SIMPOSIO D’AUTUNNO INCONTRO E CONFRONTO INTER-CULTURALE SULLE CONDIZIONI ABITATIVE, ESISTENZIALI, SOCIO-SANITARIE, EDUCATIVE ED ISTRUTTIVE; SULLE DISCRIMINAZIONI SOCIALI ED ETNO-CULTURALI E SULLE PRECARIE ATTIVITÀ LAVORATIVE DELLE GENTI ITALIANE ED EUROPEE ROM E SINTI

IL CESP (CENTRO STUDI PER LA SCUOLA PUBBLICA) E L’MCE (MOVIMENTO DI COOPERAZIONE EDUCATIVA)
IN COOPERAZIONE CON LA LIBERA COMUNE UNIVERSITÀ  – PLURIVERSITÀ  BOLOGNINA
PROMUOVE

 

 

 

SIMPOSIO D’AUTUNNO
SABATO 12 NOVEMBRE
 
INCONTRO E CONFRONTO INTER-CULTURALE SULLE CONDIZIONI ABITATIVE, ESISTENZIALI, SOCIO-SANITARIE, EDUCATIVE ED ISTRUTTIVE; SULLE DISCRIMINAZIONI SOCIALI ED ETNO-CULTURALI E SULLE PRECARIE ATTIVITÀ LAVORATIVE DELLE GENTI ITALIANE ED EUROPEE ROM E SINTI
 
L’INCONTRO-CONFRONTO SI TERRA’ ALLA CASETTA DELLA ZONA ORTIVA IN VIA ERBOSA 17 VICINO AL CAMPO SINTI-BOLOGNINA SABATO 12 NOVEMBRE.
 
Programma
Mattina dalle 10 alle 13: relazioni e conversazioni
Pranzo sociale: dalle 13 alle 14
Pomeriggio dalle 15 alle 19
Pino De March e Tomas dei Sinti Bolognina- mediatore culturale presenteranno il libro di Dario Fo (premio nobel) “Razza di zingaro”, edizioni Chiare Lettere. 
A seguire relazione e conversazioni.
Cena sociale: dalle ore19 alle 20.
Dalle ore 21 alle 23 proiezione del documentario “La colonna infinita” o “Gypsy caravan”
 
INTERVERRANNO I SEGUENTI ESPERTI INTERNI ED ESTERNI AL VARIEGATO MONDO ROMANES (ROM E SINTI) :
Accordatore del Simposio Pino De March – psicologo delle relazioni umane
Dimitris Argiropolus – docente universitario e pedagogista dei processi interculturali
Vittorio Capecchi – sociologo e direttore della rivista “Inchiesta”
Giovanni De Plato – docente universitario e psichiatra esperto servizi socio-sanitari
Nazzareno Guarnieri e Corsina Depalo -Redattori della rivista “Roma –cultural magazine”
Tomas – mediatore culturale Sinti
Aghiran – mediatore culturale Rom
Salvatore Panu – musicologo e musicista
Fabien Bassetti – operatore interculturale e libero ricercatore della storia e della cultura delle popolazioni Rom-Sinti  e delle tribù nomadi
Renzo Simonati -penalista e avvocato difensore in differenti processi delle genti rom-an-est
Milena Magnani – autrice multimediale (scrittura, teatro, video e cinema) con esperienza nell’educazione all’accoglienza
Franco Berardi (Bifo) – filosofo, scrittore ed agitatore culturale
Guida Brunella – esperta nessi amministrativi locali e attuale consigliera al quartiere Navile – per Coalizione civica
Il Cesp e l’MCE sono enti accreditati per la formazione e aggiornamento degli insegnanti. La partecipazione da diritto, ai sensi degli articoli 63 e 64 del CCNL 2006/2009, all’ESONERO DAL SERVIZIO. Ai partecipanti verrà rilasciato regolare attestato di partecipazione. Tale esonero si estende a tutte le scuole di ogni ordine e grado della Regione Emilia-Romagna.
 

 

 

 

Cesp Bologna via San Carlo, 42
MCE Bologna via Marco Polo, 51
mcegruppoterritorialebologna@gmail.com

PerchéSimposio e non invece Convegno come succede di solito quanto si organizzano eventi di questo tipo?
Perché il Simposio ha una conduzione più orizzontale paragonabile ad un’assemblea, in cui vengono invitati degli ospiti esperti a vario titolo del tema da trattare. Nel nostro caso ci saranno analisti, ricercatori e operatori sociali, interculturali Gagé (non rom), ma anche mediatori interculturali interni alla comunità romanes (Rom-Sinti) e gente comune. Ognuno a turno relazionerà sul tema portando saperi ed esperienze, in tempi contingentanti in modo che  tutti e tutte possano esprimersi. Il Simposio è una modalità di trasmissione dei saperi che la Libera Comune Università Pluriversità della Bolognina ha già sperimentato nei diversi “simposi annuali” dedicati al filosofo, teologo e ricercatore attivo Ivan Illich
 
COME ARRIVARE AL SIMPIOSIO
SI ARRIVA CON LA MACCHINA O CON L’AUTOBUS 11 C DA VIA ARCOVEGGIO, SI SCENDE ALLA FERMATA PALESTRA IPPODROMO A DESTRA, DOPODICHE’ VOLTANDO LE SPALLE AL CENTRO SI PRENDE A SINISTRA PER VIA FRATELLI CERVI, LA SI PERCORRE FINO IN FONDO, ARRIVATI IN FONDO SI INCROCIA VIA ERBOSA, DI LI’ A DESTRA LA SI PERCORRE PER CIRCA 100 METRI, SI OLTREPASSA UN PONTE FERROVIARIO E PROCEDENDO ANCORA PER 100 MT COSTEGGIANDO A DESTRA IL CAMPO ‘NOMADE’ SINTI SI ARRIVA SUBITO DOPO AD UNO STRISCIONE -ZONA ORTIVA-, E LI’ DI FRONTE S’INTRAVEDE LA CASETTA DEGLI ORTI. SIETE ARRIVATI A DESTINAZIONE
 
Info: Pino De March attivatore del gruppo ricerc-azione contrade solidali Rom-Sinti con Tomas, Arghiran, Dimitris Argiropolus, Fabien Bassetti , Paolo Bosco, Carlotta Grillini, Salvatore Panu e Marinella Africano segreteria ed amministratrice di comunimappe.
BLOG: comunimappe.blogspot.com

PER PARTECIPAZIONE AL SIMPOSIO E AL CONVEGNO MAIL:comunimappe@gmail.com 
 
“Le differenze tra le lingue, forme d’arte, costumi non vanno negati. Ma le annovererei tra gli accidenti di luogo e/o di tempo, non tra le chiare, inequivocabili ed immobili essenze culturali: potenzialmente ogni cultura ètutte le culture.” tratto da ‘Contro l’ineffabilitàculturale” di Paul Feyrabend (epistemologo anarchico).
Contro anche quei relativisti che sostengono che siamo in presenza di qualcosa di incomparabile o indicibile quando si confronta una cultura o una lingua con altra lingua o cultura.
  
IL CESP (CENTRO STUDI PER LA SCUOLA PUBBLICA) E L’MCE (MOVIMENTO DI COOPERAZIONE EDUCATIVA)
IN COOPERAZIONE CON LA LIBERA COMUNE UNIVERSITÀ  – PLURIVERSITÀ  BOLOGNINA
PROMUOVE
CORSO DI FORMAZIONE SULLA LINGUA, SULLA CULTURA E SULLA VITA QUOTIDIANA DELLE GENTI ITALIANE ED EUROPEE DI ORIGINE SINTI E ROM(ROMANì)
 
 

 

 
Trattasi di un corso di auto-formazione per docenti dalle primarie alle secondarie, aperto alla partecipazione degli operatori culturali ed interculturali che operano come educatori e mediatori tra scuola e comunità Sinti e Rom.
 
 CALENDARIO DEL CORSO                                                                                             ANNO SCOLASTICO 2016-2017
 
 
6 INCONTRI di 2 ore dal 17 novembre 2016 al 20 aprile 2017
giovedì 17 novembre 2016 dalle ore 16,30 alle 18,30
venerdì 16 dicembre 2016    dalle ore 16,30 alle 18,30
giovedì 19 gennaio    2017 dalle ore 16,30 alle 18,30
giovedì 16 febbraio 2017 dalle ore 16,30 alle 18,30
giovedì 16 marzo 2017     dalle ore 16,30 alle 18,30
giovedì 20 aprile 2017        dalle ore 16,30 alle 18,30
 
PRESSO LA “SALA BLU” AL CENTRO CIVICO MARCO POLO – IN VIA MARCO POLO 53 – NAVILE (AUTOBUS 11 A/B)

N.B. con il materiale prodotto si realizzerà un numero speciale di “Inchiesta” Edizioni Dedalo e estratti per la rivista ‘Cooperazione Educativa’ del Movimento di cooperazione educativa edizioni Erickson.
 
Il Cesp e l’MCE sono enti accreditati per la formazione e aggiornamento degli insegnanti. La partecipazione dà diritto, ai sensi degli articoli 63 e 64 del CCNL 2006/2009, all’ESONERO DAL SERVIZIO. Ai partecipanti verràrilasciato regolare attestato di partecipazione. Tale esonero si estende a tutte le scuole di ogni ordine e grado della Regione Emilia-Romagna..
 

 

 

 

Cesp Bologna via San Carlo, 42
MCE Bologna via Marco Polo, 51
mcegruppoterritorialebologna@gmail.com
 
Presentazione a cura di Pino De March
 
Il progetto di formazione partecipata nasce dall’esigenza di trovare terreni comuni di comunicazione e relazione, ma soprattutto di valorizzazione delle specifiche e molteplici forme culturali e linguistiche in cui siamo immersi.
Tutto parte da alcune mie esperienze personali legate a territori frequentati per nascita, socialità e studio in una Regione di confine, il Friuli Venezia Giulia, ove sono presenti differenti minoranze etno-linguistiche (friulane, slovene e venete), da anni di docenza di comunicazione e relazione in una scuola superiore della nostra città Bologna, ove erano presenti studenti e studentesse di etnia Romanes (Sinti e Rom) e da alcuni anni come responsabile ‘commissione intercultura’ della medesima scuola, oltre che da riflessioni tratte da esperienze ed incontri nella nostra città con variegati mondi culturali paralleli ed intrecciati, mondi propri di minoranze etno-linguistiche italiane ed europee, territoriali e non territoriali.
Con il termine “non territoriali” non intendo persone appartenenti a minoranze straniere o extra-europee, ma mi riferisco a minoranze italiane ed europee, sia esse ebraiche o romanes (Rom e Sinti), che abitano ormai da secoli i territori europei anche se non diffusamente come gli sloveni in Friuli Venezia Giulia, o i tedeschi in Alto Adige, o i francesi di Valle d’Aosta con proprie istituzioni autonome, politiche, culturali educative ed istruttive, ma a macchia di leopardo, relegati in ghetti o campi e più recentemente anche in micro-aree o appartamenti privati o pubblici.
In una recente video-intervista realizzata da alcuni mediatori culturali e comunicativi della comunità ROM E SINTI di Bologna(tra cui Tomas sinti-bolognina), Dario Fo affermava che le culture nazionali ed europee devono molto alle culture nomadi Romanì e per questo le genti romanes dovrebbero essere orgogliose della loro cultura e operare insieme  per farla emergere e riconoscere in tutti gli ambiti di vita sociale e culturale, accettando anche che siano analizzati quegli aspetti negativi che li riguardano e questo significherebbe, come prima cosa, mettere in discussione non solo ciò che li discrimina anche dopo il porajimos- divoramento(o olocausto)nazi-fascista delle loro genti dall’esterno con lo sterminio primae l’esclusione e l’isolamento poi, ma anche ciò che dall’interno li mantiene separati attraverso l’accettazione della ghettizzazione come strategia di sopravvivenza indotta e motivata da condizioni di permanenti discriminazioni, che li hanno spinti a mantenere distanze e separazioni con i “Gagi” (cioè coloro che non appartengono alle loro comunità romanes), visti un po’ tutti come altro da sé.
Negli ultimi anni da entrambe le parti cominciano a emergere figure di mediatori culturali romanes e gagi che costruiscono terreni comuni di relazione, socializzazione e ricerca al fine di far emergere questo mondo variegato sociale e culturale spesso celato, dissimulato, osteggiato, che solo in rarissimi casi emerge e quasi sempre in forma inappropriata, esotica, romantica ed immaginaria nella letteratura come in altre arti , ma mai nella sua reale condizione di mondo di umani e di genti italiane ed europee con propri universi culturali che popolano da secoli le nostre estreme periferie.
 
In questo senso e cioè nella direzione di creare un terreno culturale comune, la scuola è sicuramente il luogo in cui è possibile lavorare avendo presenti le prossime generazioni di cittadine e cittadini italiani e europei.
Come docente, in servizio ormai alcuni anni fa (non ora che sono in pensione e non a riposo), mi sono trovato ad insegnare alle superiori a ragazzi e ragazze romanes (Rom e Sinti). A dire la verità le occasioni sono state rare anche perché normalmente la frequenza scolastica di questi alunni si dirada lungo il corso della scuola dell’obbligo, fino a interrompersi per molti di loro alle medie inferiori e questo accade nonostante che l’obbligo e le esigenze di formazione culturale e professionale incentivino a continuare gli studi.
Inoltre, per tutto il periodo scolastico l’identità linguistico-culturale di questi miei studenti rimaneva celata, come la loro vita quotidiana, e tanto meno veniva esplicitata la loro appartenenza a comunità “romanes.” Tutto rimaneva coperto da “segreti professionali” e da segreti “personali” e mai accadeva che questi ragazzi e ragazze rivelassero la loro “identità romanes”, né ai docenti, né ai loro compagni e compagne di classe, temendone con ogni probabilità la discriminazione che vivevano ovunque andassero o abitassero fin dalla nascita.
In quegli anni di docenza di psicologia della comunicazione e relazione mi ero posto l’impegno di lottare contro le discriminazioni etno-culturali e i pregiudizi di ogni genere, sessuali o culturali, ma mai avevo fino in fondo analizzato il problema di come si sentiva a scuola un ragazzo o ragazza romanes Rom o Sinti, immerso in una cultura, storia e lingua che non gli appartiene, se non parzialmente.
La cultura, la lingua e la storia sociale romanì, Rom o Sinti, rimane per questi ragazzi e ragazze presente nella sfera della famiglia o della comunità d’appartenenza, ma mai accade che le didattiche scolastiche o i programmi preventivi d’inizio anno includano o richiamino implicitamente o esplicitamente alla memoria culturale del docente l’esigenza d’introdurre elementi della cultura, della lingua e della letteratura romanì, come accade per altre culture e minoranze territoriali (quelli delle regioni autonome), o non territoriali (ebraica, sarda o meridionale). E tanto meno si fa cenno nei libri di testo o negli appunti dei docenti che la lingua e la cultura Romanì appartengono di fatto alle lingue e culture europee, ed inoltre, che queste minoranze ormai da secoli sono presenti in Europa (fin dal XV secolo) come le altre minoranze con culture maggiori o minori, ma riconosciute.
Per evitare poi che le maggioranze etno-linguistiche dominanti nei territori continuino a ripetere, con l’ignoranza storica e culturale che spesso li caratterizza, che queste minoranze non territoriali Rom e Sinti “non sono europee e tanto meno italiane.”
E questa ignoranza è spesso dovuta alla mancanza di conoscenza personale, ma anche al fatto che nelle scuole italiane non sono presenti programmi che evidenzino la composizione plurilinguistica e pluri-culturale della cultura pluriversa europea ed italiana, che deve comprendere anche quella dei romanì, in quanto la cultura delle genti romanes ha influenzato di fatto molta della cultura Europea in svariati ambiti: la musica, l’arte, il teatro, il cinema, la letteratura, la poesia, le attività circensi e lo spettacolo in genere.
Inoltre, è importante che un bambino o bambina, ragazzo o ragazza romanes (Rom o Sinti), possa riconoscersi nelle variegate didattiche che vengono proposte a scuola. La sua specifica cultura dei  romanes deve essere riconosciuta come parte di questa Europa pluriculturale e plurilinguistica e dell’immenso patrimonio culturale dell’umanità, e chi si riconosce in essa non deve essere identificato come appartenente ad un gruppo privo di cultura e portatore di disagio.
 
Dal quadro appena abbozzato, emerge con chiarezza che, mentre alcune minoranze italiane ed europee possono salvaguardare la propria lingua e cultura, perché viene loro attribuito dalle Costituzioni il potere di autogovernarsi attraverso proprie Autonomie Locali e a loro volta istituire scuole di ogni ordine e grado nella propria lingua di minoranza nei territori da loro abitati, altre minoranze etno-linguistiche, per scarsi mezzi o per dispersione abitativa, non riescono a fare altrettanto, anche se cominciano a emergere aggregazioni culturali indipendenti e autofinanziate delle federazioni di lingua Romanì italiane ed europee presenti nel territorio italiano. Esempi di questa attività possono essere la rivista “Roma – Cultural Magazine” e le pagine Facebook dei Sinti italiani. 
Alle minoranze dei romanes (Rom e Sinti) viene offerto dall’attuale Sistema Scolastico Nazionale e locale, a causa di una restrittiva interpretazione dell’art. 6 della Costituzione, la possibilità di non essere discriminati linguisticamente, permettendo e obbligando loro di frequentare le scuole italiane dalla primaria alle secondarie al pari di tutte e tutti coloro che risiedono nel territorio italiano, fossero pure migranti e stranieri.
All’interno di queste istituzioni scolastiche, però, essi, che pure appartengono a pieno titolo alla cultura italiana e europea, non ritrovano nulla, neppure per cenni, della loro cultura e lingua, andando incontro ad un vero e proprio processo di assimilazione linguistico e culturale.
Da queste esperienze, riflessioni e letture specifiche ho via via maturato l’importanza delle varie lingue e culture e la necessità che non si estinguano. Non solo perché, come dice un detto popolare, “quando muore una lingua e una cultura è come scomparisse o bruciasse una foresta”, ma per il ruolo che esse rappresentano per la formazione e l’evoluzione dell’identità degli appartenenti a quello specifico nucleo etno-linguistico.   Si tratta non solo di culture nazional-popolari dominanti politicamente e linguisticamente (italiano, francese ecc), ma di genti minori europee ed italiane, nel nostro caso Romanes (Rom Sinti), che spesso vivono, come altri migranti extra-europei, una forte marginalità sociale accompagnata ad una crescente ostilità da parte delle popolazioni di lunga stanzialità (quelli della stessa regione) o di nuova stanzialità frutto di migrazioni interne al paese (italiani di altre regioni), e che possono assumere l’aspetto di campagne mediatiche e politiche contro la presenza di Rom, Sinti o migranti nei territori della città, fino alle manifestazioni violente di gruppi di abitanti locali che possono giungere anche alla devastazione delle strutture abitative o delle infrastrutture delle aree che ospitano gente romanes, senza arrivare per il momento agli estremi della violenza esplicita e organizzata contro le persone, ch presentano in potenza tutte le caratteristiche del pogrom.
 
