PIANTIAMO PAROLE E RACCOGLIAMO POESIE

‘la dea foglia’ calcografia cm50x 70 di Anna Maria Annette Ronchin (laurea in estetica e autrice di opere grafiche oltre di un saggio ‘nel tempo della dea’ edzione EDAR)

La libera comune università pluriversità bolognina in cooperazione con – laboratorio poetico – orti di poesia della Zona Ortiva – via erbosa 17

Progetto :ORTO IN POESIE

“PIANTIAMO PAROLE E RACCOGLIAMO POESIE”

Ripartiamo con il primo incontro organizzativo della seconda edizione del progetto “Piantiamo parole nascono poesie”, sabato 13  aprile  2019ore 16:00 presso il tendone degli orti-zona ortiva – via erbosa 17 (arcoveggio- fermata 11 c – ippodromo proseguire su una traversa a sx – Fratelli Cervi  arrivate alle scuole Grosso tasso girata a dx passate sotto un ponte ferrovia e circa 200 mt dopo il campo sinto ci siete …

Vi aspettiamo numerosi per condividere – idee, modalità organizzative e raccogliere proposte.

contatti – laboratorio poetico – orti in poesia

Walter 329946896

Sabina 3492425042

Per molti l’orto rappresenta un luogo dell’anima, luogo in cui la terra, lavorata nutrita, dà i suoi frutti che alimentano sensazioni ed emozioni.

Vorremo tradurre queste sensazioni, queste emozioni, in parole, quelle che ognuno di noi dice a se stesso silenziosamente.

E’ nostro auspicio far nascere  nuove e fruttifiche  parole condensandole nella forma più pura e più significante che è la poesia, lasciandoci suggestionare da tutto ciò che potrà essere pensato e condiviso.

Un progetto aperto a quanti coraggiosamente esenza alcuna distinzione, vogliano piantare parole per raccogliere poesie.

Siamo certi che essere insieme in questa esperienza creativa possa far crescere un senso di rinnovata appartenenza e di  propositività nel rac-cogliersi attorno a ciò che la terra nelle sue molteplici forme e modalità ci offre.

“Al vento di primavera/ si spargono/le mie parole./La gente le considererà/una poesia ispirata ai fiori”/. Frammento di poesia del maestro zen Eihei Dogen (1200-1253), tradotte e commentate da Aldo Tollini, edizioni Bompiani. Il presentatore quasi anonimo del libro m.d.c. – con la sua breve recensione – la via buddista si perde nella natura – scrive:”sembrano fiorire sul crinale tra contemplazione e riflessione filosofica, fra immagine lirica ed esperienza della Via. Perché in fondo, l’una confluisce nell’altra senza pausa. Vita e natura si scambiano le parti, la poesia cammina sulla Via:”il cuore/ non una forma/che possa mostrare alla gente:/soltanto sorge (e svanisce)come/ la rugiada e la brina”.

Sono i versi di un maestro giapponese, come se scrivere possa essere considerato non appropriato per lui.



Come COMUNIMAPPE- libera comune università pluriversità –Bolognina – dipartimento della terra -che cooperiamo al progetto – orto in poesia- proponiamo

 di far ruotare la nostra immaginazione poetica attorno  ai simbolici quattro elementi – terra, acqua, aria e fuoco, elementi materiali che ci compongono ed elementi immateriali che costituiscono da secoli il nostro immaginario euro-mediterraneo, inoltre di acquisire chiara consapevolezza della nostra trans-umanità, in quanto parte ed attraversati del vivente.

‘La Terra è un animale’ – G. Bruno

Il filosofo Giordano Bruno(1548-1660), arso vivo sul rogo per eresia nell’anno 1600 dell’era nuova a Campo dei Fiori a Roma, prima di questo supplizio rimase in carcere per otto lunghi anni a Roma, è là più volte interrogato dal Santo Uffizio, sempre  rifiutò di trattare le sue dottrine. La fermezza dimostrata nel lungo processo romano e l’intrepidezza con cui salì sul rogo ne fecero un martire del libero pensiero.

La sua religione fu naturale e la sua etica razionale.

Nel dialogo ‘De gli eroici furori’ Bruno esalta il ‘furioso’, cioè il ricercatore eroico della verità, che non obbedisce ad altri impulsi fuorché a quelli razionali, giungendo a contemplare la natura in modo ‘panteistico’ nei suoi caratteri di unità ed infinità e identificandosi con essa.

L religione che Bruno difende è così una religione puramente razionale e naturale che mira a portare l’uomo alla natura, e metterlo in contatto con i suoi poteri a divinizzarlo con essa. Egli considerava ‘le religioni positive’ utili per governare ‘i rozzi popoli’, ma riteneva che fossero comunque da valutarsi alla luce della religione naturale, la quale faceva tutt’uno per lui con la filosofia:e dalla diffusione della filosofia naturale s’aspettava il rimedio per i mali dell’umanità del suo tempo.

Per Bruno la forma è l’anima universale, la cui principale facoltà è l’intelletto, il quale muove la materia dal di dentro, come – fabbro del mondo-, che dall’interno del seme fabbrica ogni corpo. Esso è talmente intrinseco alla materia da far sì che essa stessa, come – potenza universale – diventi energia produttrice che manda fuori – emana – le forme dal proprio seno e se ne riveste. Forma e materia non sono due sostanze, ma piuttosto due aspetti della stessa sostanza, la natura, di cui Bruno non cessa di celebrare il carattere divino (come fu una dea madre per le generazioni che lo precedettero).

Come la dottrina eleatica dell’Uno-Tutto è paradossalmente unita a quella del flusso eracliteo – del tutto scorre e della ruota delle nascite di Pitagora, nel quadro di un panteismo dinamico cui sono frammisti elementi di platonismo rinascimentale e di tradizione ermetica.

A questa visionarietà o intuizione bruniana soggiace l’idea dell’unità e dell’infinità della natura che all’origine della sua accettazione entusiastica della teoria di Copernico.  La sua immagine dell’universo è poi aperta. Questo universo infinitamente grande e infinitamente piccolo coincidono, e così pure la generazione e la corruzione o la distruzione, e l’amore che unisce e l’odio che divide’. Anche Adonis, nato in Siria ed ora parigino, uno dei maggiori poeti viventi, autore di una raccolta di poesia in pubblicazione -‘Prendimi, caos, nelle tue braccia’, traduzione dall’arabo di Fawzi Al Delmi, dall’Edizione Guanda, in un’intervista
‘soltanto l’uomo può salvare se stesso’ – di Stefano Montefiori -per la Lettura -7 aprile 2019, dirà a proposito di una via d’uscita alle religioni positive e ai loro risvolti fanatici: ‘ Quella dei mistici, il sufismo. I mistici hanno cambiato la nozione di dio, che loro non è una forza esterna al mondo, Dio per loro è immanente (come lo era per Bruno). Ma questa corrente è condannata dai mussulmani integralisti, tanti sufi sono stati uccisi, sgozzati, torturati, marginalizzati, a seconda delle leggi locali (non differentemente dai nostri eretici,donne sagge o streghe o LGBTQ per il cattolici integralisti di ieri come di oggi.) Al Convegno sulle famiglie a Verona (30 marzo 2019 )si potevano incontrare nell’oggi molti di quei rinascenti integralismi cattolici.

Con i furori e  la visione cosmica di Giordano Bruno

La terra è un animale

La terra e qualsiasi altro astro composto da parti eterogenee è un animale;

lo mostrano lo stesso moto ,la vita ed ogni suo atto, come deduciamo dallo spirito, dalla vita e dal moto dell’animale.

Lo mostrano parimenti le parti composte del suo medesimo corpo, dal momento che distinguiamo nel corpo di qualsiasi animale le vene, le arterie, i nervi, le fibre, le ossa:

è stolto ritenere esseri animali solo quelli dotati di una specie corporea come la nostra e di sangue;

nelle piante il sangue è la stessa linfa;

le ossa, la stessa sostanza più resistente;

i nervi, i loro filamenti che vengono tesi;

le vene quelli occulti passaggi attraverso cui l’umore, che puoi paragonare al sangue, s’espande per tutto il composto.

Una specie diversa è nelle mosche, nei ragni, nei vermi;

tuttavia in tutti costoro si ritrovano le parti del nostro corpo che armonizzano secondo una proporzionalità di condizione.

Non è necessario che nella terra il sangue sia dello stesso colore del nostro o più tenue, che le ossa siano della medesima specie o una inferiore, le vene della stessa qualità o di una migliore.

In questo modo dobbiamo aver chiarito l’ordine di tutti questi animali, come quello degli animali più piccoli.

Tanto grande divinità si manifesta solo agli occhi acuti e nobili.

Tanta divinità si muove di per sé, di gran lunga meglio e più liberamente di come noi ci muoviamo, come precedentemente abbiamo dimostrato.

Non un dio o un’intelligenza esterna(trascendente) fanno muovere intorno e guidano: più adeguato appare infatti un principio interno di moto(immanente), che coincide con la propria natura, con la propria specie, con l’anima propria che hanno tutti gli esseri che vivono nel grembo della natura e sono vivificati dal suo spirito universale, corpo, anima e natura; [mi riferisco a tutti] gli esseri animati, alle piante, alle pietre, ad ogni essere, insomma, composte dalle medesima simmetria di complessione, secondo il genere, sebbene ciascuno sia distinto secondo i numeri della specie


Chi non direbbe le pietre parti della terra?

I sassi frammenti della terra?

In essi ritroviamo la vita, la sensibilità e i primordi della ragione.

Una pietra (nel proprio genere non è (credi) senza anima e senza sensibilità;

se più o meno felice di noi non può essere stabilito da chi non ha esperienza di entrambi i generi di vita o da coloro che non lo tengono a mente(giacché spesso non ricordano neppure il corso della vita che viviamo noi).

Crediamo che la felicità, la perfezione, il bene siano riposti in ciò che noi in cui noi sperimentiamo di essere felici, di esseri più completi, di trovarci meglio e meglio conservarci:
l’uomo sapiente sa che si tratta di una felicità relativa alla specie e non estesa a tutto il genere;

perciò fu cosa comune presso i popoli che dio fosse rappresentato e onorato nella forma e nella figura umana.

Tuttavia i sapienti sanno che egli non ha bisogno di mani, di piedi, di occhi, di moto, di estensione corporea e di tutte quelle membra di cui siamo dotati e che abbiamo felicemente.

Il volgo non può concepire come la terra, madre e progenitrice, conservatrice e plasmatrice degli umani(dalle cui viscere sono generate le nostre viscere e dal cui umore siamo alimentati, il cui spirito respiriamo) possono essere un animale dotato di sensibilità e di intelligenza, poiché un corpo sprovvisto degli organi propri di quelle azioni e passioni di cui sono dotati gli animali più comuni.

Testo tratto da “il triplice minimo e la misura” di Giordano Bruno

Testi tratti da ricerca progetti da Pino de March di Versitudine per la  5 camminata
poetica sul sentiero di RilkE. (DUINO-SENTIERO DI PACE E DI POESIA)

Referente: pino de march

contatti : comunimappe@gmail.com

Informazioni: www.comunimappe.org

maree primaverili di marzo trans-umane,trans-nazionali e trans-femministe

Là dove c’è eros dispiegato in sensi multidimensionali (e multitudinari) c’è una vivente civiltà che incontra il suo futuro anteriore: tempestoso e gioioso; e non sono solo sogni ma segni dei tempi che mutano vorticosamente i codici culturali e il divenire dei mondi di vita, dei generi, delle esistenze e delle socialità.

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sotto miei scatti complici nella marea di VERONA

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Dopo le maree primaverili di marzo -(si) apri-le porte ad una comune trans-dimensionalità
che prova a chiudere con le banali uni-dimensionalità autoritarie sovraniste (emerse)di oggi come con quelle (sommerse )nazi-fasciste, razziste, sessiste di ieri, ma anche alle (ormai plurisecolari)distruzioni del vivente (ecocidi)e dell’umanità(genocidi).

E questo marzo ormai alle spalle è stato un sorprendente, stravagante e visionario contro-trans-fert ai nichilisti domini capitalisti, patriarcali e all’andro-cenica apocalittica era, in un’insorgenza generazionale di trasversali moltitudini in un’anticipata primavera. E le strade di nuovo rioccupate dai sogni e da empatiche ed erotiche relazioni trans-individuali, transnazionali, transfemministe, transculturali .

TRANS intesi come nuovi passaggi tempestosi di mutazioni del vivente e delle umane forme di vita empatiche e di relazione emergenti con altra separata/negata, ed ESODI verso un comune ed unico pianeta (non c’è un pianeta B, ne tanto meno umanità di serie B ), ma esseri viventi necessitati a convivere ed esseri umani liberi di scegliersi e di costruirsi
IN TRANS-NAZIONALI E TRANS- CULTURE MIGRANTI
IN TRANS-UMANE RELAZIONI TRA VIVENTI, UMANI E MACCHINE
IN TRANS-GENERI E CONVIVENZE NON BINARIE IN TRANS-INDIVIDUALI COOPERAZIONI TRA ESSERI UGUALI,SOCIALI ED UMANI
IN TERZI SPAZI D’AUTONOMIE E DI UGUAGLIANZE
CONSAPEVOLI CHE
LÀ DOVE C’È EROS DA SEMPRE PROSPERANO MULTIVERSE GIOIOSE CIVILTÀ

EMERSIONE DI NUOVE SAPIENS TRANS-UMANE E TRANS-FEMMINISTE

GRETA
MAREA TRANSUMANA

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NON UNA DI MENO
MAREA TRASFEMMINISTA
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NON UNA DI MENO ha aggiunto 148 nuove foto all’album: LA MAREA A VERONA PER IMMAGINI — a Verona.

Alcuni scatti per raccontare più di mille parole, la straordinaria giornata a Verona.150..000 persone e anche molte di più ad illuminare la città transfemminista

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NON UNA DI MENO
MAREA TRASFEMMINISTA
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MAREE TRANS-NAZIONALI
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IN UNA SPUDORATA MATTINA DI SOLE


foto di Pino de March

Ho appena partecipato a un immenso corteo, e ho scritto su un foglietto le parole che ho letto sui cartelli fatti a mano da migliaia di ragazzini, di studenti, di insegnanti, di mamme e di nonne.

“Fra cinquanta anni voi sarete morti ma non vorremmo esserlo anche noi”

“Salviamo la terra dalle crudeltà umane”

“Se la terra fosse una banca l’avrebbero già salvata”

“Lo smog puzza più delle scoregge” (striscione portato da una scolaresca delle elementari).

“Brucia il padrone non il carbone”

“Chi cavolo è Rita Pavone”

“Cool kids saving hot world”

“What capitalism does not understand is that there is no economy in a dead planet”

“Alziamo la voce non il livello dei mari”

“Ci avete rotto i polmoni”

“Non serve lavorare in un mondo che muore”.

Penso che questo sia l’inizio di un fenomeno assolutamente inedito e destinato a durare nei decenni. Ma già nelle prossime settimane questo evento è destinato a proliferare, a portare sulla scena una nuova generazione culturale. Ma – indipendentemente dai tempi di maturazione di questo movimento, che possono essere lunghi e dolorosi – è bene cominciare a immaginarne le evoluzioni prossime. A questo scopo voglio fissare alcune considerazioni a caldo, mentre gli strilli non hanno ancora smesso di risuonare nelle strade di uno spudorato giorno di sole.

Prima osservazione: il movimento nato dall’azione di una ragazza che non distingue le sfumature ha carattere irreversibile perché ha già creato un senso comune generazionale, e uno stile: lo stile è definito da due gesti.

Primo gesto: I want you to panic. Rifiuto di ogni priorità della ragione politica e della ragion economica, primato all’esplosione panica che permette alla generazione autistica di uscire dal silenzio.

Secondo gesto: O bianco o nero. O abolite subito le cause dell’avvelenamento o non le abolite.

Le decine di milioni di bambini e ragazzini che hanno percorso oggi le strade di centinaia di luoghi urbani, e hanno fatto con le loro mani cartelli e striscioni, hanno iniziato un processo di auto-identificazione culturale che non può dissolversi perché non ha carattere politico ma etico, estetico e culturale.

Seconda osservazione: questo movimento ha carattere assolutamente radicale e anticapitalistico. Anche se la coscienza di questo emergerà nel tempo, l’incompatibilità tra crescita-profitto-competizione e respirazione del polmone collettivo è lampante.

Il Bundestag ha bocciato ieri una proposta di legge che vieta i diesel nei centri cittadini. La politica non sceglierà mai la vita contro il profitto, perché l’orizzonte della politica è il capitalismo. Occorrerà abbandonare a se stessa la politica, disertarla. Occorrerà re-inventare la politica come funzione di abolizione del capitalismo.

Al corteo cui ho partecipato, a Bologna, ho preso nota dei contenuti di decine di cartelli. Solo quattro dicevano: Ambientalismo= anticapitalismo, Destroy capitalism e così via. Solo quattro. Ma la crescita del movimento non potrà che portare alla scoperta che il capitalismo si fonda sulla priorità assoluta e indiscutibile dell’economia di crescita e di profitto. E l’economia di crescita e di profitto è incompatibile con la vita sulla terra.

Il capitalismo è morto e noi viviamo dentro un cadavere, senza trovare la via d’uscita.

Terza osservazione: questo movimento è destinato a scoprire ben presto che la devastazione dell’ambiente è irreversibile, perché le sostanze tossiche si depositano nell’atmosfera nei venti anni successivi alla loro emissione, e perché sono ormai in atto processi di feedback positivo che non si possono interrompere o rovesciare. L’apocalisse non è più evitabile, e questo movimento nasce nell’apocalisse.

Ma tutti i movimenti che hanno cambiato il corso della storia (per esempio il 1968, che ebbe caratteri generazionali molto simili a questo, e che rapidamente si radicalizzò su posizioni anticapitaliste) si propongono inizialmente obiettivi “irrealistici”. Non c’è bisogno di un movimento per realizzare obiettivi realistici, i movimenti nascono proprio per porre all’ordine del giorno l’impossibile, e nella fase di maturazione attivano risorse (intellettuali, tecniche, psichiche, politiche) che non esistevano prima del manifestarsi del movimento.

Questo movimento contiene le energie intellettuali del prossimo passaggio evolutivo, che passerà attraverso lo smantellamento e riprogrammazione della Mega-Macchina.

Questa generazione è nata nella Mega-Macchina, questo movimento le insegnerà come smontarla e riprogrammarla.

Testo di Franco Berardi (Bifo Sepsi)

E DI MARZO DIVENIRE ANIMALE , VEGETALE , UMANO TRANS-NAZIONALE E DONNA TRANS-FEMMINSTA

Testo tratto da “Il triplice minimo e la misura” di Giordano Bruno
La terra è un animale
La terra e qualsiasi altro astro composto da parti eterogenee è un animale;
lo mostrano lo stesso moto ,la vita ed ogni suo atto, come deduciamo dallo spirito, dalla vita e dal moto dell’animale. (negli uragani il suo agitato respiro, nei terremoti l’inquieto esistere, nei vulcani la passionalità che lo abita)

Questa marea gretiana planetaria con la sua empatica partecipazione al vivente, le sue diffuse riflessioni incarnate nei volti, bracci, mani dipinte da nativi  e nei cartelli di cartone riciclato agitati può autodeterminare l’inizio di una nuova individuazione di singolarità e comunanze emergenti con la piena consapevolezza di essere terrestri e parte del vivente.

In questa condivisa pre-visionaria socio-analisi di Franco Berardi non va tralasciato di comprendere lo stato del desiderio divenuto nel nostro tempo tossico che spinge in modo incontrollabile,autodistruttivo e confuso dall’inconscio individuale e collettivo, facendo re-agire noi compulsi antropocenici o abitanti di questa nuova era geologica).

pl. -i
l’era geologica attuale, in cui l’uomo e le sue attività sono le principali cause delle modifiche ambientali e climatiche

Etimologia: ← voce coniata dal chimico olandese premio nobel paul crutzen (1933), comp. di antropo- e -cene.

 E questi indotti bisogni e persuasione occulte si direbbe una volta non sono più tali anzi a tutti e tutte esplicitamente manifesti e desiderati (i loghi sulle magliette o tshirt ne sono una prova come l’albero –abete rosso sitka – il più solo al mondo dell’isola di campbell in Nuova Zelanda attesta il picco dorato o golden spike o l’inizio di nuova era geologica ). Altrettanto evidente in questo tempo liquido e frammentato è la tragica condizione di sussunzione  di larga parte della stessa specie umana ed il resto del vivente come risorsa nella produzione-riproduzione di segni-valore-profitto della sistemica mega-macchina planetaria divenuta un automa apocalittico nel capitalcene, epoca geo-economica ove operano automatismi tardo-capitalisti che orientano incessantemente al valore di scambio in ogni luogo o non luogo del pianeta una ‘distruzione creativa di valori d’uso di corpi d’umani, di terra, di acqua e di aria.

