bruniana e libertina

DIPARTIMENTO  DEL PENSIERO CRITICO  E DELLA  VITA  ATTIVA:  ANTROPOLOGIE,  ECOLOGIE , FILOSOFIE,  SOCIO-PSICO-ANALISI, NEUROSCIENZE
Le poche righe della lettera di Epicuro a Meneceo aprono lettteralmente  all’etica della scuola di strada “il Giardino” ma anche alla nostra libera comune uni-pluriversità  “comunimappe”, che è una sfrontata e soave esortazione alla felicità come salutare beneficio del vivere poetando e filosofando.
 “Né quando uno è giovane, esiti a filosofare, né quando è vecchio, si stanchi di filosofare.  Infatti  per nessuno, non è ancora il momento o non è più il momento di acquistare la salute dell’anima. Perché chi afferma che non è ancora il tempo  opportuno per filosofare, o che questo tempo è ormai passato, assomiglia a chi dicesse che non è giunto ancora il momento per la felicità o che non lo è più …(…) occorre dunque aver cura di tutto qunato produce felicità, se è vero, che, quandeo essa è presente, abbiamo tutto, mentre quando è assente, agiamo al fine di poterla  avere”.


Sabato 16 febbraio 2013

Dalle 18.30 alle 24

c/o Hub –via Luigi Serra 2/2



… seranotte bruniana e libertinadedicata a Giordano Bruno e ai filosofi francersi  del  libertinismo radicale  Thèophile de Viau,  Giulio Cesare Vanini  e Cyrano de Bergerac

Memorabile ed atroce sera e notte prima del 17 febbraio 1600, sera e notte  di condanna a morte per rogo a Campo dei Fiori a  Roma del filosofo del pensiero libero Giordano Bruno da parte del Supremo Tribunale della Santa Inquisizione . A questo rogo ne seguirono a migliaia in tutte le piazze delle cattedrali europee –cattoliche e protestanti di monaci filosofi tra loro Giulio Cesare Vanini, definiti spregevolmente empi ed eretici ) e di donne sagge (definite spregevolmente le malefiche o indemoniate streghe)
“Consiglio poetico e filosofico di primavera 2013”
andamento:


 – dalle 18,30  alle 20,30
soave ed aspra coversazione filosofica  con i maestri comunardi filosofi Glauco Miranda e Pino de March
– dalle 20,30  alle 21,30 
cena  libertina e filosofica

 – dalle 21,30  alle 24
proiezione del film :  Giordano Bruno