I “pogrom” (il termine deriva dalle sollevazioni popolari contro le comunità ebraiche nella Russia zarista), o manifestazioni di varia natura vengono agite contro queste minoranze non territoriali (migranti non comunitari e Romanes comunitari) da forze politiche e sociali prevalentemente di orientamento populista, localista o nazionalista, che partendo dal pretesto di fenomeni isolati di violenza contro le persone o i patrimoni, promuovono mobilitazioni a carattere reattivo sociale non per comprendere e trovare soluzioni ai problemi che insorgono a seguito delle conflittualità relazionali che si radicano in una perdurante e sistematica condizione di emarginazione forzata, ma per operare generalizzazioni e discriminazioni contro tutti gli appartenenti a quel gruppo etno-linguistico, in modo razziale, identificando tutti e tutte, tout court come “nemici e portatori di insicurezza.”
Per rendere chiaro lo stigma che vivono queste popolazioni comunitarie europee non territoriali Rom e Sinti, voglio semplificare con un esempio i ricorrenti pregiudizi nella vox populi e in una parte dell’opinione pubblica mainstream (stampa, radio-televisioni) o new media: se a commettere un reato patrimoniale o personale è un Rom o Sinti (o zingaro nella vulgata popolare), sono tutti “gli zingari” a farlo, se invece è un comunitario a farlo, italiano o svedese che sia, è un singolo che lo fa. Per questi ultimi la responsabilità rimane personale.
Al contrario, ogni essere umano, come ogni gruppo etno-linguistico, deve essere considerato nella sua umana ambivalenza, in quanto portatore di possibilità di relazioni costruttive (“buona-vita”) o di pericolo e di relazioni distruttive (“mala-vita”). Per questo, nessun essere umano o gruppo etno-linguistico può essere identificato a priori come pericoloso, solo perché qualcuno dei suoi affini culturali o parentali conduce una “mala-vita”. Chi fa questa operazione di riduzione è un razzista ed un pericoloso portatore di discordia sociale ed umana. Come sosteneva un sociologo berlinese d’inizio secolo George Simmel, scandalizzando i suoi contemporanei, non è delinquente il miserabile, ma la miseria in cui è costretto dal sistema di ingiustizia sociale a vivere o sopravvivere.
Dal blog: comunimappe.blogpot.com
 
COME ISCRIVERSI AL CORSO
Per l’iscrizione al corso inviare l’adesione a COMUNIMAPPE, o MCE, o CESP Bologna, che in quanto enti formatori accreditati dal MIUR (Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca), provvederanno a fornire regolare attestato  ai fini della richiesta del permesso di assenza da lezioni o impegni scolastici, e attestato di partecipazione all’aggiornamento che non sarà obbligatorio come vuole la cosiddetta “buona scuola”, ma libero e sentitamente scelto.
 
 
ARTICOLAZIONE DEL CORSO INTERCULTURALE SULLA STORIA, LINGUA E CULTURA ROMANI’ (ROM-SINTI)
 
ANNO SCOLASTICO 2016-2017                 
6 INCONTRI di 2 ore dal 17 novembre 2016 al 20 aprile 2017
PRESSO LA “SALA BLU” AL CENTRO CIVICO MARCO POLO – L. BORGATTI IN VIA MARCO POLO 51. QUARTIERE NAVILE (AUTOBUS 11 A/B)
 
  
1ª LEZIONE INTERATTIVA
GIOVEDÌ 17 NOVEMBRE 2016 DALLE ORE 16,30 ALLE 18,30
 
Presentazione del corso da parte di Pino De March di comunimappe, Maria Bianca Cattabriga del MCE – Movimento di Cooperazione Educativa e Matteo Vescovi del Cesp – Centro Studi per la Scuola Pubblica.
Seguirà presentazione del volume di “Spigolare parole, rubare sguardi. Conversazione con i Rom e Sinti.” con l’autore Dimitris Argiropolus.  A seguito, racconti e vissuti di due mediatori culturali Aghiran e Tomas, appartenenti al popolo Sinti e Rom.
 
 2ª LEZIONE INTERATTIVA
 
VENERDÌ 16 DICEMBRE 2016 DALLE ORE 16,30 ALLE 18,30
 
Il valore simbolico della lingua e della cultura per l’identità delle minoranze italiane ed europee Rom e Sinti, come per i migranti provenienti dal resto del mondo.
 Relazione e conversazione con Angelo Arlati, linguista culture Romanì
 Il nodo dell’idendità etnica-culturale dopo le guerre etiniche ex-jugoslavia o in altre parti del mondo e l’emergere di nuove singolarità culturali e linguistiche critiche (o dividualità post-etniche) e pratiche comunicative inter-culturali (dalla negritudine alla versitudine)
Relaziona giuseppe (pino) psicologo delle relazioni neo-umane.
 i mediatori culturali Tomas e Aghiran, appartenenti al popolo Sinti e Rom della citta’metropolitana di Bologna.
 
 3ª LEZIONE INTERATTIVA
 
GIOVEDÌ 19 GENNAIO 2017 DALLE ORE 16,30 ALLE 18,30
 
Persecuzione nazi-fascista, sterminio o porajmos e resistenza dei Rom e Sinti. Nascita delle costituzioni democratiche e delle legislazioni che tutelano l’esistenza delle minoranze linguistiche e culturali.
Interverranno:
Mario Abibezzi, Sergio Andena e Carlo Cuomo del CIPES (Centro Iniziativa Politica e Sociale) di Milano.
Esperienze dirette di due mediatori culturali Tomas e Aghiran, appartenenti al popolo Sinti e Rom della città  metropolitana di Bologna
Lettura di alcune pagine del libro “Circo capovolto”  con l’autrice Milena Magnani.
 
 4ª LEZIONE INTERATTIVA 2017
 
GIOVEDÌ 16 FEBBRAIO 2017 DALLE ORE 16,30 ALLE 18,30
 
La musica Rom e Sinti e la sua influenza sulla musica contemporanea.
Relaziona:
Giorgio Mancinelli, etnomusicologo e giornalista etno-culturale, corrispondente e fotografo di tradizioni etno-muiscali-culturali del popolo rom e di altri popoli del sud del mondo,
programmatore per alcuni anni di Rai 2 e Rai 3, conduttore di trasmissioni sulle tradizioni etno-culturali nomadi a Radio Svizzera italiana e Radio Vaticana.
Salvatore Panu, musicista e musicologo e fondatore della Scuola popolare Ivan Illich di Bologna-bolognina.
 Conversazioni ed esecuzioni musicali con Dragran Nicolic e Aghiran, ballerino appartenente al popolo Rom di Bologna cittàmetropolitana.

 

 

5ª LEZIONE INTERATTIVA
 
GIOVEDÌ 16 MARZO 2017 DALLE ORE 16,30 ALLE 18,30
 La storia, la letteratura e la poesia Rom e Sinti e la sua influenza sulle letterature e culture contemporanee.
 
Fabien Bassetti, storico delle culture romanì e nomadi
Teresa Rossano – femminista e docente storia e  letteratura del Cesp presenta libro di Majgull Axelsson, “Io non sono Mirian”, edizioni Iperborea
Tomas, mediatore culturale rom-sinti, Pino De March, psicologo relazionali neo-umane e ricercatore attivo di poesia e letteratura  di strada, migrante e marginale e Alfredo Stori leggeranno testi e poesie del popolo rom.

 

 6ª LEZIONE INTERATTIVA
 
GIOVEDÌ 20 APRILE 2017 DALLE ORE 16,30 ALLE 18,30
 
Il teatro, il cinema, le arti, il circo e gli spettacoli viaggianti di strada.
Forme di disciplinamento, annientamento, repressione controllo degli spettacoli viaggianti, delle attività differenti, della vita del popolo Rom:
Gabriele Roccheggiani (ricercatore del Dipartimento di Economia Società Politica dell’Università di Urbino) sull’intreccio tra persecuzione, tutela e emergenza. La “questione rom” tra discriminazione e diritti.
 Relazione e conversazione con
Milena Magnani, autrice del libro “Circo capovolto”, edizioni Feltrinelli Fuori catalogo.
Andrea Mochi Sismondi e Fiorenza Menni autori di ‘confini dimanti’ ed. Ombre Rosse,Verona.

Coordina Matteo Vescovi e Pino de march

 FESTA INTERCULTURALE
 
SABATO 13 MAGGIO 2017 DALLE 15 ALLE 20 IN ZONA ORTIVA, VIA ERBOSA 17
 Teatro delle temperie di Andrea Lupo
E Serena Raggi Luna, artista che mescola diverse arti e culture – pittura olio-acrilico, indian ink, matita.
Organizzatori: Carlotta Grillini e Pino De March
N.B. questo evento finale si realizzerà, non al centro civico Marco Polo come il corso, ma alla zona ortiva –via erbosa 17-accanto all’area campo Sinti

FINALITA’ INTERCULTURALI E SOCIALI DEL CORSO
La libera comune università pluriversità -bolognina -gruppo ricer-azione contrade solidali Rom-Sinti in cooperazione con CESP-Centro Studi per la Scuola Pubblica e l’MCE-Movimento di cooperazione educativa, lo promuovono. I docenti che parteciperanno al Simposio-corso d’auto-formazione potranno usufruire dell’esonero ministeriale a valenza regionale E.R.. Tale Simposio-Corso si progetta e si propone come auto-aggiornamento-autoformazione al fine di conoscere la vita, la lingua e le culture romanì e per favorirne la valorizzazione. Esse sono ormai da secoli lingue e culture delle nostre minoranze linguistiche italiane ed europee. Con il simposio-corso inoltre ci si impegna ad agire contro la dispersione scolastica dei bambini-e ragazzi-e romanì-rom e sinti e non solo; dispersione in parte dovuta alla poca considerazione attribuita alla scuola da parte dei genitori, ma questa non considerazione è trasversale anche a genitori territorializzati. Le cause principali però di tale dispersione sono da attribuire alle distanze che spesso questi bambini e ragazzi devono percorrere per andare a scuola data la collocazioni sempre più periferiche dei loro insediamenti abitativi provvisori o micro-aree stanziali [extra-urbane], a strategie politiche confuse, misure psico-pedagogiche e conoscenze inadeguate da parte del sistema politico e scolastico della vita,lingua e cultura di questi loro cittadini-studenti, vissuti come invisibili-culturali e per questo resi impotenti e e considerati solo come portatori di disagio di cui liberarsi il prima possibile. Spesso con ‘immeritate’ promozioni (1) vissute come ingiuste dagli altri compagni di classe; promozioni che finiscono per accrescere la loro marginalità di vuoti a perdute.
Conoscersi e riconoscersi invece come parte di quelle molteplici genti lingue e gruppi etno-linguistici che popolano l’Italia e l’Europa potrebbe essere una entusiasta scoperta di nuovi mondi;nuovi amici e nuovi cittadini
Esplori-amo-ci.
NOTA (1)
ho messo ‘Immeritate’ tra virgolette perchè il merito perchè questo concetto è sempre stato qualcosa di ambiguo, ma in questo tempo liquido e cinico e anaffettivo allude maggiormente ad un agonismo distruttivo e di sopraffazione e divoratore di sè e degli altri da sè, e non rimanda ad un agonismo maturo come affermazione o come sfida di costruzione di un sè autonomo e di relazioni alla pari e cooperaitive con altri sè autonomi e interdipendenti. Come diceva Che Guevara:’da soli non si è nessuno’
Pino de March per COMUNIMAPPE ED MCE e Matteo Vescovi per il Cesp
 
 PROVE DI RICERC-AZIONE DI STRADA DELLA LIBERA COMUNE UNIVERSITA’ – PLURIVERSITA’ BOLOGNINA E DI COOPERAZIONE TRA DUE ENTI FORMATORI CESP E MCE ENTRAMBI MOVIMENTI DI COOPERAZIONE EDUCATIVA, DI RICERCA E DI TRASFORMAZIONE CULTURALE E SOCIALE DAL BASSO DELLA SCUOLA PUBBLICA
 
 Prima di tutto si tratta di due percorsi paralleli ed intrecciati di partecipazione e trasformazione dal basso per rendere la scuola pubblica aperta a nuove istanze di partecipazione e a generare relazioni educative e conoscenze condivise da docenti e studenti.
 
Movimenti che hanno contribuito a democratizzare nel corso della seconda meta’ del Novecento il sistema scolastico nel suo insieme, come istituzione repubblicana laica ed autogovernata, con propri organi collegiali e da nuove soggettività: docenti, studenti e personale tutto che vi ècompreso come parte di una comunità educativa.
La scuola è stata intesa dai “padri e madri”costituenti come una istituzione innanzitutto pubblica e aperta alla società e ai suoi bisogni di educazione, istruzione e formazione con l’obiettivo di formare un cittadino-a e un lavoratore-trice consapevole delle sue libertà civili e sociali e animata degli stessi ideali di giustizia e libertà tra le genti e i generi sessuali che hanno motivato la resistenza contro la tirannide nazi-fascista, contro i privilegi aristocratici e le discriminazioni culturali e socio-economiche di una società elitaria e liberista-borghese.
Movimenti dal basso di docenti, studenti e personale coadiuvante le attività scolastiche-amministrative, tecniche ed ausiliarie, in netto contrasto con una scuola gerarchica autoritaria e chiusa alla società che il fascismo prima, ed una certa democrazia autoritaria dopo, avevano resa impermeabile alla socialità.
Il Cesp e il MCE, con la loro attivitàculturale, si sforzano di promuovere la crescita di una scuola partecipata anche nell’attività’ di ricerca e produzione di nuove didattiche condivise, nei laboratori come nelle classi, con studenti e docenti che esperimentano nuovi apprendimenti e conoscenze e lezioni che diventano via via interattive, abbandonando la passività degli studenti e delle studentesse. Inoltre, si sono battuti contro le classi speciali e per riconoscere che nei silenziati ed esclusi portatori ’handicap fisico o psichico ci sono intelligenze emotive e cognitive divers-abili.
 
MCE – MOVIMENTO DI COOPERAZIONE EDUCATIVA
L’Associazione della Pedagogia Popolare Italiana
Il Mce è nato in Italia nel 1951 sulla scia del pensiero pedagogico e sociale di Célestin ed Elise Freinet.
All’indomani della guerra, nel momento di pensare alla ricostruzione, alcuni maestri quali G. Tamagnini, A. Fantini, A. Pettini, E. Codignola e più tardi B. Ciari, M. Lodi,    A. Manzi, A.Bernardini e tanti altri in Italia e all’estero (P. Le Bohec), si unirono attorno all’idea di una cooperazione solidale che diviene crescita e integrazione sociale. Non si ètrattato solo della introduzione e utilizzazione di alcune tecniche di base, ma di dare vita a un movimento di ricerca che ponga al centro del processo educativo i soggetti, per costruire le condizioni di un’educazione popolare, in quanto garanzia di rinnovamento civile e democratico.
Con questi maestri èdifficile per noi non continuare a sentire, ancora oggi, l’esigenza di condividere progetti di cambiamento della scuola per essere responsabilmente attori del cambiamento come educatori/educatrici.
Il Mce si propone come gruppo, libero e autonomo di insegnanti che non vogliono smettere di pensarsi, oltre che trasmettitori, anche elaboratori di cultura, attenti alla valorizzazione delle culture di cui sono portatori i bambini/e; a creare in classe climi favorevoli all’ascolto e alla comunicazione autentica.
Insegnanti che operano per realizzare una scuola in cui sia promossa la libertàespressiva, sia dato spazio alla creatività; siano realizzati processi circolari di apprendimento-insegnamento capaci di produrre nei bambini/e crescita globale, affettiva e cognitiva e sociale.
Il Mce è un’Associazione professionale collegata alla Federation internationale de l’Ecole Moderne (ovvero il movimento delle scuole che si rifanno all’attivismo e alla pedagogia popolare).
Puoi trovare il Mce in molte città d’Italia, in varie proposte educative per i ragazzi/e e per i loro insegnanti, in diverse scuole che stanno attuando progetti di educazione nuova.
CESP – CENTRO STUDI PER LA SCUOLA PUBBLICA
Il CESP, Centro Studi per la Scuola Pubblica, nasce nel 1999 per iniziativa di lavoratori della scuola di area Cobas.  
L’intento è quello di affiancare all’attività politica e sindacale uno spazio specificamente dedicato alla riflessione culturale e didattica sulla scuola, realizzata attraverso seminari, convegni, attività di aggiornamento e pubblicazioni.  
I principi di riferimento del CESP sono la difesa della scuola pubblica statale, l’opposizione alle diverse forme di privatizzazione, alle vecchie e nuove forme di mercificazione del sapere e ai processi di aziendalizzazione che stanno avanzando da alcuni anni a ritmi inediti e preoccupanti.   Parallelamente ad un circuito di iniziative coordinate a livello nazionale, anche localmente stanno crescendo articolazioni dell’Associazione che organizzano attività a livello provinciale e regionale.
Gli anni Settanta sono stati un decennio caratterizzato da un intenso dibattito sulla forma e sul ruolo della scuola pubblica. In quegli anni sono state varate leggi innovative e si sono manifestate proficue rivoluzioni didattiche. Gran parte delle innovazioni sono state prodotte dal basso, in centinaia di “officine” scolastiche dove insegnanti, bambine e bambini, studenti, comitati di genitori e di quartiere prendevano nelle loro mani le tradizioni della vita scolastica e le riplasmavano secondo le nuove sensibilità emerse dalla società civile.
Tutto il periodo ha visto un continuo e intenso scambio di stimoli e di condizionamenti positivi e reciproci tra la società e la scuola, entrambe in trasformazione. Si rafforzava l’idea di una ragione sociale della scuola pubblica. La scuola divenne così oggetto di investimenti emancipativi da parte dei ceti sociali popolari alla ricerca di eguaglianza, protagonismo, diritti. Sulla scuola si riversarono energie e sguardi utopici finalizzati ad una trasformazione democratica e ad un inveramento di giustizia sociale.
Questo intenso crogiolo ha plasmato la scuola degli anni successivi, anche se, una volta caduto lo stimolo proveniente dalla società, tutto si è nuovamente irrigidito. Così, mentre le nuove politiche di intervento – dagli anni Ottanta – ratificavano la generalizzazione del modello, nella scuola reale iniziava l’erosione dall’interno degli elementi più vitali.
Oggi che l’attacco, nel primo decennio del nuovo secolo, si è fatto diretto, distruttivo e carico di un’esplicita ideologia di restaurazione, risulta ancor più preziosa l’azione di raccolta, documentazione, verità e dibattito sulla scuola di quegli anni. Non per riproporne pedissequamente le pratiche, ma per fare tesoro e raccoglierne gli elementi profondi: l’opposizione ad una scuola come strumento di selezione sociale, la spinta verso una didattica collegata ai bisogni e alle aspirazioni dei giovani e delle giovani, l’impegno per l’elaborazione di un sapere critico collegato alle caratteristiche della nostra società.
Nasce da questo ragionamento la scelta di aprire il Centro di Documentazione sulla Scuola negli anni ’70. Un primo gruppo di materiali, offerti da insegnanti e famiglie, èstato raccolto attraverso una rete di conoscenze e il passaparola. Oggi abbiamo deciso di fare un passo in più, di dare ufficialitàe soliditàall’archivio, organizzando una rete di documentazione e di dibattito riferiti alle tematiche cruciali di quegli anni. Nella speranza che la lotta sociale per la difesa della scuola pubblica riceva aiuto anche da questo Centro di documentazione e dal lavoro che abbiamo intenzione di svolgere, tra memoria e storia.
 