Però tra noi sapiens smarriti e affetti da molteplice dipendenze restano conservate nella mente tracce di memorie, e tra esse indicazioni dell’oracolo scolpite secoli fa a Delfi, che ci può ancora suggerire e guidare come bussola- critica in questo millenario viaggio di conoscenza ed esistenza umana;

noi Ulissi – travolti in tempeste emozionali ed illusioni e trasformati da algoritmi di magiche Circi  in porci-consumisti, anche quando i consumi si contraggono, mutiamo giorno dopo giorno e notte dopo notte in esseri-hubris (arroganti e tracotanti) dentro a passioni tristi e mondi infernali , possiamo spiccare il volo come angeli di Klee-Benjamin spinti da tempeste climatiche (e movimenti ed onde gretiane ) verso un atteso paradiso terrestre, tendendo lo sguardo fisso all’ingiù o al passato del vivente, e  raccogliere significative macerie separandole dalle immondizie che ormai coprono e soffocano l’intero globo, per costruire mondi futuri d’anteriorità (sarà stato che Greta e noi saremmo stati colti da visioni di mondi possibili trans-capitalisti -e trans-nazionali). Per tornare all’oracolo di Delfi è a noi noto il frammento ‘conosci te stesso’ ma non è dato di conoscere un altro frammento che in qualche modo lo completa ‘niente di troppo’; non si tratta però di un’ ingiunzione moralista ma piuttosto di un ricercato e consapevole limite che ognuno deve riscoprire, “non procedendo in modo lineare e per definizioni ma andando a sbattere da una parte all’altra alla maniera di un cane che esplora con metodo geometrico per intervalli e salti” come sosteneva Spinoza nella sua etica, astenendoci dall’ascolto della coppia infernale del despota e del prete, terribili giudici della vita che ci hanno ammalato. Seguendo poi le indicazioni e i suggerimenti di Deleuze attrverso Spinoza, ‘selezionare segni e affetti, come prima condizione per la nascita di un concetto, non implica solo uno sforzo personale che ognuno deve fare di sé(la ragione), ma una lotta passionale, un combattimento affettivo memorabile, con il rischio di morire, in cui i segni affrontano i segni e gli affetti si scontrano con gli affetti, perché si salvi un po’ di gioia di vita e di terra, e ci faccia uscire dall’ombra e cambiare …’.  Noi generazione desiderante che prefiguravamo corpi senza organi con Artaud-Deleuze, sfondando limiti siamo andati cercando e sperimentando per ragioni e  passioni conoscitive oltre ogni confine o limiti imposti dai domini di classe, di genere e di culture e altro di volontaria servitù, trascurando a volte arrogantemente le osservazioni critiche di Lacan (che ci invitava a riflettere su quel ‘niente di troppo’ di memoria delfiana) indicandoci che il desiderio è anche mancanza, non solo affermazione di vita di una vita piena di gioia a cui la metafisica forma platonica ci impediva d’accedere; in questo confuso ed incompreso desiderio si è inserita una macchina mediatica e pubblicitaria distruttiva e tossica che attraverso vetrine ed agenzie territoriali, ed ora anche in modo più complice tracciando profili attraverso calcoli o algoritmi predisposti come trappole dalle  piattaforme virtuali commerciali del capitale post-industriale.  Profili e calcoli che alimentano senza sosta l’incessante produzione-riproduzione, fabbriche di precarietà e schiavitù operano distruzioni creative nelle lunghe periferie-filiere ,  ed un narcisistico consumo-riconoscimento d’effimere identità liquide nei centri metropolitani . Anche Pasolini sosteneva che la televisione aveva generato una neo-lingua e distrutto ogni forma di convivialità e giocosa produzione nelle borgate come nei più remoti paesi di linguaggi –gerghi autentici. Paradossalmente andava sostenendo che la  pubblicità e la televisione avevano distrutti mondi di vita e relazione in modo più scientifico delle truppe nazi-fasciste durante l’occupazione nazi-fascista.

Per Lacan infatti ‘la stessa esperienza del desiderio ipostatizza l’assenza:è l’esperienza di un’insoddisfazione, di una perdita di padronanza, di perdita d’identità”. Nasce in relazione al desiderio dell’altro ma tende ad introdurre una separazione. Alla fine si rivela come desiderio di niente perché nessun oggetto può essere adeguato a soddisfarlo. Ma allora, in certo senso, l’assenza è l’oggetto. Nei termini di Lacan, il desiderio è la metonimia della mancanza-a-essere :il suo motore è la mancanza, l’assenza dell’oggetto, cerca di saturarla ma è nell’impossibilità di farlo.”(Lacan tra presenza e assenza di Sergio Sabbatini)

Dalla super-egoica interdizione/proibizione all’imperativo dominate al godimento illimitato

“Ebbene, ora noi possiamo cogliere come tutto ciò sia in se stesso il sintomo di un’epoca, il sintomo dell’Altro interdittore e proibitore. L’epoca dell’Altro che non è più quello attuale, perchè ora questo Altro non esiste più (E’ stato spazzato via dalle rovuoluzioni culturali che hanno seguito in ondate differenti il ’68 (1968, la priomavera del ’77,il punk, cyberpunk, la Pantera ). Il suo declino, iniziato da molto tempo, è più che mai realizzato. Ora infatti noi siamo confrontati non più con l’Altro sociale della proibizione, ma l’Altro che ci spinge, nel senso opposto, alla soddisfazione, ci spinge e ci impone, in un certo senso, la soddisfazione, ci spinge alla liberazione delle pulsioni e nient’affatto ce lo interdice. Ora la nostra è l’epoca strutturata da questo nuovo super-io, che spinge al godimento, come aveva preannunicato Lacan, già nei primi anni settanta. L’epoca attuale è da questo punto di vista quella in cui la spinta innarrestabile alla soddisfazioni pulsionali più disparate, la spinta ai diritti al godimento di ciascuno installa in seno al sociale una follia generalizzata (una tossicità generalizzata). il sociale mai come oggi è stato investito e segnato al suo interno da questa dimensione, mai come oggi appare frantumato e frammentato dalla spinta ai godimenti particolari e non più limitabili, dai godimenti che la rete discorsiva sociale e le sue istituzioni faticano a contenere. Oggi sulla scia dell’imperativo super-egoico del godimento che prende corpo, sostanza dall’inesitenza dell’Altro proibitore (o per dirla Winnicott che contiene), il nesso tra follia (trasgressione) e libertà, si pone non alla periferia bensì al centro del sociale, dove si manifesta nient’affatto la presenza del limite ma al contrario la follia (l’illimitato, la tossicità) di una pura assenza del limite”. (F.de Andrè: l’anrchia non è solo rompere i limiti ma innanzittutto darsi i propri limiti). Tra parentesi note dell’autore del testo, pino de march), mentre il testo è tratto alle pgg-129-130 da “prospettive di psicoanalisi lacaniana, di M.Mazzotti,edizioni Borla 2009.

 Altre visioni deleuziane quali il divenire animale, vegetale ieri e avantieri donna si potevano percepire nelle empatiche onda gretiane e di non una di meno che hanno attraversato le città di ogni parte del globo terrestre occidentalizzato; questi nostri divenire erano ben espressi con i corpi, cartelli e grida che rimbalzavano da una parte all’altra delle maree. Una messa in discussione della separazione dal vivente e dai corpi che ha caratterizzato grande parte della modernità, denunciato come  grave ‘errore cartesiano’ dal neuro-scienziato portoghese Damasio; separazione che ha prodotto nel corso del tempo un’alienata rappresentazione del vivente e dei corpi, ritenuti a torto res extensa, cosa estesa ed inanimata, un’insieme indistinto di corpi di donne, di nativi, di terra, di animali, di vegetali e d’aria mondi viventi assoggettati ad un dominio coloniale e patriarcale,  antropocentrico ed etnocentrico millenario. Con il  divenire animale, Bruno come Deleuze, riaffermano una inseparabile relazione empatica con quei corpi predati, sottomessi e resi oggetti-cose; il divenire animale o nello specifico gatto signifca gattizzare, o divenire vegetale significa rizomatizzare, divenire donna significa femministizzare. Non più identità chiuse e separate ed alienate, dentro un vortice di sopraffazione e violenza identitaria, ma identità migranti aperte ed interconnesse trans-nazionali e trans-femminste, incarnazioni che rendono soggetti d’amore e di comune appartenenza ogni genere, ogni cultura ed ogni altra specie. Lo scontro tra il Capitale e la specie, lo ha analizzato, dichiarato, combattuto e vissuto in uno scontro mortale fino al suicidio il visionario e situazionale Cesarano in ‘apocalisse e rivoluzione’. Altri ed altre hanno partecipato a questa lotta vitale e culturale è tra questi nostri/e contemporanei vanno menzionalti l’ecologista sociale – murray bookchin e l’ecologia della libertà, e le femministe Angela Davis con il suo concetto-affetto  dell’interconnessioni dei domini e dell’intersezionalità dei dominati/e generi lgibtq,culture minori e migranti, classi sociali subordinate e precarie e di Carla Lonzi con sputiamo su Hegel, che invitava a partire da sé e dalla propria condizione d’oppressione per cogliere poi in modo empatico e chiaro l’oppressione degli altri dominati o dominate.

Divenire gatto per Deleuze ha anche un significato etico, lui stesso si lasciava crescere delle lunghe unghie per manifestare tale immedesimazione, e andava affermando che un’etica nuova doveva  saper ricombinare la selvatichezza del gatto con un etica appagante e sobria spinoziana. Nessuno può stabilire sugli altri tristezza ed afflizione, diminuzione di potenza di gioia, o fare promesse di gioie future dell’al di là, a sacrificio della gioia presente, e tantomeno oscurare il mondo, o estinguere a nostra discrezione antropocentrica-etnocentrica,  di parti di altre culture o di altre specie viventi sulla base di quello che riteniamo oggi utile od inutile. Questa discrezionalità predatoria razzista, ecocida e specista è eticamente inaccettabile. Questo perché siamo con molta probabilità come umanità, oggi prevalentemente predatoria, una realtà emergente dal vivente come tutte le altre specie; ed sistemi di dominazione umana – gerarchia e supremazia -non sono un dato natura, ma imposti da culture antropocentriche, patriarcali, etnocentriche. A noi è dato per cultura eco-femminista ed umana ritrovata il senso di responsabilità, di empatia, e di presa in cura del vivente nella sua complessità e non semplificato nelle visioni separate, dominanti ed identitarie.

 Sentio ergo sum- pino del march

Testo di riflessioni, emozioni e condi-visioni di Pino de March

https://www.facebook.com/pino.demarch/videos/2517782244917587/
filmato postato su facebook di Pino de March

EUROPA- MEDITERRANEO –MONDO

MITICA EUROPA MIGRANTE E LUNARE

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Le origini mitiche d’Europa, le varie interpretazioni del mito e l’attualità che il mito offre per ri- inventare oggi l’Europa a partire dai suoi antichi – legami  Mediterranei ‘migranti’ e di segno lunare ‘matrista( O mater lineare )

Il MITO ANTICO D’EUROPA

Il mito d’Europa ha avuto diverse narrazioni,ma fra tutte un ruolo dominante importante per conservarne la memoria nel corso del tempo lo ebbe il poeta e scrittore latino Ovidio, rinnovellandolo in una delle sue opere “Le Metamofosi”;

e sarà questa narrazione poetica che influirà maggiormente nell’immaginario antico latino prima e rinascimentale poi, giungendo fino a giorni nostri, oscurando altri lati diremmo lunari dello stesso mito.

Scrittori ed artisti ripresero questo testo ovidiano, cercando ognuno a suo modo di ripensarlo, ri-interpretarlo e ri-immaginarlo.

Come del resto continueremo a fare noi. Perché il valore del mito non è tanto nella sua veridicità, di cui nemmeno i greci credevano, ma piuttosto sulla potenza che ha la retorica antica

(L’arte di ridisporre le cose e di ricombinarle per ritrovare nuove comprensioni e possibilità di presenti che per noi sono futuri anteriori)

di trarre da ogni mito il presente, e quella potenza di invenzione comparabile con le favole di oggi come di ieri di agire sull’immaginario dell’infanzia come dell’adolescenza, e non solo, per educare a quella rara facoltà umana intellettiva che è l’immaginazione;

facoltà di prefigurare, di pre-visione non realistica ma visionaria.

Educarci alle visioni e non alle immagini, che veicolano ciò che ognuno può banalmente vedere;

infatti gli indovini del mondo antico erano in prevalenza non vedenti,fra essi il più noto era Tiresia;

i non-vedenti per questa tragica infermità, veniva attribuita loro, l’arte della pre-visioni che i vedenti non avevano, quell’arte di scrutare e visionare il futuro.

Mito di Tiresia

Un giorno Zeus ed Era si trovarono divisi su una controversia:chi potesse provare in amore più piacere:l’uomo o la donna. Non riuscendo a giungere ad una conclusione, poiché Zeus sosteneva che fosse la donna mentre Era sosteneva che fosse l’uomo, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l’unico che avrebbe potuto risolvere la disputa ch li divideva, essendo stato sia uomo che donna. Interpellato dagli dei, rispose che il piacere si compone di dieci parti:l’uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. La dea Era, infuriata perché Tiresia aveva svelato un tale segreto, lo fece diventare cieco, ma Zeus per ricompensarlo del danno subito, gli diede la facoltà di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni:quindi la decisione dell’una come dell’altro(di Era di accecarlo e di Zeus di renderlo indovino per sette generazioni) diventava definitiva,

perché gli dei greci, non potevano cancellare ciò che altri dei hanno deciso.

In questo tempo di cui tutti e tutte siamo vittime sacrificali di un iper-realismo digital-distopico, che ci rende incapace di generare visioni di mondi possibili, queste mitiche ed inusuali visioni è ciò di cui tutti e tutte abbisogniamo.

 I surrealisti poi sostenevano che anche attraverso il sogno possiamo cogliere l’essenza intima della realtà.

Del resto una delle parole d’ordine del più vasto movimento di liberazione europeo quello del’68 del secolo scorso, che ha trasformato radicalmente la cultura autoritaria e tradizionalista, le istituzioni totali residuali del fascismo, ma in particolare le relazioni tra generazioni e generi, e di seguito nell’anno successivo 1969 con le lotte ispirate ad un operaismo non determinista, ha mutato radicalmente le relazioni delle classi subalterne nella fabbrica e nei distretti industriali, e non solo;

era l’immaginazione al potere che significava rendere concrete le visioni dei mondi emergenti dalla ricerc-azione  e dalla lotte, e attraverso il personale che si faceva politico mettere in comune lotte ed esistenze.

Il testo che resiste nel tempo e resterà per lungo il più conosciuto è quello delle Metamofosi di Ovidio(43-17 dell’era nuova).

L’EUROPA ED IL MEDITERRANEO

“.. La figlia del Re di Tiro in Libano (ma anche di Libia e dei fenici

)Agenore

 la cui beltade

 non ebbe pari al mondo in quella etade.

La figlia Europa ebbe si volto lo sguardo

 che accese al suo amor l’alto motore divino. 

Per lascivo pensiero, per troppo amore.

 Fuori di ogni dignità e d’ogni decoro.

 Prese per troppo amore Zeus l’aspetto del toro bianco. 

(Tratto dalle  Metamorfosi di Ovidio).

Il racconto mitologico narra che Europa era una principessa fenicia, figlia di Agenore e di Telefessa.

 Zeus, avendola vista in spiaggia a raccogliere fiori di croco(o di zafferano)insieme alle sue compagne se ne invaghisce, tanto da chiedere ad Ermes di far avvicinare i buoi del padre di Europa verso quel luogo,il litorale libanese, per non insospettire nessuno.

Il padre degli dei si trasformò in un bellissimo e bianco toro che emanava profumo di rose, si avvicinò a carponi alla fanciulla per nulla intimorita e si stese ai suoi piedi.

Ammirandone la mansuetudine e non pensando minimamente che dietro potesse esserci un inganno, Europa gli salì sulla groppa.

Appena egli avvertì che ella lo cavalcava come una amazzone, Zeus se ne partì e la rapì attraversando il grande mare mediterraneo trasportandola fino a Cnosso, sull’isola di Creta.

La fanciulla da Zeus generò tre figli, tra i quali Minosse, re di Creta, Radamanto, giudice degli inferi e Serpedonte.

I tre figli vennero adottati dal marito ‘mortale’ della giovane Europa,Asterio,convinto da Zeus prima di ritornarsene nell’Olimpo.

 Ed Europa gravida ed infelice di questo materno peso della riproduzione perse per sempre il suo desiderio-di potere di volare come lo era per la dea luna e anche il potere di scegliere tempi e spazi per sé, condivisi con il suo compagno di vita toro solare e di volare tra oriente ed occidente.

Europa lunare e ‘migrante’

Con questo mito si rappresenta in primis la migrazione da Oriente ad Occidente d’Europa, e al suo nome in seguito vengono attribuiti tutti i territori occidentali;

Ed Europa si caratterizza per la sua permanente de-territorializzazione,

 non resterà solo il nome dei territori ad occidente della Grecia antica , ma assumerà il 

simbolo dei vari transiti di genti e culture dai continenti prossimi e conosciuti, Asia ed Africa . I culti dei bovini e della luna che si riscontrano nel mito, anche loro accompagnarono queste costanti migrazioni dal Medio Oriente e dall’Africa verso la Grecia;

un altro aspetto celato del mito come ci è stato tramandato da Ovidio, è che nelle corna del toro oltre alla potenza dominate del virile-maschile, si riscontrano altri significati la stessa forma della falce della luna,che collega, questo simbolo ad altri culti misterici pre-ellenici della dea luna.

Questo raccontatoci da Ovidio non è un mito qualsiasi ma è anche uno di quei miti che

segnano il passaggio da una cultura matrista della dea luna e della grande madre, alla cultura patriarcale tout court.

Con questo rapimento-filiazione Zeus, divinità dominante maschile, vuole porre un definitivo dominio sul femminile,la terra e i mari, interrompendo quella compresenza concreta ed immaginaria di culti maschili e femminili.

In ogni caso il ratto d’Europa seguito dalle nozze con la divinità e dai figli con essa concepiti, divenne emblematico del nuovo destino che si vuole dare alla donna e all’unione di essa con il maschile, che non sarebbe avvenuto più solo tra conterranei ma tra individui di origini e specie diverse, anche animali.(Donna, non più signora della propria esistenza-Dea Luna, ma semplice figura subalterna di riproduzione e ricombinazione naturale e sociale)

 Parsifae moglie del re Minosse e regina di Creta quasi per contro significare l’accoppiamento D’Europa con Zeus, sarà lei ad accoppiarsi ad un toro bianco donato da Poseidone re del mare al re di Creta Minosse per punirlo, e da questa perversa unione nascerà il  Minotauro – un mostro vorace di giovani e fanciulle, quotidianamente sacrificate che per acquietare la sua feroce insazietà. Sarà poi Arianna, figlia di Parsifae ad riprendere il filo della narrazione lunare indicando all’amato Teseo il modo per raggiungere ed uccidere il feroce Minotauro, ma qeul filo donatogli gli permetterà di ritrovare  la via del ritorno alla superficie, difficile per chiunque fino a quel momento, data la lunga oscura e labirintica cavità ove il mostro era incatenato;

l’uccisione del mostro portavo un grande significato di liberazione,quale quello di porre fine a riti barbarici sacrificali di giovani e donne che ancora sopravvivevano in quelle terre.

 Emergeva dal rapimento d’Europa e da questa unione di lei con Zeus una nuova stirpe cretese di dominio reale patriarcale sulle donne.

Però r-esisteva un’altra narrazione simile a quella d’Europa compresente e precedente a quella del rapimento .

Dipinti pre-ellenici, raffigurano Europa su di un toro, che racconta probabilmente un’altra storia quella della Dea Luna trionfante in groppa al toro solare, che lei invece seduce, non rapisce e non inganna, ma ne strappa il consenso.

Anche dall’etimologia della parola Europa emerge questo legame matrista- lunare,

un nome composto di due parole greche:

Eurus –ampio

ed Ops occhio

O ampio sguardo, che sta anche per luna piena ed è associata alla fertilità e libertà della grande madre.

In questo mito lunare di un’Europa non dominata sono presenti altri tre elementi importanti:

l’ambivalenza delle corna del TORO:Non solo il rapporto inscindibile tra gli esseri umani la natura, ma in modo vario, e con più versioni e interpretazioni nei secoli, all’immagine del toro e delle sue possenti corna è collegato lo spicchio della luna. Alla luna in qualche modo si congiunge anche la figura di Europa, che secondo alcune interpretazioni della parola stessa avrebbe il significato di “quella dal grande occhio”, ovvero ancora una volta la luna o dell’ampia visione lunare.