Pino De March
comunimappe.blogspot.com
Alcuni personaggi famosi di etnia rom e sinta.
La lista include personaggi famosi aventi origine rom e sinta da parte di uno dei due genitori.

/famosiBanderas Antonio:
 attore di origini kalé
Brynner Yul: attore, rom da parte del nonno materno. Acquistò il titolo di Presidente Onorario dei Rom
Caine Michael: attore di etnia rom romanichael
Cansino Antonio: ballerino creatore del flamenco moderno, kalé spagnolo
Chaplin Charles: attore, rom romanichael da parte di madre
Ciganer Cécilia: meglio nota come ex-moglie di Nicolas Sarkozy. Suo padre è rom
Cortés Joaquìn: ballerino di flamenco, kalé spagnolo
Giménez Malla Ceferino: kalé spagnolo beatificato nel 1997
Hayworth Rita: attice, nipote del ballerino di flamenco kalé Antonio Cansino
Hoskins Bob: attore americano di origine sinta
Ibrahimovic Zlatan: calciatore, rom bosniaco da parte paterna
Krogh August: scienziato e premio nobel per la medicina, di etnia rom
Kubitschek De Oliveira Juscelino: ex presidente del Brasile, di origine rom
Müller Gerhard: ex calciatore e vincitore Pallone d’Oro. Ha origini rom e sinte
Olasunmibo Ogunmakin Joy: nome d’arte Ayo. Cantantautrice tedesca con madre rom romena. Nel 2008 ha vinto l’European Border Breakers Awards
Orfei Liana: artista circense e attrice, sinta italiana
Orfei Moira: artista circense e attrice, sinta italiana
Presley Elvis: cantante di padre sinto e madre romanichael
Reinhardt Jean-Baptiste: musicista jazz conosciuto col nome di Django Reinhardt. Sinto eftavagarya
Spinelli Santino Alexian: professore universitario e musicista rom abruzzese
Solario Antonio: pittore rom Abruzzese, detto “lo zingaro”, vissuto a cavallo tra il XV e il XVI secolo
 

 

 

SIMPOSIO D’AUTUNNO – PRESENTAZIONE

SIMPOSIO D’AUTUNNO

SABATO 12 NOVEMBRE

INCONTRO E CONFRONTO INTER-CULTURALE SULLE CONDIZIONI ABITATIVE, ESISTENZIALI, SOCIO-SANITARIE, EDUCATIVE ED ISTRUTTIVE; SULLE DISCRIMINAZIONI SOCIALI ED ETNO-CULTURALI E SULLE PRECARIE ATTIVITÀ LAVORATIVE DELLE GENTI ITALIANE ED EUROPEE ROM E SINTI

SULLA CONDIZIONE ABITATIVA, ESISTENZIALE E LINGUSTICO-CULTURALE IN CITTA’ DEI ROM E DEI SINTI DEL CAMPO DI VIA ERBOSA 15-BOLOGNINA   
OGGETTO DI TRASFERIMENTO A PARTIRE DALL’ESTATE 2017 IN TRE MICRO-AREE SITUATE AI MARGINI EST  DEL QUARTIERE NAVILE 

LA LIBERA COMUNE  UNIVERSITA’ PLURIVERSITA’ BOLOGNINA E BOLOGNINA IN CONGRESS
A partire dalla metà di settembre 2016 abbiamo costituito un gruppo di ricerc- azione ‘Contrade solidali-bolognina’ su problematiche inerenti  ‘le comunità non territoriali italiane e ed europee’  nello specifico Sinti E Rom (non territoriali intese giuridicamente nel senso di presenze etno-linguistiche-culturali non concentrate in  un solo territorio regionale come ad esempio i cittadini di lingua cultura tedesca del Trentino Alto Adige), bensì presenti a macchia di leopardo in diversi territori regionali, ad es. le  comunità ebraiche-italiane a Venezia,Ferrara , Roma ecc. abitanti porzioni limitate di certi quartieri o rioni, storicamente definiti ghettti.
L’attività di ricerc-azione intrapresa riguarda l’analisi delle condizione socio-culturale ed  i vissuti dell’aggregato umano Sinti della Bolognina situato in via erbosa 15(cittadini italiani e bolognesi ormai presenti da generazioni o con più precisione da secoli nei nostri territori, giusto per chiarire la campagna pregiudiziale o i progrom  intentati nei loro confronti nell’ultima campagna elettorale da parte della coppia Borgonzoni-Salvini della Lega Nord.
Cittadini e cittadine che vivono ormai da molti anni in una condizione di ‘segregazione’ in campi ai margini della città, marginalità di cui ne sono complici il Comune di Bologna  e il Quartiere Navile con le loro miopi ‘disposizioni politico-amministrative’ e passivamente gli stessi residenti del campo  Sinti;
le une, le Istituzioni, non vogliono intraprendere soluzioni radicali quali l’inserimento residenziale in case popolari alla stregua degli altri cittadini territoriali, temendo forse che quei provvedimenti  ‘radicali’ potrebbero far  insorgere conflitti,invidie-risentimenti- tra cittadini  che si trovano nelle medesime condizioni in emergenza casa(guerra tra poveri cristi o diavoli da parte di chi da sempre soffia sul fuoco delle diseguaglianze crescenti  per poi lasciarli ancora più poveri ed insicuri di prima, perché l’abbiamo visto governare  il centro-destra anche in questa città, e non è che le cose sono mutate. Voci istituzioni in controtendenza ci sono e sono quelle di un giovane candidato sindaco  presentatosi con una piccola coalizione civica che auspica e sogna che Bologna diventi’ la città meno diseguale d’Europa,gli altri,i residenti dei campi che  vivendo di fragili e precarie economie di sussistenza, forse temono che l’abbandono del campo-ghetto’ possa esporli a gravi difficoltà, quali l’impossibilità di far fronte in futuro a spese fisse di vario genere(affitto, bollette ecc.).

Noi come costituenti Contrade Solidali – riteniamo invece che si deve procedere verso soluzioni radicali perché come si è visto in altre circostanze simili queste soluzioni – emergenziali e posticce –quali i campi – creano strani indotti(di mafia capitale o di samaritani criminali) costi alla fine molto superiore in termini sia finanziari che  umani, per questo  vorremmo assegnare un posto abitativo più dignitoso all’interno della Bolognina  e un reddito di cittadinanza per  Sinti come  per tutti quelli che sono nel medesimo bisogno di case o altro, siano essi cittadini territoriali o non territoriali o migranti lavoratori e lavoratrici.
Pensavamo specificatamente per gli abitanti del campo –erbosa 15 –di procedere alla loro collocazione in a casette a schiera (di muratura o di legno) progetto realizzato già dal Comune di Faenza; la soluzione casette a schiera per i Sinti e Rom di Faenza, è nata dalle considerazioni e confronti tra amministratori, tecnici urbanistici comunali e responsabili comunità federate romanì, ritenendole più idonee ad una reale integrazione in moduli abitativi orizzontali che quelli verticali, perché queste abitazioni meglio aderiscono alle esigenze di una vita fatta di economie di sussistenza e di vissuti pregressi di semi-nomadismo, di stanzialità o in luoghi aperti ormai decennali nei campi.

 Nello stesso tempo desidereremo per le nuove generazioni(bambini e ragazzi) Sinti e Rom della nostra città affermare non solo il diritto alla lingua nazionale italiana per non essere discriminati ma anche il diritto conservare la propria lingua e cultura romanì -sinti e rom(lingua parlata dai 180.000  rom italiani), perché proprio loro ‘sono i primi a rischiare le conseguenze di una crisi d’identità, ignorando troppo spesso le proprie radici e le proprie tradizioni(da Roma-Cultural Magazine, maggio 2013)
e nello stesso tempo promuovere la cultura ‘romani’ attraverso nuove unità didattiche  seppur limitate e volontarie nelle nostre scuole dalla primaria alla secondaria, attraverso l’apprendimento di alcune parole, suoni e storie romani’  come comune terreno di ricerca ed apprendimento per tutti e tutte, in uno scambio di reciprocità linguistica e culturale. Perché vorremmo ‘dare la priorità ai temi della cultura e dell’identità, ai racconti di vita, alle aspirazioni e alle visioni del mondo dalla prospettiva dei Rom. Consapevoli che solo la conoscenza può vincere il pregiudizio, la paura e la segregazione del diverso (da Roma-Cultural Magazine, maggio 2013
In alcuni paesi dell’Europa Dell’Est, Macedonia ed Albania, come ad ovest, la Spagna, non si pratica solo il diritto alla lingua nazionale per superare discriminazioni ma si formano insegnanti per creare corsi specifici di lingua e cultura romani(prevalentemente cultura orale ed anche negli ultimi tempi scritta. Questo apprendimento specifico si delinea come rinforzo individuale e  sociale che permetterà ad ogni bambino o bambina Rom di ritrovare una propria identità ed in divenire, di ripensare e rielaborare la sua lingua e cultura in relazione aperta con altre identità e culture gagè presenti nel territorio. E con la loro cultura rinventata pensare anche a delle forme di attività culturali,sociali ed economiche che possono garantire loro una buona vita di relazione come in epoche passate quando avevano loro arti e mestieri, ora in gran parte sussunti dall’industrializzazione materiali come di quelle immateriali dall’industria  cultura e dello spettacolo.
per ulteriori approfondimenti vedi sito: www.romanidenty.org
                                            
Stiamo progettando nel novembre 2016 come LIBERA COMUNE UNIVERSITA’ PLURIVERSITA’ BOLOGNINA
UN SIMPOSIO D’AUTUNNO
SULLA CONDIZIONE ABITATIVA ESISTENZIALE E CULTURALE DEGLI AGGREGATI UMANI IN CITTA’  ROM E SINTI DI VIA ERBOSA CON LA RIVISTA ROMA DELLA COMUNITA’ ROMMANES  ITALIANA.
ED  UN CORSO DI AUTO-FORMAZIONE
PER DOCENTI DI DIFFERENTI  LIVELLI DALLA PRIMARIA ALLA SECONDARIA SUPERIORE SULLA LINGUA, CULTURA E VITA QUOTIDIANA DELLE GENTI EUROPEE ROM E SINTI ITALIANE
PROMOSSO DALLA  LIBERA COMUNE UNIVERSITA’ PLURIVERSITA’  BOLOGNINA (COMUNIMAPPE.BLOGSPOT.COM)
IN COOPERAZIONE EDUCATIVA TRASVERSALE
CON IL MOVIMENTO DI COOPERAZIONE EDUCATIVA (M.C.E – BOLOGNA) E DEL  CENTRO STUDI PER LA SCUOLA PUBBLICA DI TUTTI E PER TUTTE (CESP-BOLOGNA)
NOTA BENE:
 L’ART. 6 DELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA
la Repubblica tutela con apposite misure le minoranze linguistiche.
commento: In base al principio sancito all’art. 3 della nostra Costituzione, tutti i cittadini hanno pari dignità sociale  sono uguali davanti alla legge, qualunque sia la lingua che parlano. Poiché peraltro i cittadini che parlano una lingua diversa dall’italiano costituiscono un’esigua minoranza che potrebbe essere assorbita o neutralizzata dalla massa compatta degli altri cittadini parlanti, la Repubblica cioè lo Stato più tutte le altre autonomie locali si propongono con differenti misure di tutelarne l’esistenza.

TESTO RAGIONATO E CONDIVISO CON  DIMITRIS ARGIROPOLUS, MASSIMILIANO MITA E SALVATORE PANU
Autore del  testo: Pino de March

contatti: comunimappe@gmail.com

Lasciare l’isola alla volta della penisola
Lo scrittore gerosolimitano Amos Oz, affrontando i temi scottanti del fanatismo religioso e del sanguinoso conflitto tra israeliani e palestinesi, ci ha restituito indirettamente, in una assai bella immagine, una delle migliori definizioni di identità:

 «nessun uomo e nessuna donna è un’isola, siamo invece tutti penisole, per metà attaccate alla terraferma e per metà di fronte all’oceano, per metà legati alla tradizione e al paese e alla nazione e al sesso e alla lingua e a molte altre cose. Mentre l’altra metà chiede di essere lasciata sola, di fronte all’oceano. Ciò vale per gruppi sociali e culture e civiltà e nazioni […]. Nessuno […] è un’isola e nessuno […] potrà mai amalgamarsi completamente con l’altro. […] [L]’immaginare l’altro, il riconoscere la nostra comune natura di penisole possono rappresentare una parziale difesa dal gene fanatico, che tutti abbiamo insito in noi» (Contro il fanatismo, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 54 sg.).Se rileggiamo la metafora di Oz in chiave di riflessione linguistica possiamo grosso modo ricavarne l’identikit di ogni lingua individuale calata in un determinato contesto: una lingua che deve tanto alla “terraferma” dei valori di riferimento esterni all’individuo, che può riconoscerli ma può anche contrapporvisi – i legami con la comunità politica, sociale e linguistica in cui nasce e si sviluppa, i richiami della tradizione, le norme impostegli dall’idioma nazionale ecc. –, quanto all’“oceano” dei tratti irriducibili che costituiscono il suo peculiare modo di esprimersi e di comunicare, diverso da quello di qualunque altro individuo. Una lingua individuale intesa in questo modo riunisce insieme, in una unità indissolubile, due istanze solo apparentemente inconciliabili; accomunate l’una e l’altra, per il ruolo fondamentale riconosciuto da entrambe al contesto sociale, dal rigetto delle vecchie e nuove teorie universaliste dell’essere umano. Una lingua del genere, realisticamente, non si può forse né insegnare né apprendere; attribuirle il valore di un limite, nel senso matematico del termine, ci aiuterebbe però a prendere il mare aperto senza sentirci sopraffatti dalla paura di esserci imbarcati, allontanandoci troppo dalla costa, in un viaggio senza ritorno. Con un po’ di fortuna, una volta tornati sulla nostra isola, saremo almeno riusciti a carpire qualche segreto alle vite che abitano una penisola.

Frammento di  M. Arcangeli Linguista, sociologo della comunicazione, critico letterario e scrittore, è professore ordinario di Linguistica italiana presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università di Cagliari, che attualmente presiede.


Laboratorio  culturale ed esistenziale in preparazione della festa di primavera agli orti del 21 marzo

Laboratorio  culturale ed esistenziale in preparazione della festa di primavera agli orti del 21 marzo


 (all’interno del semestre su relazioni umane tra generi, transgeneri, generazioni e genti)



La libera comune universita’  pluriversita”  bolognina 
organizza in cooperazione  con zona ortiva

VENERDI 13 MARZO 2015                                                                                                       ORE  18, 45                                                                                                                     ZONA ORTIVA -VIA ERBOSA 17-bolognina

LA SESSUALITA’ NELLA TERZA E QUARTA  ETA’  TRA NARRAZIONI  STEREOTIPI  E VISSUTI EROTICI

RELAZIONANO E DIALOGANO:

VANNIA VIRGILI – POETA E PSICOLOGA                                                                                     

CIRA SANTORO – drammaturga, blogger ed autrice testo:  “le arzille vecchiette dell’autobus 21 “. edito da -Minerva Edizione-  in libreria.                                                                       

PINO DE MARCH – poeta, psicologo relazionale e filosofo esistenzialista

 Il  laboratorio consiste nel raccontare la sessualità  nella terza e quarta età (60-100) attraverso 
la psicologia,  la filosofia e la letteratura                                                                                   

letture di poesia erotica

Alla fine un piccolo aperitivo di conclusione se ognuno porta con sè qualcosa da mangiare e bere

info:
 comunimappe@gmail.com                                                                     
www.comunimappe@blogspot.it                                                                                        

www.versitudine.net

 Seminario semestrale: Commofare e Mondi di vita comuni 3 lezione: I movimenti indo-latini in Abya Yala (*)

  note visione: il 25-2 è la data dipubblicazione non del seminario che si terrà il 27/2
 https://guanolema.files.wordpress.com/2009/09/chacana1.jpg?w=497

La Libera Comune Università Pluriversità Bolognina
 

Seminario semestrale: Commofare e Mondi di vita comuni

3 lezione: I movimenti indo-latini in Abya Yala (*)

Venerdì 27 FEBBRAIO 2015
Dalle ore 18.30  alle 20,30  

Le “timide luci” del mondo nuovo che in senso lato i movimenti dal basso  in America Latina tentano di costruire attraverso sguardi, analisi ed internità  di Gustavo Esteva e Raul Zibechi
Relatore Aldo Zanchetta interprete contemporaneo del pensiero di Ivan Illic e studioso dei movimenti sociali in America Latina
Accordatore Pino de March ricercatore sociale e componente della Accademia Comuni-mappe

                                                            
                                                                                                                                                                       Presso Spazio HUB 57  interno COMMUNIA                                                                                   Via Serra 2/f -Bolognina- autobus 17, 11, 27 (traversa di Via Tiarini, accanto Teatro Testoni)
Entrata Libera con contenuti open free source      

(*)
 L’espressione Abya Yala che viene ritrovata e dissotterrata dai nativi stà ad  indicare il nome dato al Continente sud-americano da parte dai nativi  Kuna del Panama e Columbia prima dell’arrivo  degli esploratori e conquistatori europei. Il significato originale dell’espressione ‘Abya Yale’  è  – terreno linfa vitale-. 
Presentazione della lezione e dialoghi interattivi

Disperdere l’Uno dispotico democratico in molteplici singolarità come forme di vita esistenziali, materiali e sociali dal basso non separate e non parallele ma interne alle comunit
 
 A
Emergenza di forme di resistenza alla distruzione dei territori e delle forme millenarie ea
co-antropologiche e di moltepici forme di vita comunitaria aperte

Gustavo Esteva e Raul Zibechi sono  due intellettuali attivisti de-professionalizzati latino-americani, sono da considerare i due più importanti analisti delle molteplici risposte dal basso dei movimenti indo-latini e latino-americani, che sono da considerare le forme emergenti della socialità del mondo indigeno-campesinos e dei marginali urbani nella rinata Abya Yale;  essi si oppongono e resistono ormai da anni al pensiero unico neo-liberista e al dispotismo democratico. L’espressione Abya Yale che viene ritrovata e dissotterrata dai nativi sta ad  indicare il nome dato al Continente sud-americano da parte dai nativi  Kuna del Panama e Columbia prima dell’arrivo  degli esploratori e conquistatori europei. Il significato originale dell’espressione ‘Abya Yale’ è ‘terreno linfa vitale’ . Il Continente impropriamente definito latino-americano a partire dalla fine degli anni novanta del secolo scorso, attraverso variegate insorgenze popolari,  da quella zapatista  del Chiapas messicano e passando per altre sollevazioni popolari in Bolivia all’inizio del 2000 a Cochabamba, nell’altopiano  aymara e precisamente nella città di El Alto  e poi diffusasi in altri paesi del continente(Uruguay, Argentina, Venezuala ecc),  ha visto dispiegarsi una resistenza al pensiero unico capitalista e patriarcale attraverso molteplici esperienze di costruzione di “un mondo capace di contenere mondi diversi”. L’importanza di questi contributi analitici ed esperienze dal basso “risiede soprattutto nel dare una nuova ispirazione a quella che appare la più profonda crisi in cui siamo immersi “qella dell’immaginazione politica e sociale”: (i testi tra virgolette citati sono del gruppo ‘camminar domandando’ che potete trovare anche in internet).
Gustavo Esteva in uno dei suoi interventi del 10/4/2013 all’ex-M 24 (spazio autogestito via Fioravanti 24) soteneva che non siamo in presenza solo  di una classica crisi ” di quello che tecnicamente chiamiamo il modo di produzione capitalista, ma ad un crollo golobale di civiltà, poichè questo modo è avviato alla fine; si è trovato esausto, ha avuto bisogno di scappar via dall’economia reale, dall’economia produttiva, verso il settore finanziario. Questa fuga verso il settore finanziario ha creato innanzitutto un’illusione: l’illusione banale comune (condivisa dalle stesse classi sociali medio-basse) che il denaro possa produrre denaro”.
Ora prenderemmo in considerazioni altre affermazioni analitiche che Esteva espresse in quella dialogante assemblea dell’ex -m-24 di analisi della dominazione brutale del capitalismo ‘post-capitalista’  e  la voce dei  movimenti  indo-latini e  latino-americani collocati quest’ultimi in aree più metropolitane.
[…]
“gli enormi profitti specualativi del settore finanziario sono stati il frutto di un saccheggio sistematico dell’economia reale”
[..]
Abbiamo ora il paradosso di trovarsi in un mondo post-capitalista però con dinamiche precapitaliste. Per essere precisi, diciamo che ancora una gran parte dei profitti del capitale si ottiene in forma capitalista, con relazioni di produzione capitalistiche, ma le dinamiche del sistema non sono più lì.”
[…]
“E’ finito verso quello che possiamo chiamare accumulazione per via di spogliazione, di rapina. Il saccheggio si realizza ancora in una forma coloniale pre capitalistica. Questo è ciò che a suo tempo Marx  ha chiamato ‘accumulazione primitiva’. La forma principale di questo sistema di rapina è il saccheggio del territorio, complice una forma politica statale corrotta di dispotismo democratico con i poteri economici e politici transnazionali; un  modello di relazioni economiche e politiche che richiede violenza.”
[…]
Farò ora un esempio molto preciso di questo sistema di rapina e saccheggio del mio paese. Il governo messicano ha venduto a corporazioni private transnazionali, il 40% del territorio del Messico, concendole in concessioni per 50 anni principalmente per attività minerarie. E il governo stesso si è assunto l’obbligo di ripulire questo territorio dalla gente che vi abita. Ed è quello che sta facendo, cercando di spostare la gente, fondamentalmente indigeni(nativi), da queste terre date in concessione. Dal momento che la gente non lo permette e resite, il governo messicano ha organizzato una vera e propria ‘guerra’ con il pretesto del narcotraffico per spogliare la gente di quelli spazi di vita comunitaria, materiale ed esistenziale.”
[… ]
” lo schema post-capitalista richiede violenza e  l’eliminazione di tutte le forme democratiche. Viena alla luce il vero volto del sistema, che è quello del dispotismo democratico. Così la notizia della fine del capitalismo, che è morto, non è una buona notizia, perchè hanno preparato qualcosa di peggio da mettere al suo posto.”
Esteva poi arriva alla paradossale proposizione che “il regime capitalistico di oggi nel mondo non opera più sulla base della legge del valore e del lavoro astratto, ma con un’altra dinamica che lui chiama post-capitalista; (1)
 inoltre afferma che la parola crisi non è più sufficiente a comprendere questa nuova situazione che si è creata. Un colasso che trascina con sè l’intero pianeta. E questo significa per Esteva diverse altre cose. La prima è riconoscere la cosa più importante che si tratta di una civiltà patriarcale. Far capire che le strutture immaginarie e reali del patriarcato consolidato da migliaia di anni conosciuto come -dominio della natura e delle donne- è anche il presupposto delle società moderne capitaliste che hanno messo a valore, reificando e mercificando non solo le donne e la natura ma anche i corpi e le menti e così l’intera attività  umana materiale ed immateriale.
(1)approfondimento: il lavoro astratto capitalistico va inteso in senso marxiano come traformazione delle risorse nauturali e delle attività umane in merci e profitti, e come risultato del processo di accumulazione capitalistica primaria , reificazione e spogliazione senza socializzazione dei  profitti realizzati- in forma di -welfare state-, ciò che fanno invece i nuovi governi progressisti ora al ‘comando rappresentando’ in molti paesi del continente; però questi governi progressisti cominciano a  risultare insopportabili ai nuovi movimenti indo-latini perchè pur realizzando spese pubbliche, queste socializzazione del plus-valore prodotto si manifesta in forma minimale di welfare minimali e perdipiù perpetua forme neo-coloniali e capitaliste di spogliazione dei territori, con il mantenimento di forme di mono-cultura che non solo impoveriscono la fertilità dei territori ma trasformano radicalmente paesaggi, habitat e forme di relazione eco-antropologiche millenarie;  in questo momento i movimenti indo-latini richiederebbero invece forme nuove Commonfare- che loro chiamano – sviluppo sostenibile della pachamama -terra madre-, delle loro forme di comunità in divenire aperte alle nuove relazioni eco-antropologiche e eco-nomiche)

B
Dispersione dell’Uno democratico dispotico in molteplici forme di vita esistenziale, materiale e eco-antropologiche
Marco Calabria nella prefazione ad un altro testo “disperdere il potere” di Raul Zibechi così ci introduce nelle insorgenze e nelle nuove forme di organizzazione dal basso dei movimenti indo-latini: “non è l’elezione del primo presidente indigeno del Continente( cioè Evo Morales in Bolivia), il risultato più interessante ottenuto dai movimenti sociali indigeni”. Lo sguardo ‘interno’ ed ‘orizzontale’ di Zibechi  sugli avvenimenti boliviani del nuovo secolo scava molto più a fondo, alla ricerca della costruzione di poteri non statali, cioè non separati dalla società (e dalle comunità). La ricerca di Raul Zibechi sul campo investe soprattutto El Alto, una città di oltre 800.000 abitanti cresciuta ai margini settentrionali di La Paz, in pieno altopiano andino. Nella prima città aymara del continente, la ‘guerra’ del gas dell’ottobre 2013 è andata oltre ogni argine e la comunità indigena si è radicata, espansa  e cresciuta   per la prima volta in un territorio urbano. Sempre nella presentazione di Marco Calabria si parla di “un maestoso fiume in piena, l’ondata della ribellione aymara ha dissolto ogni istituzione -quello dello Stato e dello stesso movimento-(inteso nel senso  parallelo, progressista rivoluzionario alle comunità), disperdendo il potere-dominio in 500 ‘micro(auto)governi di quartiere e dispiegando tutta la potenza; la Potestas dell’Uno  viene dispersa in una molteplice dispiegata di potentia moltitudinaria, cioè la ‘capacità di fare’ dei cittadini’ autogestiti e autogovernati.
Potentia-in senso latino e spinoziano-deleuziano moderno di potenzialità della soggettività umana e sociale
Potestas- in senso latino e  hobbesiano moderno di dominio e di assoggettamento.
 E in questi momenti scrive Zibechi, che l’insurrezione mostra le zone d’ombra della società, in genere oscurate dall’inerzia imposta dalla dominiazione. Appaiono così le relazioni quotidiane -molecolari- della comunità; possiamo qui dire che Deleuze-Guattari avevano già intravvisto visto e all’opera in Europa questo divenire molecolare in alcuni movimenti anti-stituzionali post-68, e lo avevano enunciato in forma teorica in una loro opera minore -Una Tomba per Edipo-; questo agire molecolare l’avevano visto agire nelle aggregazioni sotterranee delle istituzioni totali -manicomi, carceri, scuole-università -caserme, famiglia ecc., e nelle dirompenti azioni di de-istituzionalizzazione e de-strutturazione del dominio ‘molare’ cristallizzato nelle molte forme di assoggettamento capitalistico-statale; questi processi di molecolarizzazione erano agite attraverso la costituzione di gruppi-soggetto-orizzontali-trasversali-de-ruolizzati e de-professionalizzati(psichiatria istituzionale, proletari in divisa, medicina del lavoro, gruppo di ricer-azione tra docenti e studenti, collettivi femministi, omosessuali, centri autogestiti di giovani proletari ecc. );  queste concatenazioni trasversali sono state sostenute con una trasparente complicità teorica per Deleuze e pratica per Guattari.
Per tornare di nuovo sull’azione molecolare e di relazioni comunitarie dei movimenti inodo-latini occorre fare attenzione,c i invita Zibechi, che “non esiste comunità, e questa è piuttosto una forma emergente che assumono i legami tra le persone in moviemento anche in contesti etnici quali quelli analizzati e vissuti”. Una forma non simmetrica(asimmetrica) a quello dello Stato e dei suoi apparati (simmetrici), differenti anche da quelle disegnate dalle strategie dei rivoluzionari pogressisti di mezzo mondo. La comunità è ma si fa.
Per Zibechi “i movimenti hanno oggi due soli modi di fare politica partendo dai limiti, da ciò che non si è stati in grado di fare o dalla potenza, da ciò che potenzialmente si potrebbe fare ma si dispiega solo in certi momenti. L’insufficienza ‘politica’ dei movimenti, così come, all’opposto, la loro autonomia, dipende anche dalle forme con le quali si esprimono. Se l’organizzazione non deve essere necessariamente una struttura esterna (partiti o sindacati o forme organizzate  di ‘movimento’ parallele ad esso), ma ciò che già esiste nella vita quotidiana o internità ad essa(questa è una delle novità  dei movimenti emergenti indo-latini e latino-americani dal basso :Argentina,Bolivia, Chiapas( Messico)….
Zibechi non manca però di rilevare che non esistono società, nè spazi sociali senza Stato (nella complessa società moderna con i suoi nessi amministrativi direi anch’io). Quando si parla di poteri non statali, si fa dunque riferimento alla loro capacità di ‘disperdere’ lo Stato o almeno impedire che si ‘cristalizzi’. Per Marco Calabria che cura il testo -disperdere il potere – questo ha un interesse anche per i lettori italiani, il fatto che poteri non separati dalla società nascano in una situazione urbana,  la città di El Alto, popolata da gente di diversa composizione sociale (minatori, operai indigeni-capesinos ecc.) costretta a migrare a causa  terremoto sociale prodotto in Bolivia dal modello neo-liberista (uso delle terre anche  comuni per scopi agro-industriali o minerarie da parte di compagnie transnazionali)  . Si sottolinea criticamente anche che la rappresentanza(democratica) , sebbene ‘eletta’, come afferma anche Max Weber comporta sempre una relazione di dominio. Trasforma la persona in mezzi per produrre fini (comando sulle genti), aggiuge Zibechi. Allora ci si domanda esiste un’altra via possibile?  C’è un’alternativa secca tra il ‘comandare rappresentando’ e la semplicie organizzazione del percorso di una decisione comune come camminar domandando’ in mezzo alla tua gente?
E poi un’ altra domanda : il concetto  non identitario di comunità così come rinventato ed esperimentato  (come relazione tra persone autonome che condividono forme di vita esistenziale, materiale e sociale),in modi e contesti diversi, può valicare i confini storici e geografici?
Quello indigeno secondo Marco Calabra è certamente un ambiente particolare, dove il ‘noi’ ha un peso assai maggiore di quello  (del) nostro (‘io’), ma anche qui, ad esempio a Scanzano (aggregazioni dal basso contro il deposito scorie nucleari) o in Val di Susa (contro l’alta velocità), abbiamo visto processi in qualche modo paragonabili;
Ma qui  aggiungerei a parte alcune esempari lotte sopra ricordate,  il potere-dell’Uno democratico dispotico- ha disperso ormai da tempo  il nostro possibile noi-comunitario -il molteplice – -frammentandolo in una miriadi di ‘io’ deboli, narcisiti, conformisti, precari o in  ‘noi’ subalterni lobizzati, assoggettati. Questo non vuole dire che non si può esperimentare una tale  democrazia radicalissima,  ma per farlo bisogna essere consapevoli per prima cosa di questa interiorizzata frammentazione  culturale prodotta da una sotterranea ideologia individualistica neo-liberista che attraversa e conforma l’intero corpo sociale precarizzandolo  e confermandolo per target. Su questo Pasolini aveva colto questi segni di distruzione culturale e di afasia dei giovani nelle borgate romane con l’arrivo della televisione, e anche dell’emergere di una neo-lingua omologante; una devastazione che paragonava all’arrivo delle SS;  però quando denunciava  la tv come responsabile di tutto questo, si riferiva alla televisione pubblica di Bernabei, direttore in quel tempo della tv di Stato; in realtà aveva colto anticipatamente il ruolo passivizzante del medium freddo direbbe Mc Luhan, ma non ebbe modo di  esperimentare fino in fondo questo incubo, per la sua prematura scomparsa o assassinio politico;  in realtà questa apocalisse culturale non era tanto prodotta dalle tv statali ma da quel non ancora emerso biscione di tv commerciali che avrebbe alterato non solo il tessuto culturale ma anche quello politico. Si coglie immediatamente la differenza di clima e opinione pubblica viaggiando in Europa.
E sempre Marco Calabria si “domanda camminado”:il fatto che le juntas vicinales (spazi di auto-organizzazione e decicisione vicinale) di El Alto -che più piccole sono e più  forti sono – è un paradosso irripetibili ?.  Per fare un solo esempio italiano:  la possibilità che c’era all’inizio del secolo XXI di riunire le decine di forum sociali spuntati come funghi prima e dopo Genova(2001) in un Forum sociale italiano permanente avrebbe dato  al movimento più forza o maggiore visibilità? A questo proposito avanzerei una ulteriore domanda:  non è proprio questo processo concentrazionale di massa a Genova o dopo Genova da considerarsi la causa della dispersione del molteplice e la  riaffermazione di un ‘Uno democratico dispotico’?;  non perchè non si dovessero intrecciare relazioni tra i molteplici forum ma perchè l’egemonia esercitata da settori organizzati separati o paralleli al movimento diffuso ed autorganizzati nei territori ha determinato un soffocamento e una  centrifugazione di esso o di esse. Syriza in Grecia e Podemos oggi in Spagna dimostrano che l’indignazione diffusa ed autorgnizzata può anche esprimere livelli di “camminar domando e trasformando”. Un altra cosa importante da sottolineare è che a El Alto il principale protagonista ‘dell’occupazione’ (o dell’affermazione della dimensione anche materiale) è il lavoro informale. Zibechi scrive di non avervi rivelato divisione, perchè ‘i compiti vengono svolti in maniera comunitaria e non c’è separazione tra il lavoratore e ciò-che-fa’. In un ambiente urbano, non esisterebbe dunque relazione operaio-padrone ma solo forme di cooperazione e produzione autogestite, sebbene dipendenti dal mercato.
C’è da aggiungere che le forme di reciprocità e condivisione dei popoli nativi espressi in forma moderna nei movimenti indo-latini hanno trovato cittadinanza anche El ALto, con una diffusa proprietà urbana  in-divisa e forme di socializzazione del reddito autoprodotto.  Può essere un’esperienza interessante (non certo modello)  anche per chi cerca vie d’uscita dal precariato che travolge il lavoro o lavori nei paesi avvanzati si domanda Marco Calabria?  Le pagine di questi libri -disperdere il potere – di Raul Zibechi come -l’elogio dello zapatismo- di Gustavo Estevara raccontano il cuore  indigeno del Sud America o dell’Abya Yale dei nativi, e cercano di farci ascoltare le voci, raccontarci delle forme di vita auto-organizzate delle genti comuni e delle comunità, ma innanzitutto di condividere le loro esperienze non per imitarle ma per ispirarvisi.
Testi uitilizzati di  ricerc-azione sociale:
Gustavo Esteva: Crisi sociale ed alternative dal Basso-autoprodotto dal gruppo -camminar domandando- stampato in proprio
Raul Zibechi:Disperdere il potere -Edizione Carta-Intra Moenia-Napoli
Gustavo Esteva: Elogio dello Zapatismo-Fondazione Neno A^Zanchetta -Lucca libri Karma sas – 

il Testo -Disperdere l’uno dispotico democratico in molteplici forme di vita esistenziali, materiali e sociali dal basso non separate e non parallele ma interne alle comunità- è stato elaborato da Pino de March della Comune Accademia Comunimappe

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 DIALOGHI D’AMORE E VIGILIA D’AMORE DI VALENTINA E VALENTINO

DIALOGHI D’AMORE E VIGILIA D’AMORE DI VALENTINA E VALENTINO
“Un giorno ero già avanti con gli anni, in una hall mi è venuto inontro un uomo. Si è presentato e mi ha detto: “la conosco da sempre. Tutti dicono che da giovane lei era bella, io sono venuta a dirle che la trovo più bella ora, preferisco il suo volto devastato a quello che aveva da giovane”. Penso solo ad un’immagine che io solo vedo ancora e di cui non ho mai parlato. E’ sempre lì, fasciata di silenzio, e mi meraviglia. la prediligo fra tutte, in lei mi riconosco, mi incanto.”
L’amante Margarite Duras
LA LIBERA COMUNE UNIVERSITA’ PLURIVERSITA’ BOLOGNINA 
                                                                                                            PROMUOVE
 Lezione e dialoghi interattivi e sera notte vigilia d’amore di valentina e valentino
NEL PERCORSO SEMINARIALE SEMESTRALE
AUTOEDUCAZIONE EMOZIONALE AL GENERE E AL TRANSGENERE
RICERC<AZIONE<CAMBIA<MENTE<ATTRAVERSO<LEZIONI E DIALOGHI INTERATTVI
VENERDI’ 13 FEBBRAIO 2105
dalle 18,15 alle 20,30
RELAZIONA:
GABRIELLA COVRI

FILOSOFA <RICERCATRICE <AUTRICE<
L’amore al maschile e al femminile con presentazione suo breve saggio ‘de amore’.
ACCORDA:
PINO DE MARCH <RICERCATORE DELLA COMUNE ACCADEMIA – COMUNIMAP
PE
Dalle 20.30 alle23
segue sera-notte di convivialità e vigilia
D’AMORE DI VALENTINA E VALENTINO
ognuno pori dei cibi salati e dolci
la Comune Accademia provvede con vino ed acqua
VIA SERRA 2/F -HUB 57 /TRAVERSA TIARINI
AUTOBUS 11-17-27 <fermata via matteotti<bolognina
ENTRATA LIBERA E CONTENUTI OPEN SOURCE o Contenuti della COMUNE UMANITA’