La lunare femminilità’: La donna Europa che viene rapita con l’inganno, alla fine sarà lei a prevalere sulla cultura violenta,virile ed ingannatrice del suo rapitore e sullo stesso mare mediterraneo da lei attraversato.

Sarà lei ora Europa con la sua femminilità pacifica e con quell’interculturalità mediterranea che porta con sé, propria da quel vasto bacino d’acque ove molte culture s’affacciarono e s’interfacciarono,

nella sua secolare deriva territoriale verso il Nord fino alle terre scandinave,

 ad influenzare e meticciare tutte le culture incontrate;

resta nella memoria condivisa mediterranea l’esperienza cosmopolita della civiltà plurilingui sta e e culturale ellenista, una cosmopoli con capitale culturale Alessandria al centro del mediterraneo costruita da Alessandro Magno su una riva del Nilo,inoltre in questa meravigliosa città sorgerà una delle biblioteche più importanti del Mediterraneo.

E solo nel secondo Novecento sarà lei con la sua potenza de-territorializzante a far ritrovare ad un continente devastato ed impoverito da due tragiche guerre ri-territorializzanti fratricide nazionaliste , con dieci e più milioni di esseri sterminati nei campi nazi-fascisti, ed altrettanti nel molti campi di battaglia sparsi in ogni angolo d’Europa quell’armonia e quella civiltà umanista e mediterranea perduta.

Lo stesso Manifesto per l’Europa, e non è un caso, è stato pensato da un confino in un’isola quella di Ventotene che non è certo un ‘isola del mare del nord ma del Mediterraneo.

 E là che Spinelli, Rossi ed altri compagni prigionieri dei fascisti,bagnati da quelle acque del sud e con la trionfante ed eroica resistenza diffusa in ogni angolo del contenente, a cui aderirono molte donne in qualità di staffette e partigiane, ma non solo ma anche genti di ogni minoranza oppressa e soppressa(ebrei, sloveni, romanì, comunisti, socialisti,anarchici, liberali, cristiano-sociali, libertari, lesbiche e omosessuali e altri ancora ) a ridare luce ad una gioiosa Europa pluriculturale

 (L’Inno alla gioia di Bethoven ne attesta l’emozione comune)

. Per molte/i di noi un’aspirazione su tutte: che l’Europa, pur con tutte le critiche e le modifiche necessarie alle sue politiche, consolidi la sua unità come luogo di giustizia, libertà pace e civiltà.

Si presenta chiaro anche il diverso rapporto dell’uomo e della donna rispetto alla seduzione o alla fascinazione.

(Baudrillard ci aiuta a dispiegarsi all’interno di questi due concetti spesso ambigui o usati come sinonimi.)

 Nella relazione di conquista amorosa con Europa l’atteggiamento di Zeus (simbolo di maschilità antica)si base sull’inganno, il dominio e la fascinazione;

per fascinazione s’intende strappare o condurre con violenza ed inganno verso di sé l’amata privandola del suo sé o del suo consenso.

Mentre l’atteggiamento d’Europa che cavalca il toro solare in un’altra raffigurazione, parte da un gesto di seduzione, di reciprocità ove i sé amanti s’incontrano in consenso, un sé-durre o condursi a sé.

Infatti il toro solare della lettura lunare del mito,  accoglie l’amata sulla sua groppa e lei acconsente a questa traversata e ne condivide il viaggio, le mete ed ogni altra decisione.

Infatti la Luna con i suoi  influssi conduce a sé le acque dei mari e oceani e le lei va verso quelle acque, come tutti gli altri elementi ove esercita questa sua potenza attrattiva amorosa.

E sarà ancora lei Europa in un continente tra le macerie delle città bombardate, a condurre a sé ed ognuno versò sé le genti stremate dalla guerra, dalla prigionia e dai campi di sterminio a chiamarle ad una pacifica convivenza e pattuire con tutte quelle genti de-territorializzate un patto di non belligeranza.

IL MARE Mediterraneo: Il movimento, la fonte della vita.

Richiama all’itinerario migrante della storia del nostro continente : il rapporto tra le genti, l’idea del Mediterraneo come elemento aggregante ed interculturale.

Un drammaturgo Davide Enia in una sua opera teatrale Abisso riprende il mito d’Europa attualizzandolo.

ENIA RACCONTA DI COME EMERGE LA TRAMA DEL SUO RACCONTO NEO-REALISTA

Il primo sbarco l’ho visto a Lampedusa assieme a mio padre.

 Approdarono al molo in tantissimi, ragazzi e bambine, per lo più era la Storia quella che ci era accaduta davanti.

 La Storia che si studia nei libri e che riempie le pellicole dei film e dei documentari.
Ho trascorso molto tempo sull’isola per provare a costruire un dialogo con i testimoni diretti: i pescatori e il personale della Guardia Costiera, i residenti e i medici, i volontari e i sommozzatori.

Durante i nostri incontri si parlava in dialetto. Si nominavano i sentimenti e le angosce, le speranze e i traumi secondo la lingua della culla, usandone suoni e simboli.
Ne L’abisso si usano i linguaggi propri del teatro (il gesto, il canto, il cunto) per affrontare il mosaico di questo tempo presente.
Quanto sta accadendo a Lampedusa non è soltanto il punto di incontro tra geografie e culture differenti. È per davvero un ponte tra periodi storici diversi, il mondo come l’abbiamo conosciuto fino a oggi e quello che potrà essere domani. Sta già cambiando tutto. E sta cambiando da più di un quarto di secolo.

Davide Enia si è fatto conoscere per la forza trascinante delle sue parole, per il gesto sempre vibrante e mai eccessivo, per i testi dove la drammaturgia esplode con forza su tutto l’apparato scenotecnico. E’ anche il caso de L’Abisso, lo spettacolo tratto dal suo ultimo testo Appunti per un naufragio edito dalla Sellerio, andato in scena al Teatro India.

Un viaggio prima di tutto interiore alla riscoperta delle proprie radici, proprio nel mezzo di un incontro-scontro con masse d’uomini e donne che quelle radici sono stati loro malgrado costretti a sradicare.

Ed è il mare che lega in qualche modo i destini di Davide a quelli dei suoi amici lampedusani, a suo padre, all’amato zio, un mare lungo, lento, ma anche crudele, il Mediterraneo, sopra il quale continuano a galleggiare corpi, irrimediabilmente inghiottiti e poi per sempre sospesi nell’abisso. Si parte da qui, dal pianto composto di un enorme sommozzatore che ogni giorno quei corpi li raccoglie dall’acqua come una nera messe, dove ogni stagione, senza sosta, porta il suo macabro raccolto.

Davide Enia e Giulio Barocchieri ne L’Abisso

Non è facile parlare di un tema ostico e controverso come quello degli sbarchi in Sicilia, a Lampedusa, un’isola diventata crocevia umano di destini, non sempre facili a intrecciarsi, ma Enia lo fa con garbo, raccontando il suo di naufragio. E’ un racconto emozionale, ma non da lacrimuccia facile studiata a tavolino, custodisce piuttosto il fascino di un’antica nenia, accompagnato con altrettanta maestria dalle corde di Giulio Barocchieri, tanto che si potrebbe quasi chiudere gli occhi e semplicemente ascoltare. Ma non è facile l’ascolto di certe vite spezzate, violate, strappate quasi all’anima con una brutalità che stentiamo a riconoscere come “umana”, Enia ci racconta allora il suo di disagio, quello di naufrago perso anche lui fra quelle vite così defraudate, di come la strana reazione al dolore lo porti a fare marmellate e a trincerarsi dietro quello stesso mutismo che lo aveva allontanato dagli affetti più cari. Perché l’essere umano è una strana macchina, facile a incepparsi.

Ma Davide Enia è maestro della parola e attraverso il suo discorso di uomo che si riscopre figlio, in un improvvisato viaggio con suo padre da cui è diviso da un silenzio profondo quanto quel mare, riesce a unire i punti di quella sospensione galleggiante, di parole non dette, di approdi mai raggiunti. Questo ponte fra il vissuto personale dell’artista e il volto cambiato di una terra investita dalla disperazione d’altri ci porta a camminare con lucida consapevolezza su quel ponte, ancora impreparati forse, ma decisi almeno a non aggrapparci più alle corde del pregiudizio. Un monologo intenso, bellissimo, nudo e crudo nel suo allestimento volutamente povero, dove a vincere, nel bene e nel male, è solo la storia, non tanto quella che il Davide uomo ci ha raccontato, ma piuttosto quella che abbiamo deciso di ascoltare.

TRAMA

  • Europa in fuga con la sua gente dalle città in fiamme per le guerre che devastano il continente asiatico ed africano, come Enea dalla città di Troia, e dopo una lunga traversata del deserto con le sue donne, bambini, giovani e uomini stremati per la sete e per la fame lasciandosi alle spalle vecchie e non che non hanno retto la traversata, giungono in una notte di luna piena su litorale libico mediterraneo. Affamati e terrorizzati per quanto ancora li può accadere di incontrare dalle narrazioni di altri profughi giunti fino là:
  • trafficanti senza scrupoli di corpi, di organi e pericolose traversate del mediterraneo su fatiscenti barche e barconi (vele della fame direbbe Pasolini in Profezia)e la più inquietante per tutti , la guardia costiera libica che li può catturare e condurre in campi di schiavitù, concentramento e detenzione senza fine ove le percosse, le violenze, gli stupri e le torture sono quotidianità di ogni prigioniero nell’Auschwitz del Mediterraneo(sosteneva Franco Berardi una sua opera ‘maledetta’), ed invece a sorpresa là su quel litorale che inquieta ogni profugo appare alle prime luci dell’alba un grande toro bianco disteso e mansueto, ma seppur tal immagine non generasse paura, pur tuttavia i profughi ne temono l’inganno.
  • Una volta che loro sono là di fronte a questa nuova realtà quasi chimerica, il toro spalanca la sua bocca, come la balena bianca per pinocchio, e all’interno appare una grande barca e molti bianchi e bianche pescatrici, che li invitano a salire. Loro salgono e con grande gioia dopo giorni di mare approdano a Cnosso nell’isola di Creta accolti come fratelli e sorelle degli abitanti del luogo.

D#3 Il Teatro di Radio3 – Scene dalla frontiera – l’abisso – Radio Rai

https://www.raiplayradio.it/…/MATERADIO-2018—D3-Il-Teatro-di-Radio3—-Scene…

e

AD ENEA UN ALTRO MIGRANTE DA GUERRE ED IN FUGA DALLA SUA CITTA’ IN FIAMME, ACCADRA’ MOLTI SECOLI PRIMA LO STESSO DRAMMA E VIAGGIO, ED E’ TRA COLORO CHE CONTRIBUIRANNO ENORMEMENTE ALLA NOSTRA CIVILTA’ MEDITERRANEA

Per quanto possa sembrare curioso né Virgilio né Orazio parlano d’Europa. Enea nel poema virgiliano sembra incarnare una fusione tra Oriente ed Occidente,dove non si marcano le differenze ma i punti di contatto, tra l’Europa del suo futuro e l’Asia del suo passato.

EUROPADALL’INDENTITA’ MULTIPLA FIN DALL’INIZIO DELL’ERA NUOVA

Alla ricchezza di tradizioni, di beni, di popolazione dell’Europa allude il geografo latino Strambone(60 era antica e 24 era nuova), quando afferma che “ essa ha grande varietà di forme , è popolata di regni politici di valore, è stata per il mondo la grande dispensatrice di beni, che le erano propri. Senza contare che è abitabile nella sua totalità ad eccezione di una piccola frazione disabitata per via del gelo al confine con i popoli che vivono nei carri ossia nomadi. E’ qui è ben evidenziata la sua estensione tra le acque del Mediterraneo e i ghiacci dei paesi nordici.

Nel Novecento non mancò un’interpretazione nazista del mito dell’Europa, con questo mito voleva dimostrare che gli europei avessero un’antica origine ariana, essendo Europa una principessa orientale. Gli ideologi nazisti nelle loro ossessioni razziste e mono-culturali pare non conoscessero esattamente l’origini territoriali di Europa, che non era figlia di un principe indiano d’ascendenze indo-europee ma di Agerone Re di Tiro, antica città fenicia(attuale Libano).

Questa improbabile interpretazione non trovò molto spazio tra gli intellettuali e gli scienziati del tempo, ma piuttosto le mote altre interpretazioni la raffigurano come una migrante da oriente ad occidente.

Tante le spiegazioni e le teorie che spiegano perché Europa divenne il nome del nostro continente, ma tutte richiamano il legame profondo fra le varie civiltà mediterranee -medio-orientali, egiziana, greca, etrusca romana che in modi diversi arrivarono a meticciare  per vie differenti la storia culturale del nostro continente. Relazione di Pino de March al seminario di Labas-comunimappe su una mitica Europa lunare e migrante



13 FEBBRAIO 2019 -LA GIORNATA DI ALTRE MEMORIE AL LABAS

La libera comune università pluriversità bolognina
in cooperazione con
AMIRS– Associazione mediatori interculturali Rom e Sinti

CESP– Centro studi per la scuola pubblica

DIEM 25-Movimento politico e culturale transnazionale europeo

LÀBAS Spazio sociale autogestito

SULLE ORME DJANGO

Radio Fuijko–RED-occhio vigile 103,1 Mhz in FM bologna

 PROMUOVE                                                                           

LA GIORNATA DI ALTRE MEMORIE
MERCOLEDI’ 13 FEBBRAIO 2019
LàBAS IN VICOLO BOLOGNETTI 2                                                       
DALLE ORE 18,30
Mostra sul Porrajmos(il divoramento nella lingua romanes) o sullo sterminio dei romani’
DALLE ORE 19,15

A forza di essere vento

Poserò la testa sulla tua spalla e farò

un sogno di mare

e domani un fuoco di legna perché l’aria azzurra diventi casa

chi sarà a raccontare chi sarà

sarà chi rimane

io seguirò questo migrare seguirò

questa corrente di ali.

DE ANDRE’

Accomunati agli ebrei e ad altre minoranze lgbtq, disabili, pazienti psichiatrici ed altre ancora da uno stesso destino di morte furono almeno 500.000 che persero la vita nei campi di stermini nazi-fascisti. Ma è come se il vento avesse disperso la memoria.

Comunicazione circolare tra promotori e pubblica

Accorda Pino de March

1- Restituzione di sguardi, riflessioni e domande dei visitatori sulle immagini viste

2 – Riflessioni su persecuzioni,stermini, resistenze e discriminazioni di ieri e di oggi

Raffaele Petrone(Cesp-Bo) curatore con M. Vescovi e G. L. Gabrielli della mostra dal punto di vista grafico e narrativo-didascalico

Tomas Fulli e Aghiran rappresentanti di Amirs – associazione mediatori interculturali Rom e Sinti e delle comunità urbane Rom e Sinte in città

3 -letture di poesie di poeti e poete romanì sui tempi vissuti tragiciamente

Pino de March Ricercatore di Comunimappe e Piera Stefaniniredattrice radiofonica

Dalle 20 alle 20,45

EUROPA MIGRANTE AI CONFINI DELLE TERRE E DELLE ACQUE Metafora per l’esplorare storie di frontiera e per lasciarci alle spalle ciò che conosciamo ed inoltrarci nello sconosciuto e nel buio che avvolge il nostro presente e oscura il nostro futuro.

Abitiamo un mondo globale e pluriculturale, ma tra le genti e le culture che convivono pacificamente nelle nostre città ormai dal secondo dopoguerra, dopo una tenace resistenza contro i nazionalismi nazi-fascisti che le avevano trasformate in un inferno sulla terra, è cresciuto negli ultimi anni da parte dei presunti nativi d’Europa il sospetto, la paura, il disprezzo ed un clima di cinismo ed indifferenza verso le minoranze e coloro che vengono da lontano.

Va sottolineato però che le genti erranti, nomadi e migranti non hanno impoverito il nostro vasto continente, al contrario lo hanno reso economicamente prospero e culturalmente vivace ed eterogeneo nel corso della storia apportandovi un notevole progresso in ogni ambito di sapere ed attività

L’EUROPA MEDITERRANEA E MIGRANTE

PINO DE MARCH

E per iniziare una lettura inusuale sul femminile e sul migrante del mito d’Europa

Legge brani di Leonard Piasere e Predag Matvejevic su Europa, transculturalità e Mediterraneo

Circle time
“Tali processi dal basso vengono da  lui stesso definiti  di  “crescita collettiva”, di crescita di un popolo, che non possono essere imposti dall’alto”, ma generati in circle time, in una circolarità che si fa reciprocità e conoscenza di sé e della propria condizione  antropologica e sociale. [Danilo Dolci]

Accorda Simone Marcandalli

SIMONA FERLINI-DIEM -25 -Movimento politico e culturale transnazionale europeo

MARIO POZZAN LÀBAS– Spazio sociale autogestito

Perché?

Quali sono fattori oggettivi e soggettivi che alimentano una tale peste emozionale verso le minoranze ricreata ad hoc come capri espiatori?

Quali sono le nostre proposte per una convivenza pacifica e lotta alle rinate discriminazioni, e per ritrovare quel benessere ecologico e sociale locale e continentale duramente impoverito dalle crisi ma soprattutto da un modello economico neo-liberista che da trent’anni alimenta diseguaglianze(distribuendo i dividendi verso il basso e non verso l’alto) e reazioni di massa contro le minoranze?

DALLE 20,45 ALLE 21,30

APERITIVO ZIGANO

Andrea Acciai voce narrante – Fiabe che non centrano niente

LIVE

DALLE 21,30

SULLE ORME DI DJANGO

Lo spettacolo che il gruppo presenta è un vero e proprio viaggio che conduce la carovana musicale in diversi luoghi del mondo: si parte dalla Francia per incontrare il valse musette e le composizioni di Django Rehinardt, si scende in Italia a trovare lo swing del dopoguerra, si attraversano i Balcani per trovare ritmi e sonorità klezmer-tzigane, poi a bordo di un transatlantico si sbarca negli Stati Uniti per abbracciare il jazz, senza dimenticare di volare in America Latina per miscelarsi con ritmi più viscerali. La carovana spostandosi miscela le culture musicali che incontra e rielaborando e inventando propone anche diverse composizioni originali. Il viaggio è accompagnato da una continua narrazione di storie, aneddoti e riflessioni per far immergere il più possibile
il pubblico all’interno dei diversi paesaggi sonori.

Simone Marcandalli (guit solo e voce)
Antonio Balsamo (guit ritm)
Christian Pepe (contrabbasso)
Massimiliano Amatruda (fisarmonica)
AL QUARTIERE SAN VITALE ANTIFASCISTA ANTIRAZZISTA E ANTISESSISTA

Piera Stefanini di Radio Fuijko–RED-occhio vigile 103,1 Mhz in FM bologna

Interviste ai margini 
 

Info- comunimappe.blogspot.com

Contatti – comunimappe@gmail.com

27 GENNAIO 2019

EUROPA:BARBARIE O UMANITA’?“
Se il nostro sentimento, superata una certa soglia,s’inceppa,per effetto di questo meccanismo d’inibizione il mostruoso ha via libera”.Guether Stern Anders (Filosofo ebreo-tedesco vedi 1 nota in fondo) 

LA LIBERA COMUNE UNIVERSITA’ PLURIVERSITA’ BOLOGNINA IN COOPERZIONE CON
ANPI PRATELLO
AMIRS – ASSOCIAZIONE MEDIATORI  INTERCULTURALI ROM E SINTI
CENTRO SOCIALE LA PACE
CESP – CENTRO STUDI PER LA SCUOLA PUBBLICA
DIEM25-DSC BOLOGNA 1 Movimento politico culturale democratico transnazionale europeo
LEGBT – SMASCHERAMENTI
Radio Fuijko 103,1 Mghz–RED-Occhio vigile
DTHE’
ORGANIZZA GIORNATA DELLA MEMORIA IL 27 GENNAIO 2019
 AL CENTRO SOCIALE DELLA PACEVIA DEL PRATELLO 53 -BOLOGNA
ORE 15,30
PRESENTAZIONE MOSTRA PORRAJMOS SULLO STERMINIO NAZI-FASCISTA DEI ROMANI’ (ROM E SINTI)
RAFFAELE PETRONE (docente storia dell’arte)
MATTEO VESCOVI (docente di storia e letteratura italiana)
GABRIELE ROCCHEGGIANI (docente ricercatore Uni-Macerata, non sarà presente ma ha fornito dati di ricerca storico-giuridica).
 nota 1:

Guenther Anders [pseudonimo di Guenther Stern
 assunto nella sua giovinezza per dissimulare il suo essere ebreo, perché quelli erano i tempi oscuri (sostenne una altra  filosofa della diaspora ebrea-tedesca e americana Hannah Arendt) in cui si stavano  diffondendo al pari idi oggi quella peste emozionale e  quella sotterranea violenza identitaria che alimenterà negli anni successivi la macchina infernale dello  sterminio nazi-fascista che divorò  in tutta  Europa milioni di esseri umani).
ORE 16
MEMORIE ATTIVE PER RICORDARE E PER RI-AGIRE
Accorda Piera Stefanini di Radio Fuijko–RED-Occhio vigile

COMUNICAZIONE CIRCOLARE TRA
associazioni, ricercatori e singolarità e pubblico
sulle atroci persecuzione, torture, sperimentazioni e stermini di minoranze culturali ed individualità:Disabilità,Generi e diversi orientamento sessuali , Minoranze linguistiche-culturali, religiose,politiche e sociali da parte dei nazisti con la complicità e collaborazione di tutti gli stati fascisti europei e sulle attuali rinate discriminazioni identitarie verso forme di vita altra e singolare.