CONTATTI: COMUNIMAPPE@GMAIL.COM
INFO 1: WWW. COMUNIMAPPE@BLOGSPOT.IT
INFO 2: WWW.VERSITUDINE. NET

Presentazione lezione interattiva
Il saggio “de amore” di Gabriella Covri, nostra ricercatrice e docente della Comune Accademia- Comunimappe, si presenta informato alla leggerezza, ove la scrittura colta e accademica si mischia ad osservazioni sul presente e sul vissuto, a volte con ironia.
Il tema dell’amore viene affrontato attraverso l’analisi di testi filosofici, dal Simposio platonico alle corrispondenze tra Abelardo ed Eloisa; dal Diario di un Seduttore di Kierkegaard alle Riflessioni sull’amore di Lou Salomè.
Si tratta di attraversamenti testuali che portano a riflettere su cosa sia l’amore, quali siano le visioni maschili e femminili dell’amore, a farne insomma una genealogia che coinvolge anche una critica al concetto di genere. Il testo si apre poi al presente, allo stato attuale delle cose in tema di sentimenti, invitando il lettore ad una scelta, che è una scelta di vita. L’amore infelice, l’amore narcisistico, è molto lontano sia dal discorso di Diotima che da quello di Eloisa e della Salomé, ma vicino piuttosto ad una idea disocciata di corpo e di anima e d’amore sofferto da Abelardo e Johannes. Spetta a noi capire di cosa parliamo e cosa vogliamo quando pronunciamo la parola “amore”; spetta a noi scegliere se vogliamo votarci all’infelicità o alla gioia. Nella lettura si assopora il passaggio dall’amore al piacere di amare. Con questo sostiene l’autrice “non si vuole certo arrivare alla facile conclusione che le donne sappiamo amare e gli uomini no. Per quanto mi riguarda, non esiste e forse non è mai esistita un’identità femminile ed una maschile legata al dato biologico. Non penso neppure che si possa parlare di Donna e di Uomo in generale: l’identità di generesi mischia ad una serie infinita di altre identità, da quella storica a quella geografica, da quella culturale a quella socio-economica. ..
[….] Pur tuttavia è innegabile che si possa fare una genealogia del femminile, in genere tra l’altro disegnata al maschile. E con questa genealogia in qualche modo ognuno di noi fa i conti quotidianamente, con tutti gli stereotipi che siporta dietro.
[…]
Viviamo un’epoca d’identità di genere molto liquide e, grazie e malgrado ad un malinteso concetto d’uguaglianza, molte donne hanno ormai assunto posizione di potere e si comportano come gli uomini. Anche nelle relazioni d’amore. Si assiste ad un fenomeno di rovesciamento e non trasfomazione della dominazione (maschile/femminie) con la maschilizzazione del femminile ed un ripresentarsi in forma violenta e criminale del maschile. Dunque non di dato biologico si tratta, ma di due diverse visioni dell’amore, delle quali diremo che una rimanda al principio femminile, all’amore per l’altro e alla cura e l’altra al prinipio maschile e all’amore per sè, senza per altro ancorare elusivamente il primo alle donne e il secondo agli uomini. Una visione creativa, felice e aperta, ed una nomadica e infelice. Sta a noi decidere quale sciogliere.
[…] l’amore non è un romanzo, è vita vissuta; l’amore s’impara con l’amore; l’altro sia esso figlio o compagno, non è cosa nostra è persona, richiede tempo attenzione e presenza ma può dare eternità, perchè tutto ciò che costruiamo giorno per giorno, durerà molto oltre la fine di ogni amore.
Biografia.
Gabriella Covri si è laureata in Filosofia con una tesi sul pensiero di M Foucault, di cui ha seguito i corsi al College de France. Ha insegnato nelle università di Fiume (Cro) e di St. Louis (Missouri) occupandosi di teoria della differenza e di analisi testuale.
Testo a due mani pensato ed  elaborato da Gabriella Covri e Pino de March -della Comune Accdemia -Comunimappe-

AUTOEDUCAZIONE EMOZIONALE DI GENERE E TRANS-GENERE


LA  LIBERA COMUNE UNIVERSITA’  PLURIVERSITA’  BOLOGNINA




PRIMUOVE 


RICERC<AZIONE<CAMBIA<MENTE<ATTRAVERSO<LEZIONI E DIALOGHI INTERATTVI




SEMINARIO SEMESTRALE  
AUTOEDUCAZIONE EMOZIONALE DI GENERE E TRANS-GENERE





Lezione e  dialoghi interattivi 

VENERDI’  06  FEBBRAIO 2105 

                    dalle 18,15  alle 20,30



NUOVE GENERAZIONI:  
DESIDERI, CORPI, RELAZIONI E MODELLI CULTURALI DI FEMMINILITA’ E MASCHILITA’ 


RELAZIONA: 
MAIO MARIA AGNESE <FORMATRICE  EDUCAZIONE AL GENERE (GENERI/TRANSGENERI)

ACCORDA: 
PINO DE MARCH <RICERCATORE DELLA  COMUNE ACCADEMIA – COMUNIMAPPE


SPAZIO COMMUNIA <FREE  SMOKE <
SERRA 2/F -HUB 57 /TRAVERSA TIARINI 

(AUTOBUS 11-17-27 <fermata via matteotti<bolognina)



CONTATTI: COMUNIMAPPE@GMAIL.COM 


ENTRATA LIBERA  
CONTENUTI OPEN SOURCE < COMUNE UMANITA’
Presentazione alla lezione e dialoghi interattivi .                                    
 Nuove generazioni: desideri, corpi, relazioni e modelli culturali di femminilita’ e maschilita’


Come premessa e nello stesso tempo presentazione della lezione interattiva nel percorso tracciato di educazione al genere, vorrei partire da alcune riflessioni metodologiche scelte dalla ricercatrice-formatrice AgneseMaria Maio, tratto da una miscellanea di ricercatori/trici :
“Note dal campo: riflessioni metodologiche e strumenti per fare educazione al genere”(capitolo 9- paragrafo 9.2 del testo Educare al genere-Carocci editore).

L’autrice A.M:Maio premette: per metodologia didattica indico come le docenti o gli educatori articolano una serie di apprendimenti, e poi prosegue nel tracciare come questi avvengano attrraverso:
a) la ricerca ed elaborazione di materiali;
b) la conduzione della didattica
c) la scelta delle tecniche utilizzate per comunicare
d) la predisposizione dei setting o ambienti di appredimento
e) i linguaggi appropriati

Tra questi indicatori di apprendimento voglio approfondire quello sui “linguaggi appropriati“,  non perchè gli altri indicatori non siamo importanti ma perchè questo è quello che a me sembra influenzi maggiormente la formazione delle opinioni e dei comportamenti delle nuove generazioni attraverso la riproposizione di pregiudizi e stereotipi, arcaismi incarnati in quello che K. Jung chiama archetipi dell’inconscio collettivo, inconscio di cui siamo parlati direbbe Lacan, che condiziona pesantemente il vissuto dei singoli e il vivere comune nel tempo. E questo linguaggio incoscio viene utilizzato a piene mani da parte dei pubblicitari; in questo tempo molto dell’inconscio giovanile è elaborato e presente in modo implicito a volte anche molto esplicito pubblicità; si parla che un ragazzino o ragazzina nel corso dell’età evolutiva abbia assorbito ore ed ore di pubblicità presente ad ogni piè sospinto.
Anche l’autrice nei suoi interventi non sottovaluta nè trascura di analizzare ed approfondire questo punto, che anche per lei svolge un ruolo cardine per una appropriata educazione al genere.

Ora voglio riportare il punto di vista dell’autrice, commentarlo e ad esso aggiungere altri sguardi: “la predisposizione per svolgere un’appropriata educazione al genere è quello di porre attenzione a quale linguaggio usare nella relazione in classe con i propri/e studenti/esse” (o nei contesti allargati della quotidianità educativa, quali famiglia e società, aggiungerei).
Il testo virgolettato e tratto da A.M.Maio -“Note dal campo:riflessioni metodologiche e styrumenti per fare educazione al genere”(capitolo 9- paragrafo 9.2 deldel testo Educare al genere-Carocci editore)

Poi proseguendo nella dissertazione l’autrice approfondisce ed esemplifica il ruolo della lingua italiana:  “diversamente da quanto si pensi, la lingua italiana non è un liguaggio sessista perchè è una lingua sessuata. Come ricorda (la filosofa femminista) Luce Irigaray, ‘parlare non è neutro’ e quindi porre attenzione alla differenza di genere nel linguaggio non significa intensificare le differenze, ma semplicemente non silenziarle con l’utilizzo di un linguaggio apparentemente neutro, ma in realtà androcentrico“(note 1 a piè pagina).                                                                    Per esemplificare : “non è corretto utilizzare il genere maschile nei nomi dei mestieri, delle professioni e delle cariche, nel caso ci si riferiscano a donne. Declinare solo al maschile significherebbe creare situazioni ambigue(controverse), che non lasciano spazio per immaginare una professione adatta ad una donna, ma solo di pertinenza dell’uomo(inteso come maschio). Declinare al maschile e al femminile è per questo motivo una ‘buona prassi’ che dà visibilità linguistica anche alle donne. Questa attenzione in altri termini, porta a valorizzare il rapporto che esiste tra parola, valori e costruzioni della realtà.

La diversità non dev’essere occultata, ma riconosciuta come luogo particolare che implica per uomini e per donne, modalità diverse di esperienza, percorsi non simmetrici e non riducibili gli uni alle altre. Dato che l’obiettivo dell’educazione al genere non è semplicemente ampliare le conoscenze d base di studenti e studentesse (il piano dei saperi) ma portarli/le alla cosapevolezza della propria identità di genere (nota 2 a piè di pagina) e offrire strumenti critici di analisi e de-costruzione, in secondo luogo è importante stimolare non solo le loro capacità cognitive e razionali, ma anche quelle emotive e relazionali. Bisogna quindi saper valorizzare anche i paini del ‘saper fare’ ovvero sviluppare competenze (tecniche) comunicative e relazionali, e il piano del ‘saper essere’ , indirizzato ad una maggiore conoscenze del sè, dei propri valori, dei condizionamenti culturali, dei propri vissuti e delle proprie aspettative [….]capace di integrare i piani del ‘sapere’ e del ‘saper essere’ ed attivare fra questi un circolo virtuoso. Se è infatti necessario fornire conoscenze, informazioni e nozioni offrendo una preparazione multidisciplinare a partire dal genere (sia essa storica, sociologia, antropologica e filosofica), bisogna soprattutto saper costruire luoghi all’interno dell’ambiente scolastico in cui sia possibile apprendere competenze comunicative e relazionali a partire dall’esperienza, dove sia permesso apprendere mentre si opera e mentre si svlgono attività. E’ quindi indispensabile, infine facilitare una maggiore consapevolezza nei ragazzi e nelle ragazze propri vissuti e sugli attegggiamenti che riguardano la maschilità e la femminilità.”.
Il testo virgolettato e tratto da A.M.Maio -“Note dal campo:riflessioni metodologiche e styrumenti per fare educazione al genere”(capitolo 9- paragrafo 9.2 deldel testo Educare al genere-Carocci editore).

Altri elementi che contribuiscono all’educazione al genere: infine l’autrice A. M. Maio sottolinea che fare una appropriata educazione di genere oltre alle metodologie didattiche considerate, va integrata la prospettiva di genere sia all’interno delle materie di insegnamento, sia nel predisporre attività complementari al percorso scolastico. Ed inoltre ribadisce come del resto aveva già fatto Elda Guerra, un’altra co-autrice all’interno di questa miscellanea a più mani, ricordando che la lezione frontale era stata superata negli anni settanta da lezioni interattive e laboratori ove studenti e studentesse; ed in questi mutati contesti d’apprendimento si evidenzia che gli studenti/essesi sentono maggiormente coinvolti/e.                   Aprofondimenti: per esperienza posso dire che bisogna integrare nell’educazione piani e contesti differenti d’apprendimento:                                                                              
la lezione frontale per fornire informazioni, materiali e conoscenze di base, e questi d  evono sempre esporre la complessità e la pluralità di visioni sull’argomento;                                                                                                                        
la lezione interattiva come momento dell’ elaborazione comune delle conoscenze là dove sono presenti, altrimenti bisogna procedere ad immetterne nella classe o gruppo da parte del/la docente, formatore/trice o dal/la esperta, ,                             
il momento laboratoriale per claonfrontare contenuti esperti con contenuti appresi nella scuola o da altre fonti di informazioni-conoscenza (famiglia, territori sociali, biblioteche e social-network)-
Come anticipavo volevo aggiungere alcuni commenti e riflessioni sul ruolo della lingua quando viene prosciugata e sterilizzata e banalizzata col finire per perpeturate stereotipi e fobie sociali (omo, lesbo, trans ecc.).                                                                                                                                           
 Agnese Maio afferma: diversamente da quanto si pensi, la lingua italiana non è un linguaggio sessista, perchè è una lingua sessuata.
A questo proposito condivido quanto espresso da Agnese Maio però voglio annotare alcune mie riflessioni in proposito.
La lingua italiana ma anche la sua grammatica è aperta plastica e per questo permette un uso progressivo, mutante, creativo ed includente; forse in modo più accentuato l lingua tedesca con la possibilità di concatenere parole per ritrovarsi con nuove parole e significati, oppure trasformando verbi in sostantivi o viceversa.
La lingua e la grammatica italiana però ha una caratteristica molto partiolare, non è esclusivamente la diffusione e la pratica in tutto il territorio italiano del dialetto fiorentino, oppure una lingua calata dall’alto, ma l’invenzione della medesima fatta nel trecento da Dante e non solo, è la fusione di parlate geografiche italiofone in una forma di meticciato antropologico e di altri fattori complessi come emozioni e valori; una lingua direbbe Kafka minore, non minoritaria perchè in essa le minorità trovano spazio per esprimere la loro singolare e molteplice forma della vita e delle espressioni delle genti del la Penisola; genti latine e barbariche si sono fuse,confuse e rigenerate per secoli in volgari forme linguistiche romano-barbariche.  Però stessa aperta lingua e grammatica italiana la si può far regredire fino a diventare afasica e fobica soffocando con i suoi utilizzatori;                                                                                           

  la lingua in sè non neutrale e può esprimere l’eros e le molteplici forme del vissuto sessuato, ma i suoi uitlizzatori possono a volte censurarla, banalizzarla, mutilarla, malttrattarla ed allora essa diventa misogena, omofoba o xenofoba, piegata e violentata e resa sessista (vi ricordate le uscite di Bossi, o di Berlusconi entrambi indegni senatori della nostra Repubblica ).                                       La lingua italiana è sessuata perchè quando si vuole comporre una frase bisogna sempre per prima cosa pensare al soggetto della frase che si vuole esprimere, e il sesso del soggetto non lo si può facilmente neutralizzare e nemmeno celare; a volte capita di parlare genericamente di umanità o di uomini sottointendendo i diversi generi in essa celati, ma tale occultamento non sempre è possibile. Una volta individuato il soggetto bisogna cercare il verbo che generalmente come sostiene Roland Barthes indica le possibilità dell’agire o non agire, e qui emerge la libertà o l’interdizione del soggetto ad agire, e poi si cerca un aggettivo che qualifichi il soggetto e le sue azioni o non azioni.  E in questa complessa composizione il soggetto può articolare libertà, autonomia, espressioni, immaginazione, passioni e progetti ma anche subire il dominio ed esprimere servilismo.  Nell’uso non sterotipato della lingua e nella resistenza al dominio dei movimenti liberazioni dei soggetti emergenti si può parlare di enpowerment (invenzione concettuale e linguistica della femminista Barbara Solomon, 1976) che indica concretamente affermazione di sè, autodeterminazione, prendere autonome decisioni o atrattamente acquisizione di nuovi diritti.


Archetipi patriarcali depositati nella lingua
Ora voglio raccontare un aneddoto (un’esperienza poco nota, vissuta tra il privato ed il pubblico) che permette ulteriori approfondimenti sull’uso della lingua ma nello stesso che fa emergere il dominio sotterraneo in forma di archetipi pratriarcali presenti nella lingua; alcuni anni fa ero stato invitato al Festival europea della poesia di Francoforte sul Meno per parlare in uno dei workshop, di quelli serali sparsi nei caffè della città, della poetica civile o dell’impegno poetico e civile di Pier Paolo Pasolini(dalla scomparsa delle lucciole ad Alì dagli azzurri, pasando attraverso quella sottile distinzione tra progresso e sviluppo. (nota 3 a piè di pagina)
A tarda notte, al termine della prima giornata che prevedeva solo letture di poeti/e europei/e invitati al Festival, che si svolgevano nella grande sala, che è stata a suo tempo sede del primo Parlamento nazionale tedesco-1848- , sala su cui volteggiava sospesa dall’alto una gigante aquila a due teste, che metteva una grande soggezione ma anche incuteva quel rispetto dovuto che nasce dalla paura e non quello riconosciuto della libertà, ci siamo trasferti in una Gasthaus (osteria con cibi tedeschi)che si trovava a pochi passi, sempre nella piazza del Municipio – il Roemer-Palazzo – edificato in stile gotico tedesco che è sede da 600 anni della municipalità di Frankfurt am Main e a pochi passi dal Fiume Reno che attraversa la città.               Una volta che tutti/e (-10 persone circa) ci siamo seduti attorno ad un tavolo rettangolare, la poeta, animatrice e invetrice del Festival Marcella Continanza, come tradizione mediterranea, appena seduti ha ordinato un buon vino bianco tedesco Riesling e subito dopo ci ha presentato e chiesto ad ognuno di parlare della propria vita attiva ed esperienza di impegno civile e poetico nella sua città.
Quando è arrivato il mio turno mi sono presentato come ricercatore filosofico sociale e poeta civile e che per poesia non intendevo solo quel esercizio quotiiano di espressione e di scrivere versi in senso letterrario ma anche in senso lato di immaginare attraverso scrittura e versi, nuovi immaginari sociali e visioni di mondo capaci di ricreare dissidenti opinioni pubbliche e trasformazioni sociali;                                                           
  e aggiunto che nelle mie poetiche tengo sempre come riferimento o bussola:                                                                                                                                     
 a) il mondo delle minorità sociali (non in senso puramente minoritario ma capaci di aprire varchi, paesaggi , mondi nuovi abitabili e sostenibili socialmente e ecologicamente all’interno della lingua);
b) le periferie delle città con le loro popolazioni glo-cali, antropologimente meticciate e precarizzate in senso materiale ed esitenziale, meticciate da presenze migranti interne ed esterne, con tutto quel faticare a divenire mondo di umani ed uguali;
c) le dissidenti destrutturazioni inter-culturali in contrasto con l’omologante neo-lingua dello sviluppo(economico-finanziario) e con vetero-lingua arcaica delle passioni tristi e risentite che si manifestano nelle quotidiane paronoie e fobie sociali, costanti nella reattività al progresso e complici dello sviluppo);
d) l’invenzione di una tras-lingua della minorità emergente tra i fori aperti dalla presenza di soggettività consapevoli e da occupazioni di spazi nei territori dominati dalle lobbies(spazi sociali autogestiti territoriali).
E che l’autorialità pubblica con cui mi concateno agli altri è da anni Versitudine(parola valigia che indica la relazione tra versi e moltitudini, tra versi e latitudini, versi e longitudini e tra versi nuove consuetudini sociali dal basso).
E poi ho parlato delle iniziative con il gruppo di poete 98 – donne e poesia (Serenella Gatti Linares e Loredana Magazzeni e altre), e ho evidenziato che loro sempre sottolineano in ogni pubblica iniziativa di essere poete e non poetesse.
Su questa mia sottolineatura Jaqueline Risset (morta 3/9/14 a Roma), italianista, poeta, saggista e tradutrice nelle due direzioni italiano verso francese e francese verso italiano, colei che fece conoscere Dante Alighieri ai francesi e i filosofi critici di Tel Quel a noi italiani (tra J. P. Sartre, P. Sollers, Kristeva, R.Barthes, M. Foucault e altri),
prende parola affermando che:  ogni volta che nella lingua si usano sufissi,  elementi che si combinano alla base delle parole per crearne delle nuove e rappresentano le suffissazioni una delle principali risorse per arricchire la lingua ma per indicare delle derivazioni da entità (soggettività) originali.
Infatti e qui torno a inserirmi : è il modo più comune per ottenere (o far derivare) il femminile dei nomi: aggiungendo la desinenza (a) al maschile(o,e);                                                                                                                 esempio:                                                                                                                                   
 cuoco /cuoca                                                                                                           
 signore/signora
e qui praticamente mi pare ci sia ancora differenza ed eguaglianza tra il maschile e il femminile;
là dove invece il femminile perde la sua autonomia linguistica ed espressiva è proprio nei suffissi essa-e, come nel caso in questione di Poeta/poetessa.
E’ che questa ultima suffissazione tende a ricondurre il generare evolutivo spontaneo della lingua ad una dimensione gerarchica patriarcale e creazionista.
A questo punto si prende di nuovo la parola JaquelineRisset e dice: come raccontano le scritture bibliche nella Genesi Dio dopo aver creato Adamo prese una sua costola per creare Eva (nota 4 a piè di pagina).
E qui mi riserisco, l’evoluzione della specie come della lingua viene rovesciata nel suo contrario, in quanto l’uomo anche nella fase embrionale e fetale come nella fase di gestazione convive e partecipa fino al momento di essere partorito del corpo femminile; anzi è il maschile che si origina dal femminile, a parte il momento iniziale della seminazione e concepimento, così anche avviene nell’apprendimento della lingua e nei primi mesi di vita , attraverso lo scambio di informazioni materiali, sensoriali e linguistiche tra madre-bambino/a in un processo fusionale di corpi-bocche-seni ed occhi.                                                                                              
 Anche se oggi molti maschi ‘dissidenti’ che  condividono questa esperienza di gestazione emozionale  accanto alla donna in una forma di co-generazione affettiva.  
E qui ritorna con brillante e fulminate concettualità femminista Jaqueline Risset: vedete i suffissi (essa-e) sono l’equivalente linguistico immaginario patriarcale della costola, equivocando che non ci può essere autonoma struttura (la donne non si sostiene senza la 13 costa maschile(paia di coste), nè possbilità di intraprendere nessuna vita concreta attiva da parte delle donne, ma solo costitutiva dipendenza dal maschile.
Invece, se le donne si riprendono la parola, se cominciamo tutti/e a rifiutare i suffissi con le varie derivazione e dipendenze, possiamo inventare e ondividere nuove forme linguistiche che rimandano a originarie vite attive praticabili al femnminile (come poeta, ministra, parlamentare, docente, inventrice, autrice, scrittrice, formatrice); lasciamo invece i suffissi al mondo animale come leone-essa.

Teologie lingustiche ed antropologiche
E poi aggiugo ricordando che in una corrispondenza tra Walter Benjamin e il suo amico teologo G. Scholem, così innovava l’interpretazione della “creazione” (partizione della Genesi):”Dio non ha creato dal nulla le cose animate ed innanimate, le cose erano già, lui si è limitato a darle un nome, le ha nominato e in questa attività di nominazione le cose hanno comincaito ad esistere; quindi è attravernso la nominazione e la rigenerazione culturale delle cose generate dalla natura ch il mondo comincia a esistere per noi umani. Dio stesso è il nome che diamo per indicare teologicamente il tutto e per noi non credenti (o atei o agnistici evolutivi) è il vivente.  Le donne e le poete possono partecipare allora della loro rigenerazione culturale dopo secoli e secoli di creazionismo-e di subalternità patriarcale liguistica ed esistenziale.
La lingua allora può essere sessuata, vissuta, abitata da ogni genere umano e di altro vivente.
Altre riflessioni sulla libertà nella lingua: lingua come rifugio alle banalità e agli stereotipi diffusi e ripetuti nella quotidianità
Normann Manea romanziere rumeno ma dallo spirito cosmopolita(nato Bucovina 1936), sopravvissuto alle persecuzioni naziste (1941-45), censurato durante il regime socialista-totalitario di Ceauscescu(dal 1946-85) , e poi migrato alla metà degli anni ottanta a New York, ove oggi insegna e vive, in un’intervista di Marco Dotti del “il Manifesto” il 5/02/15 parla del vissuto della lingua e della scrittura, che concepisce come pagina bianca da riempire e come gesto di sifda ai regimi totalitari ma anche come rifugio dalla banale quotidianità stereotipata.
Riporto alcuni frammenti di N. Manea per rinforzare quanto diceva Agnese Maio a proposito di ciò che consente la lingia italiana ma in generale tutte le lingue; cioè che la lingua permette non solo di pensare e dire e scrivere l’inespresso ma anche di manifestare ciò che la censura in momenti storici diversi vorebbe non emergesse, per esempio le varie forme della libertà di espressione, dei vissuti dei molteplici generi. Da sempre i poteri ispirati al patriarcato vorrebbero che le lingue fossero tagliate, neutre e occultanti le minorità sessuali (donne, lesbiche, omosessuali e trans-sessuali ecc).  Manea rivela all’intervistatore: “la lingua e la letteratura erano perme un rifugio dalla banalità quotidiana. Meglio:erano una vera protezione. La sola che avevo, in Romania, quando sono tornato dal campo di detenzione e ho cominciato a leggere, a studiare, a scrivere. Mi sono costruito una fortezza, dove poter coltivare qualcosa che non sapesse di stereotipo.                                                                                […..] La letteratura, allora era chaiamata a svolgere anche una funzione che altri – i giornali ad esempio – non erano ingrado di svolgere. Quando viviamo immersi in un ambiente totaitario, dove la lingua viene prosciugata, insterilita, conservare la lingua, custodirla, è un gesto clandestino, spesso condotto in solitudine, ma nella convinzione he non si è soli e, dall’altra parte del muro, qualcuno che non è un delatore o un censore saprà ascoltarti. la lingua custodisce l’umano, proprio nel punto in cui il potere mira a sofforcarlo.                                                                                                                                              [….] La modernità è sottoposta a numerosi attacchi. Ma non solo dall’esterno, anche all’interno abbiamo pressioni. Ma nascndere le diseguaglianze economiche, le nuove e vecchie povertà, il debito infinito dietro la maschera dello scontro di civiltà è la strada più comoda. La Grecia non cela fa? Affondiamola nel debito, ci viene detto. Ma se guardassimo alla vera ricchezza, quella delle biblioteche ad esempio, scopriremmo che in Greciasi traducono tanti quanti se ne traducono negli Stati Uniti. Dove sta la ricchezza spirituale e culturale, allora? Nella piccola Grecia che traduce tantoo nei grandi States che traducono poco? La traduzione ci interroga sulle differenze, sull’altro-ricordiamoelo.                                                                                                                                                                                   
Note di redazione
1-etimologica                                                                                                                              
  a) Androcentrico: aggettivo, fondato su una visione prioritaria, oaddirittura esclusivista del potere del maschio nella società.
b) Andros: dal greco Aner (uomo), genitivo andros(dell’uomo) e prefisso che da il senso di uomo, di sesso maschile.
2- sull’identità:                                                                                                                           
 a) una identità non stereotipata ma una identità in divenire storico-culturale o di una identità-plastica-neuroantropologica)                                                                            3-pasoliniane                                                                                                                              
 a) la scomparsa delle lucciole per Pasolini rappresenta l’inizio di un periodo della vita italiana ove ai valori tradizionali non solo antichi ma anche moderni si sostituiscono le merci valori sociali (la diffusione di vetrine che catturano lo sguardo e paralizzano e incantano le masse-Baudrillard, con la cancellazione del valore d’uso delle merci sostituito da un valore di scambio) ed è anche il periodo di afasia sociale delle periferie, con la nascita di una neo-lingua i tipo omologante televisiva la quale genera una paralisi linguistica nella rigenerazione di quella lingua popolare fatta di nuove espressioni e manifestazioni di autonomia.
b) Alì dagli occhi azzurri è un romanzo popolare in cui all’interno di esso in un paragrafo -Profezia- Pasolini racconta in forma poetica e visionaria l’arrivo su vecchie navi fenice cariche di migranti dai porti della fame e un’ospitalità che non si fa attendere dei calabresi che subito riconoscono in loro e nei loro volti i vicini cugini mediterranei. E poi di questi popoli che salgono a torme verso le capitali del Nord Europa e del Nord America con il Papa e le bandiere rosse di Trotsky e per prima 1cosa cancelleranno Roma nella sua simbolica imperiale e sulle sue rovine pianteranno il seme delle antiche civiltà mediterranee.
c) distinzione tra sviluppo e progresso:  per sviluppo P.P. Pasolini intende quei processi economici, sociali e linguistici ove avviene la cancellazione di ogni forma di vita o cultura autonoma popolare di valori materiali ed immateriali(oggetti ed espresisoni di una popolazione in forma tecnica artgianale od industriale) sostituita dal puro valore di scambio mercantili delle merci e così anche delle arti e delle poetiche ridotte a pubblicità o menzogna e i lavoratori ridotti a servi volontari di una macchina del capitale -come nuova idolatria-vitello d’oro che gli costringe a consumare, produrre e morire e non vivere;
per progressoP.P.Pasolini intendeva invece quei processi di natura anche materiale ma innanzittutto anche culturale ove vi è un processo dinamico di trasformazione delle condizioni di vita, delle forme di espressione linguistica che pur riprendendo le tradizioni popolari non le vivono in forma statica, ma traizioni dinamiche capaci di cogliere novazioni con l’introduzione di sempre nuovi elemeni. Pasolini non era una tradizionalista cioè quelle culture cue imbalsamano il passato o se lo inventano costringendo ognuno a pensarlo come il loro passato, ma pensava le tradizioni come culture popolari che hanno subito variazioni nel corso del tempo pur non perdendo mai i contatti con i riferimenti consolidati nel tempo.

4-teologica                                                                                                                                   
 a) Nella Summa Thelogiae (prima pars, Quaestio 92, Articulus 3) il teologo e filosofo Tommaso d’Aquino spiega che la donna fu convenientemente creata da una  costola di Adamo (adam-primo uomo biblico)                                                                                                                                  
  b) secondo una credenza popolare abbastanza diffusa, gli uomini avrebbero una costola in meno rispetto alle donne (si pensava che l’uomo avesse 13 paia di coste) , per via dell’asportazione subita da Adamo a favore di Eva. In realtà uomini e donne hanno lo stesso numero di coste (il numero di 12 paia-cioè venti per uomini e donne).
 

Testo: Nuove generazioni: desideri, corpi, relazioni e modelli culturali di femminilita’ e maschilita’
Co-generato ed elaborato da Pino de March- ricercatore della Comune Accademia-Comunimappe

www.comunimappe.blogspot.it







Il pensiero di Ivan Illic e i movimenti sociali in America Latina


                                             La Libera Comune Università Pluriversità Bolognina

promuove

Secondo seminario sul Pensiero critico, Commonfare, Mondi di vita comuni, Università Popolari e Movimenti sociali







Venerdì 23 gennaio 2015

Dalle ore 18 alle 20,30

Presso Spazio HUB 57

Via Serra 2/f -Bolognina- autobus 17, 11, 27
(traversa di Via Tiarini, accanto Teatro comunale dei ragazzi e delle ragazze)
Entrata Libera con contenuti open free source


Discussione sul pensiero di Raul Zibechi  

E’ in preparazione la versione italiana dell’ultimo libro di Zibechi (Descolonizar el pensamiento critico y las pràticas emancipatorias)

ne parliamo con il traduttore, Aldo Zanchetta

Relatore Aldo Zanchetta interprete del pensiero di Ivan Illic e studioso dei movimenti sociali in America Latina
Accordatore Pino de March ricercatore sociale e componente della Accademia Comuni-mappe

Qui maggiori info su Zibechi

Nuove relazioni di genere

Comuni-mappe: Libera comune Università pluriversità Bolognina, presenta:

Nuove relazioni di genere:
crisi, violenza in forma sessista, misogena ed omofoba
per una educazione alle emozioni
e per un soluzione non violenta dei conflitti interpersonali e sociali.
Accompagnamento e cura in primis delle donne violate e matrattate e degli omosessuali e delle lesbiche oggetto di pregiudizio e violenze,
ed in fine accompagnamento e progetti e di cura dei maltrattanti detenuti verso una rigenerazione personale e integrazione sociale.


 
 
Ricerc-azione-cambiamento attraverso
un seminario semestrale e lezioni interattive


 

 
 
Relator*:
Dott. Giuseppe Battaglia Vice-Presidente Istituto Psicoanalitico di orientamento culturale -Fromm -Bologna
 
Dott.ssa Giuditta Creazzo ricercatrice ed autrice di analisi su confilitti di genere e progetti con casa delle donne per protezione e cura delle donne maltrattate e progetti con “maschile plurale” di cura e accompagnamento dei maltrattanti detenuti con politiche sociali ed educative antisessiste ed antiomofobe.
 
Dott.ssa Gabri Covri -della Comune Accademia -Comuni-Mappe -filosofa critica e ricercatrice su : L’amore nella filosofia
 
Dott. Pino de March della Comune Accademia – Comuni-mappe – filosofo critico e ricercatore su: psico-analisi esistenziali, approcci psico-corporei e nuove neuroscienze sociali.
 
 
 
I SEMINARI E LE LEZIONI INTERATTIVE SI SVOLGERANNO PRESSO:
 
– HUB – VIA SERRA 2/F (BOLOGNINA)

3°
VENERDI’ 19 DICEMBRE 2014
dalle 18 alle 20
 
LE VARIE FORME DEL NARCISMO SOCIALE TRA SANE ESTENSIONE DELL’IO AL SE’
E INSANE RESTRIZIONE DEL PROPRIO IO. (2° parte)
Dott. Giuseppe Battaglia
psiconalista e vice-direttore dell’Isituto Fromm di Bologna
 
(approfondimenti in calce)
Prossimi appuntamenti:

Lezioni 2015
1° lezione
16 gennaio 2015
mutazioni e dilatazioni dei generi in forme singolari e plurali
con Renato Busarello
antagonismo gay-cassero di santo stefano
2° lezione
23 gennaio 2015
nuovi ambiti di comunità
per una riflessione sui beni comuni
Zanchetta-del gruppo camminandodomandando
3° lezione
6 febbraio 2015
relazioni erotiche, conflittuali e complesse tra generi
Agnese Solo -sex-shop-

4° lezioni
13 febbraio 2015
Donne Maltrattate e Uomini Maltrattanti
Forme possibili di autodifesa sociale contro la diffusa violenza maschile e per altre forme di relazione tra generi:
– come prendersi cura delle donne maltrattate

– come ritrovare nuove forme di aggregazione maschile e di auto-coscienza 
– come contrastare atteggiamenti di complicità maschile
– come reinserire i maltrattanti in una società mutata.

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Eventi già realizzati:

1°
VENERDI’ 28 NOVEMBRE 2014
dalle 18 alle 20
 
NARCISISMO E RELATIVE PSICOPATOLOGIE SOCIALI (1° parte)
Dott. Giuseppe Battaglia
 
2°
VENERDI’ 5 DICEMBRE 2014
dalle 18 alle 20
 
LE TRE FERITE NARCISISTICHE E LA CRISI DELL’UMANESIMO E DELL’ANTROPOCENTRISMO
Dott. Pino de March
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Approfondimenti:
 
LE VARIE FORME DEL NARCISMO SOCIALE
Introduzione
“L’enorme cambiamento nell’atteggiamento della psicoanalisi verso il narcisismo, avvenuto grosso modo a partire dal 1970 non restringe più la normalità al superamento del narcisismo primario(*) bollando come patologia la sua persistenza [….]
Il narcisismo è oggi considerato da molti come qualcosa che dura tutta la vita e che può assumere modalità sane o patologiche a seconda delle situazioni.”
tratto da autori vari: A. Samuels, B.Shorter, F.Plaut, Dizionario di Psicologia analitica, Cortina, Milano,1987, p.100.
(*)
“narcisismo primario: è concepito come uno stadio intermedio tra -autoerotismo e -alloerotismo, in cui il bambino investe tutta la sua libido su se stesso prima di rivolgerla agli oggetti esterni. Rispetto
all’autoerotismo, dove ciascuna pulsione cerca il proprio appagamento legato al funzionamento di un organo, nel narcisismo primario l’appagamento è ancora autoerotico, ma con riferimento ad un’immagine unificata del proprio corpo o ad un primo abbozzo dell’Io. “
tratto dalle Garzantine -Psicologia – p.676, curata da Umberto Galimberti.
E’ merito di psiconanalisti non ortodossi come Fromm e Marcuse , o non allineati come Kohut o altre donne Psicoanaliste critche come Melain Klein se si comincia a intravvedere e lasciar emergere un dissidente narcisismo- affermativo di sè in relazione creativa con altri sè (peer to peer-tra pari, senza padri).
“il narcisismo marcusiano come legame col tutto, anzichè come separatezza, come possibilità creativa, artistica, panteistica, anzichè come morboso solipsismo, ha oggi varcato la soglia dell’ortodossia psicoanaltica in una data carica d’implicazioni.”
tratto da Klaus Strzyz , Narcisismo e socializzazione, trasformazione sociale ed il mutamento di dati
caratteriali, Feltrinelli, Milano 1981.
Negli anni sessanta e settanta “l’aleatorietà dei rapporti oggettuali e l’incremento di aspettative magiche nel doppio aspetto di dipendenza e diffidenza rispetto allo Stato ha universalizzato i processi narcisistici in parallelo alle nuove forme di produzione e consumo, la psicoanalisi non poteva che allargare i limiti della liceità dell’investimento libidico su se stessi come unica alternativa ad allinearsi su ipotesi di maggioranze devianti”:
Tratto da Heinz Kohut, narcisismo ed analisi di sè, Boringhieri, Torino,1976. e la guarigione del sè, Boringhieri,Torino 1980
“Ma questo nuovo narcisismo è poi così lontano da un auto-investimento dell’io, l’auto-legittimazione, da (di) tutte le forme di pensiero ed organizzazione che rimandano a auto-valutazione, auto-orgnaizzazione, auto-determinazioni, auto-regolazioni, auto-coscienza, che negano poteri di investitura a leggi esterne codificate in rappresentanza della totalizzazione del potere Statale?
Come se impercettibilmente il termine ‘auto’ …., da negativo stesse virando al positivo, nelle accezioni che abbiamo già visto, come il ‘ sii assolutamente fedele a te stesso’ , della controcultura, che sostituisce la negatività esclusiva di ‘autoerotico’, ‘autistico’, ‘autarchico’ ecc.
In collegamento alla rivalutazione del narcisismo altri grossi fenomeni iniziati negli anni precedenti, hanno raggiunto uno sviluppo impensabile, come la psicoterapia delle psicosi che ha strappato queste affezioni da vecchie definizioni come ‘nevrosi narcisistiche’ che, insieme al narcisismo primario, le inchidavano inesorabilmente all’incurabilità, per impossibilità del transfert. Le difficoltà del rapporto terapeutico con la follia sono così passate da lei a noi, alle difficoltà ad accettare proprio l’eccesso di investimenti trasferali, a condividerne l’inriducibilità e l’eversività, la fusione dei contrari come infinita felicità e terrore infinito che sembrano sgorgare senza freni, senso immediato, sommergendo l’io, il rapporto terapeutico. Ma perchè questi processi diventassero capacità di rapporto l’accento si è dovuto spostare dai padri alle madri, su tragitti spesso ostacolati proprio dal patriacalismo dell’ortodossia, e favoriti invece dal lavoro di numerose analiste.”(1)
Freud aveva soppresso la distinzione tra autoerotismo e narcisismo perchè colloca il narcisismo primario ad uno stadio della vita, antecedente alla costituzione dell’Io, il cui modello è la vita intrauterina caratterizzata dalla relativa assenza relazioni oggettuali. Questa considerazione è stata rifiutata daMelain Klein inzitutto perchè il narcisismo come relazione con la propria immagine non può essere pensato in un contesto assolutamente privo di relazioni, e in secondo luogo perché anche il neonato esperisce relazioni oggettuali d’amore e di odio.
“Da qui la rivalutazione dell’empatia, la definizione dei border-line, gli stati intermedi, da accogliere nella terapia empaticamente come madri per poter accedere poi all’uso discriminante, paterno, dell’interpretazione, proprio come per le psicosi, anche se con tecniche diverse. Da qui lo spostarsi dell’accento dall’Io al Sè, pe includere più profondamente gli affetti, l’allargarsi di concetti. Se l’ empatia ci parla di contaminazioni, accoglimento magico, preverbale dell’altro attraverso l’immagine di se stessi, la riscoperta delle madri, l’importanza della simbiosi, allude all’incesto.-
E l’incesto ci porta a Tebe, a Edipo ….
Incesto che la nostra cultura teme come la morte, la regressione, il riassorbimento che rimanda all’indistinto, l’indifferenziazione, il divoramento come antagonista della continuità dll’Io. Incesto come contrapposizione ai nostri valori, al nostro Io allora. Certo, ma al nostro Io, ai nostri valori storici. E l’io matriarcale? (1)
[…….]
Per cui la paura dell’incesto è solo il prodotto del principio patriarcale che deve negare il ritorno al grembo, alla indifferenziazione del non vissuto, dell’inconscio, come perdita di sè e follia. Di questo ci parla Edipo, molto di più che del conflitto col padre. Per questo è stato assunto in cielo, come altri ero, e poi Maria nell’Olimpo cristiano, ma cieco, depotenziato, chiuso nella sua interiorità, colto esclusivamente come regressione, condannato solo a vedere narcisisticamente se stesso senza più vedere il mondo, ma costretto, proprio per questo anche a delegittimarsi. Cieco e depotenziato, dicevo, assunto in cielo per neutralizzare contrari minacciosi e antagonisti, divinizzandoli a patto di snaturarli, come Dioniso….(1)
[…]
Anche Antigone, figlia di Edipo, sangue di Labdacidi è di questo segno, minacciosa. Ma per lei il cielo resta vuoto, non ci sono dei che la proteggono, che la redimono anche a patto di trasfigurarla, sfigurala. Proprio per questo Antigone ritorna secolo dopo secolo: lo spettro dell’eticità della disubbedienza che perseguita l’eticità dello Stato. (1)
[….]
il narcisitico antigonico ‘non tradire te stesso’che dalla controcultura investe il pacifismo e utti gli aspetti non violenti della contestazione ha la stessa base, nucleo,matrice sucui l’estrema irriducibiole opposizione al sistema, allo Stato ha costruito la sua eticità.
[….]
 