RAPPRESENTANTE ANPI PRATELLO
MILAN JOVANOVIC  E TOMAS FULLI PER AMIRS E COMUNITA’ URBANE ROM E SINTE
DIMITRIS ARGIROPOLOUS – Docente UNI-PR

RENATO BUSARELLO SMASCHIERAMENTI –LGBTQ

EDOARDO SCATTO per DIEM-25 – DSC BOLOGNA 1 – Movimento politico culturale democratico transnazionale europeo
GIANLUCA GABRIELI – Maestro del Cesp-Bo

EZIA DI LABIO DI  DTHE’

17,30

INTERMEZZO DI CONVIVIALITA’ DOLCE E SALATA 

E PARAMICIE:FAVOLE,RACCONTI E POESIE DELLA CULTURA ORALE ROMANI’
GIORGIO SIMBOLA musicista
AGHIRAN attivista culturale comunità urbane rom e sinte
PINO DE MARCH ricercatore di comunimappe

18.30-20,30
ASSEMBLEA COMUNE
EUROPA TRA BARBARIE E D UMANITA’
ACCORDANO FRANCO BERARDI E SIMONA FERLINI

PINO DE MARCH: per la progettazione e cooperazione educativa e culturale dal basso affermativa, comune e critica.
PER INFO: comunimappe.blogspot.com
PER CONTATTI:comunimappe@gmail.com

NOTA:ENTRATA ED OFFERTA LIBERA ALLA MOSTRA E ALL’EVENTO)

Intervista a Radio città fujiko di Piera Stefanini a Pino de March ricerc-autore per giornata della memoria 27 gennaio 2019.
http://www.radiocittafujiko.it/news/giornata-della-memoria-europa-barbarie-o-umanita?fbclid=IwAR3AAuus60QE1gUutvuUHXCURqb0uZb7JG9YNUwBBdjNYXENbcQ2y-HtNWU#.XEtKOtOEcIF.email

STERMINATELI!(1)
Testimonianze di Germaine Tillion( etnologa francese)
“Le povere zingare (zero)mi ispiravano una profonda pietà. Andavo spesso nel loro Blocco ed avevo persino cominciato un piccolo vocabolario compara rato dei diversi dialetti gitani(2 per poter avviare una conversazione senza destare troppa curiosità con le mie domande. In questo modo ho potuto scoprire due famiglie di zingare belghe ed una vecchia zingara francese ,tutte donne stordite dallo loro incomprensibile sventura, ma provviste di istruzione elementare e con abitudini di vita materiale che rendevano loro insopportabile la coabitazione con le zingare tedesche. Le altre (ad eccezione di alcune zingare ceche)erano ai loro occhi sorprendentemente “primitive”, meno tuttavia di certe ucraine, ma notevolmente più delle tribù africane fra le quali mi aveva condotto il mestiere d’etnologa. E’vero però che non ho mai visto queste ultime in un campo di concentramento.”La vecchia zingara francese mi ha raccontato la sua storia. Lei, suo marito ,i nipoti, un genero ed un fratello sposato, in tutto quattordici persone, giravano i luna Park di provincia con un baraccone di giochi, ereditato dai genitori. Ma quando la stagione era finita tornavano tutti a Parigi in grazioso appartamentino, con la radio e tutte le comodità. Una sera,  i tedeschi hanno arrestato tutti i componenti della Luna Park (questo avvenne a Lilla, penso) e hanno deportato quelli che avevano i capelli scuri. Dapprima li hanno rinchiusi in una prigione belga e là hanno saputo che sarebbero andati ad Auschwitz.
“E gli altri mi dicevano:poverina, è un inferno quello in cui vi mandavano, ma io cosa potevo farci?. Quando siamo arrivati ad Auschwitz ci hanno messo in un grande capannone di legno con la ghiaia nera per terra e nient’altro, né paglia né coperte, e niente da mangiare e da bere per due giorni interi e…dalle fessure delle assi vedevamo delle grandi fiammate rosse, ma non sapevano di che si trattava. Al termine di quei due giorni è arrivato l’ordine di ucciderci: allora ci hanno dato una minestra e dell’acqua e ci hanno alloggiato altrove…”
“Poi, in un seguito di orrori, ad uno ad uno sono morti tutti quanti finché non è rimasta che lei, e forse la più giovane delle sue figlie in un altro campo di concentramento, chissà…..”.
“!Ma perché ?
“!Ma perché ?
Che cosa abbiamo fatto?
Che cosa abbiamo fatto?,
ripeteva continuamente..
Perché?
Perché?
Perché?
“Nel lungo elenco dei crimini tedeschi, nulla è paragonabile al martirio degli zingari – neppure quello degli ebrei, che spesso hanno avuto la maniera di morire in fretta (restando però la minoranza che rappresentò per i nazisti i primi della lista  con 6 milioni e più di sterminati:tutti i possibili modi di assassinio sono stati sperimentati su di loro. Più spesso di qualsiasi altro popolo essi hanno dovuto servire da cavie per le esperienze ‘scientifiche’ e a Ravensbrueck, dove alcune tedesche sono state sterilizzate a titolo punitivo ed individuale, la sterilizzazione in serie invece praticate alle zingare, comprese le bambine”.
“E perché?
E perché?
E perché?
Quale delitto ha commesso quella povera gente?
Se il loro livello di cultura era basso, di chi è la colpa se non degli opprimenti sistemi politici tedeschi ed europei che li aveva da secoli sotto la sua tutela senza aver mai fatto niente per loro  prima d’intraprenderne il massacro?
Sistemi indegni, che hanno saputo soltanto opprimere e poi uccidere tutti quelli e quelle che erano indifesi
Note
Zero:quando viene usato dalla testimone l’espressione “zingara” non l’abbiamo mutata in “romanì”che è l’espressione corretta con cui oggi vengono chiamati gli “zingari”di ieri , pur sapendo che tale espressione oggi in tempo di mono-valenze e di rinati pregiudizi equivale ad un’offesa, come lo sarebbe il chiamare una persona nera o di colore ,negro/a., ma lo facciamo per mantenere immutata la testimonianza.
(1)Raccolte di testimonianze nelle Les Chaiers du Rhone, Edition de la Baconnière ,Neuchatel, 1946, e riportate  ed assemblate  con altre nell’Olocausto degli zingari di Christian Bernadac,Edizioni Libri Italia,1996
(2)varianti linguistiche della lingua romanes)
Testi  del ricer-autore  di Pino de March

 Barbarie o Umanità?

https://ilmanifesto.it/lesilio-sistematico-dellumanita-in-eccesso/
 L’Esilio sistematico di un’umanità in eccesso di Claudio Vercelli
………
‘‘Lo Stato d’eccezione, più volte richiamato nel Novecento, è quello in cui l’area dell’indeterminatezza, il senso di insicurezza, il timore di una minaccia incombente, si risolvono nel richiamo collettivo, rivolto alla politica, di una condizione supplementare di protezione. La quale trascina con se stessa l’identificazione di qualcosa e di qualcuno da interdire, da espellere dall’ambito delle relazioni sociali. Quindi da circoscrivere, da isolare, eventualmente da annientare. Il campo di concentramento, in quanto istituzione totale, ne deriva come una sorta di necessaria conseguenza. Si presenta come un ovvio completamento della trasformazione in atto, poiché imprigionando quei soggetti che sono identificati e stigmatizzati, di volta in volta,come minaccia nei confronti di un ordine costituito, diventa l’istituzione che, distruggendo le minoranze, garantisce la continuità della maggioranza. Nel campo sono imprigionate quanti-individui o gruppo vengono considerati figure ‘dubbie’. Tali non perché abbiano necessariamente fatto qualcosa in quanto sospettati, per il fatto stesso d’esistere, di poter alterare gli equilibri, presenti e a venire, della società, intesa come corpo biologico compatto e organico. La loro colpevolezza, in questo caso, sta in un’esistenza che diventa di per sé indice di una identità criminale. Trattamento preventivo (come se si trattasse di una misura di igiene e profilassi pubblica), reclusione extra-giudiziaria, misure straordinarie di prigionia, invenzione di una ‘legalità creativa’ sottratta alla sfera del diritto ordinario, segretezza ma anche classificazione e divisione della popolazione tra gruppi pericolosi e modelli ideali-aderenti ad un’unica, possibile tipologia di normalità, quest’ultima imposta ossessivamente come esclusivo criterio di riferimento-sono cose che si tengono insieme, alimentandosi e rafforzandosi vicendevolmente.
……
L’elemento fondamentale,in questo caso è dal nesso indissolubile nell’età della ‘nazionalizzazione delle masse’, tra politiche di Stato,consenso generalizzato e bisogno di rassicurazione. Se il moderno Stato turco nasce disintegrando la comunità armena, così la società internazionale nell’età globalizzazione, nel mentre erode le frontiere, costruisce nuovi muri e  luoghi di detenzione extra-giudiziaria, sospendendo i diritti elementari e rinnovando l’apolidia come condizione permanente di una parte dell’umanità. Per l’appunto, quella che viene dichiarata in eccesso. Tra esilio sistematico, imprigionamento senza diritti e morte in massa c’è quindi un nesso molto forte, che non si esaurisce nel passato. Detto per inciso: non si tratta di stabilire improbabili equivalenze tra ciò che è stato ed il presente, pretendendo che quel che oggi accadde sia la ripetizioni pedissequa di è già avvenuto. Semmai si tratta di ragionare su come certi aspetti di trascorsi si ripresentino all’interno di società di massa, dove gli imperativi alla soggettività, alla valorizzazione delle individualità coesistano con il rimando all’uniformazione, all’omogenizzazione più spinta, alla visione dell’alterità in quanto alterazione e, quindi, come potenziale minaccia. Alla quale contrapporre la ‘sicurezza’ che deriverebbe dalla protezione di uno Stato che si assume il diritto assoluto e primitivo di determinare chi può integrarsi e chi, invece merita di essere espulso dal consesso civile. E qui torna un’altra questione di fondo, quella del destino delle ‘non persone’. Le quali sono tali perché prive di diritti, prima fra tutti quello di vedersi riconosciuta una terra d’appartenenza.

La vicenda dell’esclusione sociale, delle persecuzioni e, infine dello sterminio dell’ebraismo europeo(e dei diversi in genere) diventa allora paradigmatica poiché raccoglie in sé tutti questi fenomeni, articolandoli in una successione tanto brutale ed efferata quanto consequenziale. ripercorrerla, pertanto è utile proprio perché ci permette di leggere in controluce, le dinamiche sia pure in forme differenti o discontinue, che si sono ripetute in altri tempi.
 Non è un fenomeno collaterale quest’ultimo, perché chi è incluso – il ‘cittadino’ nell’accezione giuridica e politica novecentesca che si dà al termine-viene identificato in base al suo reciproco inverso, lo straniero. E straniero è colui che attraversando i confini, ne minaccia la loro persistenza. Così facendo, pregiudica, per il fatto stesso di esistere, la coesione e la pace sociale. Il fantasma dell’invasione prende in tale modo corpo. Da sostanza alle politiche di difesa, ovvero alla necessità di dotarsi di strumenti non ordinari, non abituali come risposta al pericolo che insito in ciò che è estraneo. L’ebreo è lo straniero per eccellenza, non solo perché porta con sé un’alterità secolare ma anche una minaccia di alterazione nei confronti dei corpi del corpo sociale.
Un ulteriore elemento da richiamare è quello che impone di pensare criticamente allo stato delle cose e di relazioni che da due secoli è conosciuto come ‘nazione’. In questo caso soprattutto in termini che rinviano ad un corpo collettivo fragile, dai tratti sfuggenti, nel quale si rispecchiano anche le paure di quanti ne fanno parte.

La nazione, per continuare ad esistere, in un mondo di stranieri potenzialmente pericolosi, deve liberarsi di tutti gli elementi perturbanti. In un’opera di purificazione permanente, senza la quale rischia di perdersi. Nazione e confini interagiscono ossessivamente, come dimensione materiale(la limitazione giuridica del territorio sul quale si esercita la giurisdizione della legge)e simbolica(lo spazio mentale nel quale ci si pensa omologhi ovvero uguali se non identici). Di qui al discorso sulla purezza etno-razziale, quest’ultima intesa come mezzo per gerarchizzare la comunità nazionale, il passo può rilevarsi molto breve. Coesione e progresso sociale diventano sempre sinonimo di evoluzione tramite selezione.
Nell’età contemporanea, all’interno di questa triste filosofia della storia e delle relazioni umane, la perversa saldatura tra campi e omicidi di massa è quindi istituita dal problema per eccellenza in un mondo fatto di Stati e abitato da Nazioni, ossia la presenza di profughi che diventano apolidi(privi di  Stato e di diritti). I campi di annientamento, come istituzioni peculiari della modernità, vanno quindi collocati in questa dimensione logica e cronologica. Non sono una patologia della modernità politica ma una sua plausibile evoluzione del momento che essa dichiara l’esistenza di condizioni d’eccezionalità, per le quali occorre porre rimedio adottando misure non abituali,ovvero creando un ‘diritto’ esclusivo che deroga dai diritti umani.
 

GENERAZIONI DA SEDARE?

CESP – CENTRO STUDI PER LA SCUOLA PUBBLICA BOLOGNA                                                                                                                                                                                 
PROMUOVE
CONVEGNO NAZIONALE DI AUTO-FORMAZIONE PER IL PERSONALE DELLA SCUOLA

VENERDì 23 NOVEMBRE 2018
PRESSO – IIS -ALDINI VALERIANI -VIA BASANELLI 9/11 -BOLOGNA-BOLOGNINA

“Generazione da sedare? La scuola tra accoglienza, medicalizzazione, e trattamento chimico degli studenti/esse. (BES, DSA, ADHD, ecc…)”

DALLE O8 MATTINO ALLE 17.30 SERA
 Mattino, ore 8.30-13.30
Il seminario di aggiornamento si concentra sugli aspetti culturali, storico-sociali, normativi, alla base della diffusione dei Bisogni Educativi Speciali (BES) e sulle ricadute metodologico-didattiche che tale aspetto comporta. La giornata sarà dedicata in parte anche al ricordo della figura di Giorgio Antonucci, già direttore del manicomio di Imola di cui curò la dismissione, prospettando una relazione radicalmente diversa tra società e sofferenza psichica. Ampio spazio verrà dato nella parte laboratoriale all’analisi della normativa relativa al sostegno, agli alunni/e con DSA e con altri Bisogni Educativi Speciali. Un laboratorio musicale sarà dedicato ad esplorare le possibilità di ognuna/o di raccontarsi agli altri/e in uno spazio di libertà creativa.

Coordina Matteo Vescovi – CESP Bologna

“Se mi ascolti e mi credi”, visione di un estratto dal docu-film su Giorgio Antonucci (Protagonista nella lotta contro i manicomi a fianco e oltre Basaglia).
Anna Grazia Stammati (Presidente del CESP e del Telefono Viola), L’attività del Telefono Viola e le criticità della Legge 180;
Giovanni Angioli (Infermiere e coordinatore presso il reparto Autogestito Lolli):La chiave comune: esperienze di lavoro presso l’ ospedale psichiatrico di Imola;
Maria Rosaria D’Oronzo (Centro Relazioni Umane): L’eredità di Giorgio Antonucci e la questione psichiatrica;
Stefano Catellani (Psichiatra di Bologna):Lo standard umano: dalle pere del supermercato alla costruzione dell’uomo “a norma”

>>Pausa caffè, 11.00 – 11.15<<
Chiara Gazzola (Scrittrice – Antropologa): ADHD e altre diagnosi: trattamento chimico dell’infanzia e dell’adolescenza;
Sebastiano Ortu (Docente – Insegnante di Sostegno – CESP): Generazioni da sedare? – Il ruolo degli insegnanti contro la deriva medicalizzante nella scuola;
Domande e dibattito.

Pomeriggio, ore 14.30 – 17.30
Laboratori operativi:
“Musicalmente”: approcci differenti alla convivialità;
I questionari per la valutazione dello stato psichico, emotivo e comportamentale degli alunni/e
Analisi della normativa sui BES e stesura di PDP
Modifiche alla normativa sul sostegno e stesura del PEI
16.30: Restituzione dei lavori dei laboratori e conclusioni

CESP Centro Studi per la Scuola Pubblica, sede di Bologna
PER ISCRIVERSI:  info@cesp.it (referente matteo vescovi)

MESSAGGIO RICEVUTO SEVAM ARIETE -CESP -BO

2 FESTA ZIGANA DI PRIMAVERA: E SARA’ RIVOLTA E DANZA DI CORPI NELLA NOTTE E NELLA NEBBIA

‘Ebrei italiani trasferiti dal campo di Fossoli di Carpi ad Auschwitz raccontano di come questo gruppo (i romanì) fosse l’unico, con i loro canti e suoni, a tenere su il morale in un luogo così opprimente’

 SEGUE CENA PER TUTT@ VEDI SOTTO MENU’ 
MENU INTRIGANTE GAGIO-ZIGANESCO

PRIMI
COUS COUS ALLE VERDURE  (VEG-ETARIANO)
GNOCCHI SECONDO TRADIZIONE SINTA (NO VEG)
RISO AL TASTASAL SECONDO TRADIZIONE SINTA (NO VEG)
PASTA CON VERDURA (VEG-ETARIANO)

SECONDI           
 SALSICCIA  GRIGLIATA -SECONDO TRADIZIONE ROM (NO VEG)
SPEZZATINO DI SEITAN ACCOMPAGNATO CON PISELLI SGRANATI E POMODORINI MARINATI (VEG VEG)

CONTORNI    
PATATE AL FORNO   (VEG-ETARIANO)
INSALATA DI POMOORO CON ORIGANO (VEG-ETARIANO)

DOLCI
BISCOTTI SECONDO TRADIZIONE SINTA (NO VEG)
DOLCI DI FRUTTA FRESCA (SECONDO TRADIZIONE SINTA-NO VEG)
TRE TORTE DI DOLCI (VEG VEG)

MENU’  AFFOGATO IN VINI BIANCO URUPIA E ROSSO COLLINARE E BIRRA MORETTI
MUSICHE BALCANICHE DAL VIVO
FOTOGRAFIA E DOCUMENTAZIONE
VI ASPETTIAMO DALLE 16 PER I LABORATORI E DALLE 19 PER CENA DI MEMORIE E  RESISTENZE ROM E SINTI

Le parole con cui si chiude il film “Nuit e Brouillard” (testo di Jean Cayrol):
“Mentre vi parlo, l’acqua fredda delle paludi riempie le fosse dei carnai, un’acqua torbida come la nostra cattiva memoria.
La guerra è assopita, dorme con un occhio solo.
L’erba ha ricoperto l’Appell-platz (spazio ove venivano concentrati e conteggiati ogni mattina e sera i prigionieri dei campi o dei lager;  la mattina poi ogni  kapò organizzava  le squadre di prigionieri per i lavori di ogni genere forzati ) e lo spazio intorno ai blocchi.
Il campo è un villaggio abbandonato e ancora pieno di minacce.
Il forno crematorio è fuori uso. Le invenzioni naziste sono obsolete.
Nove milioni di morti vagano ancora in questo paesaggio.
Chi di noi ci avverte dell’arrivo di nuovi boia? Hanno davvero un volto diverso dal nostro?
Tra di noi ci sono kapò fortunati e accusatori sconosciuti. Ci sono quelli che non ci credevano o che ci credevano raramente.
Noi guardiamo le rovine come se il mostro fosse morto. Fingiamo di ritrovare la speranza, davanti a questa immagine, come se si guarisse dalla peste dei campi di concentramento.
Fingiamo di credere che tutto ciò è di un solo tempo e di un solo Paese, e non pensiamo a guardarci attorno e non sentiamo che si grida senza fine.”

Seranotte in memoria attiva della rivolta dei Rom e di Sinti nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau avvenuta il 16 maggio 1944.
“Il 16 maggio 2010 solo in Francia e per la prima volta si è celebrata questa ricorrenza: tutto è nato da Raymond Guerené, rom-kalè sopravvissuto allo sterminio, che ha dato vita ad uno spettacolo con la canzone che le sue sorelle gli avevano dedicato mentre erano nel lager, con l’aiuto poi dell’associazione La Voix de Rom.
Il 16 maggio 1944 i quattromila Rom internati ad Auschwitz decisero di opporsi ai loro aguzzini, che secondo  programma erano venuti a prelevarli, per condurli nelle camere a gas. Non furono solo gli uomini a decidere di non piegare il capo, ma anche le donne e i bambini: tutti raccolsero pietre, spranghe e altre armi rudimentali e si scagliarono contro le SS che dovettero indietreggiare, lasciando diversi morti sul campo. Solo il 2 agosto dello stesso anno, dopo aver ridotto alla fame la comunità rom di Auschwitz, i nazisti riuscirono ad uccidere 2897 Rom nella stessa notte.
Gli stermini di non ebrei dei Lager sono stati per decenni dimenticati, e solo negli ultimi anni si è cominciato a ricordare che c’erano anche altre vittime dei campi di concentramento nazisti, tra cui appunto rom e sinti, che chiamano il loro sterminio Porrajmos (divoramento) . Anche in Francia ci sono stati negli ultimi anni degli episodi di intolleranza verso le popolazioni nomadi, soprattutto in zone dove sono maggioritari i movimenti di estrema destra: ‘gli zingari’ francesi hanno però la possibilità ogni anno di far conoscere la propria cultura e le proprie tradizioni nella festa di Saintes Maries de la Mer, evento in Camargue che attira numerosi turisti anche non appartenenti ai cosiddetti popoli del vento”.                                                             (Tratto da un articolo di Elena Romanello dal blog: www.nuovasocieta.it )
TESTIMONIANZE
“Sapevamo che ci stavano portando a morire nelle camere a gas e abbiamo preso la decisione migliore. Piuttosto che obbedire agli ordini dei carnefici  nazisti avremmo sfidato la morte, lottando con onore e dignità”. 
Raymond Guerenè faceva parte di quel gruppo e ricorda il coraggioso episodio, di quasi 70 anni prima, durante la celebrazione in memoria dello sterminio nazisti nei confronti delle popolazioni  Rom e sinti, tenutasi in Francia il 16 maggio 2010, prima prima volta in assoluto in un paese europeo. 
L’odio dei nazionalsocialisti verso i popoli del vento risale alla metà degli anni trenta, quando viene istituito l‘ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara e attraverso il quale si cerca di sostenere la teoria scientifica della razza impura, degenerata e geneticamente criminale. Seguiranno le leggi di sterilizzazione forzata, verrà praticata su 30000 donne, gli “studi” del dottor Mengele sui gemelli e sui bambini e le deportazioni nei lager. La notizia della presenza di campi di internamento anche in Italia, a Bolzano, Campobasso, in Sicilia e Sardegna, verrà resa pubblica solo a metà degli anni 90. 
Il 16 maggio 1944 al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau arriva l’ordine segreto, nome in codice nacht und nebel (notte e nebbia), di eliminare gli oltre 4000 detenuti appartenenti alle popolazioni nomadi. Per gli aguzzini nazisti si tratta di normale routine, sono numerose le volte che hanno accompagnato a morire nelle camere a gas oppositori politici, ebrei, gay e disabili. La sorpresa deve essere stata enorme quando si sono trovati di fronte il folto gruppo che, armato di bastoni e pietre, li ha fatti retrocedere. Nei tumulti moriranno 11 SS e altre verranno ferite. Ne seguirà una rivolta che durerà tre mesi. Il 2 agosto 1944, pochi mesi prima della chiusura del tristemente noto campo di concentramento, la vendetta nazista sarà atroce. In una sola notte riusciranno ad uccidere 2897 persone di etnia Rom e Sinti. 
Durante il processo di Norimberga non verrà ammessa la costituzione di parte civile dei superstiti di etnia nomade e la questione rom avrà poca visibilità, sarà citata in alcuni passi dal procuratore Usa Wheeler e nulla più. Nel 1953 dalla Legge sugli indennizzi, un risarcimento concesso ai perseguitati per motivi politici, di razza e religione, Sinti e Rom saranno esclusi. 
Il Porrajmos (divoramento), termine usato per descrivere la persecuzione subita dalle minoranze Sinti e Rom, solo nel 1994 verrà ufficialmente riconosciuto dalla US Holocaust Memorial Museum di Washington. 
Dopo la guerra il massacro dei gitani, si parla di 500 mila persone in totale, sarà ricordato attraverso sporadiche testimonianze di ex deportati. Ebrei italiani trasferiti dal campo di Fossoli di Carpi ad Auschwitz raccontano di come questo gruppo fosse l’unico, con i loro canti e suoni, a tenere su il morale in un luogo così opprimente.


MIGLIA E MIGLIA DI PRIGIONIERI NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO NAZI-FASCISTI PARALIZZATI ED INIBITI NELL’AGIRE, IN UNA  CONDIZIONE AMBIVALENTE  E TREMENDA DI SOGGEZIONE AL  TERRORE DI ESSERE ANNIENTATI  LORO E I LORO CARI  E  D’ATTESA SPERANZA SEPPUR LONTANA  DI RIABBRACCIARE UN GIORNO I PROPRI AFFETTI.
 Su questo coraggioso e disperato episodio di rivolta dei  Rom e Sinti all’interno di un capo di sterminio nazi-fascista:  Auschwitz-Birkenau(16 maggio 1944), per alcuni tratti  straordinario nella sua unicità ma anche  nella ritrovata azione  di sovvertimento seppur eccezionale , dei rapporti di forza o di terrore  tra i kapò, le ss naziste e i prigionieri.  Per comprendere tale avvenimento ma soprattutto il perché le altre migliaia non l’hanno fatto, vorrei partire da alcune riflessioni sulla condizione psico-fisico in cui erano i detenuti-prigionieri di Piotr M.A.Cywinski ,dell’attuale direttore del ‘museo della memoria di Auschwitz’, le quali possono aiutarci a diradare le ombre della notte e la nebbia fitta in cui erano  avvolti e posti indistintamente sotto scacco i milioni di deportati e schiavizzati nei lager nazisti.  Piotr ci parla da un lato di uno scacco mortale prodotto da un permanente  terrore  paralizzante e di soggezione indotto dagli aguzzini nazisti, ma dall’altra di una alimentata  illusoria speranza di poter un giorno riabbracciare quelli affetti da cui ci si era involontariamente separati.  Non era mai accaduto nella storia moderna che dei presunti oppositori o nemici di qualsiasi ‘razza’,genere, fede o ideologia fossero catturati e ridotti in uno stato di schiavitù, non singolarmente per quanto presunto di delittuoso, ma con la loro intera famiglia, e poi una volta giunti in una destinazione sconosciuta separati gli uni dagli altri, perfino le madri dai loro figli o figlie e tenuti in un permanente stato di totale disinformazione delle condizioni dell’uni e degli altri. E’ ormai cosa certa che i detentori, manipolatori e torturatori di quella immensa nuda vita fossero  consapevoli (e non sempliciesecutori  di un comando superiore) che qualsiasi essere umano tenuto in un’eccezionale  stato di prigionia, in quanto prigionieri con altri affetti a loro cari,  avrebbe nutrito da un lato un’incrollabile ‘speranza’, l’ultima si dice ‘a morire’, di ritrovarli un giorno vivi e di riabbracciarli,e d’altra quel desiderio di fuga e di rivolta che nutre ogni detenuto– prigioniero sarebbe stato anch’esso messo sotto scacco non dal semplice terrore di morire, ma che  questo ‘estremo gesto di libertà’ avrebbe trascinato con sé tutti i loro familiari,  ritenuti presenti e vivi in qualche altro settore del campo lì accanto.  Seppur il numero dei Kapò e delle SS  fosse relativamente esiguo rispetto alla massa dei prigionieri, e l’episodio dei Rom e Sinti  è lì a dimostrare che sarebbe stato possibile rovesciare quel sistema di controllo e di soggezione, ma malgrado tutto questo, nessuno ha osato mai  ribellarsi. Ma perché è accaduto tutto questo? E anche qualcosa di peggio, cioè  di generare una malvagia complicità tra prigionieri ed aguzzini nazisti. Quali erano allora le occulte strategie psico-sociali che invischiavano ed impedivano sul nascere ogni possibile gesto di fuga o di rivolta. Qualche  parziale risposta a tale inquietanti domande si possono trarre da quanto il direttore ci rivela nella sua opera ‘non c’è una fine’. Non era mai accaduto, come dicevamo sopra, nella storia moderna che s’ imprigionasse e si deportasse l’intero nucleo famigliare, e nello stesso tempo s’alimentasse  un’ambivalente sentimento di terrore,  da un lato che chiunque avesse osato ribellarsi sarebbe stato sterminato, e  questo non era comune in altre esperienze di concentrazione, ma che in questo  rischio mortale sarebbe finito non solo lui o lei, ma l’intera famiglia, e  dall’altro si facesse intravvedere una sadica speranza (in quanto era certa la soluzione finale per ognuno di loro)che prima o dopo,cioè finito quel terrore e quella guerra,  si sarebbero potuto finalmente ricongiungere alle mogli, ai genitori, ai figli, ai fratelli e alle sorelle che stavano nella loro stessa condizione, o altrove ma nella speranza ulteriore di trovarli  vivi. Una combinazione perversa tra terrore e speranza. L’unica cosa che invece accadeva spesso era la fuga-suicidio dei prigionieri. E questo è un altro segno di quello scacco mortale.


DOCUMENTI 
Il Decreto Notte e Nebbia, emanato da Adolf Hitler il 7 dicembre 1941 a seguito dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, era un eufemismo tratto dall’opera L’oro del Reno di Richard Wagner dove Alberich, indossato l’elmo magico, si trasformava in colonna di fumo e spariva cantando “Nacht und Nebel, niemand gleich” cioè “Notte e Nebbia, (non c’è) più nessuno“. 
Il decreto, intitolato Richtlinien für die Verfolgung von Straftaten gegen das Reich oder die Besatzungsmacht in den besetzten Gebieten (Direttive per la persecuzione delle infrazioni commesse contro il Reich o contro le forze di occupazione nei territori occupati), fu dichiarato criminale al Processo di Norimberga perché contrario alle convenzioni di Ginevra, recava la firma del generale tedesco Wilhelm Keitel ed era un passo decisivo nelle imputazioni contro il regime nazista, secondo in importanza solo alla Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942 con la pianificazione della soluzione finale. 
Il testo fu ricostruito dal Tribunale di Norimberga in 40 pagine di istruzioni operative dettagliate. Gli ordini del Fuhrer erano che “gli atti di resistenza della popolazione civile nei paesi occupati verranno giudicati da una corte marziale quando: 
  • • si abbia la certezza di poter applicare la pena di morte e
  • • quando la sentenza si pronuncia entro gli otto giorni dall’arresto.”
Il resto degli oppositori dovevano essere fermati e fatti scomparire “nella notte e nella nebbia”, diceva testualmente Hitler, segretamente arrestati in Germania senza dare altro tipo di informazione sulla detenzione.
NOTTE E NEBBIA
(Nuit et bruillard, Francia/1956) di Alain Resnais (32′)

Jean Cayrol, scrittore, editore, reduce da Mauthausen, aveva affidato ai suoi Poèmes de la nuit et du brouillard il compito di descrivere l’orrore dei campi di concentramento. Resnais gli chiese di scrivere il testo del suo film, e lo avrebbe di nuovo chiamato nel 1963 per Muriel. Il film fu boicottato sia dalla Francia che dalla Germania, tanto che Cayrol scrisse: “La Francia, strappando bruscamente le pagine della storia che non le piacciono, si fa complice dell’orrore”. (Sandro Toni
1942
Selvaggia dimora dell’aurora
passi di ciechi nel giardino
fedeltà mano che dorme
sopra un’ombra che torna
Aurora dalle dita fumanti armi
che cadete come foglie secche
l’uccellino delle mie lacrime
viene a bussare alla tua porta.
Jean Cayrol – Notte e nebbia – Nonostante Edizioni
Presentazione del libro di poesia NOTTE E NEBBIA
In collaborazione con la Fondazione Gramsci Emilia – Romagna e in occasione della Giornata della Memoria presentazione del libro di poesie NOTTE E NEBBIA di Jean Cayrol (Microgrammi). Intervengono Giovanni Pilastro e Giacomo Manzoli. Il traduttore Nicola Muschitiello leggerà alcune poesie.
Notte e nebbia, dal tedesco Nacht und Nebel. Così erano chiamati i prigionieri politici all’interno dei campi di concentramento nazisti. Portavano scritte sulla schiena, come un destino, due grandi “N”, che stavano a significare, come scrive Boris Pahor in postfazione, «che la loro morte sarebbe stata un viaggio notturno nella nebbia per finire nei camini del crematorio». Erano «i più disgraziati tra i disgraziati», condannati all’eliminazione segreta: non dovevano essere nominati, dovevano sparire senza lasciare traccia. Da qui il nome del decreto emanato da Hitler nel dicembre del 1941, voluto riferimento al Tarnhelm wagneriano, l’elmo magico che fa scomparire Alberich in una nube di fumo, al canto di Nacht und Nebel, niemand gleich. Il testo qui pubblicato, che Cayrol scrisse – reduce dall’esperienza concentrazionaria nel campo di Mauthausen – per l’omonimo documentario di Alain Resnais del 1955, è il tentativo di rendere, come egli stesso dichiarò in un articolo apparso l’anno successivo su Les Lettres Françaises, «la testimonianza vivente, incredibile, delle manifestazioni estreme dell’oppressione e della forza messa al servizio di un sistema che non ha avuto rispetto dei diritti elementari di ciascuno, nella sua singolarità e nella sua specificità». 
scrive ancora Pahor, «fu uno di questi disgraziati che riuscì a salvarsi», a ritornare dalla Necropoli.
 Nuit et brouillard
français).
Ils étaient vingt et cent, ils étaient des milliers,
Nus et maigres, tremblants, dans ces wagons plombés,
Qui déchiraient la nuit de leurs ongles battants,
Ils étaient des milliers, ils étaient vingt et cent.
Ils se croyaient des hommes, n’étaient plus que des nombres:
Depuis longtemps leurs dés avaient été jetés.
Dès que la main retombe il ne reste qu’une ombre,
Ils ne devaient jamais plus revoir un été

La fuite monotone et sans hâte du temps,
Survivre encore un jour, une heure, obstinément
Combien de tours de roues, d’arrêts et de départs
Qui n’en finissent pas de distiller l’espoir.
Ils s’appelaient Jean-Pierre, Natacha ou Samuel,
Certains priaient Jésus, Jéhovah ou Vichnou,
D’autres ne priaient pas, mais qu’importe le ciel,
Ils voulaient simplement ne plus vivre à genoux.

Ils n’arrivaient pas tous à la fin du voyage;
Ceux qui sont revenus peuvent-ils être heureux?
Ils essaient d’oublier, étonnés qu’à leur âge
Les veines de leurs bras soient devenus si bleues.
Les Allemands guettaient du haut des miradors,
La lune se taisait comme vous vous taisiez,
En regardant au loin, en regardant dehors,
Votre chair était tendre à leurs chiens policiers.

On me dit à présent que ces mots n’ont plus cours,
Qu’il vaut mieux ne chanter que des chansons d’amour,
Que le sang sèche vite en entrant dans l’histoire,
Et qu’il ne sert à rien de prendre une guitare.
Mais qui donc est de taille à pouvoir m’arrêter?
L’ombre s’est faite humaine, aujourd’hui c’est l’été,
Je twisterais les mots s’il fallait les twister,
Pour qu’un jour les enfants sachent qui vous étiez.

Vous étiez vingt et cent, vous étiez des milliers,
Nus et maigres, tremblants, dans ces wagons plombés,
Qui déchiriez la nuit de vos ongles battants,
Vous étiez des milliers, vous étiez vingt et cent.
confronta con l’originale

Lingua: Italiano

Versione italiana di Riccardo Venturi
NOTTE E NEBBIA

Erano venti, erano cento, erano migliaia,
Nudi e magri, tremanti, in quei vagoni piombati
Strappavano la notte con le unghie disperate,
Erano migliaia, erano venti, erano cento.
Si credevano uomini, non eran più che dei numeri:
Da lungo tempo ormai i loro dadi eran stati tratti.
Quando la mano ricade, non resta che un’ombra,
Non avrebbero mai piu’ riveduta un’estate.

Lo scorrer monotono e senza fretta del tempo,
Sopravvivere un giorno o un’ora in piu’, ostinatamente
Quanti giri di ruota, fermate e partenze
Che non cessano di distillare la speranza.
Si chiamavano Jean-Pierre, Natascia o Samuel,
Qualcuno pregava Dio, qualcuno Yahvè o Visnù,
Altri non pregavano affatto, ma che importa al cielo,
Volevan soltanto non vivere piu’ in ginocchio.

Non arrivavano tutti alla fine del viaggio,
Quelli che son tornati, potevano esser felici?
Provano a dimenticare, stupiti che alla loro età
Le vene delle braccia gli sian diventate tanto blu.
I tedeschi gurdavan da sopra le altane,
La luna taceva proprio come tacete voi,
Guardando lontano, guardando fuori,
La vostra carne era tenera per i loro cani poliziotto.

Mi dicono adesso che queste parole non son più alla moda,
Che val meglio la pena cantar solo canzoni d’amore,
Che il sangue secca presto quando entra nella storia
E che non serve a nulla impugnare una chitarra.
Ma chi avrà il coraggio di fermarmi?
L’ombra s’è fatta umana, oggi è estate,
Twisterei le parole se occorresse twistarle
Perché un giorno i bambini sappiano chi eravate.

Erano venti, erano cento, erano migliaia,
Nudi e magri, tremanti, in quei vagoni piombati
Strappavano la notte con le unghie disperate,
Erano migliaia, erano venti, erano cento.

Le parole con cui si chiude il film “Nuit e Brouillard” (testo di Jean Cayrol):

“Mentre vi parlo, l’acqua fredda delle paludi riempie le fosse dei carnai, un’acqua torbida come la nostra cattiva memoria.
La guerra è assopita, dorme con un occhio solo.
L’erba ha ricoperto l’Appel-platz e lo spazio intorno ai blocchi.
Il campo è un villaggio abbandonato e ancora pieno di minacce.
Il forno crematorio è fuori uso. Le invenzioni naziste sono obsolete.
Nove milioni di morti vagano ancora in questo paesaggio.
Chi di noi ci avverte dell’arrivo di nuovi boia? Hanno davvero un volto diverso dal nostro?
Tra di noi ci sono kapò fortunati e accusatori sconosciuti. Ci sono quelli che non ci credevano o che ci credevano raramente.
Noi guardiamo le rovine come se il mostro fosse morto. Fingiamo di ritrovare la speranza, davanti a questa immagine, come se si guarisse dalla peste dei campi di concentramento.
Fingiamo di credere che tutto ciò è di un solo tempo e di un solo Paese, e non pensiamo a guardarci attorno e non sentiamo che si grida senza fine.”


ROM E SINTI NELLA RESISTENZA 
Bella Ciao in Sinto piemontese:
Šukar Čaj (*)

Je trasárla me sgandžadóm ma
Oj šukár čaj šukár čaj šukár čaj čaj čaj
Je trasárla me sgandžadóm ma
Le kasténgere ís-le koj

Oj čirikló, indžár ma vek
Oj šukár čaj šukár čaj šukár čaj čaj čaj
Oj čirikló, indžár ma vek
Ke šunáva te meráu

Se me meráva sar čirikló
Oj šukár čaj šukár čaj šukár čaj čaj čaj
Se me meráva sar čirikló
Indžarén mro trúpo dur

Čivén les koj aprén le bérge
Oj šukár čaj šukár čaj šukár čaj čaj čaj
Čivén les koj aprén le bérge
Telé da ne tíni blúma

Ta sa kolá ke nakén koj
Oj šukár čaj šukár čaj šukár čaj čaj čaj
Ta sa kolá ke nakén koj
Ta penéna ke si šukar

Kajá si i blúma do čirikló
Oj šukár čaj šukár čaj šukár čaj čaj čaj
Kajá si i blúma do čirikló
Ke mujás-lo par jamén

Kajá si i blúma do čirikló
Ke mujás-lo par jamén

mi ha colpito una nota all’ultimo verso: …ke mujás-lo par jamén = lett. “che e’ morto per noi”. In sinto non esiste un termine per indicare il concetto astratto della liberta’.
Manca il termine. A me è venuto in mente che per i sinti piemontesi la libertà esiste solo come cosa pratica palpabile. Sarà prosaico ma loro vanno oltre, non può esistere come sogno e non ha senso come utopia. O c’è o non c’è. In molte lingue o dialetti mancano parole per esprimere concetti e per altri ci sono più parole con significato diverso per esprimere ciò che altri identificano con una sola parola. Non è certo un caso.