E per questo senza togliere nulla alla condanna politica del terrorismo che non può essere che definitiva, perentoria, inequivocabile, per la violenza, il sangue versato, per le distorsioni a cui ha obbiligato l’opposizione al sistema, per l’arroganza di agire in nome delle masse
(qui il narcismo sano come autodeterminazione ed estensione del sè -sfera dei bisogni e dei desideri – diventa narcismo insano di un io egoico -trofo totalizzante- che soffoca ogni possibile affermazione di un sè aperto e cooperante con altri sè in rivolta contro l’interdetto -liberato dalle varie forme di oppressione dall’interno e dall’esterno.)
Ma la condanna politica e comprensione psicologica non sono dello stesso registro. (1)
[…]
Antigone è la continuazione della opposizone cosciente (della perdente ) perchè incarnandosi in una donna rende esplicita, senza maschera la sostanza della violenza che la sovrasta. Il cielo per lei è vuoto perchè nessun dio vuole diffendere la sacralità del suo diritto a seppellire il fratello(terrorista) , perchè gli dei sono tutti, ormai, omologhi alla legge scritta che la condanna. Non ci sono diritti per i vinti. Per questo il suo gesto di testimonianza senza trasfigurazioni: non può esserci pietà per lei come non ce ne stata in migliaia di anni per le madri, le donne uccise.(1)
[..[]
Solo un sistema globale di auto-determinazioni individualmente e universalmente responsabili, liberato per sempre dalla penuria e dai suoi perversi esiti psicologici e normativi, che non necessiti più della violenza della sanzione come unica alternativa all’auto-esclusione perchè in grado di gestire contrattualmente tutte le contraddizioni, non farebbe più tornare la figlia di Edipo. (1)
(1) frammenti tratti da Paolo Trachina, la rinascita delle dee, pp.209-214 -edizioni Metis-1991.
Presentazione a cura di Pino de March, docente e ricercatore della Comune Accademia -Comuni-mappe-
 
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Breve presentazione prime lezioni interattive:
 
LE TRE FERITE NARCISISTE E LA CRISI DELL’UMANESIMO ED ANTRO-POCENTRISMO           

Relaziona Pino de MARCH della Comune Accademia 
– Libera Comune Università Pluriversità Bolognina

“…Freud ha visto bene le implicazioni di questo portare l’inconscio in primo piano quando ha parlato delle tre grandi ferite narcisistiche che il pensiero moderno ha arrecato agli uomini. La prima ferita narcisistica è stata quella inflitta da Copernico: l’uomo non è più al centro dell’universo perché la Terra è semplicemente un pianeta che gira intorno al sole insieme ad altri pianeti; la seconda ferita è stata quella provocata da Darwin, che ha mostrato come l’uomo non sia una creatura che viene direttamente da Dio, ma piuttosto un animale che viene da una filiera biologica, da cui si differenzia per via evolutiva; la terza è che la coscienza non è la sovrana assoluta che voleva la tradizione – e in fondo anche quando noi guardiamo noi stessi, magari per giustificarci, ci rendiamo conto che le cose non stanno così, che c’è tanto di non conosciuto che ci determina e ci guida.”
Umberto Galimberti in Freud, Jung e la psicoanalisi
 

La lezione interattiva – le tre ferite narcisiste e la crisi dell’umanesimo e antropocentrismo- verterà su  un frammento delle lezioni di Sigmund Freud , “effettivamente tenute all’università di Vienna, come professor extraordinarius, tra il 1915-17 (Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse)  (leioni di introduzione alla Psicoanalisi).

Il frammento che sarà oggetto di commento è tratto dalla 18  lezione, parla della scoperta dell’inconscio e racconta di come lui e l’amico psichiatra dinamico(* ) Breuer arrivarono ad essa  attraversando l’isteria delle loro pazienti. Freud e Breur avviarono così il definitivo declino dell’umanesimo e dell’antropocentrismo dominanti, enunciando le tre storiche ferite narcisiste inferte dalla modernità e dalla scienza emergente all’uomo. Per uomo s’intende il maschio prima che la femmina, visto che le donne erano le vittime insconscie del suo dominio patriarcale incotrastato; tra le altre cose le stesse donne pazienti  saranno l’oggetto di un’infintà di terapie (dalla caccia alle streghe degli inquisitori ad una  certa psichiatria ipnotista e organicista. 
Bertha Pappenhein, era tra le  più note pazienti di Freud-Breuer celata sotto lo pseudonimo Anna O (il modo con cui venivano nominati i casi clinici).  
 
(*)Dinamici erano chiamati i medici-psichiatri della fine dell’ottocento  che abbandonavano la  settecentesca pineliana(Pinel è lo psichatra illuminista francese iniziatore della psichiatria determinsta-organicista) visione determinista della malattia mentale spiegata sulla base di una relazione di (causa-effetto) e  anche di quella  organicista  la quale associava ogni malattia del corpo alla patologia di un organo, allo stesso modo le malattie mentali venivano correlate alla patologia del sistema nervoso;  questi psichiatri  dinamici cominciavano ad intuire che i sintomi della cosidetta malattia metale non era associabile per causa ed effetto ad un organo di riferimento ammalato come poteva essere  inteso in quel tempo il cervello ma piuttosto  che  tali sofferenze dipendevano  da una afflizione psichica  o da dinamiche relazionali patogne familiari.
 
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NARCISISMO E RELATIVE PSICOPATOLOGIE SOCIALI
 
ERICH FROMM, da: PSICOANALISI DELL’AMORE , 1964.
A cura del Dottor. Giuseppe Battaglia.
Fromm afferma che: “ la fonte dell’irrazionalità e del male, non è nell’uomo ma nella società, in specie quella contemporanea”. Mette in rilievo tre fenomeni che formano l’aspetto più deviato e pericoloso della vita dell’uomo: “amore per la morte (necrofilia), narcisismo maligno e fissazione simbiotica”. Quest’orientamento, produce la “sindrome narcisistica di decadimento”, che spinge a distruggere per amore della distruzione e ad odiare per odiare, riducendo la coscienza al silenzio. Tutte le forme di autoritarismo in misura diversa, creano dipendenza e rientrano nella “sindrome di decadimento”, all’opposto vi è la “sindrome di crescita”, che promuove l’amore per la vita contro la morte, l’amore per l’uomo contro il narcisismo maligno, la ricerca di indipendenza contro la fissazione simbiotica e l’idolatria. La “sindrome di crescita”, promuove l’essere creativo, lo sviluppo e la democrazia.
Nel narcisista, esistono solo esperienze emotive soggettive, essi non reagiscono realisticamente al mondo esterno come succede nell’illusione paranoica. Paure e sospetti soggettivi nel paranoico si oggettivizzano nel mondo esterno, in tal modo si convince che gli altri sono dei cospiratori contro di lui e allora si predispone alla guerra. La differenza fra paranoico e nevrotico è data dal fatto che il nevrotico, ha paura di essere odiato e perseguitato e lo sa, per il paranoico, tutto ciò è verità, la paranoia è diventata un modello di funzionamento. Esempi storici di personalità narcisistiche collocabili nell’ambito della follia che hanno raggiunto un potere straordinario, sono stati: i faraoni d’Egitto, i cesari di Roma, Hitler, Stalin, ecc. Questi, convinti di essere Dei, hanno esercitato un immenso potere fondato sulla morte, Fromm direbbe che questi erano affetti dalla sindrome di decadimento maligno.
 
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RIFLETTERE SULL’EUROPA


Se si vuole fare una storia dell’Europa, questa storia la si deve riscrivere perché è storia di attraversamenti e contaminazioni.


                            Ratto di Europa (Mosaico del III secolo d.C.), rinvenuto a Byblos e conservato al Museo nazionale di Beirut


La libera comune università pluriversità Bolognina

promuove una

Assemblea popolare della cittadinanza attiva dell’Europa minore

Tema :
LA  GRANDE DELUSIONE EUROPEA:  
FUGGIRE L’AUSTERITA’
“contro l’assolutismo finanziario per ricostruire una solidarietà sociale continentale”

VENERDI 14  MARZO 2014 – dalle ore 20.30  alle 23

c/o  
SALA CIVICA CUBO – VIA ZANARDI 249 – Bologna  
(BUS 18 – frequenza 10/15 min. scendere centro sociale pescarola- )
Una iniziativa che vuole anche essere un dialogo aperto con la nascente lista Tsipras 
Relazionano circolarmente:
  • Franco Berardi – attivista politico culturale
  • Margherita Romanelli – cooperatrice internazionale 
  • Marco Trotta – mediattivista  
  • Gabriella Covri – animatrice filosofa di comunimappe

Accordatore assembleare
Pino de March

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APPROFONDIMENTI

(!): CORO PER UN”EUROPA MINORE:

passaggi interiori/
ti immagino metafora deleuziana /
non ti immagino Grande Europa letteraria/economica/ militare/ imperiale
/ti immagino /deterritorializzata / sconfinata come tuoi cieli invernali/ /Blu notte/ illuminata dalla luna /
Ti detesto Europa/ territorializzata nella bandiera / rare stelle/ cielo blu opaco /senza mediterranee lune/
Ti detesto Europa territorializzata /
/con i tuoi temporanei lager di detenzione/ /senza cieli blu /
/senza stelle/ in tutte le stagioni /notti atroci per gli stranieri/
ti detesto Europa delle torri dei mercanti/ delle Banche/ degli stati di precarietà senza socialità/
Ti immagino Europa in divenire/ coi migranti/ mondo d’umani/
Ti Ascolto/ Ti Danzo /europa ribelle/ con i cantanti beuers/ delle tue banlieus/
passaggi esteriori/
ti ritrovo nelle mappe dei tuoi movimentati sognatori/:
passaggio numero 1: in Europa nessun essere umano è illegale /
passaggio numero 2: in Europa tutti gli umani devono avere un reddito di cittadinanza /per esistenze extra/
passaggio numero 3: in Europa la guerra è bandita/ come lo sono il razzismo / le diseguaglianze di ogni genere/
 
passaggi anteriori/
Ti rimmagino metafora benjaminiana/
Ti rimmagino europa nomade dei tuoi Ulissi/ naviganti / esiliati / senza terra/
dei tuoi tempestosi/ celebrali freethinkers/scienziati/ filosofi /politici/
dei tuoi tempestosi/emozionali freelands/artisti/poeti/musicisti/
Ti rimmagino europa bruniana dei mille campi di fiori /dei mille liberi pensieri/ dei mille liberi giudizi/dei mille liberi amori/
Ti rimmagino europe de l’ amour/ pour la libertè, l’ègalité, la fraternité des citoyenes de la Comunne de Paris
Ti rimmagino europa der Liebe/ fuer die Gleicheit der Karl Marx /der Rosa Luxemburg /der Karl Liebnecht /
der Bertold Brecht/
Ti rimmagino europa libertaria e cosmopolita/ de los Durrriti anarquistas espagnoles/
Ti rimmagino europa della fratellanza universale di Francesco D’Assisi
Ti rimmagino europa delle donne sagge /bruciate come streghe/sui roghi/ nelle piazze delle cattedrali/ sfidanti
il cielo/
Ti rimmagino europa beat/ desiderante nel pensiero e nell’azione/ degli operai/ degli studenti/ dei filosofi autonomi
del maggio/degli altri mesi / degli altri anni/ a venire/in tutte le tue città /

Ti rimmagino europa della glastnost/della trasparenza/dell’insostenibile leggerezza dell’essere nel pensiero e nell’azione/
degli operai /degli studenti/ dei filosofi dissidenti/ / nelle varie primavera di Praga/ di Budapest /
di Varsavia/
Ti rimmagino europa gaya dell’amore/ negato per secoli/
Ti rimmagino europa della libertà/ dell’uguaglianza/ della sorellanza/ tra/ tue/ lingue / disparate/
Ti rimmagino europa della resistenza delle masse/
Ti agisco europa della disobbedienza delle moltitudini/
Ora e sempre/ Europa delle sognatrici/
Ora e sempre/ Europa degli amanti delle umane genti/
Europa minore/
minore/
minore come l’asia /
del pastore errante/
dai passi leopardiani/

 Pino De March

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Omaggio a Danilo Dolci

La maieutica dolci
In questo tempo urlato ove ogni giorno dalle ceneri spuntano ciarlatani e pubblicitari con sempre nuove  menzogne, che fanno breccia tra la gente comune sollevando aspettative ed illusioni (like-mi piace) che si tramutano  in rapide delusioni (no like-non mi piace), la maieutica di Dolci fatta di circle timee  metafora della domanda può essere una buona terapia per vaccinarsi contro questa liquidità diffusa.
Circle time
Negli anni immediatamente successivi alla proclamazione della Repubblica, e sono gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, nella Sicilia come nel resto del paese perdurano analfabetismo, miseria, emigrazioni,  ingiustizie sociali ed oppressioni verso le donne e le nuove generazioni;
Danilo Dolci  un poeta e  un filosofo  pacifico non pacificato,
 s’impegna ad  attivare assemblee popolari con la gente comune: braccianti, contadini, pescatori, operai, artigiani, intellettuali, giovani e donne;
  vi è in lui “una  costante tensione a generare quelle condizioni antropologiche, sociali e politiche che permettono ai singoli individui di maturare una consapevolezza del proprio valore, del proprio potere, il bisogno di farsi sentire, di valorizzare la propria esistenza. È un processo che trova in Danilo Dolci una connotazione pedagogica. “
crescita di  un popolo
“Tali processi dal basso vengono da  lui stesso definiti  di  “crescita collettiva”, di crescita di un popolo, che non possono essere imposti dall’alto”, ma generati in circle time, in una circolarità che si fa reciprocità e conoscenza di sé e della propria condizione  antropologica e sociale.
Il suo impegno come educatore è volto a organizzare la speranza di un cambiamento a partire dalla presa di coscienza di ciascuna persona del proprio valore, delle proprie capacità e
quindi  delle potenzialità di generare nuove strutture auto-organizzate e generatrici di saperi popolari volti a progettare solidi  presenti comuni e solidali con uno sguardo lungo sul futuro.
Questo processi immersi nei conflitti sociali del suo tempo: hanno generato  individuazioni di classe, di genere e di generazione, e nella comune problematizzazione  pacifiche soluzioni.
metafora della domanda
“Se c’è una metafora che può caratterizzare l’esperienza pedagogica di Danilo Dolci è senz’altro la
metafora della domanda. Possiamo definire Dolci come l’educatore della domanda, ossia l’educatore che innesta tutta la sua azione formativa sul chiedere, sull’esplorare, sul creare,
sull’interrogazione, ovviamente non in senso scolastico, ma nel senso dello scavo, dell’andare oltre
l’apparente, cercando di scoprire il “non-noto”, ciò che è velato dalle tradizioni, dalla consuetudine,
dagli stereotipi. In questo sta il richiamo all’approccio maieutico, per cui Danilo Dolci è famoso,
alla pratica del tirar fuori, del porre gli educati nella condizione di allargare la propria sfera di
apprendimento a partire dalla capacità di utilizzare in maniera costruttiva le domande. “
(per queste riflessioni  mi sono avvalso di un testo di Daniele Novara, il gusto della domanda)
Per la comune accademia di comunimappe pino de march

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CAOSMOSI  EUROPEA

Europa minore nel suo divenire uno dei tanti mondi minori

L’attraversamento dei territori Kafkiani da parte di Deleuze e Guattari e le osservazioni che essi ne hanno tratto, ci permettono di formulare una costituzione immaginaria di quello che desidereremo diventasse l’Europa. 