ARLATI A., “Gli zingari e la Resistenza”, in Calendario del popolo, 1997, n^ 606, p. 35. 
la Resistenza degli ‘zingari’ di Angelo Arlati
“Anche se non hanno una patria che li ama, scrive Giuseppe Pederiali, gli zingari hanno dato  il  loro  contributo  a  liberare  l’Europa  dalla  vergogna  nazista”.  È  questa  un’altra  pagina sconosciuta ma eroica della storia di questo popolo pacifico, i cui figli non hanno esitato a farsi  partigiani durante l’ultima guerra e a imbracciare le armi in difesa della libertà dei popoli. Non  si  trattò  di  casi  isolati  o  sporadici,  ma  in  quasi  tutte  le  nazioni  in  cui  divampò  la  lotta armata contro l’oppressione nazista gli Zingari militarono numerosi nei movimenti di resistenza locali o nazionali. 
In  Jugoslavia  gli  Zingari  presero  parte  attiva  alla lotta  di  liberazione  nazionale  condotta  dal  partito comunista iugoslavo con a capo Tito. Al di là delle differenze nazionali, essi si unirono ai serbi e ai croati nella lotta contro il comune nemico tedesco.                                                                                                                              Anche  negli  altri  paesi  dell’Est  europeo  gli  Zingari  non  furono  da  meno:  in  Bulgaria parteciparono  attivamente  alla  lotta  partigiana  e  all’insurrezione  del  1944  contro  il  governo fascista. 
In  Albania  molti  si  unirono  alle  bande  partigiane  che  agivano  nel  territorio,  come  pure  in Polonia,  dove  si  ricorda  la  partecipazione  alla  lotta  antinazista  della  poeta  zingara Bronislava Wais detta Papus (Bambola). 
In  Slovacchia,  specialmente  nell’ultima  fase  della guerra,  molti  Zingari entrarono  nelle organizzazioni partigiane: il comandante Tomas Farkas svolse un ruolo di primo piano durante l’insurrezione  nazionale  dell’estate  del  1944,  bloccando  con  i  suoi  zingari  il  contrattacco tedesco a Banska Bystrica. 
Contro  i  nazisti  combatterono  anche  in  Francia.  Il comandante  partigiano Armand  Stenegry (decorato per i suoi atti di valore) con un reparto di gitani coadiuvò gli sforzi dei maquis prima dello sbarco in Normandia nel 1944. Pure i fratelli Beaumarie aiutarono i maquis e uno di loro fu catturato e impiccato. 
Anche in Italia dopo l’8 settembre 1943 alcuni giovani si unirono ai  partigiani, che nella  loro lingua chiamavano “ciriklé” (uccelli, passeri) in quanto costretti alla macchia, partecipando alla lotta di liberazione contro i fascisti, molto realisticamente definiti “Kas tengeri”’, ossia quelli del manganello. 
Di  alcuni  di  loro  conosciamo  i  nomi  e  le  imprese:  l’istriano  Giuseppe Levakovich  detto  Tzigari,  che militò  nella  brigata  “Osoppo”  agli  ordini  del  comandante  Lupo;  il  piemontese  Amilcare  Debar,  che  fu staffetta  partigiana  nei  dintorni  di  cuneo  col  nome di  battaglia  di  corsaro  Nero,  catturato,  sfuggì  alla fucilazione per la sua giovane età Rubino Bonora che combatté in Friuli nella divisione Nannetti Walter Catter,  eroe  partigiano,  impiccato  a  Vicenza  l’11  novembre  1944  e  suo  cugino  Giuseppe  morto  in combattimento  a  20  anni  in  una  azione  di  guerra  sulle  montagne  della  Liguria  presso  Lovegno  e decorato al valor militare.
Fonti 
ROM E SINTI NELLA RESISTENZA 
Da Franco Marchi  – Dal sito dell’ANPI e da altre fonti 
Prendo da un blog un pezzo in cui elenca alcuni, fra i tanti, Rom e Sinti impegnati nella resistenza. C’è una ricostruzione anche per come venivano chiamati e come chiamavano i fascisti. 
 E sapete come questi giovani chiamavano nella loro lingua i Partigiani? Li chiamavano “čriklé” (uccelli, passeri) in quanto costretti alla macchia, mentre i fascisti venivano da loro definiti “Kaš tengeri” ossia, quelli del manganello.
Definizioni molto semplici ma altrettanto appropriate 
Lo dobbiamo anche a loro, se oggi (almeno per ora) siamo liberi 
C’è stata una sorta di rimozione sulla partecipazione di Rom e Sinti al movimento partigiano. Ogni tanto qualche squarcio. Fu normale e naturale che in Nord Italia anche gli ‘zingari’, specialmente giovani, parteciparono come molti loro coetanei ad una guerra per scelta o per costrizione in quanto l’alternativa era, se andava bene, l’arresto per renitenza alla leva e se andava male un viaggio spesso di sola andata verso la Germania.
Franco Marchi segnala 
Walter Catter, eroe partigiano, impiccato a Vicenza l’11 novembre 1944 e a suo cugino Giuseppe Catter morto in combattimento a 20 anni in una azione di guerra sulle montagne della Liguria presso Lovegno. 
Di Giuseppe Catter ci sono due tracce su internet. Morì a 20 o 21 anni e la divisione partigiana a cui apparteneva prese il suo nome. Era pertanto un appartenente giovane ma di punta se da caduto gli intitolarono la divisione. Una traccia è di Francesco Biga, direttore dell’Istituto storico della Resistenza di Imperia che ricorda che anche tra i partigiani ci furono anche molti ‘zingari’, fra questi un imperiese “Morto all’età di ventun anni, Giuseppe Catter, il partigiano Tarzan, era uno ‘zingaro’. Ci furono altri Sinti e Rom che combatterono per restituire libertà al nostro Paese. Peccato che nessuno lo sappia.” Questa citazione è nel libro di Pino Petruzzelli “Non chiamarmi zingaro”, vedremo poi anche la storia di Walter il suo cugino di Vicenza.
 Su tutti le storie dei fratelli Catter, qui vengono definiti fratelli e non cugini come in altre fonti, morti separatamente e lontano. Delle loro vicende se ne parla in un libro scritto da Pino Petruzzelli “Non chiamarmi zingaro”. È intenzione da parte di molti ricostruire questa parte della resistenza. Bisogna fare in fretta, chi era bambino allora sta invecchiando. Fra Rom e Sinti si trovano una decina di partigiani su fonti ufficiali o quasi. Dovrebbero essere molti di più. Credo che la stima corretta sia in centinaia. Questo per la particolare situazione di Sinti e Rom che se venivano catturati potevano finire direttamente nei campi di sterminio. Avevano le stesse motivazioni di altri giovani italiani renitenti alla leva della nazi-fascista Repubblica Sociale di Salò dove la cattura poteva portare all’esecuzione da parte dei repubblichini.
Mi ha colpito il destino parallelo di due cugini, i Catter, due Sinti. Il primo di Vicenza fu fucilato l’11 novembre 1944 assieme ad altri partigiani di cui quattro erano Sinti, uno dei quattro lo era di adozione essendo un gagè sposato ad una sinta, che per scelta entrò nella loro comunità. Il secondo Giuseppe Catter fu ucciso ventenne in Liguria e fu intitolata a suo nome una brigata partigiana(fucilato dai brigatisti neri nell’Imperiese). 
Su internet pochi racconti centrati di più sui morti combattenti e meno anche su figure che poi si batterono per l’integrazione ed il riscatto. 
A pagina 30 del libro The Gypsies during the Second World War, Volume 2 Di Karola Fings/Donald Kenrick ho trovato traccia di un partigiano Sinto mai citato, o almeno mai trovato da parte mia, dalle fonti in lingua italiana.
Si tratta di Giacomo Sacco un Sinto genovese.
In una sua testimonianza dichiara:(traduco in parte)
“Mi catturarono con altre 17 persone mentre andavo a “manghel”. Al passo del Turchino ci liberarono i partigiani. Decisi di rimanere con i partigiani, per partecipare alla liberazione di Genova e lottare contro i fascisti e nazisti, condividendo gli ideali dei partigiani. Fui l’unico Sinto della brigata e fui usato come staffetta. Venni a conoscenza di un altro Sinto combattente che era un capo visto che guidava gli attacchi.” Che sia Catter o un altro? Sacco morì nel 1988. La memoria orale si perderà in pochi anni. Se qualcuno ha contatti con Sinti genovesi potrebbe scoprire qualcosa di più di Giacomo Sacco e del secondo Sinto.
Franco Marchi
 Di Giuseppe Levakovic, assieme a Taro Debar, ci sono più tracce. Forse è il destino di essere sopravvissuto ed aver militato anche dopo la guerra. Ha anche scritto un libro a quattro mani dal titolo Tzigari che era il suo “nick” (i partigiani avevano un soprannome per celare la propria identità, a volte il nome vero era conosciuto da pochi per sicurezza), da partigiano. Militò nella brigata Osoppo. Lui era un Rom istriano sloveno e la sua famiglia fu internata in un campo italiano (mi sembra a Ferramonti, vado a memoria). La moglie Wilma fu poi trasferita a Ravensbrück e poi a Dachau dove morì.
Amilcare Debar – Nato a Frossasco (Torino) il 16 giugno 1927, zingaro.           È il solo italiano ancora vivente tra i tanti Sinti e Rom che hanno partecipato alla Resistenza. Una sua scheda è compresa nella “Banca dati del partigianato piemontese”. Qualche notizia su Debar si trova su un volantino distribuito a Milano, durante le celebrazioni per il sessantatreesimo della Liberazione, dall’Associazione “Aven Amentza”. Nel foglietto si ricorda che il giovanissimo Debar militò in Piemonte, al comando di Pompeo Colajanni, nel battaglione “Dante di Nanni” delle Brigate garibaldine e che, “dopo la guerra, fu rappresentante del suo popolo Rom alle Nazioni Unite”.
Nel volantino si ricordano anche:
 il rom istriano Giuseppe Levakovic, che combatté nella “Osoppo”; 
il Rom Rubino Bonora, partigiano della Divisione “Nannetti” in Friuli;
del rom istriano Giuseppe Levakovic detto Tzigari, si dice che militò nella brigata “Osoppo” agli ordini del Comandante Lupo; 
del Sinto piemontese Amilcare De Bar si sostiene che fu staffetta partigiana nei dintorni di Cuneo col nome di battaglia di Corsaro Nero; 

Nel volantino si ricorda anche che, insieme agli ebrei, durante la Seconda guerra mondiale, i rom furono sterminati dai nazisti.

Dei 6.000 Rom/Sinti (su una popolazione di 35.000 individui) che vennero internati nei campi di concentramento sparsi in tutta Italia, ne perirono un migliaio a causa delle angherie, della fame, del freddo e delle malattie.
Molti altri Sinti, molti altri Rom, molti altri zingari si unirono alle brigate partigiane in Italia e in Europa.
   Hemingway in “Per chi suona la campana?” raccontava dei Gitani attivi nella guerra di Spagna dalla parte repubblicana, antifascista. Nell’Est europeo e nei Balcani è documentata l’attività partigiana di raggruppamenti zingari che si guadagnarono anche decorazioni al valore, mentre in Francia i Rom dettero un contributo importante all’avanzata angloamericana infiltrandosi oltre le linee nemiche e facilitando le comunicazioni. Testo ricerca storico-cultu rale a cura di Pino de March
PROGRAMMA DETTAGLIATO DEL 12 MAGGIO 2018
DALLE 16 ALLE 19
LABORATORI POMERIDIANI
1-FAVOLE RACCONTI LEGGENDE ROM E SINTI
2-SULLE CONDIZIONI ESISTENZIALI SOCIALI E CULTURALI DELLE COMUNITA’ URBANE ROM E SINTI NELLE NOSTRE PERIFERIE
coordina pino de march,brunella guida e milan jovanocic
DALLE 19
CENA AUTOFINANZIAMENTO ATTIVITA’ INTERCULTURALI E RELAZIONALI DI AMIRS E COMUNIMAPPE
MEMORIE ATTIVE: ROM E SINTI NELLA RESISTENZA EUROPEA E NELLA CORAGGIOSA RIVOLTA DI AUSCHWITZ DEL 16 MAGGIO 1944
POESIE
DANZA
FILM DOCUMENTAZIONI E MOSTRE FOTOGRAFICHE
PER INFORMAZIONI EVENTO DETTAGLIATE
Blog: comunimappe.blogspot.com
per prenotazione cena di autofinanziamenti attività ricerc-azione-cambiamento
info: comunimappe@gmail.com

RINVENTARE SITUAZIONI NON ALIENATE E NUOVE RELAZIONI E LEGAMI ECO-SOCIALI
2018-19
ATTIVITA’ RICERC-AZIONE-CAMBIAMENTO
1- AMIRS – ASSOCIAZIONI MEDIATORI INTERCULTURALI ROM E SINTI
LABORATORI INTERCULTURALI
per nuove interazioni tra minoranze linguistiche e culturali Rom, Sinti, straniere e gagè
nelle scuole e territorio
2 -COMUNIMAPPE-LIBERA COMUNE UNIVERSITA’ PLURIVERSITA’ BOLOGNINA
PROGETTO LABIRINTO -RITROVARE FILO D’ARIANNA PER USCIRE DALLA CRISI ESISTENZIALE, CULTURALE, SOCIALE, TECNOLOGICA ED ECOLOGICA O DELLE MOLTEPLICI ECOLOGIE
LABORATORI RELAZIONALI sui ‘dis-agi civiltà:

Il malessere diffuso tra gli adolescenti e le loro categorizzazione-psicologizzazIone  nella scuola nel  quadro diagnostico  dei cosiddetti- bes-bisogni educativi speciali (codificati come iperattivi passando per le difficoltà d’attenzione fino a giugere alla fobia scolastica) come altre manifestazioni di sofferenza esistenziale tra gli adolescenti  fuori dalla scuola, sono da considerare a tutti gli effetti disagi bio-sociali e bio-politici-economici contemporanei,
e sintomi trans-psichici conclamati di patologie neo-liberiste economico-sociali e familiari presenti nel mondo di vita e di crescita delle nuove generazioni); i disagi gli uni esistenziali-sociali e gli altri virtuali-digitali delle nuove generazioni sono le retroazioni di un mondo di legami esploso e liquefatto in quello che un tempo si chiamava ‘la società dello spettacolo e oggi la società tecnologicamente aumentata e umanamente diminuita.
CRISI,  PERICOLI E POSSIBILITÀ
PARTIREMO 
DALL’ANALISI DELLA LIQUIDITA’ SOCIALE IN SENSO LATO PRIMARIO E SECONDARIO E DAI CONFLITTI DEVASTANTI ESISTENZIALI, SOCIALI,  INTER-GENERAZIONALI E INTERCULTURALI,
 PASSANDO
 ALLA PROGETTAZIONE DI SITUAZIONI E ALLA REINVENTARE DI NUOVI LEGAMI E DI NUOVE RELAZIONI UMANE SU BASE CRITICA INTER-SEZIONALE(CHE DECOSTRUISCA LE DISCRIMINAZIONI DI CLASSE, GENERE E CULTURA)
EED INFINE  ATTIVANDOSI ALLA COSTRUZIONE DI SOCIETA’ APERTE, SOLIDALI E E DIVERGENTI) E NEO-UMANE (TRA UMANI -MACCHINE ED ALTRI ESSERI VIVENTI).
PROMUOVE CONTRADA SOLIDALE ROM,SINTI E GAGI
IN COOPERAZIONE CON
AMIRS – ASSOCIAZIONE MEDIATORI INTERCULTURALI ROM E SINTI
CESP-CENTRO STUDI PER LA SCUOLA PUBBLICA
ANPI -LAME
ZONA ORTIVA VIA ERBOSA
CONCIBO’
BAUM
ANPI – LAME
COALIZIONE CIVICA – NAVILE
ED ALTR@
vedi informazioni dettagliate
hpp//: comunimappe.blogspot.com
Accorda Pino de March

Ottobre 1917: La Rivoluzione Proletaria Russa ed il Rinascimento delle culture, delle lingue e dell’esistenze delle genti Rom

Ivan Ivanovič Rom-Lebedev (1903 – 1991), attivista bolscevico Rom

Come il potere proletario aprì la strada all’emancipazione sociale
La Rivoluzione russa e i rom
In un lavoro del 1931 intitolato Tsygane vcera i segodnia (I rom ieri e oggi), Aleksandr V[jaceslavovic] Germano, il principale scrittore e intellettuale rom dell’Unione Sovietica, riassunse la storia dei rom europei come una cronaca insanguinata di persecuzione e di alienazione. I rom furono messi al rogo, impiccati, massacrati ed esiliati. Il fatto che gli abitanti dei villaggi e i funzionari li relegassero a vivere temporaneamente nelle aree periferiche rafforzò il loro nomadismo come modo di vita. Ridotti alla condizione di paria, molti rom furono costretti alla schiavitù o al servaggio, e questo determinò la loro arretratezza culturale e la loro esclusione politica.
Nella Russia zarista i rom vennero sottoposti a misure poliziesche e a leggi discriminatorie. Alla metà del XVIII secolo l’imperatrice Elisabetta pubblicò un decreto che proibiva ai rom di entrare nella capitale San Pietroburgo e nei suoi dintorni. Nel 1783 il Senato cercò di impedire ai rom di trasferirsi da un proprietario terriero all’altro. E in seguito decretò che i rom nomadi sarebbero stati sottoposti a sorveglianza e rispediti nelle loro zone di provenienza.
Alcuni rom russi poterono godere di una prosperità e di una stabilità relative perché facevano parte delle corali rom, che erano popolari tra la nobiltà finché tale classe non fu annientata dalla rivoluzione russa. Tuttavia gli anni del declino dell’autocrazia zarista coincisero anche con una crescente oppressione dei rom. Nel 1906, ad esempio, il regime zarista e diversi altri governi europei sottoscrissero con la Prussia un accordo per perseguitare le popolazioni rom nomadi.
Comprendendo che le classi dominanti capitaliste fomentano il razzismo e il nazionalismo per dividere e indebolire i lavoratori di diverse estrazioni e per mantenere così strettamente il proprio potere, i bolscevichi (rivoluzionari comunisti russi)si opposero in modo risoluto alle persecuzioni degli ebrei e ad ogni oppressione nazionale, religiosa ed etnica. La “Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia” (15 novembre 1917), adottata poco tempo dopo la Rivoluzione d’Ottobre, proclamò “il diritto dei popoli della Russia alla libera autodeterminazione” e “l’abolizione di tutti i privilegi e le discriminazioni nazionali e nazional-religiose”. La dichiarazione impegnava lo Stato operaio a garantire “il libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnografici [narodnost’] che abitano il territorio della Russia”.

Animato dal programma bolscevico di lotta contro lo sciovinismo nazionale e di unione degli operai di tutto il mondo contro il sistema capitalista-imperialista, lo Stato sovietico delle origini compì uno sforzo eroico per portare ai popoli rom il progresso, la modernità e la libertà. Come ha osservato  lo storico David M. Crowe nel suo  History of the Gypsies of Eastern Europe and Russia ([St. Martin’s Press, New York] 1994):

“Gli anni Venti videro una sorta di Rinascimento rom affondare le radici nell’Europa orientale e in Russia, mentre gli intellettuali rom si battevano per ritagliare ai rom una nicchia all’interno delle nuove nazioni. Per quanto ammirevoli fossero i loro sforzi di creare delle organizzazioni e di pubblicare dei lavori in romanes, essi vennero resi vani tanto dall’inesperienza e dalla mancanza di un sostegno finanziario quanto dal pregiudizio e dall’indifferenza secolari. Le conquiste più notevoli e durature per i rom avvennero nel nuovo Stato russo sovietico”.
Anche se nella Russia sovietica i rom avrebbero compiuto dei passi in avanti in maniera inimmaginabile nel mondo capitalista, i loro progressi vennero anche circoscritti e in parte capovolti sotto il dominio della burocrazia stalinista che assunse il controllo politico nel 1923-24. Mentre i bolscevichi sotto V.I. Lenin e Lev Trotsky avevano sostenuto l’uguaglianza di tutte le nazioni e di tutte le lingue come parte del loro programma di rivoluzione socialista mondiale, il regime di Stalin sarebbe stato sempre più contrassegnato dallo sciovinismo grande-russo mentre propugnava il dogma nazionalista e antimarxista della “costruzione del socialismo in un paese solo”. Proprio nel 1922 era stato l’attacco di Stalin contro i diritti nazionali dei georgiani ad indurre Lenin a chiedere la sua destituzione da Segretario Generale del partito comunista.
È necessario capire che, nonostante la controrivoluzione politica, l’Unione Sovietica rimase uno Stato operaio. Seppur distorta dal dominio di una burocrazia privilegiata e sottoposta alle immense pressioni delle potenze imperialiste ostili, l’economia collettivizzata e pianificata determinò enormi progressi sociali per i popoli sovietici, e soprattutto per quelli più arretrati, come in Asia centrale. Nella sua analisi pionieristica dell’Unione Sovietica sotto Stalin, Trotsky osservò ne La rivoluzione tradita (1936):
“È vero che nella sfera della politica nazionale, così come in quella dell’economia, la burocrazia sovietica continua ancora a realizzare una certa parte del lavoro progressivo, anche se con spese generali eccessive. Ciò vale soprattutto per le nazionalità arretrate dell’Unione [Sovietica], che debbono necessariamente passare attraverso un periodo più o meno prolungato di presa a prestito, di imitazione e di assimilazione dell’esistente”.
La lotta per la diffusione della cultura
Dalle campagne di sedentarizzazione fino all’educazione dei bambini rom nella loro lingua e alla creazione di stimolanti istituzioni culturali, negli anni che seguirono la rivoluzione bolscevica i rom compirono dei progressi veramente sostanziali. Tra i principali catalizzatori di questa trasformazione sociale vi fu un gruppo di attivisti rom i cui sforzi sono documentati in un recente volume della ricercatrice universitaria del Brooklyn College Brigid O’Keeffe intitolato New Soviet Gypsies. Nationality, Performance and Selfhood in the Early Soviet Union ([University of Toronto Press, Toronto] 2013). Eredi dell’intelligencija rom prerivoluzionaria di Mosca, che era sorta nelle corali rom, quei giovani combattivi furono stimolati dal fervore rivoluzionario di cui era imbevuta la Russia sovietica delle origini.
Un dirigente importante di questo lavoro fu I[van] I[vanovic] RomLebedev, che nel 1923, insieme ai suoi amici, organizzò a Mosca una cellula della Lega comunista della gioventù (Komsomol) per i rom, allo scopo di promuovere la diffusione della cultura e di combattere la chiromanzia, la mendicità e altre pratiche nemiche del lavoro produttivo. Con l’aiuto del loro sindacato, i giovani crearono nel Parco Petrovskij un “angolo rosso” pieno di libri e di giornali, mirando a trasformare i rom in cittadini sovietici coscienti. Un anno dopo i compagni del Komsomol parteciparono alla formazione di un Comitato d’azione dei membri fondatori della società proletaria rom, la quale comprendeva tre attivisti che avevano servito nell’Armata Rossa, tre membri del partito comunista e tre membri del Komsomol.
Nel luglio 1925 il Comitato d’azione ricevette dal Commissariato del popolo agli affari interni (Nkvd) l’approvazione a formare l’Unione rom panrussa (Uzp). Un anno dopo la sua fondazione, l’influenza dell’Uzp si era estesa molto al di là della provincia di Mosca, portando alla formazione di gruppi affiliati a Leningrado, Cernigov, Vladimir e Smolensk. Nel frattempo nella sede moscovita dell’Uzp incominciarono a giungere lettere di rom provenienti da tutta l’Unione Sovietica, e agli inizi del 1926 la stessa Uzp dichiarò di avere 330 membri.
La prima fattoria collettiva rom dell’Unione Sovietica venne creata nel 1925 a Rostov da un gruppo di rom che avevano fornito cavalli all’Armata Rossa durante la Guerra Civile. Poco tempo dopo l’Uzp lavorò insieme al Commissariato del popolo all’agricoltura e al Dipartimento delle nazionalità del Comitato esecutivo centrale panrusso per creare la Commissione per l’insediamento dei rom lavoratori, mirante a incoraggiare i rom ad abbandonare il nomadismo. Di lì a poco i rom iniziarono a stabilirsi sulle terre a loro riservate da ciascuna Repubblica sovietica. Si stima che tra il 1926 e il 1928 cinquemila rom si siano insediati nelle fattorie in Crimea, in Ucraina e nel Caucaso settentrionale. Questa cifra era relativa ad un totale di popolazione rom stimato tra 61mila e 200mila individui, comprendente i rom nomadi e quelli che si erano stabiliti nelle città e nelle aree periferiche.
Nonostante gli sforzi dello Stato e degli attivisti militanti, molti rom si opposero al trasferimento nelle terre statali. Oltre ad essere atomizzate e prevalentemente analfabete, le masse rom, avendo subito secoli di brutale oppressione e di ostracismo, diffidavano dell’autorità. Non diversamente dalle comuniste che indossavano il velo per portare il messaggio emancipatore dei bolscevichi alle donne dell’Oriente musulmano, gli attivisti dell’Unione rom si recarono tra i rom per conquistarli. Un manifesto murale scritto sia in russo che in romanes spiegava gli sforzi sovietici per liberare dall’arretratezza i popoli minoritari del vecchio impero. Esso dichiarava che, mentre gli Zar avevano oppresso i nomadi imprigionandoli nella irrazionalità e nell’alienazione, adesso le tribù nomadi, con l’aiuto del potere sovietico, “stanno iniziando a stabilirsi sul territorio e a intraprendere l’agricoltura. Hanno la propria terra, la propria fattoria, le foreste, i villaggi e le proprie scuole.”
Fu infatti nella sfera dell’istruzione che i rom conseguirono alcune delle loro conquiste più impressionanti. Un decreto del Commissariato del popolo all’istruzione (Narkompros), datato 31 ottobre 1918 e intitolato “A proposito delle scuole per le minoranze nazionali”, affermò che i rom, come tutte le nazionalità sovietiche, avevano il diritto di essere educati nella loro lingua nativa. Nel gennaio 1926 furono create a Mosca le prime classi in lingua romanes dell’Unione Sovietica, all’interno delle scuole elementari russe esistenti. Agli studenti venivano insegnati la lettura, la scrittura, l’aritmetica, il disegno, le arti applicate, la musica, l’educazione fisica, la storia e l’educazione civica, e furono fatti degli sforzi per creare dei centri di alfabetizzazione per gli adulti. Delle scuole in lingua romanes sarebbero state impiantate anche nelle fattorie collettive in cui i rom si erano stabiliti.
Gli insegnanti si batterono anche con coraggio per insegnare un’altra materia: l’igiene. Sia all’interno che al di fuori delle aule scolastiche, ai bambini rom e ai loro genitori veniva insegnata l’importanza di lavarsi, di spazzolarsi i denti e di pettinarsi i capelli. Il Dipartimento dell’istruzione di Mosca era allarmato dall’alto tasso di denutrizione e dalla diffusione di malattie come l’anemia, la tubercolosi e la febbre tifoide tra i bambini rom. Ma la trascuratezza delle norme igieniche fondamentali non si limitava affatto ai rom; essa rifletteva i bisogni materiali e l’ignoranza generalizzati che pervadevano la Russia sovietica delle origini, una società prevalentemente agricola che aveva ereditato secoli di arretratezza.
In mancanza di insegnanti di lingua romanes e persino di un alfabeto romanes, l’insegnamento agli scolari venne inizialmente impartito in russo. Per superare tali ostacoli, gli attivisti dell’Unione rom, insieme ad un linguista dell’Università statale di Mosca, condussero una campagna per creare un alfabeto romanes e per standardizzare la lingua. Un decreto del Narkompros del maggio 1927 stabilì che il nuovo alfabeto fosse basato sui caratteri cirillici con alcune modifiche, rompendo con la prassi sovietica precedente che consisteva nello sviluppare nuovi alfabeti come quello turkmeno, basato sui caratteri latini.
In breve tempo vennero pubblicati i primi libri di testo in romanes. Nel novembre 1927 fu avviata la pubblicazione di una rivista in romanes, Romany Zorja (L’Alba rom), seguita dal Nevo drom (La nuova strada), un manuale di lettura destinato agli adulti. La prima grammatica romanes destinata alle classi rom, Tsyganskij jažik (La lingua rom), apparve nel 1931, mentre alla fine degli anni Trenta venne pubblicato un dizionario romanes-russo di 10mila vocaboli. La O’Keeffe afferma che: “Sebbene quasi tutte le iniziative educative rivolte ai rom sovietici avessero avuto fine alla vigilia della Seconda guerra mondiale, molti studenti rom erano già emersi dall’educazione pratica e politica ricevuta alla fine degli anni Venti e negli anni Trenta come cittadini sovietici istruiti e integrati.”
Parallelamente alla battaglia per l’istruzione dei rom vi fu la lotta per assimilare i rom nella classe operaia, che a Mosca sfociò nella creazione di varie artel’ (cooperative) industriali. Nel 1931 esistevano nella capitale 28 artel’ rom che occupavano 1350 operai. Un aspetto cruciale è che due tra le prime e più prospere di esse, la Tsygchimprom (Manifattura chimica rom) e la Tsygpišceprom (Produzione alimentare rom) non impiegavano esclusivamente dei rom. Alla Tsygpišceprom i rom lavoravano fianco a fianco con operai di almeno altre undici nazionalità.
Nonostante i modesti progressi, il Consiglio dei commissari del popolo e altri organismi dirigenti sovietici divennero scettici riguardo all’Unione rom. Nel marzo 1927 l’Ispettorato operaio e contadino della Commissione di controllo di Mosca effettuò un’ispezione a sorpresa presso l’Uzp e concluse che la sua direzione era infestata di profittatori, prestanome e impiegati, e che i suoi membri erano principalmente degli speculatori sul mercato dei cavalli e altri elementi non proletari. Come reazione, i dirigenti dell’Unione rom protestarono perché il loro lavoro era stato ostacolato da funzionari statali scettici, intolleranti e diffidenti.
Quando l’Uzp venne sciolta nel febbraio 1928, il Nkvd dichiarò che essa aveva fallito nell’adottare dei provvedimenti concreti per combattere “la chiromanzia, la mendicità, il gioco d’azzardo, l’ubriachezza e altre particolarità della popolazione rom”. A parte il fatto che simili mali sociali non costituivano unicamente delle “particolarità rom”, il loro sradicamento avrebbe richiesto, in circostanze materiali migliori, anni e anni di lotta; figuriamoci nelle condizioni arretrate allora prevalenti nella Russia sovietica! Nonostante lo scioglimento dell’Uzp, i suoi membri avrebbero giocato un ruolo importante nella vita sovietica, contribuendo al risveglio culturale dei rom alla fine degli anni Venti e nei primi anni Trenta.
L’Europa capitalista: persecuzione di Stato e terrore fascista contro i rom
In Ungheria i criminali razzisti fanno saltare in aria le loro abitazioni e sparano alle vittime in fuga. Nella Repubblica Cèca le truppe d’assalto neonaziste minacciano di sterminarli nelle camere a gas. Nella Repubblica Slovacca uno sbirro fuori servizio, assegnatosi per missione il “ripristino dell’ordine”, spara e uccide tre di loro. In Bulgaria degli aggressori muniti di pugni di ferro li attaccano. L’anno scorso in Francia hanno subito a migliaia l’espulsione sotto il governo capeggiato dal presidente François Hollande, del Partito socialista. In ciascuno di questi casi le vittime hanno una cosa in comune: sono tutti rom.
Da un capo all’altro del continente, i rom cadono preda dell’intensificarsi della violenza e della xenofobia mentre i paesi dell’Unione Europea (Ue) traballano sotto gli effetti della crisi economica capitalista. A metà ottobre dei poliziotti greci hanno catturato una bambina di quattro anni e arrestato i suoi genitori accusandoli di rapimento, forse presumendo che i rom non possano avere una figlia dai capelli biondi e dagli occhi azzurri. Pochi giorni dopo le autorità irlandesi hanno scritto un’altra pagina di questo libro della vergogna strappando due bambini rom di pelle chiara ai propri genitori. Incoraggiati dalla persecuzione statale dei rom e con il vento del razzismo ufficiale in poppa, in Serbia degli skinhead fascisti sono entrati in azione cercando di rapire un bambino rom di pelle chiara.
La smania razzista contro i rom ostracizzati e storicamente perseguitati, che in Europa ammontano a 10-12 milioni di individui, ha subito negli ultimi mesi un drastico aumento ad opera dei governi, sia di destra che di sinistra, allo scopo di deviare la rabbia operaia dal nemico di classe capitalista. In quanto trotskisti, noi della Lega comunista internazionale (Lci) ci siamo sempre opposti all’Ue in quanto blocco economico imperialista creato per favorire lo sfruttamento e l’immiserimento degli operai e degli oppressi, compresi i milioni di immigranti in Europa, sotto il dominio non soltanto del capitale tedesco, ma anche di quello francese e britannico.
Sebbene il quadro legale dell’Ue includa l’accordo di Schengen del 1985, che si suppone dovrebbe garantire il libero movimento delle persone all’interno dei paesi membri, la “fortezza Europa” capitalista ha intensificato sempre di più la repressione degli immigrati e ha fortemente limitato il diritto d’asilo. Quando la Romania e la Bulgaria sono entrate nell’Ue nel 2007, ai loro cittadini, compresi molti rom, è stata limitata la possibilità di lavorare in Germania, in Francia e in Gran Bretagna. E anche se tali restrizioni sono ora state formalmente abolite, la rabbia attizzata dal governo di coalizione tra conservatori e liberaldemocratici britannici contro gli immigrati romeni e bulgari dimostra che essi continueranno ad essere perseguitati da un angolo all’altro dell’Europa.
Come hanno spiegato i nostri compagni della Ligue Trotskyste de France in un volantino diffuso lo scorso ottobre (vedi “French Government Crackdown on Roma, Immigrants”, Workers Vanguard, n. 1035, 29 novembre 2013):
“In un’economia precapitalistica i rom occupavano una nicchia economica marginale in quanto artigiani, venditori ambulanti e artisti. Con lo sviluppo del capitalismo essi sono stati sospinti ai margini della società, subendo degli abusi che sono poi culminati con lo sterminio di centinaia di migliaia di rom ad opera dei nazisti. La verità è che il capitalismo marcescente è incapace di ‘integrare’ i rom, e ciò è tanto più vero nei periodi di crisi”.
Le popolazioni rom d’Europa non comprendono un’unica nazione basata su un territorio condiviso e neppure su una lingua comune. Per alcuni versi il loro carattere è simile alla posizione degli Ebrei europei nella società feudale che, svolgendo un ruolo economico come commercianti e prestatori di denaro, costituivano un “popolo-classe” secondo l’analisi del trotskista Abram Léon. Anche se i rom sono stati ancor più socialmente emarginati, entrambi condividono una lunga storia di brutali violenze e di odio.
Nel difendere i rom dallo Stato capitalista e dalle squadracce fasciste, noi cerchiamo di mobilitare la classe operaia affinché esiga il riconoscimento delle loro lingue, dei loro dialetti e della loro cultura; affinché difenda il diritto dei rom, sia nomadi che sedentari, all’uguaglianza nell’istruzione, nell’edilizia abitativa e nelle condizioni di lavoro; e affinché rivendichi i pieni diritti di cittadinanza per i rom, dovunque essi vivano. In definitiva, soltanto la rivoluzione socialista renderà possibile la completa e volontaria assimilazione dei rom nella società europea, con pieni ed eguali diritti. Tale fu la prospettiva aperta in Russia dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917 diretta dal Partito bolscevico.
La prospettiva dell’emancipazione
Le migrazioni di rom in quello che sarebbe infine diventato il territorio dell’Unione Sovietica avvennero in differenti periodi della storia. Nel X secolo un popolo rom conosciuto come Liuli incominciò a spostarsi in un’area dell’Asia centrale che sarebbe poi diventata parte dell’Impero zarista per sfuggire agli attacchi dei musulmani al loro territorio originario, nell’India settentrionale. Agli inizi del XV secolo i rom si spostarono in Ucraina. Successivamente, in quello stesso secolo, la persecuzione in Germania costrinse i rom a migrare in Polonia e in Lituania, dove i funzionari polacchi chiesero che venissero espulsi. La Russia si annetté quei territori nel XVIII secolo.
L’attacco ai diritti dei rom
Ai rom non sarebbero stati risparmiati i massici rivolgimenti sociali che accompagnarono il primo Piano quinquennale e la campagna di collettivizzazione forzata dell’agricoltura varati alla fine degli anni Venti. Mentre Trotsky e l’Opposizione di sinistra si erano battuti per un’industrializzazione pianificata e per una collettivizzazione agricola volontaria allo scopo di rafforzare l’economia socializzata dell’Urss, il regime di Stalin e di Nikolaj Bucharin incoraggiò i kulaki (contadini ricchi) ad arricchirsi. Nel 1928 la crescente consapevolezza dei kulaki era diventata un’arma puntata contro lo Stato operaio, come evidenziato dal loro blocco delle forniture di grano alle città, che poneva la minaccia di una carestia. La burocrazia si volse allora improvvisamente contro i kulaki. Non avendo predisposto nessuna base tecnica o economica, lo Stato sovietico, con la brutalità caratteristica di Stalin, incominciò a collettivizzare i contadini e introdusse un tasso di industrializzazione avventuristico. Quella svolta sventò la minaccia immediata di una restaurazione capitalista nell’Urss.
In mezzo al caos che ne seguì, migliaia di rom fuggirono nei centri urbani già sovrappopolati. Tra di loro vi furono molti rom vlax, un popolo che era immigrato in Russia dalla Romania e dall’Impero austro-ungarico alla fine del XIX e agli inizi del XX secolo. A differenza dei relativamente integrati rom russka, spesso i rom vlax non parlavano il russo. Allora, non avendo altra scelta se non quella di piazzare abusivamente degli accampamenti di tende alla periferia di Mosca, essi vennero considerati dalle autorità come degli “stranieri”. Dal 28 giugno al 9 luglio 1933 la polizia segreta radunò 1008 famiglie rom a Mosca 5470 persone in totale e le deportò nei campi di lavoro della Siberia occidentale.
Tali deportazioni coincisero con gli attacchi al diritto dei rom di venire educati nella propria lingua. Nel 1932 erano stati avviati, presso l’Istituto centrale per la promozione dei quadri con un’istruzione qualificata (Cipkkno) di Mosca, i primi corsi di formazione degli insegnanti per i rom. Otto mesi dopo 15 studenti si erano diplomati e attendevano di essere assegnati alle scuole in tutta la vasta estensione dell’Unione Sovietica. Nel giro di poco tempo, però, alcuni degli studenti incominciarono a lamentarsi a proposito delle discriminazioni nelle assunzioni. Come risposta, il Cipkkno mise fine al programma. Seguirono altri casi di discriminazione e di proteste degli studenti rom. Alla fine, nel gennaio 1938, il regime pubblicò il decreto “A proposito della liquidazione delle scuole nazionali e dei dipartimenti nazionali in seno alle scuole”, che portò alla fine dell’istruzione in romanes. Il decreto comportò anche la fine della scolarizzazione in assiro, estone, finlandese, polacco, cinese e in diverse altre lingue.
A quell’epoca la burocrazia manifestava sempre di più il nazionalismo inerente alla sua dottrina del “socialismo in un paese solo”. Dopo l’ascesa dei nazisti al potere in Germania, che costituiva un pericolo imminente per l’Unione Sovietica, gli stalinisti adottarono nel 1935 la politica del Fronte popolare, ingiungendo ai partiti comunisti di appoggiare politicamente e talvolta anche di entrare nei governi capitalisti “progressisti” che si presumeva fossero amichevoli nei confronti dell’Urss. La rinuncia esplicita degli stalinisti alla necessità di rivoluzioni operaie all’estero per estendere il dominio proletario ai paesi capitalisti economicamente avanzati andò di pari passo con la loro adozione, in patria, del nazionalismo putrido che la rivoluzione bolscevica aveva respinto fin dai suoi primi passi.
La rappacificazione con l’imperialismo servì soltanto ad indebolire lo Stato operaio di fronte ai suoi nemici di classe. Quando la Germania invase l’Unione Sovietica nel giugno 1941, l’esistenza stessa dello Stato operaio venne messa in questione. Mentre si opponevano a tutte le potenze imperialiste in guerra, i trotskisti chiamarono il proletariato sovietico e gli operai di tutto il mondo a combattere in difesa dell’Unione Sovietica in quell’ora di pericolo. Nel frattempo il regime stalinista, inchinandosi al nazionalismo russo, definì la lotta militare dell’Urss come Grande guerra patriottica.
Si stima che da 30 a 35mila rom sovietici siano stati massacrati dagli invasori nazisti durante il Porrajmos (l’olocausto rom). I rom sovietici fecero la loro parte nel combattere e, alla fine, nello sconfiggere il flagello fascista. Il Teatro Romen di Mosca, il primo teatro professionale rom del mondo, mise in scena delle rappresentazioni per l’Armata Rossa, mentre alcuni dei membri della sua troupe si arruolarono come soldati. Dei rom fecero anche parte delle unità partigiane sovietiche in Bielorussia e in Ucraina, il che indusse i capi della polizia militare tedesca ad esigere la spietata esecuzione delle bande zingare sospettate di appoggiare i partigiani.
Nonostante il dominio burocratico, negli anni successivi alla guerra i rom sovietici raggiunsero un alto livello di assimilazione e di sviluppo culturale. David M. Crowe cita un’osservazione dello studioso dei rom Lajko Cerenkov risalente ai primi anni Settanta del secolo scorso:
“Nell’Urss odierna è raro incontrare un rom che non sappia leggere e scrivere, mentre prima della guerra tra certi gruppi [rom], ad esempio quelli della Bessarabia, nessuno era in grado di farlo. La maggior parte dei membri delle giovani generazioni d’oggi arrivano all’ottavo o al decimo livello scolastico e, da questo punto di vista, nelle città non c’è distinzione possibile tra i rom e le altre nazionalità”.
I rom dell’Europa orientale sotto Stalin: integrazione ai livelli inferiori
La vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista gettò le basi per il rovesciamento dei rapporti di proprietà capitalistici nell’Europa orientale e in Germania Est. Nel 1948, in virtù dell’azione delle forze sovietiche e dei partiti comunisti locali, erano stati creati degli Stati operai deformati, modellati economicamente e politicamente sull’Unione Sovietica di Stalin. Unica eccezione, lo Stato operaio deformato jugoslavo, che fu il prodotto della vittoria dei partigiani del Maresciallo Tito. La distruzione del dominio capitalista in questi Stati apportò delle conquiste significative alle popolazioni rom. Ma il loro trattamento ad opera delle burocrazie al potere fu diseguale e contraddittorio, variando da paese a paese.
Prima che il Partito comunista cecoslovacco (Ksc) assumesse il potere nel febbraio 1948, i ministri del governo di quel paese avevano adottato delle misure dure e restrittive nei confronti dei rom. Il Ksc dichiarò invece che il suo obiettivo finale era quello di integrare i rom al resto della popolazione e di elevare il loro livello economico, sociale e culturale fino a raggiungere quello degli Slavi. Ma, pur accusando giustamente i precedenti governi capitalisti di aver rafforzato il basso status sociale ed economico dei rom, inizialmente il nuovo regime comunista compì soltanto dei passi esitanti verso il miglioramento della loro situazione e verso la loro integrazione nella forza lavoro e, più in generale, nella società. Nel 1958 il governo approvò una legge che puniva i nomadi con la detenzione da sei mesi a tre anni, condannando però anche l’intolleranza razzista nei confronti dei rom.
Seppure una lotta contro il nomadismo era necessaria, la burocrazia del Ksc, come la sua organizzazione sorella moscovita, la mise in atto mediante un diktat burocratico invece di patrocinare l’assimilazione volontaria. Questo fatto non deve impedirci di vedere le conquiste fondamentali dei rom. Riconoscendo che circa il 67 percento della popolazione rom della Slovacchia, che ammontava a 153mila individui, viveva in insediamenti non adatti agli esseri umani, nel 1965 il regime del Ksc avviò un programma per demolire le abitazioni di qualità inferiore alla norma, per reinsediare i rom nei territori cèchi più prosperi e per fornire loro sussidi e prestiti per acquistare nuove case. La politica di reinsediamento continuò per tutti gli anni Settanta, determinando un eccezionale miglioramento delle condizioni di vita dei rom. Nel 1980 oltre il 70 percento dei rom viveva in appartamenti, mentre la percentuale di coloro che vivevano in abitazioni inadeguate era calata, dall’80 percento di un decennio prima, al 49 percento.
Dei progressi furono anche compiuti nel settore dell’istruzione. Dal 1971 al 1980 la percentuale di bambini rom che ultimavano la scuola pubblica aumentò dal 16,6 al 25,6 percento, mentre il numero di coloro che frequentavano i collegi universitari e le facoltà crebbe da 39 a 191. Nello stesso periodo i tassi di alfabetizzazione degli adulti schizzarono al 90 percento. Nel frattempo, all’inizio degli anni Ottanta, oltre quattro quinti dei rom lavoravano nell’industria.
Ma queste conquiste comportarono un prezzo da pagare. Il programma di reinsediamento era finanziato in modo inadeguato e alimentò anche un crescente risentimento nei confronti dell’arrivo dei rom nei territori cèchi. Poi nel 1972 il governo di Gustáv Husák infiammò i sentimenti razzisti approvando un decreto che incoraggiava le donne rom a farsi sterilizzare. Il pretesto per questa campagna cinica e vergognosa era il numero presuntamente “malsano” della popolazione rom. Pur rappresentando uno dei maggiori gruppi rom dell’Europa orientale, nel 1980 i rom cecoslovacchi ammontavano a meno del 2 percento della popolazione del paese.
Più arretrata e povera della relativamente industrializzata Cecoslovacchia, e con soltanto un minuscolo partito comunista nel periodo prebellico, la prevalentemente rurale Romania fu di gran lunga meno ospitale con i suoi cittadini rom. Fin dal XII secolo i rom iniziarono ad arrivare in quelli che sarebbero diventati i principati danubiani della Valacchia e della Moldavia, regioni che entrarono infine a far parte della moderna Romania. Sul finire del XIV secolo le famiglie rom erano state schiavizzate dai monasteri locali, avviando così una secolare caduta in schiavitù che avrebbe avuto fine soltanto nel 1864. Sebbene la vita fosse migliorata dopo l’emancipazione, i rom rimasero dei poveri paria, oppressi dai proprietari terrieri boiardi e invisi ai contadini poveri. I rom caddero anche vittima dell’indifferenza governativa e dell’aperto terrore razzista. Nel 1941 il dittatore Ion Antonescu propugnò l’eliminazione delle minoranze nazionali. Alleato della Germania nazista durante la Seconda Guerra mondiale, egli presiedette al massacro di decine di migliaia di rom, molti dei quali furono vittime della Guardia di ferro fascista.
Sotto il capo stalinista Gheorghe Gheorghiu-Dej la Romania si impegnò a rispettare i diritti educativi, linguistici e culturali delle nazionalità del paese. Tuttavia l’istruzione rimase un qualcosa di elusivo per ampie fasce della popolazione rom, malgrado la sua crescente urbanizzazione. Mentre circa il 43 percento dei rom di età superiore agli otto anni risultava iscritto alle scuole primarie nel 1956, la loro scolarizzazione al di sopra di tale livello era trascurabile. E nel 1966 soltanto un rom romeno frequentava un’università!
Negli anni Cinquanta e Sessanta il regime di Gheorghiu-Dej adottò alcune misure per far fronte all’alto tasso di analfabetismo tra i rom. Uno studio effettuato nel 1983 sotto il governo di Nicolae Ceausescu si spinse oltre, definendo gli obiettivi per porre riparo ai molti problemi che affliggevano la popolazione rom, dall’analfabetismo, dai pessimi alloggi, dalla disoccupazione e dalla criminalità fino alla mancanza di igiene, agli alti tassi di mortalità infantile e al prevalere delle malattie veneree, della febbre tifoide e della tubercolosi. Una legge speciale sottolineò la necessità di trovare dei posti di lavoro per i rom nell’edilizia e nell’agricoltura, e diede mandato ai funzionari pubblici di aiutarli a costruirsi delle case. Ma sotto il folle Ceausescu, la cui indipendenza dal Cremlino gli conquistò il plauso degli Usa e di altre potenze imperialiste, il regime sottrasse allo Stato le risorse necessarie all’edilizia, all’istruzione e alle cure mediche per i rom, spendendo miliardi per estinguere il debito contratto dal paese con i banchieri stranieri.
Mentre il popolo lavoratore della Romania fronteggiava un immiserimento crescente, gli stalinisti si crogiolavano nel nazionalismo romeno, con conseguenze particolarmente atroci per i rom e per la minoranza ungherese. Nel 1966 il governo emanò un decreto che vietava l’aborto alle donne di età inferiore ai 45 anni che non avevano ancora partorito quattro figli, un colpo enorme per le famiglie più povere e più numerose. Nel 1989 si seppe che a causa di questa politica ignobile gli orfanotrofi erano strapieni, con oltre centomila bambini, una percentuale sproporzionata dei quali erano rom. Il regime di Ceausescu effettuò anche dei reinsediamenti forzati. Pur prendendo principalmente di mira la popolazione ungherese, tale politica portò alla distruzione di interi quartieri rom, reinsediando forzosamente i loro abitanti in grandi palazzine spesso situate nei ghetti urbani.
Come ha osservato l’esperto sui rom ungheresi István Kemény, all’inizio degli anni Settanta i rom erano stati in un certo senso integrati, ma “proprio in fondo alla gerarchia sociale” (citato da D.M. Crowe, op. cit.). In una misura o nell’altra, quest’affermazione descrive adeguatamente la posizione dei rom nello Stato operaio degenerato e in tutti gli Stati operai deformati.
La controrivoluzione: una catastrofe per gli operai e le minoranze
Gli sforzi sporadici e contraddittori compiuti dai regimi stalinisti per assimilare i rom e per promuovere un clima di piena uguaglianza si arenarono tra la penuria materiale e le scosse dell’economia. Questi stessi mali derivavano dalla produttività relativamente bassa degli Stati operai governati burocraticamente e dal loro accerchiamento ostile da parte dei paesi imperialisti, economicamente più forti. Quando la crisi terminale dello stalinismo colpì l’Europa orientale e centrale nel 1989-92, la Lega comunista internazionale si batté, al meglio delle proprie capacità e risorse, per forgiare i partiti rivoluzionari necessari a vincere la battaglia contro la controrivoluzione capitalista e per la rivoluzione politica proletaria contro le burocrazie in via di disintegrazione. Tuttavia gli operai, la cui coscienza era stata avvelenata da decenni di malgoverno stalinista, non furono in grado di reagire in maniera decisiva alla controrivoluzione, e questo portò al rovesciamento di quegli Stati operai.
Durante i nostri interventi negli avvenimenti in Germania Est e nell’Unione Sovietica, mettemmo ripetutamente in guardia sul fatto che la restaurazione capitalista avrebbe riportato in auge tutta la vecchia merda della reazione sociale contro le donne, gli ebrei, gli immigrati, le minoranze etniche e le nazionalità oppresse. Nel 1990, in Cecoslovacchia, gli skinhead fascisti incominciarono a prendere di mira i rom e gli operai immigrati vietnamiti. In Romania, dopo il rovesciamento e l’esecuzione di Ceausescu nel dicembre del 1989, i pogrom contro i rom diventarono all’ordine del giorno. Con il governo e i mass media in prima fila, i rom romeni vennero etichettati come “una piaga sociale” e come “la feccia della società”, riecheggiando le farneticazioni di Hitler contro gli ebrei.
Privati di una direzione rivoluzionaria, molti operai furono sensibili a tale veleno. Nell’articolo “East Europe: Reaction and Resistance” (Workers Vanguard, n. 505, 29 giugno 1990) riferimmo di una mobilitazione di massa di minatori romeni che a Bucarest aveva ridotto al silenzio dei controrivoluzionari, ma successivamente alcuni minatori infettati dal veleno razzista incominciarono ad attaccare i quartieri rom.
Dai Balcani al Baltico e nella stessa Russia, il profluvio nazionalista che aveva contribuito a distruggere gli Stati operai raggiunse un sanguinoso punto culminante sulla scia di quella sconfitta. I rom vennero ovunque braccati, attaccati e costretti a fuggire per salvarsi la vita. Come ha osservato Isabel Fonseca nel suo libro Bury Me Standing. The Gypsies and Their Journey ([Alfred A. Knopf, New York] 1995): “Il cambiamento più drammatico dopo le rivoluzioni del 1989 è stato, per i rom dell’Europa centrale e orientale, il brusco incremento dell’odio e della violenza nei loro confronti. Nella sola Romania si sono verificati oltre trentacinque gravi attacchi agli insediamenti, principalmente in zone rurali remote e perlopiù sotto forma di incendi e di percosse.” Non c’è da stupirsi se alcuni rom che nel 1991 parlarono con la Fonseca nella città di Costanza guardassero favorevolmente alla vita sotto Ceausescu.
L’ondata di violenza, combinata con la profonda povertà dei rom, ne ha costretti decine di migliaia a scappare in Germania. Una volta giunti in quel paese, i rom disperati furono attaccati dalle ululanti squadracce neonaziste, che diedero fuoco alle loro case mentre la polizia se ne stava a guardare. Nel settembre 1992 il governo della Germania capitalista riunificata arrivò al punto di sottoscrivere con la Romania un accordo per deportare i romeni (principalmente rom) rispedendoli indietro nel loro paese d’origine.
In un articolo pubblicato in Women and Revolution (n. 38, inverno 1990-91), e intitolato “Fourth Reich Racism Targets Immigrants. Stop Persecution of Gypsies!”, noi suonammo l’allarme spiegando che i rom “fuggono dall’Europa orientale perché temono per le loro vite”. L’articolo proseguiva:
“Essi sono le vittime numero uno del profluvio di multiforme razzismo omicida che sta sommergendo l’Europa orientale dopo il crollo dei regimi stalinisti e dopo il tuffo in un’economia di mercato incontrollata. Gli ideologi borghesi proclamano a gran voce la ‘morte del comunismo’, ma il ritorno allo sfruttamento capitalista ha portato con sé il risorgere di tutta la feccia assassina nazionalista, antisemita e anticomunista che aveva dominato questa regione prima della vittoria dell’Armata Rossa nel 1945”.
Per gli Stati uniti socialisti d’Europa!
La Lci si è battuta fino all’ultimo per difendere le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre contro la restaurazione capitalista. Praticamente tutti i nostri oppositori di sinistra sono invece accorsi in appoggio alle forze della controrivoluzione in nome della “democrazia”, della “libertà” o dell’”indipendenza nazionale”. Oggi alcuni di questi gruppi si lamentano del fatto che nell’Europa post-controrivoluzionaria i rom vengano maltrattati. Un esempio in tal senso ci viene fornito dalla Sozialistische Alternative (Sav), la sezione tedesca del Committee for a Workers’ International (Cwi, Comitato per un’Internazionale dei Lavoratori) di Peter Taaffe, del quale fa parte la Socialist Alternative statunitense. Nella seconda parte di un articolo sui rom apparso sul sito sozialismus.info (4 febbraio 2013), la Sav scrive quanto segue a proposito del periodo successivo alla restaurazione capitalista in Europa orientale:
“Per la maggior parte, i rom sono stati i primi ad essere licenziati perché, in generale, erano meno istruiti e possedevano un livello più basso di scolarizzazione. La maggior parte dei rom non ha ottenuto nulla dalle benedizioni del capitalismo ed essi sono quindi stati tra i primi e maggiori perdenti in questa trasformazione. Per necessità, dunque, molti di loro si sono nuovamente rivolti sempre di più alle proprie strutture familiari. Il fatto che vi siano dei rom costretti a razzolare nell’immondizia o a diventare dei criminali per mantenersi non è colpa loro. No, è colpa del sistema economico capitalista, che si dimostra incapace di garantire loro un livello di vita adeguato”.
Se ci basassimo unicamente su queste altisonanti banalità non sapremmo mai che nel 1991 il gruppo russo affiliato al Cwi salì sulle barricate di Boris Eltsin, mentre quel controrivoluzionario appoggiato dagli Usa guidava l’assalto finale contro lo Stato operaio nato dalla Rivoluzione d’Ottobre. Né che le sezioni del Cwi hanno contribuito ad attizzare le fiamme del fanatismo razzista in casa loro. Nel 2009 i seguaci britannici di Taaffe giocarono un ruolo rilevante in uno sciopero reazionario di lavoratori edili, nella raffineria petrolifera di Lindsey, contro l’assunzione di operai provenienti da altri paesi dell’Ue. Riassunto nella parola d’ordine: “Il lavoro britannico agli operai britannici”, che venne sbandierata durante lo sciopero, questo veleno viene adesso somministrato soprattutto agli immigrati bulgari e romeni, compresi molti rom.
Come riferisce la Spartacist league/Britain nell’articolo “Ue Austerity Fuels Racism. Irish State Abductions of Roma Children” (Workers Hammer, n. 225, inverno 2013-14), le precedenti limitazioni dei tipi di lavoro che i cittadini bulgari e romeni potevano svolgere in Gran Bretagna, paese che essi possono visitare senza visto in quanto cittadini dell’Ue, sono scadute il 1° gennaio. Man mano che tale scadenza si avvicinava, il governo a guida Tory ha introdotto una moltitudine di provvedimenti che limitano i diritti dei bulgari e dei romeni di ottenere il sussidio di disoccupazione e i benefici abitativi. Il Labour Party, che era stato l’autore delle restrizioni lavorative, ha replicato che queste misure razziste giungevano troppo tardi!
I governanti dei colossi dell’Ue, la Germania e la Francia, insieme a quelli dei paesi dipendenti come la Grecia, che si stanno logorando sotto i dettami dei banchieri imperialisti, utilizzano i rom e altri immigrati disperati come capri espiatori per la disoccupazione di massa, l’austerità, la miseria e altri mali generati dal sistema capitalista stesso. Soltanto il rovesciamento del dominio capitalista attraverso una rivoluzione operaia può sbarazzare il continente da questi mali, spianando la strada agli Stati Uniti socialisti d’Europa in cui tutti i popoli avranno un posto libero ed eguale.
Per raggiungere questo obiettivo, la Lci si batte per costruire dei partiti operai internazionalisti rivoluzionari la cui missione consiste nell’infondere nel proletariato la consapevolezza di essere il becchino storico del sistema capitalista. Come scrisse Lenin nel Che fare? (1902), i socialisti rivoluzionari debbono agire come “il tribuno del popolo, che sa reagire a ogni manifestazione di arbitrio e di oppressione, ovunque essa avvenga e qualunque classe o strato essa colpisca, che sa generalizzare tutte queste manifestazioni in un solo quadro della violenza poliziesca e dello sfruttamento capitalistico, (…) per spiegare a tutti il significato storico mondiale della lotta emancipatrice del proletariato” (corsivi nell’originale). Mentre la rabbiosa repressione statale e gli attacchi sotto forma di pogrom dilagano in Europa, la difesa dei rom e di tutti gli immigrati costituisce un compito chiave immediato del movimento operaio.
[Tradotto da Workers Vanguard, n. 1037, 10 gennaio 2014 (Traduzione italiana di Paolo Casciola). Abbiamo deciso di non utilizzare il termine “zingaro” come traduzione di gipsy, per le connotazioni razziste assunte da questa parola, usando invece l’etnonimo “rom”, accomunando le popolazioni rom, sinti e affini, pur essendo consapevoli del fatto che la cosa non è rigorosamente corretta.]
Workers Vanguard
è l’organo della Spartacist League, sezione statunitense della Lega Comunista Internazionale
(quartinternazionalista)  [LCI],  una  tendenza  proletaria,  rivoluzionaria  e  internazionalista . 
  Marzo 2015: Spartaco N. 78  –  Organo informazione della lega dei comunisti italiani