“La letteratura minore non è la letteratura d’una lingua minore ma quella che una minoranza fa di una lingua maggiore. Il primo carattere di tale letteratura è che in essa la lingua subisce un forte coefficiente di deterritorializzazione. Kafka definisce in questi termini l’impasse che impedisce agli ebrei di Praga l’accesso alla scrittura e fa della loro letteratura qualcosa di impossibile; l’impossibilità di non scrivere, impossibilità di scrivere in tedesco, impossibilità di scrivere in un’altra lingua… L’impossibilità di scrivere in una lingua diversa dal tedesco è per gli ebrei di Praga il sentimento di una distanza irriducibile rispetto alla primaria territorialità ceca.
Insomma il tedesco di Praga(e di Kafka) è deterritorializzato, adatto a strani usi minori(si veda in un diverso contesto, cosa possono fare i neri con l’americano). La letteratura minore è tutta diversa: l’eseguità del suo spazio fa si che ogni fatto individuale sia immediatamente innestato sulla politica…” La letteratura minore, infine – ed è questo il terzo carattere – tutto assume un valore collettivo.
(Attraversamento di Deleuze e Guattari di Kafka, pp. 27-29.)
I geofilosofi Deleuze e Guattari concepiscono la letteratura dopo l’attraversamento dei testi di Kafka come concatenamento o enunciazione collettiva di un popolo minore con tutta una serie di divenire.
Un divenire molteplice in cui è in gioco la vita, il desiderio e l’evento.
In questo momento in europa si giocano due visioni dell’europa:
una chiusa, spaventata e celebrativa della sua ricchezza economica e culturalmente eurocentrica ed una altra aperta, riflessiva e critica della società delle virtuali e reali abbondanze, empatica verso lo sconosciuto e pronta a confrontarsi anche con la durezza del divenire impetuoso dei migranti.
La prima visione rimanda alla clinica, al socio-patologico, al modo in cui il desiderio delle moltitudini viene piegato e bloccato lungo le linee ormai militarizzate delle frontiere-fortezze di Senghen e nei centri di detenzione per stranieri.
Il Castello-Europa sognato dai migranti come luogo della ricchezza (passaggio imperiale) e dei diritti umani (passaggio umano) si trasforma rapidamente in una reale fortezza kafkiana appena qualcuno dei altri mondi prova ad avvicinarsi alle sue mura virtuali; alla maniera del guardiano-super-io dell’agrimensore del castello di Kafka, il migrante viene bloccato sulla soglia malgrado che le porte siano aperte. Ma qui a bloccare l’accesso al castello non è l’autocensura del super-io dell’agrimensore ma la censura del super-io paranoico degli europei che si interdicono un possibile incontro con lo sconosciuto-migrante.
La seconda visione rimanda invece alla critica, in quanto fa interagire i desideri dei fuori(gli extra-comunitari) con i desideri dei dentro (intra-comunitari), provando così ad inventare nuove lingue e nuove forme di vita europee.
Lingue minori alla maniera di Proust, che come lo leggevano i nostri amici e filosofi Deleuze e Guattari ha saputo inventare una nuova lingua straniera dentro alla lingua francese.
Lingue minori anche alla maniera di Kafka che scrivendo in tedesco ha saputo inventare una nuova lingua tedesca attraversata dalle inquietudini della sua vita, dalla cultura ebraica appresa dalla madre e da quella ceca della sua città.
Lingue queste tutte minori non certo minoritarie.
L’europa minore nel suo divenire-ricombinante degli europei
Nella letteratura minore si iscrivono i movimenti di creazione dei vari divenire della vita e dei desideri.
I movimenti migranti nel divenire europei (flussi migratori) e i movimenti europei nel divenire mondo (flussi degli alterglobal), determinano un doppio movimento fuori-dentro-dentro-fuori, che ricrea nuovi passaggi comunicativi e di ricchezza non solo per l’Europa minore ma anche per i mondi minori attraversati dai flussi bidirezionali.
Il pensiero critico e minore si trova a fronteggiare oggi sia contro gli stati clinici locali e globali euro-americani con le loro guerre umanitarie e sicuritarie, con i loro no-tollerance, con il loro fondamentalismo economico liberista ma anche contro gli stati clinici neo-localisti  e fondamentalisti extraeuropei con il loro terrorismo, con le loro guerre etniche, con le loro segregazioni, con le loro guerre religiose.
Stati clinici psicotici occidentali bloccano i passaggi di vite alle soglie delle loro fortezze, lasciando passare solo degli schiavi a termine di lavoro e stati clinici nevrotici globali mercificano le forme di vita umane e naturali nello loro stressanti borse valori, dove tutto viene ridotto a merce.
Gli aggregati politici, sociali e culturali spontanei dell’Europa-minore e gli aggregati degli altri mondi minori con cui si è in relazione dopo Seattle e Porto Allegre non sono differenze o minoranze irriducibili nell’identità, come qualcuno continua a presentarci mediaticamente nella versione noglobal, ma singolarità comunicanti e disposte alle mutazioni (alterglobal o alterlocal).
L’europaminore non è l’europa delle differenze identitarie alla maniera dei Baschi, dei Bretoni, dei Celti-padani etc o dei vari separatismi) ma neppure l’Europa dei fondamentalismi religiosi in qualsiasi forma si presentino ( cristiani, ebraici, mussulmani, induisti, testimoni di geova etc), economici(liberismi moderati o radicali) o politici(terrorismi, razzismi, nazionalismi, localismi, xenofobia, omofobia).
L’europa minore non è la semplice europa delle differenze ma un’europa complessa delle singolarità comuni (differenza della differenza della differenza).
Ci sono delle differenze date storicamente e dal dominio(classe, genere, etnico etc) ma queste differenze comuni nei loro processi di liberazione(movimenti specifici) danno origine ad altre differenze(singolarità).
E queste singolarità si concatenano con altre singolarità(movimento dei movimenti) per dare vita ad una sfera pubblica comune delle singolarità.
Il dominio globale contemporaneo riconosce solo le differenze sociali, politiche, antropologiche e comunitarie ipostatizzate nella forma del benettonismo, del corporativismo, dei localismi, e dei nazionalismi e le individulità ipostatizzate in forma consumistica ed imprenditoriale ma disconosce qualsiasi forma di singolarità comune che aspiri all’autogoverno locale-comunalista o all’autorganizzazione economica e sociale nella forma della cooperazione politica o nelle pratiche dell’autovalorizzazione.
Singolarità comuni o comuni singolarità che si costituiscano in sfere comuni per ricreare rapporti di cooperazione autonoma al fine di aprire conflitti con i poteri dominanti per creare nuove possibilità di socializzazione della ricchezza socialmente prodotta(reddito), per rendere autonomi e produttivi socialmente i saperi, per lasciare ibridare le culture e permettere a queste di inventare nuove forme di società.
L’europa minore è l’europa delle città autogovernate che immagina e pratica la moltiplicazioni delle forme di vita ricombinate dal desiderio di vita, di una vita.
L’europa minore allude a forme di vita dis/identitarie e dis/topiche.
L’europa minore non è un luogo o un non luogo ma un passaggio,
l’europa minore non ha una identità definita e neppure una identità indefinita ma è una concatenazione comune in divenire creolo o ibrido di singolarità desideranti che si lasciano contaminare dai flussi umani e culturali che vengono dai vari fuori.(altri mondi).
L’europeo in divenire è un europeo complesso, non semplicistico e afasico alla maniera di Bossi –Fini-Berlusconi, è un intra-comunitario-extra (afro-europeo, euro-asiatico, euro-americano etc)
L’europeo in divenire porterà con sé non un segno bloccato(trattino) di separatezza metafisica(extra-comunitario) ma un segno nomade (trattino) di legame complesso(extra-comunitario-intra).
C’è un trattino linguistico che blocca i flussi desideranti di vita (frontiere-fortezze)-/-/–/–/
C’è un trattino linguistico che lascia passare i flussi desideranti di vita (passaggi) —-____——-__
Europa minore immaginata e il suo futuro anteriore
L’europa minore non allude a forme di vita alienate e mercificate dal capitale economico -finanziario .
L’europa minore crea nuovi passaggi di ricchezza tra nord e sud e tra ovest e est, crea nuovi passaggi culturali che ci permettono di pensare un’europa minore ed impensata, un’europa dove la vita scorre dentro di essa.
Nelle frontiere tra l’europa e il mondo, l’europa minore intende far parlare l’indicibilità dei migranti e degli europei in movimento nei due sensi.
L’europa minore immaginata è terra di passaggio, come del resto l’europa è stata nei secoli per gli invasori, i nomadi, i pellegrini e gli umani in cerca di nuove terre.
Tutti questi flussi deterritorializzanti nel bene e nel male hanno permesso all’europa geografica di divenire storia, alla natura europea di divenire cultura europea attraverso quella greca, romana, fenicia, romano-barbarica, normanna, araba, ebrea, asiatica etc.
L’europa e gli europei sono il prodotto di ricombinazioni genetiche e linguistico-culturali disparati.
Se si vuole fare una storia dell’europa, questa storia la si deve riscrivere perché è storia di attraversamenti e contaminazioni.
Testo elaborato da pino de march  per un’azione teatrale di strada dentro all’European Social Forum di Firenze 2001

donna & psicoanalisi Sabine Spielrein 

LA LIBERA COMUNE UNIVERSITA’  PLURIVERSITA’  BOLOGNINA
presenta 
 
donna & psicoanalisi
Sabine Spielrein 
 
 
“Sabine Spielrein è stata una delle prime donne a praticare e scrivere come terapeuta  delle psicopatie. Fu una  pioniera come Tony Wolf, Maria Bonaparte,  Anna Freud e Helen Deutsch,  Lou Andrè Salomè” (Donatella Massara)
VENERDI’   7  marzo  2014
 
HUB Via serra 2/F (stradina laterale al Teatro Testoni)
Dalle ore 19 alle 22
Sabine Spielrein 
film – Prendimi l’anima – di R. Faenza
 
pausa  aperitivo conviviale
 
segue  presentazione  amori-pensieri-vita di una protagonista del XX secolo
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Note e scavi
Negli  ultimi anni del 1977, Aldo Carotenuto, uno psicoanalista junghiano docente di Teoria della personalità  presso l’Università di Roma e deceduto alcuni anni fa,  scopre per caso una collezione di documenti  dispersi da lungo tempo.
Essi sono stato  conservati,  sempre per puro caso, in anni passati, negli  scantinati di un edificio che era stato in anni passati, sede dell’Istituto di Psicologia di Ginevra.
Le carte sono appartenute alla dottoressa Sabine Spielrein , una delle pioniere della psicoanalisi, che nei primi anni del Novercento aveva  per qualche mese analizzato Piaget.
Nel 1923, la Spielrein, decise di tornare alla sua Russia,  e fu  probabilmente  in quell’occasione che abbandonò quelle carte. 
Tra i documenti rinvenuti  vi erano 20 lettere di Freud molte più altre di Jung.
Dalle lettere si comprende la straordinaria influenza che Sabine Spielrein esercitò sull’evoluzione del pensiero di Jung e del  ruoloche ebbe nelllo sviluppo della psicoanalisi freudiana e junghiana. E questo emerge non solo dalle lettere che Freud e Jung le scrissero, quanto dagli abbozzi e dalle copie delle lettere che lei scrisse  loro e del suo diario frammentario ma estremamente rivelatore.
Da queste lettere e questo frammentato diario ho tratto informazioni per questo breve mio  abstract-
BIO-PSICO-GRAFIA
Sabine Spielrein nacque a Rostov sul Don il 6 novembre  1885; figlia primogenita di genitori colti e benestantI,   il nonno e il bisnonno sono stati rabbini profondamente rispettati. 
Durante l’adolescenza  Sabine soffrì di un disturbo consiederato da alcuni come schizofrenico e da altri come una grave forma di isteria con tratti schizoidi.
Nell’agosto del 1904 i genitori seriamente preoccupati la condussero all’ospedale psichiatrico Burghoelzli  di  Zurigo di fama internazionale.
K. Jung  lavorava in questo ospedale fin dal 1900.
Sabine fu una tra i primissimi pazienti che Jung  tentò di curare con  la tecnica psicoanalitica; precedentemente  il suo interesse era andato alle pratiche  delle “libere associazioni”  da cui si poteva rivelare molto della vita interiore, studio questo a cui la stessa Sabine prese parte.
Nel 1905 Sabine si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Zurigo.
Poco tempo dopo stette abbastanza bene da poter lasciare l’ospedale e proseguire la terapia come paziente esterna di Jung.
Nel 1911 ottenne la laurea in medicina, discutendo una tesi dal titolo: Contenuto psicologico di un caso di schizofrenia”.
La paziente Sabine Spielrein diventò una studiosa  di schizofrenia,  un medico che curava i disturbi mentali,  una originale pensatrice  le cui idee acquistarono la massima importanza nel sistema freudiano come in quello junghiano.
La relazione amorosa  di Sabine Spielrein ebbe con Karl Jung  ebbe un’importanza  notevole più su di lui e sul suo sistema psicoanalitico che viceversa.
Si parlò di una relazione assimetrica tra Sabine e Karl dal punto di vista sia teorico che pratico, ma anche nell’anomalia di amanti durante la terapia;    in realtà la  relazione tra i due fu  una complice relazione simmetrica : da un lato Jung contribuì come analista a farla abreagire (a farle rivivere il trauma e a farle superare il disturbo ) e dall’altra  la Spielrein  fornì  a Jung  la soluzione pratica e teorica del suo stesso disturbo ;
a  seguito del  mancato riconoscimento d’amore  di karl, la Spielrein assumerà verso Jung  un atteggiamento  ambivalente,  da un lato ella non perse mai  il profondo affetto verso di lui  per esserli stato amante e  maestro-iniziatore alla psicoanalisi, dall’altro provava un profondo astio  e disagio  per l’amore tradito ma più ancora per  l’indifferenza  al  suo amore, che lo stesso Jung  in  riconobbe come una sua bassezza. Qui  le strade cominciarono a divaricarsi :  sia fra loro che verso  il fondatore della psicoanalisi che sarà per Jung il terzo testimone  incomodo.  Mentre  la  Spielrein si accostava a Freud,  Jung  si allontanava da lei e dalla psicoanalisi freudiana. 
Quello che emerge dai carteggi e dalle lettere  tra Sabine e Karl e Freud  è  la taciuta e mai riconosciuta  influenza  che il pensiero di lei ebbe sullo sviluppo delle  due più importanti tecniche psicoanalitiche.  Si capirebbe di più questa influenza se gli eredi di Jung concedessero come hanno fatto  quelli di Freud di rendere pubblico il contenuto delle lettere che Jung scrisse alla Spielrein (circa 46 lettere).
La relazione della Spielrein  con Jung non fu quella di  semplice musa ma di colei che lo assistè  nella sua evoluzione intellettuale.
Dai documenti che  disponiamo  sostiene Bruno Bettlheim e Aldo Carotenuto,   da cui ho tratto molte delle informazioni sui protagonisti di questa nostra ricerca e in particolare sulla  vita  di una sconosciuta ricercatrice e psicoanalista  Spielrein ,  emerge senza alcun dubbio che  alcuni concetti psicoanalitici attribuiti fino ad oggi a Freud e Jung,  furono generati  anche dal contributo  dato alla ricerca da parte diella Spielrein.  Sua  l’idea  dell’ “limmagine delll’anima” della donna nell’incoscio dell’uomo.  L’importanza  data  all’anima dalla psicoanalisi junghiana  è da attribuirsi a Sabine. Non si può neppure tacere  il rilevante contributo che la Spielrein diede al sistema freudiano.  Pochi  anni prima che Freud incorporasse nel suo sistema il concetto di “pulsione di morte” e gli assegnasse un ruolo vitale, la Spielrein scrisse e pubblicò  sullo -Jahrbuch fuer psycoanalistische  und  psycopathologie Forschungen del  1912 – un suo saggio embrionale –sulla distruzione come causa di creazione- che presentò all’interno della struttura psicoanalitica;  si tratta di una sua disertazione sul  rapporto della pulsione di morte e con la pulsione sessuale che Sabine  presentò un anno prima della pubblicazione di Freud  al circolo psicoanalitico di Vienna.
Ma anche molti concetti junghiani  sono direttamente o indirettamente dovuti alla Spielrein.
Non solo il concetto di -Anima – ma anche quello di –Ombra-: che emerge nella personalità repressa, incoscia, autonoma, sembra  derivino  da lei.
In una lettera a Freud in cui Jung cerca di scagionarsi dalle accuse che la Spielrein li fa sostenendo tali giustificazioni  .“di aver avuto un’idea totalmente inadeguata delle sue componenti  poligame, e che grazie a ciò ha imparato dove e come appendere il diavolo  per gli zoccoli”. Jung scrive riferendosi alle esperienze vissute con la Spielrein.  Mi sembra difficile pensare dice Bruno  Bettelheim  che in particolar modo  le ipotesi della persona, dell’anima e dell’ombra non siano che  il distillato di quella esperienza (di transfert e controtransfert).
In una sua lettera  resa pubblica del 1909 alla Spielrein K. Jung scrive: “l’amore di Sabine mi ha reso conscio qualcosa che prima si presentava confuso, cioè una potenza che determina il destino dell’inconscio, questo più tardi lo condusse a delle cose importanti.
Non si deve scordare che Sabine aveva anche altre passioni : la musica. 
Esperimento asilo bianco di Mosca
Sabine si era impegnata a diffondere la psicoanalisi nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche  (URSS) ne dopo  la rivoluzione russa del 1917.
Nel suo Asilo Bianco di Mosca curava ed educava con il  metodo psicoanalitico,  e fu per quei tempi  un’esperienza originale;  si  dice che anche Stalin ci mandasse suo figlio;  ma fu proprio sotto la dittatura staliana che venne ordinata  la soppressione di quella straordinaria esperienza.  Sabine lavorerà  fino al 1936-37 a Mosca dopo di che ritornerà nella sua Rostov.   Il marito da cui avrà due figli morirà poco prima di lei in un ospedale psichiatrico.  
Il lavoro di Vera Schmidt e di Sabine Spielrein
“ negli anni 1921-1923 a Mosca, sulla scia delle profonde trasformazioni politiche e sociali inescate dalla Rivoluzione d’ottobre si colloca un esperimento educativo originale, promosso da Vera Schmidt, una pedagogista formata  alle idee psicoanalitiche, che si proponeva di cercare nuove vie educative per la prima infanzia.  Sulla base delle recenti conquiste e conoscenze fornite dalla teoria psicoanaitica di S. Freud.    Con questo  abstract si vuole ricordare le figure delle due studiose Vera Schmidt e Sabine Spielrein che animato l’iniziativa, il cui lavoro scientifco è riamsto in ombra rispetto a quello dei loro più famosi colleghi S. Freud e K.Jung;   infine si intende rendere conto dei principi educativi che esse cercarono di mettere in pratica nell’asilo sperimentale di Mosca.” ( tratto dall’abstract “ il  lavoro di Vera Schmidt  e di Sabine Spielrein  nell’asilo bianco sperimentale di Mosca”   – blog PaolaSchiavulli-.
 la sua morte rimase per lungo tempo un mistero;
 in questo spazio tempo  qualcuno  provò  a risolvere il mistero  ricorrendo  come tutti  fanno  quando mancano riscontri  reali a delle ipotesi , ipotesi   che col passare tempo, e passando di bocca in bocca assurgono   verità.  Si era ipotizzato che fosse finita vittima di una delle tante purghe staliniane;  le cose però  andarono per lei seppur  tragicamente in altro modo.
In un articolo “Sabina mellan Jung och Freud “  – (Sabina  tra Jung e Freud)   – della rivista svedese  Expressen  (1983) , lo studioso di lingue slave  M. LJUGGREN  rivela di essere riuscito a recuperare a Mosca alcune fotografie della Spielrein e a precisare meglio il tempo e le modalità della sua morte.                          Nel  1941 i nazisti che avevano occupato  Rostov sul Don rinchiusero tutti gli ebrei  nella sinagoga  e li trucidarono.  Sabine  che non era stata catturata, si presentò  con le figlie al comando militare  nazista per cercare notizie della scomparsa di alcuni parenti  e anche lei non sortì una sorte diversa.
(testo  elaborato da   Pino de March –
per la Comune Accademia della libera comune  università pluriversità bolognina)
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