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MOSTRA FOTOGRAFICA SUL PORRAJMOS (Divoramento nella lingua romanes) – Lo sterminio dimenticato degli “zingari” (le genti Romanì)

“Trascurare gli “zingari” o i romanì, tacere del loro massacro costituirebbe una seconda ingiustizia contro di loro.”                                                                                                                                                                                              “La memoria del popolo romanì massacrato deve trovare un posto tra tutti i popoli del mondo.”                                                                                                                                                                                                                          Due frasi di memoria per vissuti tragici comuni  di Mirian Novitch,ebrea polacca sopravvissuta ai lager nazisti.

E Romanì haj e Gagé te ne bistarà!                                                                                                                   Che i Romanì e i Gagè [i non romanì] non abbiamo a dimenticare!

CESP-BO – CENTRO STUDI PER LA SCUOLA PUBBLICA IN COOPERAZIONE CON COMUNIMAPPE E AMIRS – ASSOCIAZIONE MEDIATORI INTERCULTURALI ROM E SINTI,
PRESENTANO: IL PORRAJMOS – LO STERMINIO DIMENTICATO DEGLI “ZINGARI”.
A CURA DI RAFFAELE PETRONE, MATTEO VESCOVI, GABRIELE ROCCHEGGIANI, PINO DE MARCH, TOMAS FULLI, MILAN JOVANOVIC, LIVIO RADUCAN.

PER PRENOTARE LA MOSTRA E LA SUA PRESENTAZIONE RIVOLGERSI A:
comunimappe@gmail.com
cespbo@gmail.com

La mostra è stata totalmente autogestita e autofinanziata, pertanto, si accettano contributi per poterla fare circolare oltre ogni confine e fare in modo che le genti Romanì continuino il loro lungo viaggio.